Polonia, Ministro Sanità suggerisce slittamento presidenziali per il coronavirus

“Accantoniamo le presidenziali per due anni e affrontiamo davvero la lotta contro il coronavirus. Penso che questa sia l’opzione migliore e la consiglio”.

Con queste parole Lukasz Szumowski, Ministro della Sanità, apre una frattura nel governo, finora unanime nel mantenimento delle elezioni fissate al 10 Maggio.

In un contesto di lockdown quasi totale e con l’estensione della chiusura delle scuole fissata fino a metà maggio, PiS, il partito di governo, ha sempre sostenuto finora la necessità di tenere comunque le presidenziali fra due settimane. Tanto da approvare, a fine marzo, un emendamento per consentire il voto per corrispondenza per l’elettorato anziano o in quarantena.

Secondo gli analisti questa uscita di Szumowski sarebbe la prova invece che il governo stia valutando adesso realmente lo slittamento della tornata elettorale, soprattutto dopo che la candidata dell’opposizione Kidawa-Błońska ha affermato il proprio boicottaggio.

Al momento i sondaggi vedrebbero una vittoria netta dell’uscente Duda, esponente appunto di PiS, e secondo i detrattori sarebbe questa l’unica ragione per cui il governo si ostini a voler organizzare le elezioni.

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Turchia, opposizione si appella contro la scarcerazione di 90 mila detenuti

Non solo un problema di forma, ma anche di sostanza. Lo scorso 14 aprile il parlamento turco ha approvato una legge che prevede la scarcerazione di 90 mila detenuti, con l’obiettivo di ridurre il rischio di diffusione del Coronavirus nelle prigioni del Paese fin troppo affollate.

Tuttavia, Il principale partito all’opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), si è appellato alla Corte Costituzionale mercoledì 22 aprile, chiedendo l’annullamento della riforma. Secondo il leader del CHP in parlamento Engin Altay, la legge non solo non è stata approvata nel modo corretto, ma viola anche i principi della Costituzione turca.

Il CHP ha quindi presentato alla Corte Costituzionale turca una prima istanza metodologica, entro 10 giorni dall’approvazione come previsto dalla legge. Poiché la riforma concede la grazia ad alcuni criminali, il disegno doveva essere approvato da una maggioranza di tre quinti del parlamento. La legge pertanto “viola apertamente la Costituzione e il regolamento interno del parlamento”, come dichiarato da Altay.

Ma i vizi di forma sono solo una parte del problema: la nuova legge lascia infatti dietro le sbarre circa 50 mila accusati di terrorismo, tra cui figurano prigionieri politici, avvocati e attivisti colpevoli di essersi apertamente opposti al governo. Intanto, i condannati per crimine organizzato, furto, frode, corruzione e violenza contro le donne sono stati lasciati liberi. Per questo il Partito Popolare Repubblicano ha già annunciato che procederà a una seconda istanza in riferimento al contenuto della riforma.

Anche il Parlamento Europeo ha accusato la Turchia di aver consapevolmente deciso di “esporre le vite degli avversarsi politici al rischio mortale del Covid-19”. La decisione di rimettere in libertà 90 mila prigionieri, “escludendo quelli incarcerati per le loro attività politiche e i cittadini in detenzione preventiva, è una grande delusione”, hanno dichiarato gli eurodeputati Nacho Sánchez Amor (S&D) e Sergey Lagodinsky (Greens/EFA). “Speravamo che il parlamento turco avrebbe adottato un provvedimento equo e responsabile per evitare la perdita di vite umane nelle prigioni turche sovraffollate. Tale legge è necessaria, soprattutto per coloro che sono ingiustamente detenuti e imprigionati per motivi politici. Invece, i partiti al potere turchi hanno deciso di rischiare deliberatamente la vita di giornalisti, difensori dei diritti e coloro che ritengono essere oppositori politici”.

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Moldavia, Corte Costituzionale blocca prestito russo

Nonostante la ratifica del parlamento moldavo di giovedì, la Corte Costituzionale ha bloccato l’erogazione del prestito russo per 200 milioni di euro, volto a sanare parte del deficit di bilancio di quest’anno, con lo scopo di verificarne la legittimità prima di dare il suo via libera.

