GOLF_2020052613101820-1133x768

Prima, durante e dopo: l’effetto Covid sui sondaggi britannici

Tra gli effetti dell’epidemia da Covid-19, vi è anche quello di aver lasciato ai cittadini una maggiore consapevolezza dell’importanza del ruolo della politica nelle loro vite. Ad essere messa in discussione è la popolare idea dell’uno vale l’altro, dal momento che i governi si sono ritrovati a prendere decisioni vitali in campo sanitario ed economico, che hanno impattato in maniera dirompente sulla vita di tutti noi. Inevitabilmente, questo ha avuto conseguenze sul consenso di cui essi godono, provocando in alcuni casi significativi mutamenti rispetto al periodo pre-pandemia. Uno dei casi più evidenti di questo fenomeno, con cui si intersecano dinamiche politiche locali, è quello del governo britannico guidato dal conservatore Boris Johnson.

 

La situazione pre-Covid

Il 12 dicembre 2019, il Partito Conservatore vinse con il 43.6% dei voti (miglior risultato di ogni partito dal 1979) le sue quarte elezioni consecutive, superando di oltre 11 punti percentuali e di 163 seggi il Partito Laburista, che otteneva invece il suo peggior risultato in termini di eletti dal 1935. Johnson vinse le elezioni con lo slogan “Get Brexit done”: concludere la travagliata uscita del Paese dall’Unione Europea e concentrarsi su temi come il miglioramento del servizio sanitario nazionale, la sicurezza, il controllo dell’immigrazione e la definizione di una nuova politica commerciale nel segno della Global Britain erano gli obiettivi della sua campagna.

Il 31 gennaio 2020, il Regno Unito uscì ufficialmente dall’Unione Europea, sebbene sia stato concordato un periodo di transizione durante il quale Londra e Bruxelles stanno cercando (sia pure faticosamente) di raggiungere un accordo per evitare il temuto no deal. L’immediato mantenimento della promessa Brexit, insieme alle difficoltà nella leadership laburista, con Jeremy Corbyn che prendeva tempo sulle proprie dimissioni, portarono i Conservatori nelle rilevazioni di febbraio al 47% dei consensi, mentre i laburisti scivolavano al 31% e i Lib-Dem, persa ormai la battaglia sulla Brexit, al 9%. 

 

Sondaggio febbraio 2020, Fonte: Savanta

La gestione della pandemia

Nelle prime settimane di marzo, il Regno Unito sembrava prendere una strada differente da quella della maggior parte dei Paesi europei. Il governo aveva fatto capire di voler evitare chiusure generalizzate per non danneggiare eccessivamente l’economia, affidandosi a generiche indicazioni di comportamento per il contenimento dell’epidemia. Tuttavia, il rapido aumento dei contagi e la malattia dello stesso Johnson (che ha rischiato la vita finendo in terapia intensiva) portarono il governo a una rapida marcia indietro, con Londra che ha vissuto il lockdown più lungo d’Europa, sia pur meno severo rispetto a quello italiano.

Questa gestione ondivaga della situazione sanitaria, insieme ai dati che danno al Regno Unito il triste primato di Paese con più decessi da Covid del Vecchio Continente, hanno fermato la crescita di consensi del Partito Conservatore, che ha toccato punte del 52% mentre Johnson lottava per la vita all’ospedale St. Thomas di Londra. In quegli stessi giorni, il Partito Laburista elesse come nuovo segretario Keir Starmer, percepito come più pragmatico e moderno rispetto a Jeremy Corbyn, cui è stato imputato il disastroso risultato elettorale dello scorso dicembre. Con la segreteria Starmer, il Labour è passato dal 28% di aprile al 38% delle ultime rilevazioni, mentre i Conservatori sono scesi al 40%. 

 

Scenari futuri

Dopo i mesi difficili della pandemia, il Regno Unito sta faticosamente tornando alla normalità, sebbene mantenga norme molto caute (di pochi giorni fa è il divieto di riunirsi in più di 6 persone) nel timore di una seconda ondata. Nonostante il trend decrescente dei sondaggi, il Partito Conservatore mantiene ancora consensi da record e ha una salda maggioranza parlamentare con cui, salvo imprevisti, governerà fino alla fine del 2024. Al contrario della gestione sanitaria poi, la gestione economica della pandemia da parte del governo Johnson è stata generalmente accolta con favore dalla popolazione. La leadership di Keir Starmer sembra invece aver dato nuova verve al Partito Laburista, che sta tornando a contendere i voti moderati ai Conservatori che si stanno muovendo in maniera quantomeno spregiudicata nei negoziati sulla Brexit. I Lib-Dem hanno invece abbandonato la battaglia europeista con la nuova leadership di Ed Davey, cercando di guadagnare voti al centro in uno scenario che resta fortemente polarizzato. Infine, preoccupa i Conservatori la costante crescita dello Scottish National Party in una Scozia che, in larghi settori, sogna un nuovo referendum sull’indipendenza per allontanarsi definitivamente da Londra e riabbracciare Bruxelles.

Laos dam

Laos, rischio default per il piccolo paese asiatico

Il Laos è a crescente rischio di default sul proprio debito pubblico. Gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia mondiale e ingenti indebitamenti per grandi opere infrastrutturali hanno affossato l’economia del piccolo e povero paese asiatico.
Un potenziale default della Repubblica Popolare Democratica del Laos si aggiungerebbe ad altri tre già avvenuti quest’anno in Argentina, Ecuador e Libano.

Le riserve di valuta straniera del Laos già a Giugno ammontavano a soli 864 milioni di dollari. Un quantitativo pericolosamente basso, poiché il Laos dovrà ripagare circa 1 miliardo di dollari di debito estero all’anno da qui al 2024. Moody’s Investor Services, l’agenzia di rating americana, ha ridotto la valutazione dei titoli sovrani laotiani da B3 a Caa2, considerabili come titoli “spazzatura”. Simile correzione da parte di Fitch, che ha portato il suo rating a B- e indicato aspettative “negative” sulla situazione laotiana.

Il Laos, come i suoi vicini nel sud-est asiatico, è stato poco colpito dalla pandemia di quest’anno. Il paese ha registrato in totale zero morti e solo 22 casi di COVID-19. La pandemia ha però quasi azzerato turismo e rimesse da parte dei laotiani all’estero, tagliando la principale fonte di introiti in valuta straniera della piccola Repubblica Popolare.

GRANDI DEBITI PER GRANDI OPERE

La montagna di debiti pubblici, ora insostenibile, è cresciuta negli ultimi anni per finanziare grandi opere infrastrutturali nel paese asiatico. A pesare in particolare sono stati i progetti di realizzare 12 dighe e centrali idroelettriche nel solo 2019 e una linea ferroviaria ad alta velocità di collegamento con la Cina. Il piano del governo laotiano è infatti quello di trasformare il piccolo paese nella “batteria del sud-est asiatico”, sfruttando la risorsa idrica del fiume Mekong. I progetti sono stati però finanziati principalmente contraendo debito estero, in particolare con la Cina. Pechino è infatti interessata a rafforzare i legami fra la provincia dello Yunnan e il Laos, vicino meridionale ricco di opportunità di investimento, mentre il Laos ha bisogno di trovare mercati esteri per esportare la propria produzione di energia elettrica. La Cina è il primo investitore straniero in Laos, con un totale di oltre 10 miliardi di dollari investiti in progetti energetici, di trasporto e una zona economica speciale al confine.

GLI ACCORDI CON LA CINA

Per tentare di evitare il default il Laos ha già ceduto parte della propria azienda elettrica statale, Électricité du Laos (EdL), alla China Southern Power Grid Corporation, azienda elettrica statale della Cina meridionale. L’accordo, volto a sanare i debiti ormai insostenibili della EdL, rende ora China Southern Power Grid Corp. azionista di maggioranza della società laotiana. Questo accordo però risolve solo una minima parte del problema del debito laotiano. Il Laos è in ritardo sui pagamenti a molteplici aziende cinesi impegnate in progetti nel paese, ed entro fine autunno dovrà ripagare 1.2 miliardi di dollari di prestiti a banche commerciali e titoli di stato in scadenza che ha emesso in Thailandia. Pur avendo diritto a fare domanda per assistenza finanziara da parte del Fondo Monetario Internazionale, il governo di Vientiane ha preferito evitare fin’ora questa opzione che comporta condizioni stringenti. Il Laos sta invece negoziando direttamente con la Cina, principale creditore del paese. La Cina e aziende cinesi infatti detengono la maggior parte del debito pubblico laotiano, equivalente a 46% del PIL del paese del sud-est asiatico. L’intero debito pubblico del Laos, 59% del PIL nel 2019, raggiungerà un valore equivalente a 68% del PIL nel 2020.

105623738_4064662220271059_8986762558502103503_o-1200x675

Il centrodestra all’assalto delle Marche

Una sfida al limite dell’ordinario attende il centrosinistra, quella di mantenere la Regione Marche.

Da sempre governata dal centro-sinistra, prima quello organico della Prima Repubblica (DC-PSI-PSDI-PRI) e poi l’attuale nelle svariete coalizione susseguitesi, “rischia” stavolta di cambiare colore.

Colore tendente al blu, quello più scuro per intendersi. Perchè il centrodestra è in netto vantaggio nelle ultime rilevazioni e a capo della coalizione c’è Francesco Acquaroli, ex Sindaco di Potenza Picena e deputato di Fratelli d’Italia, già candidato nel 2015.

Dall’altra parte il PD, in qualità di guida dello schieramento di centrosinistra, sceglie di non candidare il governatore uscente Luca Ceriscioli e puntare tutto sul sindaco di Senigallia Maurizio Mangialardi.

