Maduro

Venezuela, la mossa di Maduro: a meno di 100 giorni dalle elezioni concede l’indulto agli oppositori

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, lunedì scorso ha concesso la grazia a un gruppo di oppositori “per promuovere la riconciliazione nazionale e la ricerca della pace”, come riferito il ministro delle Comunicazioni e dell’Informazione, Jorge Rodríguez. L’indulto ha l’obiettivo di garantire la riconciliazione nazionale, ma arriva a meno di 100 giorni dalle elezioni parlamentari. Una mossa che ha il sapore di strategia elettorale.

In una conferenza con i media nazionali e internazionali, Rodriguez ha ribadito che l’intenzione del governo è di approfondire il processo di riconciliazione nazionale:

“L’intenzione principale è quella di sbrigare i nostri affari interni da soli utilizzando mezzi pacifici, elettorali e democratici. Ogni tornata elettorale è un confronto, un dialogo tra i potenziali eletti. Noi venezuelani decidiamo chi eleggere o chi non eleggere”.

La grazia presidenziale riguarda 110 leader della destra venezuelana, inclusi 23 deputati. Tra i graziati ci sono nomi illustri come Freddy Guevara, Ramos Allup, Miguel Pizarro, tra gli altri legati ad atti violenti e sovversivi nel Paese. Inoltre, la lista prevede anche i nomi di Ángel Betancourt, Eduardo Betancourt, Luis Torres, William Cabaña, Antonio Cisneros e José Santamaría.

Rodríguez ha anche affermato che questa azione nasce dalla raccomandazione della Commissione Giustizia, Pace e Tranquillità Pubblica, ed è fondamentale per mantenere l’unione nazionale in questo clima economico particolarmente delicato. In questa fase storica, in cui la pandemia Covid la fa da padrone, gli attacchi al Paese rischiano di essere dannosi per tutti gli abitanti e in tal senso è necessario uno sforzo da parte di tutte le componenti nazionali.

La decisione, come riporta il decreto, sarà trasmessa a tutti gli organi competenti, compresi gli organi di polizia, militari e penitenziari, che dovranno attuarlo concedendo le libertà concordate dai tribunali. A meno di 100 giorni dalle elezioni parlamentari in Venezuela si apre un nuovo scenario.

Pedro-Sanchez

Spagna, tensioni nel governo Sanchez dopo apertura a Ciudadanos

Emergono tensioni all’interno del governo Spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez in vista dell’approvazione dei Presupuestos Generales del Estado (ovvero, la legge di bilancio).

Lo scontro è avvenuto fra i due partner di maggioranza: il Partito Socialista di Sanchez (PSOE), e Unidas Podemos, movimento di sinistra populista. L’origine della discordia è stato il tentativo di apertura da parte del PSOE verso il partito liberale e unionista Ciudadanos per la stesura e l’approvazione della legge di bilancio.

In una fase iniziale i rappresentanti di Unidas Podemos hanno lanciato un ultimatum a Sanchez, affermando che possibili alleanze e forme di collaborazione fra il movimento di sinistra e Ciudadanos sarebbero impensabili, e che un eventuale legge di bilancio scritta insieme al partito liberale non verrebbe votata dal movimento. I due partiti infatti portano avanti posizioni molto differenti, specialmente sull’economia. In particolare, lo scontro si avrebbe sulla questione delle tasse: Unidas Podemos chiede un aumento della tassazione per i ceti più benestanti, mentre Ciudadanos è generalmente ostile ad innalzamenti della pressione fiscale.

Pedro Sanchez (a sinistra), leader del PSOE e capo del governo, discute con Pablo Iglesias, leader di Unidas Podemos

Le ragioni per cui Sanchez ha deciso di aprire alla collaborazione sono prevalentemente due: da un lato, vi è il tentativo di creare un clima di collaborazione con tutte le forze politiche vista la situazione di crisi, e dall’altro vi è la preoccupazione per la maggioranza risicata che appoggia il suo governo. In particolare, il partito di sinistra e indipendentista Catalano Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), che ha generalmente mantenuto un dialogo e una forma di collaborazione col governo del Paese (pur non avendo ministeri), ha ora cominciato a irrigidirsi nelle sue posizioni, probabilmente in vista delle elezioni in Catalogna. Da qui la preoccupazione di Sanchez e il suo tentativo di cercare un appoggio al di fuori della maggioranza.

