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Elezioni alle Seychelles, guai in vista per il partito del Presidente?

Tra il 22 e il 24 ottobre si terranno le elezioni legislative e presidenziali nell’arcipelago africano delle Seychelles. Si tratta rispettivamente della decima tornata presidenziale e dell’undicesima elezione parlamentare nella storia politica indipendente di queste isole. Le elezioni parlamentari si sarebbero dovute tenere nel 2021, ma i partiti di governo e opposizione si sono accordati per terminare la legislatura quest’anno, per accorpare le due tornate elettorali.

Mai la partita è stata così aperta: per la prima volta, infatti, il partito di governo (Seychelles United) potrebbe non eleggere un suo rappresentante alla guida del Paese.

 

Il contesto politico

Le Seychelles hanno un sistema presidenziale in cui il Presidente è eletto a suffragio universale ed a capo del governo, mentre il Parlamento (l’Assemblea Nazionale) è responsabile del potere legislativo. Lo scranno più alto dell’arcipelago nell’Oceano Indiano è attualmente occupato da Danny Faure, il quale è succeduto al dimissionario James Michael nel 2016. Faure è il leader del partito Seychelles United, il quale è stato ininterrottamente al governo dal 1977, fino al 1993 in un sistema a partito unico (con il nome Fronte Popolare Progressista delle Seychelles), e dagli anni ’90 in poi in un sistema multipartitico. Faure ha occupato numerose posizioni di governo nel XXI secolo, tra cui Ministro per le Politiche Giovanili, Ministro delle Finanze, Ministro per il Commercio e per l’Industria, ed è stato Vicepresidente tra il 2010 e il 2016. Faure si è distinto per l’attenzione dimostrata verso le questioni ambientali, per cui ha vinto il premio “Planetary and Leadership Award” di National Geographic nel 2019.

 

I principali partiti

Le Seychelles hanno un sistema prevalentemente bipartitico. Il partito principale è, come detto in precedenza, Seychelles United (PL). Il partito fu fondato negli anni ’60 da inviati socialisti della Germania Est, della Tanzania e dell’Algeria. Sotto la guida di France-Albert René, il partito organizzò un colpo di Stato nel 1977, prendendo il potere e instaurando un regime autoritario. Oggi il partito si attesta su posizioni socialdemocratiche.

Dal ritorno alla democrazia nel 1993, il principale partito d’opposizione è Linyon Demokratik Seselwa (Unione Democratica delle Seychelles, LDS), un partito liberale di centro-destra formato da un’alleanza di quattro partiti.

 

Il sistema elettorale

Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, il sistema elettorale prevede un’elezione diretta a suffragio universale. Se al primo turno nessun candidato ottiene il 50%+1 dei voti, si tiene un secondo turno tra i due candidati più votati durante la prima tornata.

L’Assemblea Nazionale è invece eletta con un sistema misto: 26 membri sono eletti in collegi uninominali in un unico turno; un massimo di dieci altri seggi sono attribuiti in modo proporzionale, assegnando un seggio ogni 10% ottenuto da un partito.

 

I candidati

Per la prima volta nella storia delle Seychelles, tre candidati si sfideranno per la presidenza dell’arcipelago. Oltre all’attuale Presidente Faure, troviamo il candidato di LDS, Wavel Ramkalawan e Alain St Ange, ex-Ministro del Turismo in quota Seychelles United e oggi alla guida di One Seychelles, un partito populista di centro.

 

I tre candidati alle elezioni presidenziali. Fonte: Electoral Commission of Seychelles

 

Come sono andate le scorse elezioni?

Nonostante la mancanza di sondaggi ufficiali, la tendenza delle ultime tornate elettorali rivelano uno scenario inquietante per il partito di governo. Nelle elezioni presidenziali del 2015, infatti, si è arrivati per la prima volta ad un secondo turno; nel 2016, Seychelles United non ha ottenuto la maggioranza al’Assemblea Nazionale per la  prima volta dopo l’indipendenza dell’arcipelago africano. La crisi di Seychelles United e la presenza di un terzo candidato potrebbe portare per la prima volta ad un sistema politico dominato da partiti che storicamente sono stati all’opposizione.

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Che fine ha fatto CasaPound?