I candidati e le liste a loro sostegno

  • Francesco Acquaroli – Fdi, Lega, Forza Italia, UDC , Civici con Acquaroli, Movimento per le Marche

 

  • Maurizio Mangialardi – Partito Democratico, IV-PSI-Demos-Civici Marche, Marche Coraggiose (Art.1-Italia in Comune-dissidenti M5S), Le nostre Marche e il Centro, Rinasci Marche (+Europa, civici, Verdi), Lista Mangialardi Presidente

 

  • Gian-Mario Mercorelli – Movimento 5 Stelle

 

  • Roberto Mancini – Dipende da Noi (Sinistra Italiana-Rifondazione Comunista)

 

  • Fabio Pasquinelli – Comunista! (Partito Comunista-PCI)

 

  • Anna Rita Iannetti – Movimento 3V

 

  • Sabrina Paola Banzato – Vox Italia

 

  • Alessandra Contigiani – FSI/Riconquistare l’Italia (non presente nella circoscrizione di Ancona)

 

La legge elettorale

Datata 2015, la normativa in vigore per questa tornata prevede l’elezione diretta a Presidente per il candidato che riesce a ottenere anche un solo voto in più rispetto ai suoi avversari e l’elezione dei consiglieri regionali con metodo proporzionale.

Per garantire la governabilità, al candidato vincitore verrà assegnato un premio di maggioranza pari a 16 seggi con una percentuale tra il 34% e il 37%, 17 seggi tra il 37% e il 40% e 18 seggi se oltre il 40%. Per poter accedere alla ripartizione dei seggi, una coalizione deve superare la soglia di sbarramento del 5% eccezion fatta se un gruppo di liste che la compongono abbia preso almeno il 3% a livello regionale.

Ogni circoscrizione (corrispondenti alle cinque province) concorrerà all’elezione dei 30 consiglieri in forza di un numero stabilito in base alla popolazione.

  • Ancona – 9 seggi
  • Pesaro – 7 seggi
  • Macerata – 6 seggi
  • Ascoli – 4 seggi
  • Fermo – 4 seggi

Sono esprimibili fino a due preferenze purchè di sesso opposto. Non è ammesso il voto disgiunto.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi

 

unnamed

Cile 1988: il plebiscito del ritorno alla democrazia

Il 5 Ottobre 1988 gli elettori cileni furono chiamati alle urne per esprimere il proprio parere in merito ad un’eventuale riconferma della presidenza di Augusto Pinochet.

La tornata elettorale era stata prevista diversi anni prima. Nel 1976 la Giunta militare insediò il Consiglio di Stato a scopo di consulenza in materia legislativa, ponendovi a capo l’ex Presidente Jorge Alessandri, il candidato della destra che nelle cruciali elezioni presidenziali del 1970 era stato superato dall’avversario della sinistra, Salvador Allende. Nel 1980 il Consiglio ricevette una bozza di nuova costituzione dal Comitato Ortúzar, appositamente costituito dai militari per scrivere uno statuto che rimpiazzasse quello del 1925 – sospeso fin dall’indomani del coup – e che legittimasse il regime autoritario, ampliando i poteri del Presidente della Repubblica.
Tra le proposte del Consiglio – molte delle quali scartate – e gli emendamenti da parte di Pinochet e della Giunta, la nuova carta fu validata con il 67% dei consensi in un primo plebiscito nel 1980, dalla discussa regolarità, per entrare in vigore l’anno successivo. Essa stabiliva, agli articoli 27 e 29, un periodo di transizione di otto anni in cui il Presidente della Repubblica e la Giunta avrebbero continuato a detenere il monopolio dei poteri, rispettivamente, esecutivo e legislativo; prima delle fine del periodo, la Giunta avrebbe dovuto esprimere un candidato da ratificare per mezzo di un plebiscito nazionale per eventuali ulteriori successivi otto anni. Nell’Agosto 1988 la Giunta Militare dichiarò che il candidato sarebbe stato il Generale Pinochet, il quale era già stato appuntato Capo di Stato de facto nel 1974; la riproposizione di Pinochet non fu comunque una scelta scontata: all’interno della Giunta, i comandanti in capo di Marina, Aviazione e Carabineros avrebbero infatti preferito che il regime puntasse sulla candidatura di un civile.
Le conseguenze istituzionali di entrambi i possibili esiti della consultazione erano stati rigorosamente dettagliati dalla nuova costituzione: in caso di vittoria del , Pinochet avrebbe inaugurato un nuovo mandato l’11 Marzo 1989, con successive elezioni parlamentari per un nuovo Congresso cui la Giunta avrebbe ceduto le competenze legislative l’11 Marzo 1990; qualora a vincere fosse invece stato il no, in concomitanza con la fine del mandato di Pinochet, insieme alle elezioni parlamentari si sarebbero tenute anche quelle presidenziali, con il nuovo Presidente che sarebbe entrato in carica insieme all’apertura della nuova legislatura, sempre l’11 Marzo 1990.

Gli antefatti
La consultazione plebiscitaria giungeva a quindici anni di distanza da quando gli Hawker Hunter ed i Puma dell’aviazione cilena si erano levati per bombardare il Palazzo presidenziale de La Moneda, nel corso di un cruento colpo di stato di cui rimase vittima il Presidente socialista Allende, che aveva rifiutato un salvacondotto per l’esilio offertogli dai golpisti.
Nonostante il Cile fosse stato a lungo visto come un caso esemplare di stabilità democratica in un’America Latina in continuo subbuglio, gli ultimi anni del governo Allende erano stati segnati dall’instabilità socio-economica e da un inasprimento dello scontro politico.
Il primo Presidente marxista democraticamente eletto era stato portato al potere da Unidad Popular, un cartello elettorale di sinistra formato dai Partido Socialista de Chile, Partido Comunista de Chile, Partido Radical e Partido Social Demócrata. La coalizione, col 36,2% dei voti, aveva ottenuto nel 1970 una vittoria di margine davanti al già menzionato candidato della destra Jorge Alessandri, e a quello del centrista Partido Demócrata Cristiano Radomiro Tomic, rispettivamente al 34,9% e 27,8%. Avendo nessun candidato ottenuto la maggioranza assoluta, il passaggio successivo, come prescritto dalla costituzione cilena del 1925, fu quello della votazione parlamentare. La tradizione secondo cui il Congresso avrebbe dovuto designare il candidato col più alto gradimento elettorale fu potuta essere rispettata solo grazie ad un compromesso tra Unidad Popular e Partido Demócrata Cristiano, con cui il secondo accettava di eleggere il candidato della prima a patto che questi si impegnasse a rispettare uno Statuto di Garanzie Costituzionali stilato per l’occasione.
Fu solo così che Allende potette infine accedere alla presidenza della Repubblica e intraprendere la sua “Vía chilena al socialismo”, incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria bancaria e di quella del rame, sulla redistribuzione dei latifondi agrari, su una serie di minimi salariali e  su un ampio programma di lavori pubblici, trasferimenti e sussidi volti a migliorare le condizioni delle fasce più povere della popolazione.
Sebbene le misure del governo Allende sembrarono in un primo momento riuscire a incrementare la produzione industriale e a garantire una più egalitaria distribuzione della ricchezza all’interno del Paese sudamericano, ben presto il quadro macroeconomico inziò rapidamente a deteriorare. L’escudo cileno, già familiare a tassi di inflazione sostenuti, sperimentò nel 1972 un comunque elevato tasso del 140%, per sfondare nei mesi successivi nel terreno dell’iperinflazione. La bilancia commerciale fu compromessa dalla caduta del prezzo internazionale del rame (da 66$ per tonnellata nel 1970 a 48$ nel 1972), una materia prima fondamentale per il Paese, rappresentando da sola più del 50% delle esportazioni di allora. Mentre si assisteva alla contrazione del PIL reale, a consistenti deficit di bilancio ed all’assottigliamento delle riserve di valuta estera, prese piede il ricorso al mercato nero per il reperimento dei sempre più scarsi generi di prima necessità. Nell’Ottobre del 1972 avvennero i primi significativi scioperi da parte dei trasportatori, piccoli commercianti e professionisti, i quali si ritrovarono stretti tra i massimali di prezzo ed i minimi salariali prestabiliti dal governo; si registrarono scontri tra gli scioperanti ed i sostenitori di Allende.
La già di per sé precaria cornice economica era resa ancora più problematica dall’ostilità dispiegata verso l’esecutivo cileno da parte degli Stati Uniti, ai cui occhi Allende era reo, soprattutto, della nazionalizzazione dell’industria del rame, in cui gli americani detenevano importanti interessi, e del riavvicinamento in politica estera verso Castro e l’Unione Sovietica. Intenzionata ad evitare a tutti i costi l’insorgere di una seconda Cuba in quello che la Dottrina Monroe aveva reso il “cortile di casa”, Washington si adoperò per arginare gli investimenti statunitensi in Cile, interrompere le linee di credito aperte presso le organizzazioni internazionali ed offrire supporto finanziario all’opposizione cilena.

Nel frattempo, Allende appariva sempre più in difficoltà nell’arginare le spesso violente iniziative ed i disordini da parte delle frange più estreme della sinistra cilena, come il Movimiento de Izquierda Revolucionaria e la Vanguardia Organizada del Pueblo, intenzionate ad incalzare l’azione di governo.
Nel Giugno del 1972, in concomitanza con le dimissioni del Ministro dell’Economia Pedro Vuskovic, il governo Allende dichiarava il default su una porzione di debito pubblico detenuto dai creditori internazionali e dai governi esteri.
Le arroventate elezioni congressuali del Marzo 1973 per il rinnovo della Camera dei Deputati e di metà dei membri del Senato consegnarono la maggioranza dei seggi in entrambi i rami alla Confederación de la Democracia, una nuova coalizione elettorale formata per coagulare le forze dell’opposizione contro Unidad Popular tra la destra del Partido Nacional ed il Partido Demócrata Cristiano, ormai schierato contro il governo. Da quel momento, gli eventi presero ad avvitarsi velocemente seguendo una piega sempre più destabilizzante: il 26 Maggio la Corte Suprema si pronunciò apertamente contro l’esecutivo, accusandolo di sovvertire l’ordinamento legale e disapplicare sistematicamente le sentenze giudiziarie ad esso sfavorevoli; la sentenza piombò il Paese in un’aria di scontro aperto, in cui le reciproche violenze tra le opposte fazioni si intensificavano di giorno in giorno.

