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Palestina, il Movimento per il Jihad Islamico si presenta alle elezioni per il Consiglio Nazionale

Ricostruzione. Potremmo così definire lo spirito che riflette oggi l’atmosfera politica interna in Palestina.

Risale a qualche settimana fa l’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, il quale promette la convocazione delle elezioni parlamentari, presidenziali e per il Consiglio Nazionale entro sei mesi.

Dopo circa quindici anni di scontri, le due fazioni palestinesi sono riuscite a ristabilire un dialogo politico che si pone come obiettivo nuove elezioni secondo un meccanismo di rappresentanza proporzionale. Anche gli altri partiti e movimenti islamici hanno accolto favorevolmente questa proposta, a tal punto che alcuni di questi si sono dichiarati pronti a partecipare alle elezioni.

Il Movimento per il Jihad Islamico, attraverso l’annuncio di uno dei capi politici, Mohammed al-Hindi, ha palesato infatti la propria intenzione di voler correre alle elezioni per il Consiglio Nazionale Palestinese, l’organo legislativo dell’OLP.

La necessità di una forte unità nazionale in chiave anti-israeliana è considerata di vitale importanza per gli organi del Movimento Islamico. Lo stesso leader del Movimento Nafiz Azzam, in un’intervista ad Al-Jazeera, ha dichiarato che l’accordo tra Hamas e Fatah è un passaggio fondamentale per il futuro del paese. Questo sopratutto alla luce delle nuove manovre che Israele sta adottando con gli altri paesi della regione araba, cercando di normalizzare i rapporti diplomatici per isolare la causa palestinese anche a livello internazionale.

Il gruppo radicale, fondato negli anni settanta nella Striscia di Gaza, si pone come obiettivo strategico l’annientamento della occupazione israeliana e la creazione di uno stato islamico palestinese. Rinnega inoltre gli accordi di Pace di Oslo siglati tra Israele e l’OLP.

Combattimenti a Tripoli [© 2020 Amru Salahuddien/Anadolu Agency via Getty Images]

Libia, cauto ottimismo emerge dal vertice Berlino 2

Tre giorni fa si è tenuto, in forma virtuale, il vertice multilaterale promosso da Germania e Nazioni Unite sulla crisi libica. L’esigenza di un incontro si è fatta più forte con il peggiorare della situazione nel Paese, dilaniato dalla guerra civile dal 2011. Due sono stati i fattori che hanno destato particolari preoccupazioni. Il primo è la dichiarazione del numero uno del Governo di Accordo Nazionale della Libia, Fayez al-Sarraj, che lo scorso 17 settembre ha annunciato la volontà di dimettersi dal suo incarico. Il secondo è la recrudescenza dell’offensiva su Tripoli, roccaforte del GNA, lanciata dal generale Khalifa Haftar, capo del Consiglio Nazionale di Transizione.

Il meeting del 5 ottobre segna un progressivo coinvolgimento della Germania, Presidente dallo scorso luglio del Consiglio dell’Unione Europea e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza ONU dal 2019, nella crisi libica. Lo scorso gennaio si era tenuta a Berlino una conferenza sulla Libia, i cui risultati sono stati incerti. Due punti, in particolare, sono stati ampiamente disattesi: il mantenimento del cessate il fuoco e l’impegno dei Paesi terzi di rispettare l’embargo sulle armi secondo la risoluzione 1970/2011 del SC.

La Libia è terreno di guerra civile dal 2011, quando il regime del colonnello Muammar Gheddafi cadde vittima delle Primavere Arabe. Dal 2014 sono due i principali attori nel conflitto: il GNA presieduto dal Presidente Serraj e sostenuto da ONU, Italia e Turchia, e il CNT del generale Haftar, sostenuto principalmente da Egitto, Russia ed Emirati Arabi. Quasi inutile a dirsi, il supporto di stati stranieri ai due Paesi, che si esprime anche attraverso la vendita illegale di armi, rende la situazione più delicata.