Un anno fa il Presidente di CasaPound, Gianluca Iannone, ha annunciato che il partito non si presenterà più alle Elezioni e tornerà ad essere esclusivamente un movimento come nei suoi primi anni. È andata davvero in questo modo? Che cosa stanno facendo nel 2020 gli iscritti e i sostenitori di CasaPound?

Che cos’è Casapound

CasaPound nasce nel 2003 come movimento politico di estrema destra. Dopo aver occupato, in via Tiberina 801, uno stabile abbandonato (denominato poi Casa Montag, prima di una lunga serie di Occupazioni Non Conformi), il 26 dicembre 2003 viene occupato lo stabile di via Napoleone III numero 8, subito adibito ad Occupazione a Scopo Abitativo (Osa). L’edificio, un ex-palazzo governativo, diviene in seguito la sede del movimento CasaPound Italia e nel 2010 divenne la casa di 23 famiglie per un totale di 82 persone.

Nel 2006 CasaPound decise di entrare nel partito Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Il periodo è contraddistinto da azioni dimostrative e altre occupazioni di edifici. Nel 2008, per protesta contro la mancata organizzazione di un congresso nazionale, CasaPound occupò la sede centrale romana della Fiamma Tricolore, venendone espulsa. Nasce così CasaPound Italia, che per i fondatori rappresenta una proiezione a livello nazionale di quella che era stata l’esperienza romana.

I risultati elettorali

CasaPound partecipa alle Elezioni Amministrative del 2011 (in liste civiche o comunque collegate alla coalizione di centro-destra), nelle quali per la prima volta entra con due suoi esponenti nei Consigli Comunali di Arezzo e Figline Valdarno (Firenze).

Alle Elezioni Politiche del 2013 partecipa con la propria lista, in autonomia, e raccoglie 88.627 voti (0,14% alla Camera e 0,13% al Senato). Alle Elezioni Politiche del 2018 CasaPound ottiene 572.150 voti (0,95% alla Camera e 0,86% al Senato).

 

I risultati di CasaPound alle Elezioni Politiche 2013-2018

Alle  Europee del 2014 CasaPound decide di sostenere la candidatura del leghista Mario Borghezio, in seguito eletto. Nasce così una collaborazione con la Lega Nord, interrotta in seguito a causa di divergenze politiche dovute al riavvicinamento della Lega alla coalizione di centrodestra. Alle Elezioni Europee del 2019 ottiene 89.142 voti, lo 0,33%.

CasaPound è riuscita a far eleggere due Sindaci nei Comuni di Trenzano (Andrea Bianchi, eletto nel 2013 con la lista civica “Azione Civica”, passato a CasaPound nel 2017) e a San Pio delle Camere (Pio Feneziani, eletto nel 2014 con la lista civica “Basta Declino”, passato a CasaPound nel 2018 e che nel 2019 aderì alla Lega).

La decisione di non presentarsi più alle Elezioni

Nel giugno del 2019, il Presidente di CasaPound, Gianluca Iannone, ha annunciato che il partito non si sarebbe più presentato alle Elezioni e che sarebbe tornato ad essere esclusivamente un movimento come nei suoi primi anni. Questo si legge nel comunicato: «In seguito all’esperienza delle ultime elezioni europee e al termine di una lunga riflessione sul percorso del movimento dalla sua fondazione a oggi, CasaPound Italia ha deciso di mettere fine alla propria esperienza elettorale e partitica. La decisione di oggi non segna affatto un passo indietro, da parte del movimento, ma anzi è un momento di rilancio dell’attività culturale, sociale, artistica, sportiva di CPI, nel solco di quella che è stata da sempre la nostra identità specifica e originale».

CasaPound a Bolzano: 2015-2016-2020

Alle Elezioni Comunali del 2020 per il Comune di Bolzano, CasaPound sostiene in autonomia la candidatura di Maurizio Puglisi Ghizzi che ottiene 1220 voti (di cui 36 solo al Sindaco e 1184 alla lista collegata) il 2,6%. Il più votato tra i Consiglieri è stato Andrea Bonazza (473 voti), che però non sono bastati per sedere in Consiglio.

Anche nel 2016, a Bolzano, CasaPound aveva candidato Puglisi Ghizzi, ottenendo il 6,69% delle preferenze. In quella tornata elettorale riuscì ad eleggere 3 consiglieri Comunali, tra cui proprio Andrea Bonazza, che ottenne 862 voti.