Tra le forze armate cilene si acuì il divario tra coloro che ritenevano i tempi maturi per un’azione di forza ed i sostenitori della c.d. Dottrina Schneider, dal nome del Generale René Schneider che nel 1970 si era schierato per la rigorosa non-interferenza dei militari nella sfera politica, venendo infine assassinato poco dopo l’elezione di Allende da elementi degli ambienti più estremisti dell’esercito. Allende temeva che i Carabineros avrebbero presto promosso un putsch ai suoi danni, e decise quindi di nominare Ministro dell’Interno il Generale Carlos Prats, già Capo dell’Esercito e tra i maggiori sostenitori della Dottrina Schneider.

Alle tre del pomeriggio del 27 Giugno 1973 l’automobile che stava conducendo Prats ai suoi uffici raggiunse la trafficata intersezione stradale di Las Condes, nei quartieri della buona borghesia di Santiago. Quando una Renault rossa si affiancò alla vettura di servizio, quelli che il Generale avrebbe poi descritto come due uomini riconobbero il passeggero, iniziando ad insultarlo e a schernirlo con veemenza. Prats ordinò allora all’autista di estrarre e cedergli la pistola di ordinanza, ed affiancando la Renault si sporse dal finestrino verso la Renault esigendo delle scuse; vedendo ignorata la sua richiesta, Prats fece di tutta risposta fuoco contro il parafango anteriore della Renault. Una volta scesi dalle automobili, il Generale poté constatare con rammarico come l’autista dell’automobile da cui erano partiti gli insulti fosse in verità una donna, Alejandrina Cox, il cui taglio di capelli corto aveva tratto in inganno l’ufficiale. Presto sul luogo dell’incidente si radunò una folla che prese ad insultare aggressivamente Prats, assalendo la sua automobile; il Generale poté sottrarsi dalla tesissima situazione solo grazie ad un tassista che lo portò prontamente a La Moneda, dove Prats rassegnò istantaneamente le proprie dimissioni ad Allende, che tuttavia si rifiutò di accettarle. Negli stessi momenti i report dell’accaduto riempivano già le edizioni straordinarie dei maggiori giornali cileni. La stampa governativa prese comunque le difese del Ministro, così come fecero almeno pubblicamente i più alti ufficiali dell’esercito, benché la vicenda seminò una scia di profonde controversie anche tra le forze armate e minò irreparabilmente la credibilità di Prats, che ormai appariva sempre più come l’ultimo, vacillante argine ad un’iniziativa delle forze armate.

Il 29 Giugno un reggimento di carri armati circondò il Palazzo de la Moneda in un primo tentativo di colpo di stato, ribattezzato il Tanquetazo, che venne però sventato.
Il 22 Agosto la nuova maggioranza parlamentare fece leva su un secondo pronunciamento della Corte Suprema contro il governo per denunciare la mancata promulgazione presidenziale di emendamenti costituzionali approvati dalle Camere. Nel fare ciò, si accusava Allende del tentativo di “conquistare il potere assoluto” con “l’obiettivo di instaurare […] un sistema totalitario” e veniva lanciato un esplicito appello all’esercito per ristabilire “l’ordine costituzionale della nostra Nazione”.
Il Generale Prats impose infine il 24 Agosto le proprie dimissioni tanto dagli incarichi ministeriali che dal vertice delle forze armate, imbarazzato dalla protesta inscenata dalle mogli di alcuni suoi ufficiali di fronte alla propria abitazione, una della lunghe serie di manifestazioni anti-governative condotte da organizzazioni femminili come l’influente Poder Feminino.  Quello stesso giorno Allende decise di nominare come sostituto Comandante in capo dell’Esercito Cileno il Generale Augusto Pinochet.
Ancora sul finire di Agosto, si tennero proteste di piazza a Santiago contro la scarsità e gli aumenti dei prezzi dei beni primari. Negli stessi giorni il Presidente Allende prese la parola nel Congresso per accusare le opposizioni di aver paralizzato il Paese e “facilitare gli intenti sediziosi di certi settori”. Nella stessa occasione egli sottolineò anche che la mozione del 22 Agosto era priva, al Senato, della maggioranza qualificata di due terzi necessaria a porre il Presidente in stato d’accusa per abuso di potere.

Secondo le memorie di Juan Garcés, un consulente personale del Presidente che riuscì a riparare in Inghilterra, Allende avrebbe tenuto un discorso l’11 Settembre per annunciare un plebiscito volto a risolvere lo stallo istituzionale venutosi a creare. Ma quello stesso giorno i cileni udirono alla radio il Presidente rivendicare i meriti della propria azione di governo parlando ormai con una declinazione al passato, mentre in sottofondo erano chiaramente distinguibili i colpi di arma automatica e le esplosioni del coup che avrebbe inaugurato sedici anni di dittatura militare in Cile.
La stazione radio che trasmise le parole di Allende era una delle poche che, insieme alle stazioni televisive e alle redazioni giornalistiche, non era stata già occupata e chiusa dai militari. La marina aveva inoltre già occupato Valparaíso, il principale porto strategico sulla costa centrale; le linee di comunicazione dell’apparato governativo erano state sabotate, i Carabineros di stanza a La Moneda avevano lasciato l’edificio, ed i telefoni dei Generali dell’Esercito Augusto Pinochet e dell’Aviazione Gustavo Leigh avevano già suonato lungamente a vuoto. A presidiare il palazzo presidenziale era rimasto solamente un manipolo dei c.d. Grupo de Amigos Personales (GAP), la fazione armata del Partido Socialista de Chile istruita ed equipaggiata dai servizi cubani e posta a difesa personale di Allende. I miliziani del GAP ed i guerriglieri del Movimiento de Izquierda Revolucionaria continuarono ad ingaggiare scontri con le forze armate nella capitale ancora per alcuni giorni, protraendo per alcuni mesi un’attività di guerriglia, soprattutto nelle aree andine.

La nuova dittatura militare impose il pugno di ferro al Paese fin dalle ore immediatamente successive al golpe: fu proclamato l’ordine marziale e l’Estadio Nacional venne prontamente trasformato in un centro di detenzione, assieme ad altre decine di siti nella sola Santiago, dove vennero concentrati, in seguito ai rastrellamenti, migliaia di oppositori politici o presunti tali. Fin dal mese di Settembre si moltiplicarono rapidamente i c.d. desaparecidos, mentre una squadriglia di elicotteri ribattezzata evocativamente la “Caravana de la Muerte” percorreva in lungo e largo il Paese scortando un gruppo di ufficiali il cui compito era quello di predisporre o eseguire direttamente torture ed omicidi, spesso secondo modalità brutali finalizzate primariamente ad incutere timore nei reggimenti dislocati lontano dalla capitale.
La neo-insediata giunta militare sciolse il Congresso, bandì i partiti di Unidad Popular e sospese indefinitivamente ogni attività politica; in breve tempo fu costituita la Dirección de Inteligencia Nacional (DINA), la capillare polizia segreta del nuovo regime.

Il Cile di Pinochet
La giunta militare  era così divenuta rapidamente padrona del Cile, ricevendo prontamente riconoscimento da parte degli Stati Uniti, i quali avevano già da tempo collaborato attivamente alla premeditazione di un golpe volto a depore Allende attraverso il Progetto FUBELT della CIA, su impulso diretto di Nixon e Kissinger. Gli Stati Uniti riattivarono inoltre diversi progetti di collaborazione e stanziamento di fondi sospesi durante la presidenza di Allende.
In un primo momento, i partiti del centro e della destra che avevano formato l’opposizione al governo di Allende supportarono il colpo di stato dei militari; tuttavia, Pinochet dichiarò a stretto giro che il ritorno alla normalità costituzionale non sarebbe certamente avvenuto nel breve periodo, e ben presto le persecuzioni del regime coinvolsero anche le organizzazioni sindacali del Partido Demócrata Cristiano con molti leader del partito, come Radomiro Tomic, che preferirono la via dell’esilio.
Il più importante centro di consenso verso il regime militare presso i civili era invece rappresentato dal Gremialismo, un movimento altamente ideologizzato e dalla forte impronta religiosa ed anti-comunista. Fondato dall’avvocato ed ideologo Jaime Guzmán nella seconda metà degli anni 60’ ed affermatosi a partire dalla Pontificia Università Cattolica del Cile, fin dall’elezione di Allende i suoi seguaci, i gremialisti, avevano evocato un golpe militare per bloccare l’ascesa delle sinistre. Dopo la svolta autoritaria erano arrivati ad egemonizzare la Secretaría Nacional de la Juventud, un organo creato dai militari dietro consiglio di Guzmán per mobilizzare il sostegno alla dittatura. Guzmán, inoltre, divenne un collaboratore assiduo di Pinochet, partecipando anche alla stesura di diversi discorsi del Generale.