La Corte è stata adita da un parlamentare di opposizione, Serdgiu Sirbu, il quale afferma che tale prestito sia volto a pagare la campagna elettorale del Presidente filo-russo Igor Dodon per le presidenziali che dovranno tenersi a fine anno.

A sostegno della tesi l’opposizione fa notare come solo una parte del finanziamento, il 50%, verrà erogato subito, mentre la restante parte sarà concessa entro il prossimo 31 ottobre, con la tornata elettorale fissata invece a Novembre.

Da parte sua il governo e il Presidente Dodon difendono la legittimità del prestito, sostenendo tra l’altro la convenienza economica data dal basso tasso d’interesse (2%) e la possibilità di restituirlo in 10 anni, oltre che la necessità dello stesso per aiutare il paese a ripartire una volta vinta la battaglia contro il coronavirus.

Dodon si è espresso poi duramente contro l’opposizione affermando che il loro interesse è quello di scatenare una crisi per poi sfruttarla per prendere il potere: “Vorrebbero provocare una crisi, portare le persone in strada e tornare al potere su questa ondata”.

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Regno Unito, per gli inglesi la Brexit è ancora una scelta giusta?

Ormai sono passati quasi 4 anni da quel fatidico 23 giugno 2016 che ha cambiato le sorti della storia recente del Regno Unito e dell’Unione Europea. A distanza di anni e di ardue negoziazioni, non concluse, con Bruxelles, i britannici ancora si interrogano sulla scelta fatta quel giorno.

L’istituto Number Cruncher Politics ha effettuato un sondaggio per Bloomberg News chiedendo ai cittadini britannici di esprimersi su 2 quesiti:

  1.  “Col senno di poi, considerate la scelta del Regno Unito di uscire dall’UE giusta o sbagliata?”
  2.  “Il Regno Unito dovrebbe entrare nell’UE o no?”

Il sondaggio è stato realizzato dal 24 al 26 marzo 2020 e il campione intervistato è stato di 1.010 persone aventi diritto di voto.

“Col senno di poi, considerate la scelta del Regno Unito di uscire dall’UE giusta o sbagliata?

Il 48% degli intervistati considera giusta la Brexit mentre il 40% afferma che è stata una scelta sbagliata.

Analizzando nel dettaglio le differenti categorie possiamo notare una netta divisione fra gli intervistati.

Innanzitutto, nelle fasce di età dai 18 ai 44 anni la Brexit viene maggiormente vista come un errore mentre dalle persone dai 45 anni in poi la Brexit è stato un fatto positivo, mostrando così un netto divario generazionale.

A livello d’istruzione,  il 56% dei laureati ritiene la scelta sbagliata mentre tra i non laureati il 56% è ancora pro Brexit.

Per quanto riguarda i votanti al referendum nel 2016, il 78% di chi ha votato Remain reputa ancora la Brexit come un’opzione sbagliata, con solo il 13% che ha cambiato idea, appoggiandone l’uscita. L’89% di chi ha votato Leave è rimasto fermo nelle sue intenzioni, con solo il 5% ad aver cambiato opinione. Fra le persone intervistate che non hanno votato al referendum, il 38% considera la Brexit giusta, il 24% sbagliata e il 38% ancora non si esprime.

In riferimento alle elezioni legislative del 2019, il 78% di chi ha votato i Tories è ancora a favore dell’uscita dall’UE, mentre il 69% degli elettori laburisti e l’89% degli elettori liberali sono fortemente contrari a questa scelta.

Infine, dal punto di vista territoriale solo la Scozia (che rimane la zona più avversa alla Brexit con il 57% degli intervistati che si dichiarano contrari) e il Galles (con il 47% che pensa che l’uscita sia sbagliata) sono le zone in cui maggiormente si considera la Brexit come un errore, mentre nel resto del Regno Unito (Londra compresa) i Brexiters sono in maggioranza.

“Il Regno Unito dovrebbe entrare nell’UE o no?

Il secondo quesito propone, invece, una domanda legata ala futuro del proprio paese, chiedendo agli intervistati se dopo la Brexit effettiva sarebbero a favore di un nuova domanda di adesione all’Unione Europea.

