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Sudan, proteste nella capitale contro la secolarizzazione in atto nel paese

Dal 21 agosto 2019 il Sudan ha un nuovo governo di transizione al cui vertice si trova l’economista Abdalla Hamdok. Gli obbiettivi che intende portare avanti sono la pacificazione nazionale, la risoluzione della crisi economica che attraversa il paese e l’approvazione di norme ed emendamenti laici che garantiscano varie libertà personali anche per i non musulmani e le donne.

Il 9 luglio 2020 sono quindi stati approvati degli emendamenti che:

  • Criminalizzano la circoncisione femminile;
  • Aboliscono il divieto di apostasia (letteralmente rifiuto totale del proprio credo religioso);
  • Lasciano la libertà ai non musulmani di consumare alcol;
  • Concedono libertà alle donne di portare fuori dal paese i figli senza il permesso del marito.

Come era normale aspettarsi, in un paese che per 30 anni ha avuto la Shari’a come legge di stato, tale volontà di laicizzare le istituzioni ha provocato le accese proteste dei gruppi islamici più intransigenti che ritengono le tradizioni religiose in pericolo.

Le critiche provengono però anche da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani che al contrario ritengono troppo morbide e blande queste norme affermando che ci vuole qualcosa di più deciso per sradicare usanze e tradizioni in uso purtroppo da molto tempo.

Si pensa inoltre che l’approvazione di tali norme possa contribuire anche a cambiare la reputazione del paese a livello internazionale. Il paese infatti è pesantemente sanzionato dagli USA a causa dei legami con il terrorismo organizzato di matrice islamica (in particolare con Al Qaida). Diventa poi più probabile che il Fondo Monetario stanzi maggiori fondi in aiuto del settore economico che attualmente si trova in una crisi peggiorata inoltre dalla pandemia di coronavirus che interessa tutto il mondo.

Infatti, le manifestazioni non sono causate solo da queste norme “influenti sui valori fondamentali islamici” ma anche dalla gravissima disoccupazione che affligge il paese stremato dalla guerra civile in Darfur e dalla gestione finanziaria del precedente dittatore Omar al-Bashir al potere per 30 anni dal 1989 al 2019.

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La Valle d’Aosta torna al voto dopo due anni

Un’elezione regionale straordinaria si aggiunge alle tornate ordinarie del 20 e 21 Settembre ed è quella del rinnovo del Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

Lo scioglimento anticipato è la conseguenza della mancata formazione di una nuova maggioranza e di un nuovo governo pienamente funzionante entro i 60 giorni dalla data di presa d’atto delle dimissioni dell’ex Presidente Antonio Fosson, coinvolto nell’indagine Egomnia sul voto di scambio politico-mafioso insieme ad altri politici che siedono e sedevano in Consiglio regionale.

Il Presidente ad interim Renzo Testolin non è riuscito difatti a consolidare attorno a sè una coalizione capace di far proseguire la legislatura.

L’indizione di elezioni anticipate a seguito delle dimissioni del Governatore non è automatica in Valle d’Aosta, dove il Presidente non è eletto direttamente dal popolo ma dal Consiglio regionale, quest’ultimo eletto a suffragio universale (si parla quindi di elezione indiretta).

Una forma di governo quella valdostana condivisa a livello regionale in Italia soltanto dal Trentino-Alto Adige.

Le liste in campo

  • Centro destra Valle d’Aosta (Forza Italia, Fratelli d’Italia)
  • Lega
  • Movimento 5 Stelle
  • Vallée d’Aoste Unie (MOUV’, VdA Ensemble)
  • Progetto Civico Progressista (Partito Democratico, Europa Verde, Rete Civica, Area democratica, Possibile)
  • Alleanza Valdostana (Italia Viva, Stella Alpina)
  • Pour l’Autonomie (Union Valdôtaine Progressiste)
  • Union Valdôtaine
  • Rinascimento
  • Pays d’Aoste souverain
  • Valle d’Aosta Futura
  • VdALibra-Partito Animalista Italiano

La legge elettorale

La normativa prevede l’elezione dei 35 consiglieri con un sistema proporzionale a turno unico.

Ogni lista deve essere composta da un minimo di 18 nomi a un massimo di 35. L’elettore può indicare una sola preferenza.

È previsto un premio di maggioranza sottoposto però ad una stringente condizione: la lista o il gruppo di liste che raggiunge il 42% dei voti ha diritto a 21 seggi.

La soglia di sbarramento opera a due livelli: il primo esclude le liste che non abbiano raggiunto il ‘quoziente’ minimo (dato dalla divisione tra la somma dei voti totali e il numero dei seggi da assegnare).

Si ripartono quindi i seggi tra le liste sopravvissute e si applica poi il secondo sbarramento: vengono escluse tutte le liste che non hanno ottenuto almeno due seggi, che vengono riassegnati alle altre liste.