Nonostante le premesse non proprio incoraggianti, il Ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha espresso “cauto ottimismo” circa la buona riuscita dell’iniziativa. Il Ministro Maas ha inoltre sottolineato che adesso le possibilità di fare concreti passi avanti sono maggiori rispetto a prima. Ora serve la volontà di sfruttarle.

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Il procedimento di formazione del governo

La nascita di un governo prende vita grazie ad una procedura alquanto complessa ed articolata, infatti, l’avvenire di una nuova direzione politica inizia con la cosiddetta “Procedura di Formazione di Governo”. Tale modus operandi viene menzionato, nonché legittimato e regolamentato, nella nostra Costituzione negli articoli 92, 93 e 94. La nascita del Governo della Repubblica è sempre un momento delicato ed è per questo che in tale periodo si vedono un susseguirsi di fasi che sono propedeutiche tra loro.

 

L’articolo 92, più precisamente nel secondo comma, della nostra Costituzione disciplina la Formazione di Governo in maniera semplice e concisa. Il suddetto articolo recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.”

Tale articolo, nella sua purezza, spiega che il Capo dello Stato detiene un ruolo fondamentale per la nascita del nuovo Governo ma al tempo stesso non va a spiegare con quale criterio lo debba scegliere, ed è qui che entrano in gioco le elezioni politiche. La Repubblica Italiana respira all’interno di un sistema democratico e ciò comporta che la rappresentanza politica debba essere scelta direttamente dal popolo tramite delle elezioni libere, corrette e ricorrenti. Il problema, però, si viene a creare nel momento in cui nessun partito riesce ad ottenere in solitaria la maggioranza dei seggi, frutto spesso della combinazione tra legge elettorale scevra da meccanismi atti ad assicurare governabilità, un’alta frammentazione politica – ossia l’elevato numero di partiti presenti – e polarizzazione o salienza dei partiti stessi -ossia l’ideologia del partito che può essere più o meno vicina a quella di un altro partito. Viste le difficoltà nel conseguire la maggioranza, si è istituita una consuetudine costituzionale in forza della quale il Presidente della Repubblica, terminate le elezioni, inizia una serie di colloqui con i vari soggetti di punta dei partiti (segretari, capigruppo parlamentari) nonché sentirà i pareri dei presidenti dei due rami parlamentari e degli ex-Presidenti della Repubblica in quanto nominati senatori a vita. Questa procedura prende il nome di “Fase delle Consultazioni” ed è volta a conoscere le intenzioni e gli orientamenti dei più autorevoli rappresentanti dei gruppi parlamentari con la finalità di individuare una personalità adeguata alla futura maggioranza governativa.

 

Conclusa la prima fase si passa ad una seconda fase dove si affida all’incaricato, ossia il soggetto designato dal nostro Capo di Stato, l’onere di dar vita a una maggioranza parlamentare e di scegliere i Ministri che, con la sua presenza, costituiranno il Consiglio dei Ministri. La prassi vuole che il futuro ed ipotetico Primo Ministro non accetti immediatamente l’incarico ma lo accolga con riserva. Ciò consentirà sia a quest’ultimo di avere un periodo a disposizione durante il quale consulterà i vari partiti e/o movimenti politici per poter strutturare una maggioranza parlamentare adeguata, sia al Presidente della Repubblica di nominare contestualmente il vertice dell’esecutivo e i relativi ministri.

Una volta terminate le precedenti riunioni, l’incaricato si recherà nuovamente dal Presidente della Repubblica ad annunciare la coalizione di Governo e proporre la squadra di Ministri, sulle cui nomine il Presidente della Repubblica eserciterà un controllo di garanzia e non una mera ratifica rispetto alla proposta avanzata dal Presidente del Consiglio. Qualora esistessero dei problemi insormontabili, come l’impossibilità di formare un nuovo Governo, il Presidente della Repubblica può anche decidere – in casi estremi – di sciogliere entrambe le camere o solo una di esse, previa controfirma del Presidente del Consiglio uscente, e di indire nuove elezioni.

