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Verso USA2020: i poteri e le funzioni del Vicepresidente

Non solo Trump versus Biden: negli USA c’è un’altra sfida che sta tenendo banco nel dibattito politico statunitense ed è quella tra la Dem Kamala Harris e il VP uscente Mike Pence, entrambi candidati alla Vicepresidenza degli Stati Uniti.

Ma perché anche questa “sfida nella sfida” è così importante? Andiamo ad analizzare quali sono le funzioni svolte dal VP e quali poteri e responsabilità derivano da essi.

Le funzioni del Vicepresidente

Il mandato del Vicepresidente degli Stati Uniti d’America dura 4 anni ed è congiunto a quello del Presidente, di cui è primo successore in caso di sopraggiunta incapacità, morte, dimissioni o rimozione dall’incarico in seguito a condanna per impeachment.

Il Vicepresidente presiede il Senato e ha diritto di voto in caso di parità del voto espresso dai senatori; è inoltre compito del Vicepresidente uscente, al termine del suo mandato, presiedere la seduta del Congresso in cui viene convalidata l’elezione del nuovo Presidente e del suo Vice.

In qualità di Vicepresidente, egli svolge le funzioni del Presidente in caso quest’ultimo sia impossibilitato a farlo personalmente, sia occasionalmente che, previa delega, per un periodo di tempo più lungo in caso di limitata indisponibilità del Presidente stesso.

I requisiti per diventare Vicepresidente

In quanto possibile sostituto del Presidente in caso di sua dipartita o indisponibilità a tempo indeterminato, il VP deve possedere gli stessi requisiti necessari al Presidente per essere eletto, ovvero essere cittadino statunitense dalla nascita, avere almeno 35 anni d’età ed essere stato residente negli USA per almeno 14 anni; inoltre, in caso di subentro del Vice al Presidente per un periodo superiore a 2 anni, il VP potrà essere successivamente eletto Presidente soltanto per un mandato.

Uno dei principali esempi di VP subentrato con queste modalità al Presidente è Lyndon B. Johnson, subentrato a John Fitgerald Kennedy nel 1963 in seguito all’assassinio di JFK: Johnson portò a termine il mandato iniziato da Kennedy nel 1961 fino al 1965, conservando la carica di Presidente nell’unico mandato concessogli fino al 1969 grazie alla propria vittoria nella successiva tornata elettorale.

Il Vicepresidente, a differenza del Presidente, non è soggetto al limite dei due mandati consecutivi per la carica di Vice e può dunque svolgere il proprio incarico per un numero non definito di mandati consecutivi, previa vittoria del suo Partito nelle varie tornate elettorali in questione.

Cosa succede in caso di indisponibilità del VP?

Dal 1967, attraverso il 25° emendamento, in caso la carica di Vicepresidente resti vacante a causa di un’indisponibilità del VP stesso, il Presidente è tenuto a nominare un nuovo Vice, la cui nomina deve però essere convalidata da entrambe le Camere che compongono il Congresso.

Il prossimo VP

Come anticipato all’inizio di quest’articolo, parallelamente alla sfida Biden – Trump sono “in lotta” anche i loro rispettivi candidati Vice, ovvero Kamala Harris e l’uscente Mike Pence.

In questo specifico contesto la candidatura della Harris, in precedenza presentatasi alle primarie del Partito Democratico salvo poi ritirarsi, ha attirato su di sé molta attenzione: sono in molti, infatti, a considerare la Harris un personaggio più carismatico rispetto non soltanto al proprio avversario ma anche allo stesso Joe Biden.

Inoltre, considerata l’età dei contendenti alla Casa Bianca (74 anni Trump, quasi 78 Biden), non appare improbabile che il candidato VP eletto in concerto con il prossimo Presidente il 3 novembre possa assumere un ruolo politicamente ancora più rilevante in caso di defezione (ci si augura temporanea) dell’uomo più potente degli USA.