Nelle Elezioni Comunali del 2015 lo stesso Andrea Bonazza ottenne 309 voti e il 2,4% delle preferenze, diventando il primo Consigliere eletto in Italia appartenente a CasaPound.

I risultati di Andrea Bonazza alle Elezioni Comunali di Bolzano 2015-2016-2020

CasaPound oggi

Di CasaPound oggi si parla soprattutto in relazione a fatti di cronaca o giudiziari, ma lo stesso sito web del movimento ricorda ai lettori che sono tante le iniziative quotidiane portate avanti dall’ex partito politico.

L’ultimo fatto in ordine di tempo riguarda il processo per 28 esponenti di CasaPound a Bari, accusati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista. Il procedimento giudiziario nasce dall’aggressione nei confronti di alcune persone che il 21 settembre 2018 manifestavano contro l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. La prima udienza del processo è tata rinviata al 21 dicembre prossimo.

Per quanto riguarda le recenti prese di posizione politica, ricordiamo che CasaPound si schierò per il NO al referendum del 20-21 settembre 2020 in materia di taglio dei Parlamentari. Questo il comunicato con il quale informavano della loro decisione: “Siamo convintamente contro il taglio dei parlamentari, una riforma tanto inutile quanto demagogica, alla quale i Cinquestelle si attaccano per non perdere anche l’ultimo brandello di identità che gli è rimasto. Non è questo il momento storico di ridurre la rappresentanza del popolo italiano in Parlamento, proprio ora che poteri finanziari e sovranazionali tremendamente forti, grandi e pervasivi mettono sotto attacco quotidianamente la sovranità popolare. Rifiutiamo questa concezione gretta della politica come ‘spreco’ tanto più se nasconde il desiderio di gestire senza problemi il potere, come Conte ci ha dimostrato in questi mesi, prima ancora che con la gestione a colpi di dpcm dell’emergenza coronavirus, riuscendo a fare due governi successivi con due opposizioni diverse”.

Il movimento, attraverso il suo sito web, rende note alcune iniziative sociali che porta avanti, quali inaugurazione di nuove sedi (come a Pistoia) e di monumenti (ad es. memoria del diciassettenne Vittorio Dorè), riqualificazione di aree vandalizzate o poco curate (come a Genova) ed occupazioni di stabili (come a Ghetterello, frazione di Ancona, dove hanno occupato simbolicamente l’ex scuola elementare ‘Socciarelli’ per denunciarne lo stato di abbandono e di degrado).

 

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Sondaggio SWG: cresce Italia Viva

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In Turchia è tête-à-tête tra il Governo e la Corte Costituzionale

Tirano venti di crisi politica in Turchia. Oseremo anche dire che si sfiorano i segnali di un colpo di stato, d’altronde, questa eventualità sta echeggiando molto nella stampa locale in questi giorni.

Storicamente la Turchia è stata teatro di molti golpe e tentativi tali. A partire dal periodo di tramonto dell’Impero ottomano, con il colpo di Enver Pascia del 1913 che consolidò il controllo dei Giovani Turchi, fino a quello fallito di luglio 2016 che si concluse con il fallimento e l’arresto dei golpisti militari.

Cosa sta accadendo

Al netto delle implicazioni, dei fattori storici e delle analisi che si possono trarre, la situazione di crisi presente in Turchia e che sta destando preoccupazioni in questo periodo, è data principalmente dalla frizione in atto tra “l’apparato” presidenziale con a capo Recep Erdoğan e la massima corte giudiziaria del Paese: la Corte Costituzionale.

Il confronto è cominciato tra il Ministro degli Interni turco Soylu e il Presidente della Corte, quando il primo ha criticato la decisione della suprema magistratura di aver annullato una legge sulla “libertà di circolazione nelle strade”. Si tratta di una norma che vieta di tenere manifestazioni e proteste nelle strade interurbane, appellandosi alla tutela del diritto di poter camminare liberamente per le strade cittadine. Libertà che, secondo la legge in questione, verrebbe minata in caso di occupazione di massa da parte di manifestanti. Al che, l’AYM (Corte Costituzionale turca), nella persona del suo Presidente Zühtü Arslan, ha risposto al Ministro definendo le sue critiche come infondate e formulate sulla base di assunzioni personali, in quanto non erano ancora state rese note le motivazioni della decisione presa dalla Corte.