 

Se l’incaricato riuscirà a trovare una maggioranza parlamentare adeguata entrerà in scena l’articolo 93, che prevede un Giuramento di Fedeltà da parte dei singoli componenti del Governo dinanzi al Capo di Stato. Questo rito celebrativo creerà, in tal modo, una condizione di legittimità per l’esercizio futuro delle funzioni.

«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione.»

Prima di entrare nell’ultima fase avviene la famosa “Cerimonia della Campanella”, durante la quale il Presidente del Consiglio dei Ministri uscente passa la campanella – ossia lo strumento che si utilizza per dare formale inizio alle riunioni del Consiglio dei Ministri- al neo-Primo Ministro, segnando simbolicamente il passaggio di poteri.

 

Una volta avvenuto il Giuramento e il passaggio della campanella, si entra nell’ultima fase, che vede il Governo presentarsi dinanzi alle Camere per chiedere la loro fiducia. Quest’ultimo passaggio, che viene presentato ed enunciato dall’articolo 94 della nostra Costituzione, deve avvenire entro dieci giorni dal decreto di nomina. Il nostro sistema parlamentare prevede un Rapporto di Fiducia tra Parlamento e Governo. La fiducia viene domandata ab origine ad entrambe le camere con un discorso che viene tenuto dal neo-Presidente del Consiglio, mediante il quale annuncia il programma di governo e la sua linea politica, e dovrà rimanere vigente in ogni sua eventuale futura verifica.

Il voto, sia se positivo sia se negativo, dovrà essere motivato dai gruppi parlamentari e ciò dovrà avvenire per appello nominale cosicché l’onorevole si impegni dinanzi all’elettorato e dimostri la sua visione politica sul nuovo insediamento governativo in maniera plateale. Ovviamente può succedere che la fiducia non venga concessa e pertanto bisognerà ricominciare tutto da capo ripartendo dalla fase delle consultazioni. Qualora invece il Governo ottenesse la fiducia, entrerà in carica con pieni poteri e potrà iniziare il suo operato rimanendo in carica fino a eventuali azioni che possono causare una sua fine anticipata.

 

Come possiamo vedere la procedura di formazione governativa è alquanto lunga e complicata. Sotto ogni fase esistono delle peculiarità che assumono caratteri giuridici e/o politici. Ci troviamo dinanzi a delle fasi e dei rituali che rievocano l’onere della responsabilità delle proprie future azioni e della lealtà nei confronti della Repubblica. La costituzione di un Governo, in un certo senso, è molto simile alla nascita di un essere vivente poiché appena esso inizia a respirare vedrà venire sul suo capo diritti e doveri costituzionali e legislativi nonché obblighi di lealtà nei confronti non solo della Repubblica ma anche nei confronti del popolo Italiano.

 

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Sovranità digitale: il prossimo grande passo dell’UE

I leader degli stati membri dell’UE si sono riuniti nella capitale europea l’1 e 2 di Ottobre 2020 per un vertice di due giorni, rinviato dalla precedente settimana in seguito alla notizia della positività del Presidente del Consiglio Europeo – Charles Michel – al COVID-19. Durante il summit, solitamente convocato quattro volte l’anno, i capi di stato e di governo hanno discusso diversi temi, soffermandosi su una questione cardine da oramai diversi mesi: la necessità di raggiungere la così detta digital sovereignty o sovranità digitale. Quest’ultimo tema, infatti, continua a dominare l’agenda politica dagli inizi del 2020, quando la pandemia del COVID-19 era ancora solamente una paura lontana.