Il gruppo di civili che collaborò in forma più estesa con il regime della junta fu però probabilmente quello dei c.d. Chicago Boys, un gruppo di economisti cileni formatisi, grazie a progetti di borse di studio avviati fin dagli anni 50’ dal Dipartimento di Stato Americano, in alcuni dei più prestigiosi atenei statunitensi, in primo luogo l’Università di Chicago appunto, dove Milton Friedman aveva avviato una generale revisione del pensiero economico fino ad allora dominato dai princìpi del Keynesian Consensus. Pinochet, trovandosi a fronteggiare la ripresa dell’economia cilena dopo un periodo di forte dissesto, convocò al governo i Chicago Boys che, sotto la guida del Ministro del Lavoro e delle Miniere José Piñera, impostarono una serie di riforme radicali ispirate al nuovo corpus teorico monetarista e quindi ai princìpi del laissez-faire, dello stato minimo e della competitività. Le linee guida della nuova politica economica erano state già abbozzate in precedenza in un documento-manifesto denominato “El ladrillo” (cioè “Il mattone”).
Il nuovo indirizzo economico smantellò in breve tempo le misure intraprese dal governo Allende, privatizzando il sistema pensionistico, l’educazione superiore, la sanità, abbattendo la spesa pubblica e de-nazionalizzando diversi settori a partire da quello bancario. Il governo militare preferì, tuttavia, mantenere l’industria di gran lunga più importante per il Paese, quella del rame, sotto il controllo pubblico; nella nuova costituzione del 1980 essa sarebbe addirittura stata definita “inalienabile”, con attori privati ammessi solo all’esplorazione ed allo sfruttamento di nuovi giacimenti. Un altro significativo scostamento dalla filosofia dello “starving the beast” fu rappresentato dalla spesa statale per il comparto militare, cresciuta del 120% nei sei anni successivi al coup.
Piñera promosse poi una riforma del lavoro che, assieme alla liberalizzazione del mercato, perseguiva anche il ristabilimento di maggiori libertà sindacali, tra cui la libera affiliazione. Fu proprio allorché il Ministro affrontò Pinochet durante un’accesa riunione di gabinetto per opporsi all’esilio di un importante leader sindacale, che Piñera decise di rassegnare le dimissioni per divenire poi un’autorevole voce a sostegno del processo di democratizzazione.
Altro provvedimento fondamentale del nuovo corso economico cileno fu il pegging col dollaro americano, in virtù del quale il Paese beneficiò di ingenti investimenti esteri. La fissazione del tasso di cambio – criticata dallo stesso Friedman come deviazione dalle indicazioni della sua Scuola – tuttavia fece sì che gli alti tassi di interesse necessari a sostenerla penalizzassero gli investimenti produttivi; nondimeno, l’economia cilena subì un contraccolpo più duro rispetto al resto del continente latino-americano in seguito alla recessione mondiale del 1982, allorquando gli investitori esteri abbandonarono precipitosamente il Cile portando ad un crollo verticale del 14% del PIL ed a picchi di disoccupazione fino al 33%. Seguì una serie di imponenti proteste che sembrarono minacciare la stabilità del regime e potettero venire sedate solo attraverso una dura attività di repressione.

Crescita del PIL cileno tra il 1971 ed il 2007 in paragone alla media dei Paesi sud-americani

Di fronte alla successione di fallimenti ed al profilarsi di un rischio concreto di default del settore bancario, il governo militare si vide costretto a mettere parzialmente da parte le prescrizioni liberiste e a procedere alla nazionalizzazione delle due maggiori banche del Paese (Banco de Talca e Banco Español de Chile), e in un secondo momento alla nazionalizzazione di altre sei tra banche e società finanziarie. Fu inaugurato allora un periodo in cui si adottò un maggiore pragmatismo in politica economica e furono allontanati molti dei Chicago Boys precedentemente assunti. A partire dal 1985 il nuovo Minsitro Hernán Büchi avviò, seppur con alcune correzioni, un rinnovato corso liberista in cui vennero cedute al mercato privato molte delle imprese nazionalizzate al picco della crisi. Furono poi ridotte ulteriormente le tasse sull’attività di impresa, mantenendo però al contempo il tasso di cambio del peso libero di fluttuare sul mercato valutario e introducendo forti limitazioni ai movimenti di capitale. Da quel momento e per tutto il decennio successivo il Cile intraprenderà un solido percorso di crescita economica ben al disopra della media dell’America Latina, tanto da far parlare di vero e proprio Miracolo Cileno grazie a cui il Cile vide crollare la percentuale del proprio debito pubblico sul PIL, fino a raggiungere il record mondiale dell’8,8% nel 2011.

Segnali di cedimento
La grave crisi economica del 1982, tuttavia, aveva aperto la breccia nel regime. A partire dal 1983, l’opposizione latente ed i movimenti sindacali presero ad organizzare clandestinamente le frequenti Jornadas de Protesta Nacional. Nelle ore diurne le attività lavorative venivano interrotte e le scuole disertate, con carovane di manifestanti che protestavano per le vie principali delle maggiori città; al calare della sera venivano erte barricate nelle periferie con scontri che si protraevano fino alle luci dell’alba, quando ormai si potevano regolarmente contare a decine tra morti e feriti.

L’immagine internazionale della giunta militare era ormai in inoltrato stato di degradazione. L’evento culminante si verificò nel Giugno del 1986, quando i corpi dei giovani Carmen Quintana e Rodrigo Rojas vennero rinvenuti da alcuni contadini in un fossato irriguo nella campagna di Santiago, avvolti in lenzuoli, semicarbonizzati, con evidenti segni di tortura ed in fin di vita. Rodrigo Rojas sarebbe spirato pochi giorni dopo in ospedale, mentre la ragazza, studentessa di ingegneria, sopravvisse per raccontare come fossero stati catturati durante le proteste dei giorni precedenti, presso una barricata nella municipalità dell’Estacion Central, e torturati da un manipolo di soldati. Rodrigo Rojas, tuttavia, era residente americano: cresciuto negli Stati Uniti e figlio di esuli cileni, egli aveva fatto ritorno in Cile da sole sei settimane; fotografo, aveva deciso di unirsi ai manifestanti per documentare la violenta repressione in corso nel Paese. Fu allora che anche l’amministrazione americana di Ronald Reagan, sulla scia del profondo sdegno sorto intorno la vicenda, si distanziò dal regime di Pinochet, che rimase isolato sul piano internazionale.
Nel 1987 Papa Giovanni Paolo II, in procinto di partire per un pellegrinaggio in America Latina, criticò duramente il regime cileno, esortando la Chiesa cilena a pregare e ad impegnarsi attivamente per la restaurazione della democrazia. Invito ripetuto poi, una volta giunto nel Paese, nel corso dell’incontro con i vescovi locali.
Fu in questo clima di evidente logoramento del regime che il Cile si avviava all’appuntamento plebiscitario del 5 Ottobre.

Verso il Plebiscito
Per la prima volta in 15 anni, si assistette a quella che poteva essere paragonata ad una campagna elettorale, dopo che nel 1987 un’apposita legge aveva ristabilito il diritto di formare partiti politici ed aveva riaperto i registri elettorali.
Ad appoggiare la ricandidatura ufficiale di Pinochet furono soprattutto Unión Democrática IndependienteRenovación Nacional, il resto della destra e parte della galassia dei liberal-democratici. Dietro il No si schierava una coalizione unitaria difficoltosamente assemblata dai 17 sigle e partiti che nel 1985 avevano firmato un Accordo Nazionale per la Transizione alla piena Democrazia; tra di essi il Partido Demócrata Cristiano, il Partido por la Democracia, altre sezioni della sinistra cattolica, i contadini del MAPU, ed i vari indirizzi socialdemocratici e socialisti, fra i quali non furono pochi a dover mitigare le proprie istanze pur di tenere unita la Concertación de Partidos por el NO”.
Ad entrambi gli schieramenti furono accordate delle franjas, lotti pubblicitari televisivi di 15 minuti da trasmettere durante la mattinata o nella fascia notturna; un simile carosello elettorale era previsto anche in orario prime time, ma ad esclusivo appannaggio dell’opzione filo-governativa.

La programmazione prese avvio alle 22:45 del 5 Settembre 1988, esattamente un mese prima della giornata plebiscitaria.
Lo scopo principale della campagna per il , congegnata da un’agenzia pubblicitaria argentina in collaborazione con le forze armate cilene, fu quello di instillare un angoscioso ricordo del periodo del governo di Unidad Popular, accusando il fronte del No di essere interessato a ricreare una situazione di caos come quella antecedente al golpe del 1973. All’incertezza di un’eventuale vittoria del No venivano allora contrapposti i successi economici conseguiti soprattutto nell’ultimo lustro, esaltati mediante una retorica dal tono marziale e paternalista convergente sulla figura del Generale Pinochet.
Il fronte per il No, convinto il dirigente pubblicitario Eugenio García ad assumere la regia della strategia comunicativa, scelse di contro un registro molto più creativo, audace ed ottimistico. Le sequenze documentaristiche che elencavano gli abusi della dittatura, con testimonianze di persone torturate dal regime o dei parenti delle persone scomparse, vennero alternate ed alleggerite con scene rappresentanti i cileni in momenti di vita quotidiana, di divertimento e di allegria, a sostengo del ritorno ad un sistema pienamente democratico. Allo stesso tempo, fu posta enfasi sulla distinzione tra le aspirazioni democratiche e quelle socialiste che avevano caratterizzato la presidenza di Allende: a questo scopo le franjas del No ospitarono anche numerosi esponenti dei partiti di centro-destra schierati contro la ricandidatura di Pinochet, e per il logo unitario del comitato fu emblematicamente adottato un arcobaleno, con l’intenzione di simboleggiare l’eterogenea composizione dell’opposizione al regime militare tale da rappresentare l’intero spettro delle appartenenze politiche. La pubblicità politica del No beneficò inoltre del coinvolgimento diretto di svariate celebrità nazionali ed internazionali, tra cui Sting, Jane Fonda, Robert Blake, Sara Montiel e Christopher Reeve; ma la partecipazione più incisiva fu con ogni probabilità quella dello storico centravanti della nazionale di calcio cilena, il “Rey del metro cuadrado” Carlos Caszely, il cui intervento seguiva nella stessa franja quello della madre, superstite del rapimento e delle torture subiti a seguito il putsch del 1973.
Il fonte del No coniò poi come sottofondo musicale della propria attività politica un jingle destinato a divenire popolarissimo, come lo slogan dell’intera campagna: Chile, la alegría ya viene.