Il 38% sarebbe favorevole ad un ritorno nell’UE, mentre il 47% si dichiara contrario.

In molte categorie come l’età, il livello di istruzione e il voto alle ultime elezioni, i risultati coincidono con quelli del primo quesito, come a dimostrare che i supporters della Brexit voterebbe NO ad un nuovo ingresso mentre chi ritiene la Brexit un errore voterebbe ancora SI all’UE.

Però, in alcune categorie i risultati si discostano come la città di Londra in cui il 48% sarebbe favorevole ad un ritorno nell’UE rispetto al 38% contrario, un risultato che ribalta il primo quesito in cui il 46% riteneva la Brexit giusta mentre solo il 42% sbagliata. Discorso inverso per il Galles, nel quale il 47% sarebbe contrario all’UE e il 40% favorevole rispetto al 43% che considerava la Brexit giusta e il 47% sbagliata. Anche in Scozia la percentuale di favorevoli all’ingresso nell’UE (51%) si è ridotta rispetto al primo quesito (57%).

Questo discostamento in alcuni casi è dato sia dal fatto che alcuni intervistati potrebbero non aver espresso la propria opinione ad uno dei 2 quesiti, sia dal fatto che chi ha ritenuto la Brexit un errore ora considererebbe la scelta di rientrare anch’essa sbagliata.

 

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A Future to Believe In: il pesante testimone di Sanders

Nel 2016 ha quasi cambiato la storia del Partito Democratico. Durante la presidenza di Trump ha fatto il talent scout. Adesso vuole solo cambiare le regole del gioco, e i Democratici devono fare i conti con il pesante testimone di Sanders.

Bernie Sanders lo sapeva dal principio che il suo movimento sarebbe sopravvissuto a lui stesso: del resto, negli ultimi tempi la carne aveva mostrato tutta la sua debolezza, ma lo spirito non ha mai mollato di un centimetro. E non è un caso che – quando tutti pensavano che la sua fine fosse inevitabilmente giunta – abbia deciso di rallentare e di dedicarsi completamente alla diffusione della sua agenda. I Democratici devono fare i conti con il pesante testimone di Sanders.

Nel 2015 il Partito Democratico era profondamente diverso: 8 anni di presidenza Obama l’avevano ancorato ai risultati raggiunti dall’amministrazione. I Democratici – senza accorgersene – stavano perdendo il sostegno della working class e non si concentravano abbastanza sul tema delle minoranze – del resto, come pensarci dopo aver eletto il primo Presidente di colore? – e la strada da percorrere per recuperare terreno sembrava essere quella della continuità con la piattaforma di Obama.

Inizialmente, la candidatura di Sanders per la nomination democratica fece storcere il naso ai più perché arrivava dopo anni nel novero degli indipendenti, perché la Clinton godeva di un diffuso sostegno e perché il Senatore del Vermont presentava una peculiarità difficilmente trascurabile nel territorio che intercorre fra i confini del sud del Canada e appena sopra all’America Latina: si definiva un socialista democratico.

L’agenda, ovvero quello che i Democratici non vedevano

Nel solco della politica democratica moderna, tracciata in buona parte da Obama dopo gli anni di Bush junior alla Casa Bianca, Sanders comincia a posizionarsi nel campo grazie alla necessità, al Senato, di poter contare sul suo voto per evitare il tracollo contro i Repubblicani. E’ in questo scenario che molti elettori conoscono Bernie Sanders: il Partito Democratico poteva contare al Senato su di un voto indipendente che spesso approvava il proprio operato.

Nel tempo, Sanders è riuscito a costruire una vera e propria piattaforma associata al suo nome che si è insinuata nei meandri delle posizioni democratiche, specularmente a quello che ha fatto Donald Trump candidandosi alle primarie repubblicane.

Entrambi hanno risvegliato quanto di più antico vive nelle fratture politiche: il divario fra centro e periferie. Le periferie che hanno fatto passare una brutta notte elettorale a Hillary Clinton, e festeggiare Donald Trump. Le periferie che hanno portato alla ribalta del Partito Democratico Bernie Sanders e che hanno imposto un radicale cambio di piani nel policy-seeking democratico.