Ad acuire la situazione interviene il 30 Settembre scorso il leader dei nazionalisti del MHP, alleato di Erdogan, Devlet Bahçeli. Il politico di estrema destra, riporta il sito di notizie T24, chiede espressamente la riforma completa della Corte Costituzionale, ritenendola non più adatta al sistema presidenziale instauratosi a seguito del referendum del 2017. Inoltre, a detta di Bahçeli, l’attuale corte è “il prodotto di un colpo di stato militare e necessita di democratizzazione”.

Devlet Bahçeli (sinistra) leader di MHP e principale partner politico di Erdoğan (destra)

A fare eco alle richieste di cambiamento radicale all’AYM, è lo stesso Presidente turco, dichiarandosi lieto di accogliere con favore iniziative in tal senso da parte del Parlamento.

L’autorità dell’AYM scricchiola

Un secondo versante di questa profonda crisi vede un braccio di ferro interno al sistema giudiziario. La controversia nasce intorno al caso di Enis Berberoğlu, giornalista ed ex deputato del Partito Popolare Repubblicano (opposizione socialdemocratica), al centro di un’impasse giudiziaria da più di 4 anni. Nel merito, la Corte Costituzionale ha concluso che debba riottenere la sua immunità parlamentare e che, sulla base dell’articolo 83 della Costituzione, i procedimenti a suo carico sarebbero dovuti essere sospesi dal momento della sua elezione a legislatore nel 2018.

L’attuazione della decisione dell’AYM è stata tuttavia rigettata da un tribunale penale di Istanbul, adducendo inammissibilità del dispositivo in quanto entrante nel merito del caso.

Un’altra sfida diretta al vertice dei gradi giudiziari della Turchia arriva da un tribunale minore della capitale Ankara. Questa volta riguarda l’ambito amministrativo: il tribunale in questione ha sentenziato la non possibilità di praticare l’avvocatura a un ex legale in quanto precedentemente licenziato dal servizio pubblico, a dispetto di un parere in segno opposto della Corte Costituzionale.

La figura Enis Berberoğlu

Enis Berberoğlu

Enis Berberoğlu, membro del CHP, il più antico partito politico turco e principale rappresentanza laica. È un fervido oppositore alle politiche governative e alle ideologie di cui il partito di maggioranza si fa portatore (l’AKP di Erdoğan). Nel 2014 passa un video al quotidiano Cumhuriyet con il quale pretende di dimostrare il coinvolgimento del MIT (servizi segreti turchi) in un’operazione di trasferimento d’armi ai ribelli siriani. Il governo sostenne che si tratti di un convoglio di mezzi trasportanti aiuti umanitari.

Nel maggio del 2016 Berberoğlu venne privato dell’immunità parlamentare e l’anno successivo viene condannato di 25 anni di reclusione per “spionaggio e divulgazione di informazione riservate”. Tuttavia, dopo un primo parere del Tribunale regionale d’appello che esclude l’elemento spionistico e rivaluta la pena in 5 anni e 10 mesi, considerata anche la sua elezione a parlamentare alla tornata del giugno 2018, la Corte suprema d’appello conferma la riduzione della condanna, sospende la sua esecuzione e ne ordina il rilascio, avvenuto il 20 settembre dello stesso anno.

La sua odissea giudiziaria riprende il 4 giugno scorso quando gli è stata nuovamente revocata l’immunità parlamentare e conseguentemente arrestato.

Perché si parla di “golpe”?

Certo che parlare già di un rovesciamento o di una sovversione è un azzardo, tuttavia rispecchia il clima assai teso che si sta creando in Turchia. Un clima seppur inusuale per il rango delle cariche e delle istituzioni coinvolte ma che, sotto un’ottica più ampia, appare chiaro che lo scontro in atto si inserisce nel quadro generale di contrapposizione, che da decenni imperversa il paese anatolico, tra l’ideologia kemalista e quella dell’islam politico.

A delineare le pericolose connotazioni di cui si è accennato sopra contribuiscono riferimenti poco celati, di importanti membri delle più alte istituzioni turche, alla preparazione in corso di un ipotetico colpo di stato ordito dalla Corte Costituzionale. Ci pensa per primo Engin Yıldırım, il Vice-presidente della suprema magistratura stessa, che pubblica sul suo profilo Twitter una foto dell’edificio della Corte accompagnata dalla frase “le luci accese”. Tale gesto è stato duramente attaccato da molti attivisti filo governativi, accusando Yıldırım di minacciare la sovversione.