In breve, la campagna plebiscitaria per il No, imbevuta della cultura pop reaganiana imperante su scala mondiale in quegli anni, prese ad apparire superiore nella tecnica e nelle argomentazioni alla campagna del ; a tal punto che il Ministro degli Interni di Pinochet, Sergio Fernández, tra i principali organizzatori dell’attività propagandistica del governo, avrebbe più tardi ammesso come capitasse che qualcuno iniziasse involontariamente a canticchiare “la alegría ya viene” persino durante le sedute di brainstorming del comitato per il , intento ad ingegnare rimedi per recuperare un gap comunicativo sempre più ampio. Le franjas pro-Pinochet furono allora ridisegnate, adottando format molto simili a quelle avversarie ed inserendo interventi che ne attaccavano miratamente i contenuti; il che, tuttavia, indusse a ritenere come ormai il fonte del fosse all’inseguimento dell’opposizione al regime. Fonti governative presero inoltre a diffondere sondaggi fortemente favorevoli verso Pinochet, la cui certezza di rimanere al potere però, fino a quel momento molto solida, iniziava a vacillare.

Particolare scalpore suscitò l’intervento del Presidente del Partido por la Democracia, Ricardo Lagos, che rivolgendosi alla giornalista Raquel Correa durante il programma televisivo “De Cara al País” esordì con “Raquel, mi deve scusare, parlo per 15 anni di silenzio”; prendendo poi a pronunciare quella che per i cileni era la prima accusa di violazione dei diritti umani rivolta pubblicamente ed in prima persona contro Augusto Pinochet.
Tra la fine di Settembre e l’inizio di Ottobre entrambi gli schieramenti organizzarono imponenti manifestazioni, con scontri, interferenze della polizia nei raduni per il No e copertura mediatica asimmetrica.

La lunga notte del voto
Il 5 Ottobre i seggi aprirono regolarmente agli elettori, cittadini cileni o stranieri legalmente residenti in Cile per un periodo di almeno cinque anni, di età uguale o superiore ai diciotto anni. Per votare era necessario essere registrati agli appositi elenchi elettorali; la registrazione non era obbligatoria, ma il voto era obbligatorio per gli elettori registrati.
I cittadini che si recarono alle urne furono poco più di 7 milioni, per un turnout di ben il 97,61%.

Quando una volta chiusi i seggi in tarda serata furono fatte circolare indiscrezioni sulla vittoria del , Pinochet aveva in verità già convocato una riunione d’emergenza dell’intera junta a La Moneda per richiedere essa poteri straordinari.
L’Ambasciata americana, la CIA e gli osservatori stranieri giunti in Cile in occasione della tornata avevano nei giorni precedenti ricevuto allerte riguardo le intenzioni del capo della junta di ricorrere ad un’eventuale soluzione di forza. In risposta l’amministrazione Reagan aveva diffuso segnali inequivocabili presso i ministeri cileni e gli alti ranghi dell’esercito che ammonivano da una simile iniziativa.
Proprio come preventivato, quella notte il Generale chiese alla junta di instaurare lo stato d’emergenza ed inscenare un auto-coup che gli consentisse di rimanere a capo del Paese, sospendendo indefinitivamente il risultato elettorale, consapevole ormai che questo aveva in verità rigettato la propria candidatura. In un clima estremamente teso Pinochet presentò un documento da far firmare ai comandanti in capo delle forze armate, con cui veniva ceduto al Presidente il comando diretto di tutte le operazioni. La richiesta di Pinochet trovò però la netta opposizione del Generale dell’Aviazione Fernando Matthei, lo stesso che, entrando a La Moneda, era stato il primo esponente governativo a riconoscere dinanzi alla stampa la vittoria del No, anche allo scopo di chiudere a possibili colpi di mano da parte del resto della junta. Di fronte agli altri generali affatto intenzionati ad avvallare i suoi intenti, ed anzi accusato personalmente della sconfitta, a Pinochet non rimase altro che accettare l’esito del plebiscito.
Alle due di notte fu ufficialmente annunciato che il No aveva prevalso con il 55,99% dei voti validi, mentre il Si era fermo al 44,01%. Mentre le strade si riempivano di gente in festa, Pinochet tenne un comunicato televisivo in cui annunciava che si sarebbe proceduto secondo le linee guida fissate dalla costituzione del 1980.

La transizione
Prese allora avvio la transizione del Cile verso la democrazia. Dopo lunghe trattative tra l’opposizione democratica ed i militari, il 30 Giugno 1989 si tenne un secondo referendum volto a ratificare 54 emendamenti costituzionali, tra cui prescrizioni volte a limitare gli estremi per lo stato di emergenza, a rinnovare le modalità di riforma dello statuto, ed in generale a rafforzare le garanzie dello stato di diritto e del pluralismo democratico. Con la sola opposizione del partito di destra Avanzada Nacional, le riforme furono approvate con il 91,25% dei voti.
Le programmate elezioni generali per la carica di Presidente e per la composizione del Congresso si tennero il 14 Dicembre 1989. A sfidarsi furono Patricio Aylwin, presidente del Partito Democrata Cristiano e candidato della Concertación de Partidos por la Democracia la quale riuniva la maggior parte dei partiti di centro-sinistra che avevano fatto parte del comitato per il No, l’ex Ministro della junta militare Hernán Büchi per Unión Democrática Independiente e Renovación Nacional riuniti sotto il cartello Democracia y Progreso, e Francisco Javier Errázuriz Talavera, sostenuto da altri partiti del centro e della destra che avevano perorato la riconferma di Pinochet l’anno prima tra cui Avanzada Nacional e Partido Nacional. Altre coalizioni che concorsero per le elezioni legislative furono l’Unidad para la Democracia, la quale sostenne la candidatura presidenziale di Aylwin ed in cui confluirono i candidati del Partido Comunista de Chile e di alcune correnti del MAPU, del Partido Socialista de Chile, del Partido Radical Socialista Democrático e di Izquierda Cristiana che non avevano aderito alla Concertación; ed il Liberal-Socialista Chileno che riunì il Partido Liberal e le rimanenti correnti del Partido Socialista de Chile in appoggio di Francisco Javier Errázuriz Talavera.

La campagna elettorale fu sin dalle prime battute dominata da Patricio Aylwin il quale, nel rivendicare che le nuove istituzioni democratiche portassero avanti un processo atto a fare luce sulle violazioni dei diritti umani da parte della dittatura, apparve molto più credibile di Büchi che della junta era stato collaboratore e la cui base partitica si dimostrò ben poco concorde sul giudizio storico circa ultimi sedici anni di storia cilena. Le divergenze tuttavia riguardavano molti altri punti, tanto da portare infine alla candidatura indipendente di Errázuriz Talavera. Dal canto suo Büchi, dotato di scarsa esperienza politica e reclutante nell’accettare l’investitura a candidato, cercò comunque di sottolineare la propria contribuzione alla crescita economica cilena, attaccando insistentemente Aylwin su delle sue affermazioni secondo cui tassi di inflazione al 20% sarebbero stati accettabili ed accusandolo di intesa con le sezioni estremiste della sinistra cilena.

A venire eletto Presidente, con un altro turnout elevatissimo al 94,72%, fu infine Aylwin che raccolse il 55,17% delle preferenze, con un netto distacco tanto da Büchi, al 29,40%, che da Errázuriz Talavera, al 15,43%.
Per quanto riguarda le elezioni legislative, gli elettori cileni premiarono i partiti centristi penalizzando le frange più estreme del panorama politico, tanto di destra quanto di sinistra. La Concertación guadagnò la maggioranza alla Camera dei Deputati, ma ne rimase priva al Senato, facendo sì che i progetti di legge dovessero venire continuamente negoziati con l’opposizione di centro-destra di Unión Democrática Independiente e Renovación Nacional; un assetto istituzionale che si ripeterà nelle elezioni successive, contraddistinguendo gli equilibri della politica cilena per l’intero quindicennio successivo.
Di seguito, un’infografica ripercorre gli esiti delle consultazioni referendarie, presidenziali e legislative occorse in Cile nel biennio 1988-1989 (percentuali e seggi per la Camera dei Deputati:

 

Nel 1991 il governo cileno istituì una commissione di indagine sugli abusi dei diritti umani avvenuti in Cile tra il 1973 ed il 1989, la quale produsse il c.d. Retting Report, dal nome del suo presidente. Il Report stabilì il numero delle vittime della dittatura militare a 2.279, di cui 1.068 assassinati, 957 scomparsi dopo l’arresto, 90 assassinati da privati cittadini dietro movente politico e 164 vittime di altre forme di violenza politica; esso, inoltre, gettò luce sull’attività strutturata e sistematica della polizia segreta del regime, la DINA, responsabile della maggior parte delle violazioni condotte tra i centri di detenzione di Villa Grimaldi, dell’Estadio Nacional, di Colonia Dignidad e della nave Esmeralda. Il Report consentì negli anni successivi di giungere alla condanna di oltre 70 appartenenti alle diverse forze armate.
Sotto la spinta di numerose organizzazioni per i diritti umani ed ONG, tra il 2004 ed il 2005 fu istituita una seconda commissione d’indagine che lavorò al Valech Report. In questo secondo documento sono stati verificati 27.255 casi di detenzioni per ragioni politiche, la maggior parte dei quali furono associati a torture. Il resoconto delle vittime e dei desaparecidos fu incrementato di 30 persone rispetto al Retting Report.
Le vittime del regime di Pinochet ed i loro parenti beneficiano oggi di pensioni statali come forma di risarcimento.

