Lesotho-King-Letsie-III

Lesotho, crisi politica mette alle strette il Primo Ministro

Il Re Letsie III ha dato assenso reale ad una misura legislativa che limita i poteri del Primo Ministro.

Il Ministro della Giustizia ha comunicato che il nono emendamento alla costituzione è adesso legge dello stato, con valore effettivo immediato, dopo aver ricevuto il benestare di Letsie III.

Non sarà consentito dunque al Primo Ministro Thomas Thabane di dissolvere il parlamento e andare ad elezioni anticipate qualora il il primo decidesse di procedere con un voto di sfiducia.

Thabane, ottantenne a capo dell’esecutivo del paese, al momento sta ricevendo forti pressioni politiche affinché rinunci all’incarico poichè sospettato insieme alla moglie di essere coinvolto nell’omicidio della sua ex consorte.

Tuttavia, il Primo Ministro si è sempre dichiarato innocente e in un comunicato reso noto giovedì scorso, ha fatto sapere d’aver deciso di voler lascare l’incarico di Premier poiché a causa della propria età non sarebbe più “energetico”.

Nel comunicato si legge che “il governo e il partito politico guidato da Thabane coordineranno il processo di pensionamento in modo maturo e con il fine di assicurare stabilità al Lesotho. Con l’augurio che questo possa avvenire prima del 12 Giugno 2020 (data prefissata dal Primo Ministro stesso)”.

È possibile che come parte della negoziazione per l’uscita di scena di Thabane, vi sia una richiesta di immunità. Infatti, l’ avvocato di Thabane in passato aveva più volte sostenuto che il proprio assistito ricoprendo la carica di Primo Ministro sarebbe dovuto essere immune da mosse contro di lui.

I partiti che compongono la maggioranza hanno deciso di sciogliere il patto di governo in parlamento e hanno concordato che il Premier dovrà rassegnare le dimissioni entro il 22 maggio. È quanto annunciato oggi dal presidente dell’Assemblea nazionale, Sephiri Motanyane.

Malawi’s President elect Arthur Peter Mutharika (C), who was sworn in two days prior, waves at supporters as he leaves Kamuzu Stadium in Blantyre,  May 31, 2019, after his inauguration following his re-election in the country's May 21, 2019, Tripartite Elections. - Malawi's opposition leader on May 31 rejected the result of last week's presidential election, saying he had launched a court battle to have the vote annulled on the grounds of fraud. The opposition leader lost the election by just 159,000 votes to incumbent Peter Mutharika, who was hurriedly sworn into office the day after the delayed result was issued on May 27. (Photo by AMOS GUMULIRA / AFP)

Malawi, Presidente si ricandida per le prossime elezioni

Peter Mutharika correrà nuovamente per le elezioni presidenziali del Malawi che si terranno il prossimo 2 luglio, dopo che la Corte Suprema del Paese ha annullato la sua elezione del 2019 a causa di irregolarità nel voto.

 

Le elezioni del 2019

Mutharika, avvocato ed esponente del Partito Democratico Progressista (liberale), è stato eletto per la prima volta nel 2014, succedendo al fratello Bingu wa Mutharika. Le elezioni si sono tenute inizialmente a maggio 2019 e sono state vinte di misura da Mutharika, che è arrivato primo con il 38% dei voti (mentre il suo principale sfidante, Lazarus Chakwera (del Partito del Congresso del Malawi, centro-destra) arrivò secondo con il 35% dei voti.

 

Le elezioni furono accompagnate da moltissime irregolarità (in particolare, molte schede furono corrette alterando il voto). I brogli causarono moltissime proteste in tutto il Paese, e a Febbraio la Corte Costituzionale ha deciso di invalidare la ri-elezione di Mutharika, considerando i brogli e il fatto che nessun candidato avesse ottenuto una maggioranza sufficiente per rendere i risultati incontestabili. La decisione della Corte Costituzionale è considerata storica, poiché per la prima volta nella storia del Malawi (e per la seconda nella storia dell’intero continente africano, dopo le elezioni presidenziali keniote del 2017) dei giudici hanno annullato un’intera tornata elettorale.