In poco tempo la popolarità di Sanders cominciò a crescere grazie alle sue posizioni su temi spesso messi in panchina dai dem, come la riforma estesa di Medicare, il Gun Control, la questione del debito studentesco e quella delle grandi multinazionali.

Dal 26 Maggio 2015, quando  l’anziano senatore di Burlington spiazzò tutto il gruppo dirigente democratico annunciando la propria candidatura alle primarie, questi temi sono entrati nell’agenda politica del Partito, senza più volerne uscire.

Midterm, ovvero la prova del fuoco

Dopo la vittoria di Trump nel 2016, lo spazio politico di Sanders sembrava essere giunto ad un bivio: alcuni sostenevano che la sua mancata nomination avesse fatto perdere i Democratici, altri lo incolpavano di non aver sostenuto Hillary Cinton dal principio. In entrambi i casi, il suo movimento sembrava essere determinante ai fini del risultato democratico.

La rivoluzione del 2016 aveva portato tanto entusiasmo e aveva raccolto finanziamenti che da soli sarebbero bastati in qualsiasi altra campagna per costituire un record, ma non quando nella stessa campagna c’è Hillary Clinton. Le idee, però, erano germogliate. E la rivoluzione si tramutò da subito in movimento: non bisognava sprecare quell’energia, ci sarebbero state altre battaglie.

Alexandria Ocasio-Cortez divenne da subito una di queste battaglie. Originaria del Bronx, prima della conquista del Congresso lavorava in un locale notturno e viveva in un piccolo appartamento a New York con il marito. Era l’esatto profilo che il movimento di Sanders aveva risvegliato, e la dimostrazione fu la prova di forza che dovette affrontare la giovane Congresswoman: dall’altra parte della barricata, in un seggio di New York che non ha avversari repubblicani da molto tempo, c’era l’incarnazione del Partito Democratico, Joe Crowley. Il resto è storia.

Ilhan Abdullahi Omar diventerà la sifda dei record. La deputata del quinto distretto del Minnesota è la prima immigrata somala eletta come deputato, la prima cittadina naturalizzata eletta come deputato e la prima donna di colore ad essere stata eletta deputato. Anche lei rappresenta pienamente uno dei profili che il movimento di Sanders ha risvegliato: i suoi cavalli di battaglia in Minnesota sono stati la riforma della sanità, il debito studentesco e l’abolizione dell’ICE.

Assieme a Rashida Harbi Tlaib, deputata del Michigan e a Ayanna Soyini Pressley, deputata del Massachusetts, OcasioCortez e Omar formano l’ala radicale di sinistra del Partito Democratico nata interamente dai movimenti grassroot e dal Justice Democrats political action committee. E anche loro devono fare i conti con il pesante testimone di Sander, ora che sono state lanciate.

Le 4 deputate durante una conferenza stampa.

La campagna del 2020 e il futuro

Ma il movimento di Sanders non si ferma alle elezioni del 2018: il dibattito pubblico intorno ai democratici in questi anni si è spostato sempre più a sinistra e lo dimostrano le Primarie democratiche di quest’anno. Cominciate come le primarie dei record (con il maggior numero di candidati della storia delle Primarie), hanno visto la partecipazione di esponenti democratici molto diversi fra loro, che però hanno fatto tesoro delle policy imposte da Sanders.

Cory Booker, Andrew Yang e Kamala Harris, outsider della sfida le cui campagne sono terminate più o meno subito (almeno virtualmente, nel caso della Harris), hanno spinto sin dal principio su temi cari all’area sandersiana, come l’espansione di Medicare e l’annullamento del debito studentesco.

Beto O’Rourke, lo sfidante di Ted Cruz per il posto di Governatore del Texas nel 2016, sembrava essere una delle migliori promesse nel campo dei new democrats e aveva implementato nella sua piattaforma proposte che avevano un grande debito nei confronti del Senatore del Vermont. La storia poi non è stata particolarmente clemente con l’uomo che ha rischiato di riscrivere la storia del Texas moderno.

Uno dei primi dibattiti del Partito Democratico nel 2020. Sono presenti ancora quasi tutti i candidati.