In virtù delle norme transitorie della costituzione cilena, dopo il plebiscito del 1988 Augusto Pinochet mantenne la carica di comandante in capo dell’esercito cileno, che abbandonerà solo nel 1998. Dopo questa data, divenne senatore a vita godendo dell’immunità parlamentare.
Poco dopo essersi sottoposto ad un intervento alla schiena, nel 1998 Pinochet fu posto agli arresti domiciliari a Londra dietro mandato di arresto emesso da una corte spagnola per l’accusa di crimini contro l’umanità. La Camera dei Lord inglese fu teatro di una serrata battaglia in merito all’estradizione dell’ex dittatore, che rivendicava l’immunità diplomatica, negata dalla Camera dei Lord sulla base della gravità delle accuse; in un secondo momento, tuttavia, i Lord tornarono sui loro passi e negarono l’estradizione in considerazione del precario stato di salute dell’accusato. Fu solo due anni dopo, a seguito di alcuni accertamenti sanitari, che Pinochet potette far ritorno in Cile, dove però venne nuovamente arrestato in concomitanza con l’apertura di ulteriori indagini nei suoi confronti. La Corte d’Appello di Santiago votò per togliere a Pinochet l’immunità parlamentare, ma il caso venne ancora una volta annullato adducendo motivazioni mediche. Tuttavia, nel 2004 la stessa Corte votò per riaprire il caso.
Sempre nel 2004 Pinochet fu posto per la seconda volta ai domiciliari nell’ambito di un secondo processo istruito per l’assassinio del suo predecessore Carlos Prats, ucciso nel 1974 da un’autobomba mentre si trovava in esilio in Argentina. Sempre nel 2004 un comitato investigativo del Senato americano presentò un rapporto sulla Riggs Bank, accusata di aver effettuato riciclaggio di denaro per contro di Pinochet attraverso società di comodo offshore. Sulla scorta di tali evidenze una Corte cilena aprì un’investigazione sul patrimonio di Pinochet, questa volta con le accusa di frode, appropriazione indebita e corruzione. L’uomo che aveva tenuto le redini del Cile per oltre un quindicennio finì per l’ultima volta agli arresti domiciliari nel contesto di un processo sulla responsabilità dei crimini perpetrati presso Villa Grimaldi, appena pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 10 Dicembre 2006.

Il Cile contemporaneo
Il processo cileno che portò allo smantellamento della dittatura militare è guardato dalla politologia contemporanea come un caso esemplare di transizione non-violenta verso la democrazia.
Cionondimeno rimane emblematico come anche il Cile democratico abbia mantenuto, seppur ripetutamente riformato, il testo costituzionale varato dai militari nel 1980; che di fatti impose ancora per diversi anni al sistema democratico una sorta di ruolo di supervisione da parte delle forze armate: basti pensare che nel Congresso rimasero appuntati nove senatori a vita, la maggior parte dei quali ex esponenti della giunta, ciascuno dei quali dotati di potere di veto, e che fu comunque mantenuto il Consiglio di Sicurezza Nazionale, dominato dai militari, il quale poteva riunirsi in autonomia ed impartire direttive a diversi organi civili. Queste misure continuarono ad essere in vigore fino al 2005, anno fino al quale, inoltre, il Presidente della Repubblica non aveva il diritto di rimuovere i comandanti in capo delle diverse forze armate. Fu invece solo nel 2012 che venne eliminato il diritto costituzionalmente garantito dell’esercito cileno a recepire direttamente il 10% sugli introiti delle esportazioni della CODELCO, l’impresa statale del rame.

Se i cileni sono oggigiorno nel loro complesso consapevoli della sistematica violazione dei diritti umani messa in atto dal regime di Pinochet, la narrazione storica degli accadimenti rimane ancora controversa tra chi ritiene i golpisti del 1973 dei violenti usurpatori, e chi invece giustifica la loro azione come contromisura ad un’ormai inesorabile deriva verso un regime comunista. Tanto è vero che ancora nel 2012 il governo conservatore di Sebastian Piñera, fratello dell’ex Ministro José, nonostante avesse promosso delle riforme costituzionali in senso democratico, veniva accusato di portare avanti attraverso il Ministero dell’Istruzione un generale revisionismo storico sul periodo del regime militare.

Ampiamente dibattuta rimane poi tra gli economisti la politica economica del regime, in particolare per quanto riguarda le ricette implementate dai Chicago Boys. Da un lato, Milton Friedman ed altri economisti liberisti indicarono nel “Miracolo Cileno” la prova della fondatezza delle teorie monetariste della Scuola di Chicago, riconoscendo inoltre alla liberalizzazione dell’economia il merito di aver sospinto il percorso di democratizzazione del Paese. In particolare, la riforma privatistica del sistema pensionistico di José Piñera divenne un modello imitato da molti altri Paesi in tutto il mondo nel corso dei decenni successivi.
Altri gruppi di economisti, tra cui Amartya Sen, fanno notare di contro come la crescita del PIL cileno si sia distaccata dalla media del continente solo dopo il 1983, quando cioè le prescrizioni dei Chicago Boys furono stemperate da un indirizzo più pragmatico. Secondo Arturo Vasquez della Georgetown University di Washington DC, inoltre, la riforma agraria promossa da Allende volta a spezzare i grandi latifondi consentì la nascita di una classe media di piccoli agricoltori che ancora oggi consentono coi loro prodotti agroalimentari di diversificare le esportazioni cilene, che rappresentano circa il 25% del PIL del Paese, attenuando la fragilità data dalla persistente esposizione al mercato internazionale del rame, materiale che ancora nel 2017 ricopriva ben il 45% delle esportazioni totali (dati dell’Observatory of Economic Complexity del Mit Media Lab).

E’ attualmente in corso un processo volto ad introdurre una nuova costituzione, in accordo ad una delle principali richieste avanzate nel corso dell’ondata di proteste avvenute nel 2019. Il referendum, inizialmente fissato al 26 Aprile 2020, è stato posticipato al 25 Ottobre in considerazione dell’epidemia di coronavirus che si sta abbattendo anche sul Paese sudamericano.

clinton_trump_no_handshake

Le elezioni americane del 2016

Era l’8 novembre 2016 quando Donald Trump, candidato del Partito Repubblicano, è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, battendo la sua sfidante, Hillary Clinton, ex First Lady ed ex Segretario di Stato sotto la Presidenza Obama. In quell’occasione,il Tycoon, con il suo slogan Make America Great Again, è riuscito a conquistare la Casa Bianca grazie al voto di 306 grandi elettori, contro i 232 che hanno votato per la Clinton. Nonostante questo risultato, è stata Hillary Clinton ad essere la più votata a livello popolare, ottenendo circa tre milioni di voti in più.

Il sistema elettorale statunitense

L’elezione di Donald Trump come nuovo Presidente degli USA arriva dopo un mandato durato 8 anni che vede alla guida del Paese Barack Obama, membro del Partito Democratico che aveva vinto per la prima volta le elezioni nel 2008 ed era stato rieletto per un secondo mandato nel 2012.

Come detto in precedenza, Trump è riuscito a vincere le elezioni nonostante non avesse ottenuto la vittoria delle preferenze dei cittadini statunitensi. Questo avvenimento non è una novità per gli USA, vista la caratteristica del suo sistema elettorale.

Il sistema elettorale è di tipo indiretto, in quanto il Presidente non viene eletto dai cittadini ma da 538 grandi elettori, il cui numero è pari alla somma dei deputati e dei senatori di ogni Stato.

I cittadini esprimono la propria preferenza per un candidato, ma non viene eletta la persona singola, bensì il gruppo di “grandi elettori” ad essa associato. Per i voti dei cittadini non viene fatto un conteggio generale, ma Stato per Stato, con un sistema maggioritario secco. Il candidato che ha più voti, anche solo uno in più rispetto agli altri contendenti, prende tutti i grandi elettori di quello Stato. Fanno eccezione lo Stato del Maine e del Nebraska, suddivisi in collegi elettorali con sistema proporzionale.

Se nessun candidato alla carica di Presidente raggiunge il quorum, la decisione finale viene presa dalla Camera dei Rappresentanti, che sceglierà fra i primi tre candidati che hanno raggiunto il maggior numero di voti. Secondo questo sistema elettorale il candidato vincente potrebbe non essere il favorito dalla maggioranza degli elettori che ha espresso il voto.

I candidati

Il sistema partitico statunitense, fin dalla sua nascita, si caratterizza – con qualche storica eccezione – per essere di tipo bipartitico, dove i repubblicani e i democratici si alternano alla guida del Paese.

Come già detto, i due candidati che si sono sfidati sono stati Hillary Clinton e Donald Trump, i quali avevano vinto le elezioni primarie interne ai loro rispettivi partiti. Le elezioni interne al partito vengono chiamate caucus e stabiliscono il candidato da presentare alla Convention generale che si terrà in seguito.

Per quanto riguarda il Partito Democratico, il candidato alla Presidenza è stato scelto durante la Convention a Philadelphia che si è tenuta a fine luglio 2016. Oltre alla Clinton, altri sono stati i politici che hanno deciso di prendere parte alle elezioni primarie, quali Bernie Sanders, Martin O’Malley, Lincoln Chafee e Jim Webb. Chaffee e Webb si erano ritirati ancora prima dell’inizio delle primarie, mentre O’Malley si è ritirato durante le primarie.

Per quanto riguarda il Partito Repubblicano invece, durante la Convention a Cleveland a metà luglio 2016 si è deciso il candidato da presentare per la corsa per la Casa Bianca. Diverse personalità politiche si sono presentate in occasione delle primarie, come Ted Cruz, Jeb Bush e Ben Carson.