 

Tale questione ha messo in evidenza il ruolo chiave che la tecnologia gioca nella vita delle persone. Ha anche reso i policy-makers dell’UE consapevoli dell’importanza strumentale della sovranità digitale per ottenere l’autonomia strategica. Da quando ha assunto la carica di Presidente della Commissione Europea lo scorso autunno, Ursula von der Leyen ha ripetutamente espresso l’ambizione di rendere l’Europa resiliente, indipendente e inclusiva nel settore digitale. Lo scoppio della pandemia ha trasformato questa priorità in un’urgenza.

 

Di cosa si parla esattamente quando si fa riferimento alla sovranità digitale? I leader, nelle loro conclusioni – il documento che riassume le posizioni politiche adottate durante il summit rispetto ai diversi temi trattati – la definiscono come la capacità di stabilire le proprie regole, compiere scelte tecnologiche autonome nonché sviluppare capacità e infrastrutture digitali strategiche.

 

In una dichiarazione ai margini del summit, il Presidente del Consiglio Europeo Michel ha dichiarato che “con le infezioni in aumento in molti Stati membri dell’UE, la pandemia non mostra segni di diminuzione. Tuttavia, con il passare del tempo abbiamo imparato ad adattarci e la nuova normalità ha iniziato a prendere forma”. La “nuova normalità” di cui parla l’ex Primo Ministro belga Michel ha le sue radici anzitutto nel ruolo chiave giocato dalle nuove tecnologie durante la pandemia, con particolare riferimento alle reti di telecomunicazione: esso è stato rafforzato dall’emergenza, che ha accelerato la transizione del lavoro, dell’istruzione e della vita sociale nello spazio virtuale.

 

 

La necessità di connettività, resilienza e indipendenza è chiaramente riflessa nel documento contenente le conclusioni del summit che si è tenuto qualche giorno fa: i leader europei hanno chiesto, nero su bianco, che il 20% dei 672,5 miliardi di euro proposti tramite il Recovery Fund – lo strumento europeo per la ripresa economica e sociale a seguito della pandemia – venga riservato ad investimenti volti a rafforzare l’infrastruttura digitale. Tuttavia, la domanda sorge spontanea: a chi gioverà questo denaro? Nelle conclusioni del vertice, i leader hanno timidamente chiesto che i fondi siano destinati a sostenere le piccole imprese, molte delle quali sono state gravemente colpite dalla pandemia. Resta tuttavia da vedere se la gran parte del finanziamento sarà, alla fine, destinata ai grandi attori digitali.

 

Il messaggio chiave, dunque, è che il blocco europeo non può permettersi il lusso di lasciarsi scappare le tante opportunità di questa transizione digitale, che vengono definite dai leader “fondamentali per rafforzare la nostra base economica, garantire la nostra sovranità tecnologica, consolidare la nostra competitività globale, facilitare la transizione verde, e creare posti di lavoro”. Quali saranno, però, i principi saldi e gli standard alla base di questa transizione? L’obiettivo dei capi di stato e di governo è stabilire un modello europeo incentrato sull’uomo, costruito su libertà fondamentali, protezione dei dati – personali e non – e Intelligenza Artificiale sicura, affidabile ed etica. Questo modello dovrà sapersi contrapporre a quelli proposti da Stati Uniti e Cina, senza perdere la necessaria competitività.

 

Al netto di tutto ciò, la palla passa ora nelle mani della Commissione Europea, tenuta a proporre, nei mesi a venire, diverse iniziative – legislative e non – in questo campo: dall’Intelligenza Artificiale alle piattaforme online, passando per 5G, protezione dei dati online e cybersicurezza. Certo è che le ambizioni degli stati membri rimangono alte, con i leader che hanno chiamato la Commissione a presentare, entro Marzo 2021, un piano che identifichi concretamente gli obiettivi dell’UE in ambito digitale da oggi al 2030. La posizione degli stati membri rispetto a tali iniziative è dunque più che chiara: l’Europa deve ridurre la dipendenza tecnologica da superpotenze quali Cina e Stati Uniti, attualmente le principali fonti di approvvigionamento per le infrastrutture digitali (rispettivamente per reti di telecomunicazioni e servizi cloud).