 

Mutharika e la Commissione Elettorale non hanno però riconosciuto la decisione della Corte Costituzionale, facendo ricorso alla Corte Suprema, che in una sentenza dell’8 maggio ha concordato con la decisione di annullare le elezioni.

 

Mutharika si ricandida per le nuove elezioni

La nuova tornata elettorale si terrà il 2 luglio, e Mutharika ha annunciato che correrà nuovamente. In un’intervista, il presidente ha dichiarato di aver vinto le elezioni del 2019 e che la decisione di rifarle “non rappresenta la volontà popolare“. Lo scenario politico non sembra essere cambiato particolarmente: Mutharika correrà sempre per il DPP ma con un nuovo candidato alla vicepresidenza, Atupele Muluzi, figlio dell’ex presidente Makili Muluzi, al potere negli anni ’90. Anche i candidati dell’opposizione Lazarus Chakwera e Saulos Chilima (del Movimento Unito per la Trasformazione, centro-destra) correranno nuovamente.

 

La legge elettorale

Fino al 2019, la legge elettorale per le presidenziali prevedeva un turno unico in cui chi avesse ottenuto più voti sarebbe risultato come il vincitore, senza dover raggiungere il 50% dei voti per essere eletto. Questo sistema ha funzionato senza grandi problemi fino al 2014, poiché il sistema politico del Malawi era essenzialmente bipolare. Le elezioni del 2014 invece hanno segnato un passaggio ad un sistema tripolare, ed in entrambe nessun candidato raggiunse il 50% dei voti. Nella sentenza di Febbraio, la Corte Costituzionale ha deciso per l’incostituzionalità della legge elettorale, richiedendo che un candidato, per essere eletto vincitore, dovesse necessariamente ottenere la maggioranza assoluta dei voti. Nonostante il presidente Mutharika abbia contestato la decisione e non abbia firmato l’emendamento alla legge elettorale per introdurre un ballottaggio, anche questa misura è stata confermata dalla Corte Suprema, ed è di fatto in vigore per le elezioni di luglio.

 

ilSicilia.it

Renzi propone a Conte un patto di governo

Non solo Covid-19: un altro terremoto, questa volta di natura puramente politica, sta scuotendo il Governo. Cosa accade all’interno della maggioranza? La tenuta del Conte II è da ritenersi a rischio? Per rispondere a queste domande occorre fare il punto sulla trattativa in atto tra il Premier Giuseppe Conte e il partito di Matteo Renzi, su cosa e perché si sta discutendo.

Il peso di Italia Viva in Parlamento e al Governo

A partire dalla sua recentissima fondazione, il partito di Matteo Renzi ha acquisito sempre più peso all’interno dell’attuale maggioranza di governo. Per dare un valore al “potere contrattuale” di Italia Viva al tavolo delle trattative risulta quindi essenziale quantificare tale peso.

Gli esponenti di Italia Viva con incarichi di governo sono 3: il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Teresa Bellanova, il ministro (senza portafoglio) per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti e il sottosegretario di Stato agli Affari esteri e alla cooperazione internazionale Ivan Scalfarotto. Va però precisato che tali nomine sono precedenti alla formazione di Italia Viva, avvenuta il 18 settembre 2019: Bellanova, Bonetti e Scalfarotto vennero infatti nominati il 13 settembre, in qualità di membri del Partito Democratico.

Alla Camera dei deputati il sostegno del partito di Renzi al governo risulta importante ma non imprescindibile. Su un totale di 630 seggi, infatti, per governare è sufficiente poter contare su almeno 316 deputati: l’attuale maggioranza ne conta invece 357, di cui 30 renziani, dunque anche senza l’apporto di IV il governo sopravvivrebbe grazie ai 327 seggi rimanenti. Attenzione, però, perché in tal caso diverrebbe essenziale evitare ulteriori defezioni da parte dei 23 deputati del Gruppo Misto: se tra questi ultimi, infatti, in 12 decidessero di ritirare il proprio appoggio al governo, il destino del Conte II sarebbe irrimediabilmente segnato.