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Prime elezioni in Egitto dopo le riforme costituzionali

È tempo di elezioni in Egitto. I cittadini del paese nordafricano più popoloso sono chiamati a scegliere i loro rappresentanti nel parlamento, che a partire da quest’anno si trova sotto nuova veste: quella bicamerale. Anche se sarebbe più congruo parlare di “vecchia veste”. Infatti, con le riforme costituzionali dell’anno scorso, la suddivisione del massimo organo legislativo in due rami, è stata un ripristino della situazione antecedente il varo della costituzione del 2014. All’epoca, dopo il golpe militare del 2013 concertato dall’attuale Presidente Al-Sisi, era stata promulgata una nuova costituzione che ha sostituito quella rivoluzionaria del 2012 (questa lasciava invariata la suddivisione parlamentare). Dunque le elezioni legislative del 2015 interessarono solamente la camera bassa (Majlis An-nwab), mentre quelle di questo anno riguardano anche il Senato egiziano.

Il contesto creato con le ultime elezioni legislative

La situazione emersa dalle elezioni del 2015, il cui tasso di partecipazione è stato del 28,27%, ha visto ampiamente affermarsi i partiti “lealisti”, ovvero quelli che appoggiano il Presidente in carica, ed ex militare, Abdel Fattah Al-Sisi. La camera unica del potere legislativo è composta da 596 membri di cui 28 nominati direttamente dal Presidente, infatti la costituzione prevede che il capo dello stato possa nominare un numero di deputati pari ad un massimo del 5% del totale dei seggi.

Dei rimanenti 568 membri, sono soltanto 245 gli appartenenti ad un partito politico, mente gli altri sono tutti indipendenti.

A vincere la corsa elettorale è la larga coalizione di tendenze prevalentemente nazional-populiste, sovvenzionata dall’apparato dell’intelligence egiziana, “Per amore dell’Egitto”. Il fondatore di questo grande fronte pro Al-Sisi, di cui fanno parte sette partiti (oltre a numerosi candidati apartitici), è Ehab Saad, un ex responsabile nel rango dei Mukhabarat.

 

Il nuovo senato accresce il potere del Rais

L’appena ripristinata camera alta, sotto la denominazione di senato e non più del tradizionale shura, consta di 300 seggi complessivi: 100 riservati a nomine dirette del Presidente, tra personalità politiche e dell’ambiente artistico, e 200 di tipo elettivo: metà con il sistema delle liste bloccate e metà a collegio uninominale.

Il Presidente egiziano Al-Sisi mentre vota per il Senato

Le votazioni si sono tenute nelle giornate di 9-10 agosto (prima fase) e 8-9 settembre (seconda fase). Tra il boicottaggio delle forze di opposizione, una diffusa apatia dell’elettorato e una pandemia in corso, la partecipazione al voto nelle due fasi è stata rispettivamente di 14,23% e 10,22%.

Il risultati, poco sorprendenti, sono stati contestati per la poca trasparenza che ha contraddistinto le operazioni di voto. Infatti, a molti membri del National Council for Human Rights è stato impedito da parte della polizia l’accesso ai seggi elettorali. Il partito vincitore assoluto è Futuro Nazione (nazionalismo, populismo) con 149 seggi, a seguire RPP (liberalismo sociale) e HDP (populismo di sinistra) rispettivamente 17 e 11 seggi. Tuttavia, successivamente molti sono confluiti ne “La Nazionale per l’Egitto” creando un blocco di 194 membri.

 

La Camera dei Rappresentanti

Come in quelle senatorie, anche per la Camera de Rappresentanti il sistema elettorale è misto. Dei 568 seggi in palio, 284 sono ottenibili tramite il collegio plurinominale maggioritario in 148 circoscrizioni e 284 attraverso le liste chiuse ed a maggioranza assoluta, per quanto riguarda le liste, le circoscrizioni sono 4 su base nazionale. A questi vanno aggiunti altri 28 nominati dal Presidente, ovvero il 5%.