 

L’UE deve dunque affrontare il difficile compito di raggiungere l’indipendenza nelle tecnologie chiave garantendo al contempo che un solido rapporto commerciale con i propri partner internazionali. Ma per la prima volta, c’è un allineamento dei principali attori e la volontà politica di raggiungere un obiettivo comune.

Il prossimo incontro programmato dei leader dell’UE è previsto per Marzo 2021. Al centro di quel summit ci sarà un’altra tematica centrale per il dibattito sul raggiungimento della sovranità digitale: la tassazione dei tech giants – i grossi businesses digitali.

La bandiera catalana

Nuove sfide e questioni irrisolte: la Catalogna torna al voto

Il Presidente del Parlamento catalano Roger Torrent ha annunciato che, Covid permettendo, le prossime elezioni nella Comunità Autonoma si terranno il 14 febbraio 2021. La consultazione si è resa necessaria per via della sentenza del Tribunale Supremo spagnolo che ha esautorato all’unanimità il Presidente della Generalitat catalana Quim Torra, per via della sua “reiterata e ostinata disobbedienza“. Torra si è infatti rifiutato di togliere i simboli indipendentisti dai palazzi del governo regionale, violando così la rigida neutralità a cui le istituzioni iberiche devono attenersi nel periodo elettorale.

La Catalogna torna nuovamente ad elezioni anticipate, dopo quelle convocate nel dicembre 2017 in seguito alla dissoluzione da parte di Madrid del governo di Carles Puidgemont. Le elezioni del 2017 videro una crescita degli unionisti di Ciudadanos, che si affermarono come primo partito con il 25.3% dei voti. Tuttavia, l’alleanza indipendentista formata dai liberali di Junts per Catalunya (JxCat) e dalla sinistra di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) fu nuovamente in grado di formare una maggioranza, che elesse Quim Torra alla presidenza della Generalitat. I rapporti tra i due partiti non sono stati però idilliaci, per via delle forti differenze ideologiche e del supporto esterno che ERC fornisce al governo Sánchez, tanto che Torra considerava già conclusa la propria esperienza di governo prima dell’interdizione. Lo scoppio della pandemia ha però ricompattato almeno in parte la maggioranza, concorde nell’accusare Madrid di una gestione fallimentare dell’emergenza, che al contrario sarebbe stata affrontata meglio da una Catalogna indipendente. Per tale ragione, il fronte indipendentista, che comprende anche la sinistra radicale di CUP, proverà a formare nuovamente una maggioranza dopo le elezioni di febbraio. Il fronte dei “costituzionalisti” contrari all’indipendenza, è invece formato dalle versioni locali dei cinque principali partiti politici nazionali. Tuttavia, vi sono importanti differenze tra loro. I partiti della sinistra, Partito Socialista e Unidas Podemos, si definiscono come “catalanisti”, a favore di una maggiore autonomia ma contrari all’indipendenza da Madrid. Al contrario, i partiti di centro e destra Ciudadanos (che proprio in Catalogna è nato come partito unionista), Partito Popolare e Vox sono fermamente contrari a ogni concessione al fronte indipendentista.

Gli ultimi sondaggi fotografano una situazione simile al 2017 per quanto riguarda il risultato di indipendentisti e costituzionalisti, ma con significative differenze di risultato tra i partiti al loro interno. ERC con il 23.2% supererebbe JxCat (ferma al 20%) e diverrebbe il primo partito indipendentista, principale candidato ad esprimere il nuovo Presidente della Generalitat. Sul fronte costituzionalista, invece, è atteso un crollo di Ciudadanos, che scenderebbe sotto il 12%. Ne beneficerebbero i socialisti, che secondo le proiezioni sarebbero il primo partito tra i costituzionalisti con il 17.8%, e in misura minore il Partito Popolare e Vox, che con il 5% entrerebbe per la prima volta nel parlamento di Barcellona.