Al Senato, invece, dove per la maggioranza assoluta sono necessari 161 seggi su un totale di 320, il peso specifico di Italia Viva aumenta. Il governo può infatti contare su 170 senatori, di cui 17 appartengono al gruppo IV – PSI; di conseguenza, se l’apporto dei renziani dovesse venir meno, i 153 seggi su cui continuerebbe a reggersi il governo finirebbero per rappresentare di fatto una minoranza.

La proposta per regolarizzare i migranti

Il tema che ha scoperchiato il vaso di Pandora dei contrasti tra Italia Viva e gli alleati di governo, in particolare il Movimento 5 Stelle, è la proposta del già citato ministro Bellanova di regolarizzare, per almeno 6 mesi, gli oltre 600 mila migranti irregolari che attualmente vivono e lavorano nel nostro Paese. Questi ultimi, sprovvisti di permesso di soggiorno e degli altri documenti necessari al loro riconoscimento, sono privi di qualunque tutela in ambito lavorativo.

Oltre la questione dei diritti umani, alla base di questa proposta ci sarebbero anche ulteriori motivazioni sul piano sanitario e su quello lavorativo: senza la regolarizzazione invocata dal ministro Bellanova, infatti, lo Stato correrebbe il rischio che una platea decisamente troppo ampia di persone sfugga a qualunque tipo di controllo (e di cura) fondamentale per contenere l’emergenza Covid-19; inoltre, sempre a causa dell’emergenza sanitaria, nel settore agroalimentare potrebbe venire a mancare la manodopera necessaria e in tal caso la produzione subirebbe un ulteriore shock negativo insopportabile per l’Italia a livello economico.

Questa proposta, oltre a suscitare le ire di parte dell’opposizione (Lega e Fratelli d’Italia), si è fin da subito scontrata con il parere negativo del M5S. Teresa Bellanova ha quindi minacciato le proprie dimissioni, delusa per quello che ha percepito come un tentativo di ostacolare il suo contributo al governo. In seguito, con l’apertura del tavolo delle trattative, l’ipotesi delle dimissioni sembra essere venuta meno e si dovrebbe pertanto giungere ad una soluzione di compromesso.

Il patto di governo e la mozione di sfiducia a Bonafede

Matteo Renzi, consapevole delle difficoltà che il governo incontrerebbe nel mettere in piedi una nuova maggioranza senza Italia Viva ma anche della volontà del premier Conte e del M5S di scongiurare un ritorno alle urne (per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella questa è l’unica ipotesi in caso di crisi di governo), sembra quindi avere tutte le intenzioni di far valere il potere politico del proprio partito per correggere la direzione intrapresa negli ultimi tempi dal Conte II. Da qui la proposta fatta pervenire al premier di “un patto di governo per far ripartire l’Italia”.

La risposta di Giuseppe Conte non si è fatta attendere: nonostante le voci su un possibile subentro di Forza italia al posto di IV in maggioranza, il Presidente del Consiglio si è detto disposto a dialogare ed a favorire il raggiungimento di un compromesso, mostrando apertura verso il contributo di ogni forza politica facente attualmente parte della maggioranza di governo. 

Ma in cosa consiste di preciso l’accordo invocato da Renzi? L’ex segretario del PD spinge per un compromesso sulla regolarizzazione dei migranti il più vicino possibile alla proposta originaria del ministro Bellanova, per un’accelerata sul cosiddetto “Piano Shock” (il programma lanciato da IV lo scorso novembre per sbloccare 120 miliardi di euro necessari a far ripartire i cantieri delle opere pubbliche attualmente fermi per motivi principalmente burocratici) e infine per una nuova linea nella politica industriale, negli investimenti su scuola e famiglie e soprattutto nella giustizia, diversa da quella tenuta fino ad ora dal ministro Bonafede (M5S); tutto ciò andrà messo nero su bianco, in un documento che dovrà essere varato dal premier Conte stesso.