In mezzo ai tanti candidati, Sanders questa volta avrebbe avuto l’occasione di una vita: non solo poteva competere come non era davvero riuscito a fare nel 2016, ma poteva anche contare sulla forza delle sue proposte, prese in carico da molti altri partecipanti. E’ probabilmente questo il senso della campagna elettorale di un Senatore quasi ottantenne consapevole di tutti i suoi limiti, umani prima che ideali: le idee rimangono, gli uomini passano. E le idee di Sanders, che pure in qualche modo rimandano a movimenti passati più sfortunati come la pazza corsa di George McGovern contro Richard NIxon nel 1972, non hanno intenzione di andarsene dal Partito Democratico.

Bernie Sanders ha perso le Primarie democratiche del 2020 perché il Partito ha deciso di fare quadrato attorno all’eterno candidato Joe Biden. I motivi di questa scelta sono ben visibili, e condivisibili: l’America, quella dei grandi centri, dei confini con il Messico e delle Capitali dove l’economia funziona non ha bisogno di un vecchio Senatore che pronuncia con nonchalance la parola “socialismo“.

Cosa rimane

Tweet di Biden successivi al ritiro di Sanders dalle primarie del 2020.

Ma Sanders lo sa, e da parecchio. Questa America non ne avrà bisogno, la prossima probabilmente si. Ed è per questo che il movimento potrà contare su specifici elementi che torneranno utili in futuro: chi raccoglie il testimone di Sanders è un gruppo di nuovi democratici attenti all’ambiente, al femminismo e all’inclusività delle proprie idee. E’ un gruppo formato da giovani immigrate, cittadine naturalizzate, filantropi attenti ai temi fiscali delle grandi multinazionali e giovani uomini che predicano inclusione nelle terre dove si costruiscono muri.

Non si può sapere ora chi raccoglierà il testimone di Sanders negli anni a venire, ma possiamo ipotizzare che chiunque sia avrà un compito importante: riformare il Partito Democratico senza escludere nessuno. Chi afferma l’inefficacia di Joe Biden come candidato presidenziale, sbaglia. Biden ha dovuto confrontarsi con la piattaforma sandersiana, è stato costretto a ridefinire le regole di ingaggio su Medicare e tante altre questioni, e a campagna inoltrata farà suoi temi come il Green New Deal e la restaurazione della working class americana.

Tutto questo è stato possibile grazie alle campagne di Bernie Sanders, e in futuro i candidati democratici dovranno inevitabilmente farci i conti. Biden era stato chiaro, come pure lo era stato Obama prima di lui: dopo il 2020 largo alle nuove proposte, ai nuovi percorsi. L’unica certezza, ad oggi, è che i dem dovranno costruire una piattaforma il più estesa possibile, per risultare competitivi a Novembre. Qualcosa, in ogni caso, si sta muovendo.

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Kosovo, affidato mandato per formare un nuovo governo

Il Presidente Hashim Thaçi ha dato mandato di formare un nuovo governo alla Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK).

Secondo quanto riferito dal consigliere del Presidente, Adil Behramaj, alla stampa locale, il mandato è stato affidato all’LDK “nel tentativo di evitare elezioni anticipate e assicurare stabilità al paese in un frangente nel quale ha bisogno con urgenza di un nuovo governo”.

Mercoledì dopo uno stretto giro di consultazioni con tutti i partiti parlamentari, la maggioranza dell’emiciclo ha riferito al capo dello stato la propria disponibilità a formare una nuova coalizione di governo per rimpiazzare l’amministrazione di Albin Kurti, collassata in seguito ad un voto di sfiducia presentato proprio dall’LDK.

A margine delle consultazioni Thaçi ha fatto sapere di voler affidare il mandato a “qualsiasi partito capace di ottenere una maggioranza parlamentare”. Il leader dell’LDK, Isa Mustafa, ha confermato che il partito è riuscito ad far convergere attorno a se un numero sufficiente di deputati per dare vita alla nuova esperienza di governo. Il nome del potenziale futuro Primo Ministro potrebbe essere quello di Abdullah Hoti, ex secondo Vice-Primo Ministro in quota LDK.