Gli indipendentisti dovrebbero leggermente ampliare la risicata maggioranza con cui vinsero tre anni fa. A differenza di quella consultazione però, oggi gli elettori sembrano più concentrati su questioni locali quali la gestione della sanità piuttosto che sullo scontro con Madrid. Si confermano invece alcune tendenze di lungo periodo. La prima è che l’indipendentismo continua a godere di forti consensi, ma non riesce ad essere nettamente maggioritario. Gli ultimi sondaggi su un eventuale referendum sull’indipendenza vedono il no prevalere con il 46.7% dei voti, a fronte di un 45.2% di favorevoli e di un 8.1% di indecisi.

La seconda tendenza è che i catalani continuano a preferire i partiti indipendentisti nel voto locale (percentuali intorno al 45-50%), mentre nel voto nazionale questi ultimi hanno spesso un seguito inferiore al 40%. Questo avviene nonostante i partiti separatisti ricoprano un ruolo spesso decisivo nella formazione dei governi a Madrid. L’attuale governo Sánchez, per esempio, si regge sul voto favorevole di una serie di partiti autonomisti di tutto il Paese e sull’astensione di ERC, promessa in cambio di concessioni alla Catalogna. I repubblicani catalani hanno già provocato la caduta del precedente governo del leader socialista nel 2019, votando contro la manovra di bilancio. Per evitare simili scenari in periodo di pandemia, il Presidente del Governo si è cautelato aprendo l’area di maggioranza ai centristi di Ciudadanos, ma il successo di questa operazione non è ancora certo. Il corteggiamento del governo agli unionisti ha contribuito al riavvicinamento di ERC a Junts per Catalunya, che come il CUP siede all’opposizione di Sánchez. La probabile vittoria del fronte indipendentista alle prossime elezioni catalane, unita all’apertura del governo di Madrid all’appoggio di Ciudadanos, rendono ancora più intricata una situazione che, a tre anni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, è ben lontana dall’essere risolta.

fonte: azgovernor.gov

USA2020, l’Arizona è un nuovo Stato chiave?

Nella sfida per la conquista della Casa Bianca, molti occhi sono puntati sull’Arizona e sui suoi 11 electoral votes.

Tradizionalmente una roccaforte conservatrice, l’Arizona è da anni in procinto di cambiare il suo tradizionale colore politico. Se avvenisse un cambiamento politico sarebbe una grande perdita per il Presidente, le cui prospettive di vincere le elezioni sembrano piuttosto incerte. Da parte loro, i Democratici sperano che i rapidi cambiamenti demografici degli ultimi anni e il basso entusiasmo degli elettori bianchi dei sobborghi nei confronti del Presidente diano a Joe Biden la possibilità di vincere questo Stato, concretizzando le chance di ascesa allo Studio Ovale.

Per comprendere le dinamiche di cambiamento è importante considerare la regione in cui si trova: il Sud-Ovest. In quest’area sono avvenuti alcuni dei più importanti cambiamenti nello scacchiere politico a seguito di importanti cambiamenti demografici che spingono sempre più in zona blu Stati tradizionalmente repubblicani. È stato questo il caso di New Mexico, Colorado e Nevada. Sarà così anche con l’Arizona (e, forse, il Texas in futuro)?

Il contesto storico-demografico

A un primo sguardo, potrebbe non sembrare uno Stato incerto: dal 1952, solo Bill Clinton nel 1996 è riuscito a espugnare questa roccaforte Repubblicana – e con una maggioranza risicata. Per 24 anni la rappresentanza al Senato è stata di colore rosso, e nell’ultimo decennio l’Arizona ha avuto Governatori Repubblicani. Ma già dal 2016 qualche segnale concreto di cambiamento si è visto.