Il banco di prova di questo patto di governo sarà proprio la mozione di sfiducia verso il ministro Bonafede, presentata nei giorni scorsi dall’opposizione. Renzi si aspetta un’assunzione ufficiale di impegno e responsabilità da parte di Conte entro la data in cui tale mozione, non ancora calendarizzata, verrà votata in Parlamento: quel giorno, al centro dell’attenzione non ci sarà dunque soltanto l’operato del ministro della Giustizia ma anche quello del “mediatore” Conte, il cui futuro come capo del governo è ancora tutto da scrivere.

russia_moldova_0

Moldavia, Corte Costituzionale boccia prestito russo

La Corte Costituzionale della Moldavia ha dichiarato incostituzionale il prestito russo di 200 milioni di euro approvato dal Parlamento a fine aprile.

La Presidente della Corte Domnica Manole ha affermato che “la decisione della corte è definitiva nel dichiarare il prestito incostituzionale e non potrà essere impugnata”.

Il prestito, di 200 milioni di euro restituibile in 10 anni con un tasso del 2%, era stato criticato dall’opposizione che aveva accusato il Presidente Dodon di averlo accettato al fine di finanziare la propria campagna elettorale per cercare di ottenere la rielezione alle presidenziali di fine anno.

La legge che aveva approvato il prestito era stata impugnata in Aprile dal parlamentare dell’opposizione Serdgiu Sirbu, che aveva immediatamente adito la Corte, la quale aveva subito bloccato l’erogazione del prestito fino al maturare della decisione di incostituzionalità arrivata questa settimana.

L’opposizione pro-occidentale aveva inoltre sottolineato come il prestito contenesse clausole “oscure”, volte a favorire negli appalti di spesa delle somme ricevute in prestito aziende russe.

Dal canto suo il Presidente Dodon, vicino a Mosca, in un post su Facebook ha criticato la decisione della Corte Costituzionale ed il comportamento dell’opposizione

“La decisione cinica della Corte Costituzionale sul prestito che la Moldavia avrebbe ricevuto dalla Federazione Russa è un duro colpo per milioni di moldavi in attesa di aiuto da questi soldi” ha scritto Dodon, aggiungendo “i giudici della Corte hanno dimostrato di sostenere gli interessi di gruppi politici, invece che quelli dei cittadini”.

Scopo dichiarato dall’esecutivo, a giustificazione del prestito, era quello di far fronte al deficit del bilancio statale di quest’anno, peggiorato enormemente dal coronavirus e dal conseguente lockdown.

marco-rizzo

Rizzo (PC): “Giudizio negativo su Colao. MES? Costruito per strangolarci”

L’epidemia da COVID-19 ha messo in ginocchio il nostro paese, uno dei maggiormente colpiti dal virus, obbligando il governo Conte ad attuare imponenti restrizioni e varare importanti misure a sostegno all’economia. Non per ultimo il Premier ha guidato il fronte “solidale” ai tavoli europei.

Di questo e delle proposte in campo parliamo oggi con Marco Rizzo, Segretario generale del Partito Comunista.

 

Segretario, grazie innanzitutto della disponibilità. 

Come giudica la strategia di contenimento del contagio attuata dal governo Conte sino ad oggi e l’affidamento della “ricostruzione” alla task force guidata dal dott. Colao?

Il mio giudizio è totalmente negativo. Nel metodo e nel merito.
Nel metodo, si dimostra ancora una volta che la politica in Italia è stata completamente spogliata delle sue prerogative di direzione e quindi di responsabilità. Ormai i poteri che contano – quelli che si suole chiamare i “poteri forti” – gestiscono la cosa pubblica in presa diretta. Colao viene dalle alte sfere del privato.

Sarà certamente un grande esperto su come far fare profitti alle aziende, ma io ritengo che governare una nazione si debba basare su principi e finalità completamente opposte. Per anni ci hanno suonato la canzonetta che il privato è bello, è più efficiente e che lo stato deve farsi da parte. Alla prima seria occasione, offerta da questa pandemia, abbiamo visto cos’è la sanità privata – strutture e soldi concentrati per il profitto di pochi –  e invece cosa dev’essere la sanità pubblica – reti diffuse e personale motivato.

La presenza di altri esponenti del pensiero che potremmo definire keynesiano, come la prof.ssa Mazzucato, si muove nel solco del solito paradigma: il pubblico che corre in soccorso al privato quando questo non ce la fa più a fare profitti.