In risposta l’ERC ha dichiarato, per bocca della segretaria generale Marta Vialta: “Se quello che vogliono è andare dalla parte di Ciudadanos, o addirittura del PP, che lo facciano, purché non ci usino come scusa.” Nonostante ciò, ha dichiarato anche che manca il clima di collaborazione necessario per portare avanti un progetto comune, soprattutto a causa dalla crisi Catalana.

La leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, si è detta disposta a collaborare col governo, definendo le intenzioni del proprio partito come “esigenti, ma costruttive”. La leader liberale ha però posto alcune condizioni, come la riforma e il rinnovo del “Consejo General del Poder Judicial” (organo costituzionale alla testa del potere giudiziario in Spagna). Gli analisti affermano che questa scelta di collaborare sia anche dovuta al tentativo di ridurre l’influenza di Podemos sul governo del Paese.

Negli ultimi giorni, la posizione di Unidas Podemos si è ammorbidita, portando le due forze di maggioranza ad un accordo. Unidas Podemos ha infatti rimosso il veto sull’apertura a Ciudadanos, a condizione che il testo della legge di bilancio sia prima discusso fra le forze di maggioranza, e solo in una fase successiva con il partito centrista. La trattativa coi liberali avverrà con i rappresentanti di entrambe le forze di maggioranza e il testo della legge sarà presentato alle negoziazioni come testo della coalizione, e non del PSOE.

Le trattative fra il PSOE, rappresentato dal ministro delle finanze María Jesús Montero, e Unidas Podemos, rappresentata dal segretario di stato per i diritti sociali Nacho Alvarez, è già iniziata. Il nodo da sciogliere rimane quello della tassazione, ma il PSOE sembra avere fiducia nel fatto che Podemos rivedrà le sue posizioni per far in modo che il bilancio venga approvato anche da Ciudadanos. Questa possibilità è però condizionata dal fatto che l’aumento delle tasse non sia completamente eliminato dall’agenda di governo, ma semplicemente rimandato a dopo la crisi.

 

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Catalogna, l’ex Presidente Puigdemont abbandona il Pdecat

Lunedì 31 agosto, tramite il proprio profilo Twitter, Carles Puigdemont ha annunciato la sua uscita dal Partito Democratico Europeo Catalano (Pdecat). L’ex presidente della Generalitat, nello stesso tweet, ha affermato di voler rimanere al comando del neo-partito politico Junts per Catalunya, da lui stesso fondato lo scorso 25 luglio. In seguito alla fuoriuscita di Puigdemont, anche 5 senatori dell’area metropolitana di Barcellona e altri esponenti hanno deciso di seguire l’ex presidente nel nuovo partito.

Dietro questa rottura ci sarebbero le divergenze fra gli esponenti del Pdecat e l’ala facente capo a Puigdemont, riguardanti le strategie da attuare nei confronti del governo spagnolo. Queste tensioni risalgono alla dichiarazione di indipendenza catalana del 2017 e alla successiva fuga di Puigdemont a Bruxelles.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, provocando la scissione, è stata la battaglia legale promossa dal Pdecat per reclamare la titolarità del simbolo Junts per Catalunya con il quale l’ex presidente in esilio ha fondato un partito e vorrebbe concorrere in solitaria alle prossime elezioni regionali in Catalogna. Il Pdecat vorrebbe proibire l’utilizzo di questo marchio dato che è stato utilizzato nelle scorse elezioni come simbolo di coalizione, la quale riuniva i partiti indipendentisti catalani, fra cui lo stesso Partito Democratico.

L’udienza del tribunale era prefissata per martedì 1 settembre salvo poi essere stata rinviata dal giudice al 25 settembre.

Il portavoce di Pdecat, Marc Solsona, ha affermato che non si tratta di una battaglia personale nei confronti di Puigdemont, ma di far rispettare alcuni accordi societari che sono venuti meno fra le parti in modo da garantire la sicurezza legale dei gruppi comunali e istituzionali catalani. Nello stesso intervento, il portavoce ha stimato che dalla nascita di Junts per Catalunya il partito ha perso circa il 7% dei propri associati.

Nonostante la scissione, il presidente del Partito Democratico Europeo catalano David Bonvehí, in un tweet ha assicurato che i due partiti continueranno a negoziare. “Il mio massimo riconoscimento e rispetto è quello del Pdecat per Puigdemont, compagno e amico. Continueremo a lavorare, ciascuno secondo la propria visione, per raggiungere l’indipendenza della Catalogna. Continuiamo a parlare.

Se a livello regionale questo terremoto politico avrà pesanti ripercussioni in vista delle imminenti elezioni, a livello nazionale le forze indipendentiste continueranno ad essere un blocco unito nel Congresso spagnolo.