In Turchia, infatti, quell’espressione è collegata all’idea di “colpo di stato”, un modo di dire che riprende quanto avvenuto con l’edificio dello Stato Maggiore durante alcuni golpe del passato. La reazione della Corte è stata di una parziale presa di distanze tramite un comunicato ufficiale, affermando che “i post negli account personali di qualsiasi suo membro non rispecchiano la sua visione istituzionale” e che “ripudia qualsiasi azione non democratica contro l’ordine costituzionale”.

Non sufficiente per alcuni come la politica di centro-destra Meral Akşener che chiede le dimissioni di Yıldırım. Quest’ultimo, dal canto suo, ha replicato in un successivo tweet dicendo di essere stato frainteso, affermando che l’intento è quello di rappresentare la Corte come “luce della legge”.

Il tweet del vicepresidente dell’AYM che ha scatenato le polemiche

La risposta più celere, tra l’altro sulla stessa lunghezza d’onda, in codice, è arrivata dopo qualche minuto dall’account ufficiale del Ministero degli Interni che, assieme a due foto del dicastero illuminato, recita  “la nostra luce è sempre accesa”.

Giunge invece all’indomani la replica del Presidente Erdogan che, parlando ai giornalisti, ha affermato: “È stata una triste condivisione. Vorrei che non l’avesse fatto. Se vuole entrare in politica, che lo faccia. Non può essere considerato come una condivisione individuale. Se il Presidente e i membri della Corte Costituzionale non sono d’accordo con lui, dovrebbero fare quanto necessario”.

Alla domanda se stesse prendendo in considerazione la ristrutturazione della suprema magistratura, ha risposto con una malcelata risposta affermativa: “Dio volendo”.

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Slovacchia, condannato il leader di estrema destra Marian Kotleba

Duro colpo per l’estremismo di stampo neofascista durante la scorsa settimana in Slovacchia con la condanna a 4 anni e 4 mesi di detenzione di Marian Kotleba, leader di ĽSNS (Ľudová stranaNaše Slovensko / Partito Popolare – Slovacchia Nostra). L’ex governatore della regione di Banská Bystrica, comparso in tribunale con un orwelliano 1984 sulla propria mascherina, è stato ritenuto colpevole di supporto e propaganda di movimenti contrari ai diritti umani. Si tratta di una sentenza per molti versi storica e che potrebbe creare un precedente per i reati di opinione.

Al centro della sentenza un episodio risalente al 14 marzo 2017, quando, ancora governatore e quindi pubblico ufficiale, Kotleba organizzò un evento per la consegna di un assegno di supporto a tre famiglie bisognose. La cifra degli assegni –  1488  – è infatti secondo i giudici un netto richiamo al suprematismo bianco e al fascismo: 14 indica le quattordici parole degli slogan razzisti coniati da David Lane, mentre 88 indica una doppia H, l’ottava lettera dell’alfabeto, in riferimento al saluto nazista Heil Hitler. Anche la data non fu scelta a caso, poiché in quel giorno del 1939 venne formato il nuovo stato slovacco sotto la guida di Monsignor Jozef Tiso, marionetta in mano ai Tedeschi e complice nella deportazione degli Ebrei.

Kotleba e seguaci sfilano in divise analoghe a quelle delle Guardie di Hlinka

Sin dall’inizio della sua carriera politica, cominciata in Slovenská pospolitosť (Unità slovacca, messa al bando nel 2006), l’ex insegnante di informatica Kotleba si è basato su tali richiami storici nonché estetici, attestandosi su posizioni marcatamente razziste, in particolare sfruttando il diffuso malcontento contro la numerosa minoranza Rom. ĽSNS, da lui fondato nel 2010, partito antieuropeista e contro, inter alia, i diritti LGBT e l’accesso all’aborto, è entrato in Parlamento nel 2016 con l’8% dei voti, dato poi confermato nelle parlamentari di quest’anno. La condanna di Kotleba, che non è ancora definitiva dato il suo appello alla Corte Suprema, è l’ultima di una lunga serie di grane giudiziarie per i Kotlebovci. Nel 2019, la Corte Suprema slovacca ha respinto una mozione per la dissoluzione del partito, mentre Milan Mazurek è diventato il primo parlamentare nella storia del Paese a essere rimosso per atti criminali, dopo aver paragonato i bambini Rom ad animali.