Nel merito, abbiamo ancora visto poco. L’altro giorno sui giornali c’erano indiscrezioni sull’insoddisfazione del premier sui risultati concreti prodotti da questa commissione (task force? basta con questa sudditanza anche linguistica). Non vorremmo che sia una foglia di fico dietro cui nascondere la loro politica.

Sul governo parlerei di una miscela esplosiva di incapacità, inettitudine e malafede. L’incapacità dei ministri Cinquestelle è sotto gli occhi di tutti e non spreco parole per sparare sulla Croce Rossa. Conte è evidentemente nelle mani del PD. E il PD, come sempre, incarna i più puri interessi della borghesia monopolistica filoeuropeista italiana. È credibile che a distanza di tante settimane ancora solo un quinto delle casse integrazioni siano state erogate, mentre c’è gente che non può fare la spesa? Che si debba passare dalle banche per farsi erogare un prestito garantito dallo stato che poteva essere concesso direttamente. Non è incapacità o improvvisazione, è malafede.

 

Nelle scorse settimane le Confindustrie di Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno spinto per una riapertura in sicurezza di alcune imprese per evitare danni economici definiti “irreversibili”. Una posizione ribadita anche dal Presidente designato a livello nazionale Bonomi. È davvero impossibile secondo lei conciliare profitto e tutela della salute?

ll profitto privato e la salute e il benessere generale dei lavoratori sono certamente inconciliabili. Invece sono perfettamente conciliabili la redditività di un’azienda e la salute dei lavoratori che ci lavorano e quella delle loro famiglie. I sistemi di protezione costano, i turni ridotti costano, la modifica delle postazioni di lavoro costa, i trasporti sicuri costano. Sono tutti costi che un’azienda diretta dai lavoratori può affrontare tagliando il profitto privato, ma anche organizzando la produzione al fine della protezione del lavoratore e non del suo sfruttamento.

E poi, ha riaperto solo la produzione indispensabile? Come quella degli F35?
I danni economici irreversibili già ci sono, ma non per gli associati a Confindustria, che cadranno sempre in piedi, ma per tutti quei settori che – nonostante le promesse – non riapriranno più. Penso al turismo, non quello dei grandi alberghi, ma dei piccoli b&b, che non hanno il fiato di reggere un lungo periodo di crisi. A questi si offre credito! Ma come e quando lo potranno ripagare? E gli esempi si possono moltiplicare: botteghe, taxi, artigiani.


Mi conceda un esempio. La situazione di Lampedusa è paradigmatica. L’isola è oggetto di continui sbarchi incontrollati. Le motovedette girano la testa dall’altro lato. I profughi vengono ammassati sulla banchina per giorni e la popolazione è sottoposta al ricatto morale, quando dovrebbe provvedere il cosiddetto stato. L’isola è militarizzata. La stagione turistica di quest’anno è andata. Ma la cosa più grave è che arriva la pressione dello stato per trasformare i grandi alberghi e i ristoranti convenzionati in centri di accoglienza per i profughi. Significa marchiare a fuoco per sempre quell’isola e fare danni “irreversibili” a tutte quelle piccole attività turistiche che resteranno fuori dal banchetto.

Ha presente 1997 Fuga da New York? Ecco cosa si prospetta, un campo profughi a cielo aperto che copra tutta l’isola. Chi ci tornerà mai? Eppure i grandi associati accettano questa situazione.

 

Il paese è entrato nella c.d. “Fase 2”. Quali sono le proposte del Partito Comunista per far fronte ai bisogni delle fasce della popolazione più colpite?

Noi abbiamo fatto un programma che abbiamo definito di emergenza per venire incontro ai bisogni veri e più immediati dei lavoratori (dipendenti e autonomi) e allo loro famiglie.