Nel 2016 Trump ha vinto lo Stato con il 3,5% di vantaggio, acquisendo comunque meno del 50% (si è fermato a 48%). Con un’affluenza insolitamente alta, nel 2018 è stata eletta la prima Senatrice donna dello Stato, la Democratica Kyrsten Sinema. La sua vittoria di misura è sintomatica dei cambiamenti demografici cui i Democratici guardano con trepidazione: dal 2000 al 2019 la popolazione ispanica è aumentata dal 25% al 31%, secondo le stime del Census Bureau. Ma l’elettorato latino, prevalentemente democratico, non può bastare per una vittoria di Biden, essendo appena un quinto del corpo elettorale.

È importante a questo punto spostare l’attenzione sui sobborghi. Dalla fine del secolo scorso, l’Arizona ha raddoppiato la propria popolazione, passando da 3,6 milioni di abitanti nel 1990 ai 7,2 milioni del 2019. Quasi 3 milioni di questi nuovi abitanti si sono stabiliti nell’area metropolitana di Phoenix, la capitale di Stato. Tuttora, l’area metropolitana è una delle zone con la più alta crescita di abitanti della nazione: si stima che vi si trasferiscano ogni giorno più di 250 persone. La ragione di tale espansione è da ricercarsi nello sviluppo economico di questa zona, le cui aziende continuano ad assumere migliaia di lavoratori laureati e ben pagati.

È in questa enorme conurbazione, incentrata sulla contea di Maricopa che da sola contiene il 61% della popolazione statale, che si gioca la sorte elettorale dello Stato. Questa contea è stata tradizionalmente la base della dominazione Repubblicana, ma ora una popolazione al 40% latina e lo scontento montante dei suburban voters verso Trump (soprattutto tra le donne) può spostare lo stato a sinistra. Chi vincerà la contea, vincerà lo Stato: così è stato per il Presidente nel 2016 e per la senatrice Sinema nel 2018.

Fuori dal campo di battaglia di Phoenix, le zone di influenza dei partiti sono ben definite. La contea di Pima, capitanata da Tucson, è il serbatoio Democratico; le zone rurali sono a prevalenza Repubblicana, specialmente nella parte occidentale dello Stato. Piccole concentrazioni di democratici si trovano a Flagstaff e nelle riserve indiane nordorientali. L’aumento di competitività a livello statale è quindi ascrivibile a cambiamenti nelle attitudini dei bianchi laureati dei sobborghi nei confronti della radicalizzazione del partito Repubblicano.

Le campagne in Arizona

Complice la pandemia, le campagne si sono dovute adattare ad una nuova realtà. Biden non ha fatto comizi di persona, mentre il Presidente ha visitato l’Arizona cinque volte quest’anno. Durante l’estate, i due candidati hanno speso decine di milioni in pubblicità. Il punto su cui il Presidente si è distinto è nell’autoproclamarsi il candidato della legge e dell’ordine, nella speranza che vedere le immagini degli scontri legati alle proteste sull’eguaglianza spaventino gli elettori suburbani mantenendone abbastanza dalla sua parte.

Inoltre, la campagna di Trump si è concentrata ad allargare la propria base di voti cercando di persuadere gli ispanici: molte fonti riportano come il Presidente riscuota un relativo successo tra gli uomini sotto i 50, che più che identificarsi con il personaggio sostengono le sue politiche economiche. Se questa doppia strategia funzionerà, ce lo diranno i risultati.

Biden, dal canto suo, corre il rischio di cadere nella stessa trappola di Hillary: la sua assenza dai palchi di Wisconsin e Michigan potrebbe esserle costata le elezioni. Chiaramente quest’anno l’assenza del candidato Democratico è dettata dall’emergenza sanitaria, quindi questa è una scelta determinata da un senso di responsabilità e di cautela. Invece di ignorare lo stato, questa è anche parte della strategia di proiettare un’immagine di sé come leader responsabile ponendosi in contrasto con Trump, che ha continuato con grandi comizi. Invece, Biden e Kamala Harris si stanno tardivamente concentrando su eventi ristretti e mirati.