I risultati

Durante tutta l’estate e anche fino a qualche giorno prima delle elezioni, Hillary Clinton era stata data come sicura vincitrice delle elezioni, grazie soprattutto al voto dei latinos, i quali erano considerati essenziali per la vittoria decisiva dell’ex first lady. Nonostante ciò, Donald Trump, insieme al suo Vice Mike Pence, è riuscito ad aggiudicarsi la Casa Bianca, grazie alla vittoria in ben 30 Stati. La sua elezione ha dimostrato decisamente una rottura con la tradizione statunitense, non avendo mai ricoperto nessun ruolo politico in precedenza, tenuto conto dell’avanzare del populismo negli USA.

Le prossime elezioni presidenziali si terranno nel cosiddetto Election Day, che ricorre il martedì successivo al primo lunedì di novembre di ogni quattro anni. Pertanto, il prossimo appuntamento per decretare o meno la rielezione di Trump o la vittoria del democratico Joe Biden è fissato al 3 novembre 2020.

scheda elettorale

Referendum costituzionale: le ragioni del SI e del NO

Il 20 e 21 Settembre gli italiani saranno chiamati al voto per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Non sarà necessario il raggiungimento del quorum, ma basterà ottenere la percentuale maggiore affinché ne sia deciso l’esito. Nel caso in cui vincesse il SI i parlamentari della Camera si ridurrebbero dagli attuali 630 a 400 e in Senato da 315 a 200. Nel caso in cui vincesse il NO tutto rimarrebbe invariato. Nonostante inizialmente partita sottotraccia, la discussione sul referendum sembra prendere quota con seppur tradiva risonanza mediatica. Tutti sembrano avere un’idea a riguardo; molti esprimono pubblicamente la loro preferenza, non solo politici, giuristi e costituzionalisti, ma anche la società civile.

Cosa alimenta le rispettive posizioni?

 

Le ragioni del SI

Tre sono le ragioni maggiormente sostenute dai sostenitori del SI, vi è anzitutto quella legata al risparmio che ne deriverebbe dal taglio dei 345 parlamentari. Tale risparmio è stato quantificato in 80 milioni l’anno, sebbene l’Osservatorio sui conti pubblici abbia fatto notare che in realtà il risparmio netto sarebbe di circa 64 milioni. A sostegno di tale motivazione è intervenuto  il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Oggi spendiamo 300mila euro al giorno in più degli altri Stati Europei per mantenere 345 parlamentari che non ci servono, 345 parlamentari che gli altri Paesi non hanno». In secondo luogo, per i sostenitori del SI, la diminuzione dei parlamentari darebbe vita ad una composizione più snella nonché una maggiore efficienza delle Camere cosi come sostenuto dal leader della Lega Matteo Salvini:«Abbiamo votato per quattro volte per il taglio dei parlamentari e non cambiamo idea adesso. Era e rimane un’iniziativa finalizzata a rendere più snello ed efficace il lavoro delle Camere». In ultima istanza, a braccetto con l’idea di una maggiore efficienza, vi è la ragione per cui nel post referendum con la vittoria del SI, e quindi in virtù del cambiamento, possa iniziare una stagione riformista. A sostegno di tale ragione è il segretario del PD Nicola Zingaretti, che all’uscita della direzione PD dove si è deciso per il SI ha dichiarato: «Ho proposto un si per cambiare, finalmente per fare le riforme».

Le ragioni del NO

Sul fronte opposto, il punto a sfavore dell’iniziativa referendaria è il taglio lineare dei parlamentari, senza che siano state disposte le misure che ne conseguirebbero: cosa ne è della rappresentanza territoriale? Come sarà organizzato il lavoro delle commissioni? Sembrano domande senza alcuna risposta. Difatti il leader di Azione, Carlo Calenda, sostiene che il Parlamento «risulterà molto meno efficiente in termini di rappresentanza, in particolare al Senato, ma anche in termini di funzionalità delle commissioni». In contrasto alla paventata maggiore efficienza derivante dal taglio, vi è la ragione per cui il problema non sia di tipo numerico ma riconducibile al bicameralismo perfetto presente in Italia. Ovvero le identiche funzioni esercitate da Camera e Senato, che rimarrebbero tali anche con l’eventuale taglio. A corroborare questa tesi vi è la dichiarazione del primo esponente di Italia Viva Matteo Renzi: «non è uno svolta, è uno spot: taglia i parlamentari, ma lascia i problemi del bicameralismo perfetto». In ultimo, il proiettato risparmio che ha alimentato le ragioni del si, a parere dei contrari non scaglia, in una analisi di costi benefici, una  lancia a favore del taglio.

Costituzionalisti divisi tra il SI e il NO

Come detto inizialmente, oltre al dibattito tra le forze politiche, la proposta di modifica costituzionale non poteva che non coinvolgere coloro i quali se ne occupano a livello sostanziale: i costituzionalisti. Non sono mancate le sorprese. Difatti, alcuni nomi di spicco schieratisi contrari in occasione del referendum del 2016, oggi si sono espressi a favore del taglio dei parlamentari, o comunque lasciano presagire questa scelta di campo. Si tratta di De Siervo, Onida, Zagrebelsky e Carlassare. Quest’ultima si è dichiaratamente schierata per il Si: «Ritengo che ci possa essere maggiore efficienza, spero in una selezione più accurata delle candidature». D’altro canto, alcuni sostenitori del precedente referendum  hanno espresso un parere contrario. Tra loro, Maria Elisa D’Amico: «Colleghi scatenati per il No nel 2016 minimizzano una serie di ricadute che invece ci sono e non si accorgono che la riforma è il primo atto di una demolizione della democrazia rappresentativa». Quest’ultima, insieme a 182 costituzionalisti sono i firmatari di un appello in cui dicono No al taglio dei parlamentari: «Non può trascurarsi lo squilibrio che si verrebbe a determinare qualora, entrata in vigore la modifica costituzionale, non si avesse anche una modifica della disciplina elettorale».

il-testo-definitivo-del-decreto-liquidita-dl-23-2020

Il decreto legge

Il decreto-legge: natura, scopo, limiti ed evoluzioni

Il periodo emergenziale ha incrementato la produzione normativa d’urgenza anche per far fronte alla crisi pandemica. Il dibattito politico degli ultimi mesi ha avuto, quindi, ad oggetto lo strumento del decreto-legge, i suoi limiti, le sue – lamentate – criticità ed alcuni aspetti tecnico procedurali che è utile ripercorrere e spiegare. Al di là dei concetti di necessità e urgenza, dell’iter di conversione, dei contenuti minimi (o massimi), il contributo si propone di chiarire elementi propri del decreto-legge, quali la responsabilità delle scelte, cosa un decreto-legge possa (o non possa) fare e, infine, quali profili evolutivi la giurisprudenza costituzionale e la prassi abbiano delineato.

 

Il decreto-legge è lo strumento normativo principale del Governo. In un ordinamento in cui al Parlamento – e solo ad esso – è riconosciuto il potere legislativo, la Costituzione ha previsto uno strumento particolare per assicurare, come previsto dall’articolo 77, al Governo di poter adottare “sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge”.

È bene sottolineare innanzitutto che, nel corso dei lavori che hanno portato alla redazione finale e approvazione della Costituzione, una grande attenzione fu dedicata proprio al decreto-legge e, in generale, alla potestà legislativa del Governo.

Qui è utile far presente che, al netto delle differenti posizioni, i costituenti decisero di prevedere uno specifico articolo ad esso dedicato, nella consapevolezza che un eventuale silenzio della Costituzione avrebbe prodotto più danni che benefici, tenuto conto che sarebbe stato impossibile “negare” l’esistenza di casi di necessità e urgenza, chiudendosi gli occhi per così dire.

Per dirla con le parole di Carlo Esposito, “i provvedimenti di necessità e urgenza del Governo sono un fatto cui la Costituzione vuole dare disciplina, ma non un istituto che da essa tragga nascimento”[1].

 

Diversamente dall’Italia, alcuni Paesi e alcuni ordinamenti (anche estinti) hanno viceversa previsto meccanismi a rilevanza costituzionale volti a riconoscere poteri speciali in capo al Governo.

In tal senso, la nostra Carta costituzionale – nella sua veste di unicum – ha introdotto regole e procedure difficilmente paragonabili ad altri e diversi ordinamenti.

Ogni tentativo di esame comparato del decreto-legge è, quindi, sostanzialmente foriero di errori, teorici e pratici.

 

La definizione offerta dall’articolo 77 mostra alcune delle caratteristiche salienti del decreto-legge: (i) è adottato dal Governo, (ii) in casi di necessità e urgenza, (iii) sotto la sua responsabilità, (iv) è provvisorio e (v) ha forza di legge.

Dalla “adozione” discendono effetti specificamente disciplinati dal nostro ordinamento. Il testo del decreto-legge viene proposto in Consiglio dei Ministri, da uno o più Ministri “proponenti” e dal Presidente del Consiglio stesso e approvato in quella sede. Il testo, poi, segue un iter particolarmente contingentato: viene trasmesso al Quirinale per la firma del Capo dello Stato, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e, “il giorno stesso”, presentato alle Camere per la sua conversione entro sessanta giorni.

 

Venendo agli elementi di necessità e urgenza, non si può che tenere in considerazione il tenore letterale dell’articolo 77 e degli altri articoli della Costituzione, ove non è possibile leggere un elenco esaustivo di casi in cui al Governo è riconosciuta la facoltà di intervenire normativamente.

A bene vedere, e come i costituenti avevano ben chiaro, non esiste interesse perseguito dallo Stato che non possa – a seconda delle vicissitudini dei tempi – perseguito in maniera necessaria e urgente e, quindi, con tempistiche diverse da quelle necessarie ad un normale iter parlamentare di esame e approvazione di una legge.