Intanto la cassa integrazione a salario pieno per i lavoratori che perdono il lavoro.
E poi per tutti coloro che sono in difficoltà (lavoro nero, lavoro intermittente) la spesa, le bollette, l’affitto (quest’ultimo punto merita attenzione quando il locatore magari è un pensionato che ha solo quel reddito per arrotondare la pensione). Tutte queste emergenze andavano immediatamente messe a carico dello stato senza tanti passaggi burocratici. Cosa vuoi che sia se qualcuno fa la cresta sulla spesa, mentre lo stato si accinge a dare al grande padronato miliardi e miliardi come non si era mai visto?

E poi le piccole attività. Non parlerei di imprese. Il tassista non ha un’impresa, l’artigiano non ha un’impresa, il barista non ha un’impresa. Ha un’attività autonoma. Questi andavano tutelati subito non col credito, ma con contributi a fondo perduto sulla base di quanto precedentemente prodotto. Era una cosa facilissima, immediata, e invece cincischiano.

 

Il PC ha attaccato la UE definendola “contro i popoli” e ha bollato il governo Conte come “complice” a seguito del difficile accordo in seno al Consiglio Europeo. Quale posizione deve assumere l’Italia in Europa?

Dove si trovano le risorse per fare quanto abbiamo detto prima?

Non certo nel debito dello Stato. MES coronabond né altro debito a strozzo. Non è vero che non ci sono le condizionalità. Questo surplus di indebitamento sbilancerà i conti dello Stato e esporrà a incremento degli interessi del debito pregresso, che è la vera montagna, che è stata costruita ad arte per strangolarci. Come la Grecia.


Le risorse lo stato le deve “stampare” da sé. Questo confligge coi Trattati europei? Stracciamoli!
Fino a prima della crisi sembrava che trovare alcune centinaia di milioni fosse impossibile e anzi si doveva stringere la cinghia sempre di più. Ora si parla di centinaia di miliardi! Mille volte di più. Per la gente comune sono solo numeri da capogiro che oltre una certa cifra non significano più niente. E su quello ci prendono in giro.
Gli stati si sono indebitati fino all’inverosimile per garantire profitti privati che le multinazionali non sono più in grado di pompare.

Un recentissimo articolo di una prestigiosa rivista economica titolava “Il capitalismo è morto”. Purtroppo non è così, magari! Il capitalismo ancora dirige l’economia di questo mondo e lo sta facendo precipitare nel baratro. Il suo sistema è in crisi da tempo – e questo l’articolo lo metteva bene in luce – e la cura è peggiore del male, come la droga per il drogato, profitti inventati dal nulla e non corrispondenti al reale, pur di sostenere le trimestrali delle multinazionali.

 

Per concludere, una domanda tanto astratta quanto concreta: in un momento storico dove a farla da padrone è più il partito liquido che le ideologie politiche, che significa essere comunisti nel 2020?

La domanda è della massima concretezza. Da tutto quello che ho esposto per larghe linee si evince una cosa sola.

O cambia chi dirige la società, che potrà cambiare il sistema produttivo, o il sistema produttivo porterà la società in situazioni sempre più drammatiche. Il capitalismo è uscito nel secolo scorso ben due volte dalla crisi attraverso la guerra. Dalla fine del secondo conflitto mondiale una guerra generalizzata in Europa non si è avuta.

Questa pandemia fungerà da guerra senza bombe: distruzione delle forze produttive, concentrazione di capitali e rafforzamento dei monopoli, restringimento dei diritti dei lavoratori e delle loro condizioni economiche e politiche. Nulla di nuovo rispetto a quanto ci ha insegnato Marx e poi Lenin.


Anche qui nulla di nuovo. Intanto il recupero di una visione strategica e quindi ideologica di cosa fare. L’ideologia è il concentrato dell’esperienza storica. Chi vuole cancellare la nostra ideologia è perché essa fa davvero paura.
Come se ne esce … per chi ne vuole uscire, per chi ha l’interesse a uscire?
Col cambio della direzione della società, una società diretta dai lavoratori che stabiliscono attraverso le proprie forme di governo cosa, come, quanto e perché produrre. Nulla di nuovo da inventare.

Riseguire i passi che fino a un ceto punto sono stati capaci di mostrare all’umanità qualcosa di molto concreto. In una parola, il socialismo.
Socialismo o barbarie