Formalmente sono quattro le coalizioni che si contendono i seggi: La Nazionale per l’Egitto, I Figli d’Egitto, L’Appello d’Egitto e L’Alleanza degli Indipendenti. Tuttavia la prima è l’unica a correre in tutte e quattro le circoscrizioni, inoltre, formata da più di 12 formazioni politiche tra cui i maggiori partiti del Paese, si prevede già una sua larga vittoria. Soppratutto dopo che l’alleanza antagonista capace di ostacolarla (Coalizione della Speranza) è venuta meno in seguito all’arresto di molti suoi affiliati, per l’accusa di “far cadere lo Stato”, nel giugno 2019.

Le date previste per le elezioni sono spartite in due fasi, ciascuna riguarda una zona geografica diversa. In caso di mancanza di maggioranza assoluta, sono previsti ballottaggi a distanza di un mese.

Prima fase: 24-25 ottobre (21-22-23 all’estero)

Seconda fase: 7-8 novembre (4-6 all’estero)

Ohio

USA2020, la corsa in Ohio deciderà di nuovo chi vincerà?

Nessun repubblicano ha mai vinto le elezioni senza vincere in Ohio. Le contee popolate saranno la prova che i democratici hanno riacquistato consenso, e che Donald Trump l’ha perso.

L’Ohio è lo swing state che da moltissimi anni vota sempre per il candidato che poi vincerà le elezioni, e nessun candidato repubblicano ha mai vinto le elezioni senza vincere in Ohio. Con 11,747,700 milioni di abitanti è il settimo stato per densità di popolazione. La capitale è Columbus, ed è anche la città più abitata con 850,000 residenti. La popolazione è nettamente bianca (81,51% dei cittadini), con una fitta minoranza di neri (12,35%). Gli asiatici (2,15%) detengono il record di laureati (il 60, 91% di loro raggiunge la laurea) mentre le altre minoranze hanno livelli di istruzione più bassi.

Il sistema di voto americano non tiene conto del totale complessivo dei voti, ma fa fede ai Grandi Elettori e per questo negli Stati Uniti non vince il candidato più votato ma quello che prende più voti in determinati stati. L’Ohio – con i suoi 18 voti elettorali – ha 88 contee di cui solo una decina densamente popolate, e Obama riuscì a vincere perché gli elettori che si mobilitarono di più furono quelli dei grandi centri abitati come Columbus e Cleveland, mentre la Clinton perse proprio perché gli stessi elettori non confermarono il loro supporto nella sfida del 2016. Per Biden sarà fondamentale ritrovare un’ampia partecipazione al voto nelle contee vinte da Obama. L’intera Rust Belt, nello specifico, sarà chiamata ad una prova di partecipazione: quattro anni fa Trump portò a casa Pennsylvania, Michigan e Winsconsin oltre all’Ohio.

Nel 2016 Trump vinse quasi dappertutto

Nel 2016 Donald Trump riuscì a strappare l’Ohio ai democratici. Nella mappa delle contee si può vedere come il risultato del tycoon fu molto più netto rispetto alla tornata precedente: nel 2012 Obama riuscì a vincere per poco più di 100,000 voti, mentre Trump vinse grazie ad un margine di quasi 400,000 voti recuperandone molti nelle contee vinte da Obama, sfruttando un calo nella partecipazione al voto per Hillary Clinton, caratteristica degli Stati della Rust Belt che fino al 2016 venivano considerati un vero e proprio blue wall.