La conseguenza è che tutti i fini dello Stato (necessità assoluta) o del Governo (necessità relativa) possono, astrattamente, essere raggiunti tramite decreto-legge, a meno che non sia possibile (e qui, in diversa accezione) “necessario” procedervi con legge ordinaria.

 

Necessario riguarda la circostanza per cui, per il raggiungimento di un determinato scopo (introdurre una regola, una norma, una prescrizione), è inevitabile l’utilizzo dello strumento del decreto-legge.

È, quindi, assolutamente necessario che con decreto-legge, ad esempio, si abiliti alla professione il laureato in medicina, a causa della carenza di medici nel periodo di una pandemia (DL 18/2020).

Può essere inteso come relativamente necessario modificare la normativa in materia di abuso d’ufficio, perché convinti che lo spettro dell’azione penale impedisca ai grandi cantieri di essere avviati (DL 76/2020).

 

Più semplice appare la definizione di urgenza, anche perché il fatto stesso che il decreto-legge possa essere convertito o meno in legge entro un tempo determinato (pena la decadenza di tutti gli effetti) aiuta a comprendere come il concetto di urgenza debba essere inteso in senso temporale.

Farlo adesso perché serve adesso, e non c’è il tempo materiale per attendere che le due Camere approvino un testo identico, è il principio alla base – ad esempio – del decreto-legge che autorizza il cittadino a inserire nella buca dell’urna elettorale le schede, onde evitare il contatto e la possibile trasmissione di virus Covid (DL 103/2020, approvato il 14 agosto per il voto del 20-21 settembre).

Urgente è la proroga di termini in scadenza, spina dorsale dei cosiddetti “decreti milleproroghe” di dicembre.

 

La natura collegiale del Consiglio dei Ministri si lega a doppio filo con il concetto di “responsabilità”. È il Governo – generalmente inteso e nella accezione “ampia”, che comprende anche il Presidente della Repubblica – ad essere responsabile delle norme, quanto meno sino al momento della conversione in legge da parte del Parlamento.

E non potrebbe essere diversamente. Prima di tutto, per assicurare l’aderenza dell’ordinamento all’articolo 1 della Costituzione, tutelando quindi il precipitato logico del principio in virtù del quale solo il Parlamento è responsabile (politicamente) di fronte ai cittadini delle leggi approvate. Ogni diverso atto, se costituzionalmente previsto, deve avere un altro e diverso responsabile.

In secondo luogo, per la natura stessa dei decreti-legge.

Si tratta di “provvedimenti” che – se rispettato il dettato costituzionale – hanno necessità di essere trasformati formalmente in altro (in legge), ma non per questo sono illegittimi.

Provengono, insomma, da una autorità che ha la possibilità pratica di provvedere in conseguenza della sua posizione e dei suoi poteri (il Governo), ma necessitano comunque di una “sanatoria” (il voto e la conversione in legge da parte del Parlamento).

 

Come già anticipato, il decreto-legge è provvisorio.

Le disposizioni che contiene, se non convertite entro 60 giorni, decadono sin dal giorno in cui erano entrate in vigore, fatti salvi gli effetti che hanno prodotto.

Questa definizione, parzialmente costruita dalla giurisprudenza costituzionale, è il punto di caduta tra opposte esigenze: da un lato, (i) assicurarsi che, ove il Parlamento non intenda convertire in legge, al decreto-legge venga tolto ogni potere dispositivo, sempre in ragione di quel ruolo di garante supremo delle Camere, e dall’altro, (ii) assicurare un principio cardine degli ordinamenti moderni, e cioè la certezza del diritto.

Se agisco in un determinato tempo, e la mia azione produce effetti che vanno oltre i 60 giorni di vigenza del decreto, è ben possibile rimuovere la norma alla base, ma non è possibile cancellare con un colpo di spugna gli effetti prodotti sui rapporti giuridici.

 

Sul perché della provvisorietà, al netto della ovvia considerazione circa il carattere di limite ad un potere, è utile far presente che l’indeterminatezza costituisce il vero strumento di controllo parlamentare sull’attività governativa.

La mancata conversione di un decreto-legge è il messaggio del Parlamento al Governo circa la non necessità di dare corso ad una norma, che magari era stata necessaria e urgente.

 

A corollario di questo sta l’ultimo comma dell’articolo 77, ove prevede che le Camere possano “regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti”. Un richiamo, sostanziale, di responsabilità al Parlamento, che non può disinteressarsi di cosa è accaduto e come regolarlo.

 

Forza di legge.

Questo è, forse, il tema che maggiormente ricorre nel dibattito politico, non solo recente.

La forza di una legge consiste, tecnicamente, nella sua esecutorietà e nella sua applicabilità da parte dei giudici.

Parimenti, ogni legge ha una sua forza attiva (modificare, abrogare, sopprimere) e passiva (non essere modificata, non essere abrogata, non essere soppressa).

La formulazione dell’articolo 77, nella sua chiarezza, offre – anche in considerazione delle altre caratteristiche del decreto-legge – una chiave di lettura.

Se al primo comma si fa esplicitamente riferimento alla “legge ordinaria”, il secondo comma parla di sola “legge”. O meglio: di “provvedimenti provvisori con forza di legge”.

Tenuto conto della necessità di dare riconoscimento ad un fatto reale (intervento necessario e urgente, non prevedibile e non affrontabile con lo strumento della ordinaria legislazione), sarebbe stato infatti illogico ridurre alla sola “legge ordinaria” la forza del decreto-legge.

Ne deriva che il limite, più o meno chiaro, della forza di legge del decreto-legge consiste nella costituzione medesima, o meglio nella struttura costituzionale dello Stato, e nei principi costituzionali, che non possono essere modificati se non con una legge c.d. costituzionale.

Fuori da questo perimetro, non esistono limiti – scritti nell’articolo 77 – a quanto il Governo possa, sempre se necessario e urgente – disporre con proprio provvedimento (temporaneo e soggetto alla conversione parlamentare).

Al netto, ovviamente, di un successivo, ed eventuale, giudizio della Corte Costituzionale, chiamata a verificare la stretta aderenza del provvedimento governativo ai limiti dell’articolo 77.

 

La formulazione dell’articolo 77 costituisce la base sulla quale si sono costruite molte pronunce della Corte Costituzionale che hanno contribuito a delineare un quadro di legittimità del decreto-legge.

 

Tra i molti aspetti chiariti dalla Corte, ve ne sono alcuni che – nel dibattito – appaiono particolarmente rilevanti.

Il primo di questi è la cosiddetta omogeneità di materia, ossia quella stretta aderenza tra titolo e contenuto dei decreti.

E così, nel recente passato e a titolo esemplificativo, abbiamo potuto osservare decreti-legge recanti “misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale”, dove norme di semplificazione in materia di appalti e procedimenti sono seguite da disposizioni volte ad assicurare l’adozione di protocolli digitali nella PA e applicazione uniforme della identicità digitale per professionisti, cittadini e imprese.

 

Ancora, decreti-legge recanti “misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, articolati per titoli che intervengono sulle aree identificate dal titolo stesso del decreto.

Il legame tra titolo e contenuto, se può sembrare ovvio e privo di criticità, costituisce un elemento fondamentale, ad esempio, nel caso in cui per via emendativa si intenda ampliare la portata di un originario decreto, dovendo per l’effetto intervenire sul titolo stesso per inserire temi e ambiti di applicazione non originariamente contemplati.

 

Altro tema di particolare rilevanza è quello della ammissibilità degli emendamenti parlamentari in sede conversione e, quindi, coerenza tra legge di conversione e originario decreto.

Pur nella consapevolezza che il Parlamento, sovrano, decide se e come convertire in legge un decreto-legge, la giurisprudenza ha chiarito come e quanto la modificazione parlamentare possa incidere.

L’esempio principe è quello della incostituzionalità della c.d. “legge Fini-Giovanardi”, ossia la revisione dell’impianto normativo concernente le droghe.

Con emendamento parlamentare si trasformò il decreto-legge recante “misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché’ la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi” in un provvedimento volto, anche, a modificare il “testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309”.

Tra il decreto-legge e la legge di conversione deve esistere un “necessario legame logico-giuridico”, tale da consentire “di mantenere entro la cornice costituzionale i rapporti istituzionali tra Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica nello svolgimento della funzione legislativa” (Corte Costituzionale, Sentenza n. 32, 12 – 25 febbraio 2014).

 

Da ultimo, la reiterazione.

Specie nel corso della c.d. “prima Repubblica”, era prassi la riproposizione ciclica di decreti-legge identici, anche al fine di superare strumenti parlamentari volti ad ostacolare la formazione di talune leggi.

Questa prassi, quella della reiterazione dei decreti-legge appunto, ha subito una censura netta da parte della Corte Costituzionale, nel presupposto che la riproposizione di un identico provvedimento al fine di aggirare il vaglio parlamentare, non potesse ritenersi legittima nella misura in cui pareva evidente la mancanza di requisiti di necessità e urgenza (intesi nel senso di “unico atto idoneo a raggiungere un determinato obbiettivo”).

 

La produzione normativa del periodo febbraio – agosto 2020 ha rinnovato un dibattito già noto in merito al decreto-legge, strumento costituzionalmente previsto e normato.

Come tutti gli strumenti, inidoneo a far vacillare o attentare – di per sé – l’impianto dell’ordinamento.

Come tutti gli strumenti, idoneo ad usare usato e strumentalizzato.

Come ogni previsione costituzionale, tuttavia ed in conclusione, dotato di sistemi di controllo e – ove necessario – correzione.

 

 


[1] Diritto costituzionale vivente – Capo dello Stato ed altri Saggi, Giuffrè editore, Milano – 1992. In capitolo IV, Decreto-legge, pag. 189.