Un importante focus della campagna sono i Repubblicani moderati, nella speranza che abbastanza di loro siano nauseati dal Presidente al punto da convincersi a votare per i Democratici, spostando l’ago della bilancia in favore di Biden. Inoltre, in generale la campagna cerca di mostrarsi attenta alle minoranze, comprendendo che i sobborghi non sono più composti da una popolazione monolitica ma sono ormai diventati uno specchio della composizione etnico-razziale del Paese. E in uno stato come questo, con una enorme e composita popolazione suburbana, questo tipo di attenzione può rivelarsi provvidenziale. La spesa pubblicitaria della campagna di Biden è stata più alta qui che in qualsiasi altro Stato durante l’estate, superando Trump di 3 milioni di dollari.

La registrazione degli elettori

Per quanto riguarda la registrazione degli elettori, non è una sorpresa constatare come già alle rilevazioni di agosto risultassero più elettori registrati di quanti lo erano il giorno delle elezioni del 2016. L’assenza di dati oltre il 4 agosto impedisce di avere un buon quadro della situazione post-convention, ma è chiaro che l’entusiasmo è alto. Secondo i dati dell’ufficio del Segretario di Stato, nel 2016 i registrati erano quasi 3,6 milioni, nel 2018 3,7 milioni, mentre il 4 agosto 2020 erano alla soglia dei 4 milioni. Una novità degna di nota: gli elettori registrati fra i Democratici hanno superato gli Indipendenti prendendo il secondo posto. Gli elettori Democratici sono cresciuti del 18,5% rispetto al 2018, i Repubblicani del 12,1%.

In Arizona infatti la registrazione Democratica ha fatto buoni progressi, contrariamente a molti altri stati dove lo stop alla campagna di registrazione porta-a-porta da parte dei Democratici (causa Covid-19) ha condotto verso numeri molto bassi, contrariamente ai Repubblicani che hanno continuato con la strategia classica. Grazie ad una sentenza, la data di scadenza è stata spostata dal 5 al 23 ottobre.

Cosa dicono i sondaggi in Arizona?

Ormai da settimane, la posizione del Presidente è peggiorata. Il Cook Political Report classifica l’Arizona come “Lean Democrat”. L’ultimo sondaggio NYT/Siena (rilasciato il 4 ottobre) mostra Biden a quota 49%, seguito da Trump a 41%, con un netto vantaggio per lo sfidante democratico a Phoenix, mentre i due sono testa a testa nel resto della contea. L’ex Vicepresidente domina l’elettorato latino 65% a 27%, avvicinandosi al supporto ricevuto da Hillary Clinton nel 2016. Domina tra i giovani e le donne con percentuali maggiori della Clinton e arriva ad erodere il supporto per Trump tra gli uomini, gli anziani e i bianchi laureati.

Precedenti sondaggi dei migliori istituti mostrano simili situazioni, con la popolarità del Presidente seriamente compromessa nei gruppi tradizionalmente fedeli ai Repubblicani. Attualmente, le medie dei sondaggi mostrano un vantaggio tra il 2% e il 5% per Biden. Sebbene con il tempo lo scarto sia variato, è importante notare che in ogni sondaggio il candidato Democratico si mostra costantemente in vantaggio. Nel 2016 invece c’erano state più occasioni in cui i due sfidanti si sono scambiati la posizione di vantaggio, segnalando la maggior robustezza del consenso elettorale verso i Democratici a questa tornata.

I cittadini dello Stato hanno incominciato a votare anticipatamente il 7 ottobre, e la legge statale prevede il conteggio delle schede pervenute anche prima dell’election day. Questo significa che, a differenza di altri Stati, potremo probabilmente sapere il risultato definitivo direttamente durante la notte elettorale.

Media storica pesata dei sondaggi. Fonte: Fivethirtyeight

Sondaggio Noto: centrodestra al 48%