Come si vede dalla mappa, le pivot counties che votarono per Obama nel 2008 e nel 2012 ma per Trump nel 2016 sonoben nove:

Mid Term 2018

Nel 2018 i democratici hanno strappato un seggio al Senato grazie alla vittoria di Sherrod Brown su Jim Renacci, mentre alla Camera i repubblicani hanno perso parecchi punti percentuali – arrivando a vincere con un margine di soli +4 punti nel primo e nel dodicesimo distretto –  e hanno perso anche quattro dei sedici seggi per la Camera. Nelle due mappe si può vedere l’influenza del “gerrymandering”, l’abitudine di ridisegnare i confini dei distretti elettorali per favorire un partito nello specifico. In Ohio questi confini sono stati disegnati nel 2016 e potranno essere cambiati solo nel 2022, in occasione delle prossime midterm; in generale, però, è significativa la sproporzione di voti nelle aree solitamente democratiche, dove alla camera il GOP vince comunque grazie ai distretti ridisegnati ad hoc. Nelle elezioni generali e per il Senato questo non avviene: infatti i democratici hanno più speranze di vittoria.

Come sta andando la corsa

Nel 2016 Trump vinse in Ohio grazie ad una solida coalizione di elettori bianchi omogeneamente collocati tra le fasce di istruzione, mentre la Clinton perse molti voti fra i bianchi non-laureati, come in tutta la rust belt. Oggi la situazione appare diversa: in un recente sondaggio di FOX/Quinnipac, il Presidente ha perso 12 punti fra i bianchi laureati, e addirittura 10 nei suburbs, dove quattro anni fa vinse di circa 20 punti.

Il calo di punti nei sondaggi dell’Ohio si vede, eccome: Trump a settembre e in parte ad ottobre ha passato molto tempo nello stato, sperando di consolidare la base che lo fece vincere nel 2016 e che sarà importante il 3 novembre; la domanda è però tutta politica: la sua presidenza avrà consolidato il segmento di elettori sui quali ha investito nel 2016, oppure li ha allontanati dal partito? Il sondaggio FOX/Quinnipac mostra come il sostegno ai due candidati sia pressoché uguale: entrambi hanno un tasso di approvazione del 45%, segno che Trump ha perso parecchio terreno rispetto a quattro anni prima.

Biden e Trump hanno ristretto la cerchia di stati chiave per la vittoria: se da un lato le due campagne stanno investendo molto in Florida, Pennsylvania, North Carolina, Michigan, Winsconsin e Arizona, dall’altro in Ohio i dem hanno deciso rispondere ai numerosi sforzi economici che la campagna di Trump ha intrapreso da tempo. Dopo un investimento di quasi 30 milioni di dollari da parte dei repubblicani, Biden ha cominciato ad incrementare la spesa in pubblicità televisiva di 4 milioni per quest’ultimo mese di campagna.

Mai come quest’anno gli americani si stanno affidando al voto per posta a causa della situazione d’emergenza dovuta al coronavirus. Il funzionamento è semplice: in alcuni stati occorre farne richiesta, mentre in altri è sufficiente essere un elettore. Nel primo caso si riceve a casa una scheda elettorale da compilare e firmare. Quest’anno – considerata la mole in aumento di voti per corrispondenza – potrebbe crearsi una situazione per cui il risultato delle elezioni si avrà qualche giorno dopo il 3 novembre, dopo aver scrutinato tutti i voti via posta.

Su 2,648,547 di schede richieste, ne sono già tornate almeno 1,855,709. Nel 2016 l’affluenza totale dello stato fu di 5,235,169 votanti: la percentuale di elettori che ha già votato a queste elezioni è dunque del 35%, ma prima dell’Election Day aumenterà ancora. Il voto via posta solitamente è appannaggio dei democratici, ma in Ohio le contee con la più alta percentuale di early voting sono quelle in cui Trump vinse nel 2016: se l’affluenza in queste contee dovesse essere più alta del 2016, considerato il voto anticipato, potrebbe essere un buon segno per la campagna di Biden.

Come dicevamo, in Ohio solitamente il candidato che vince è lo stesso che poi vincerà le elezioni, caratteristica che rende lo stato un trendsetter. Sia FiveThirtyEight che RealClearPolitics assegnano all’Ohio un pareggio: i suoi 18 grandi elettori (dati dalla somma dei deputati e senatori che lo stato elegge) saranno probabilmente oggetto di contesa per tutta la notte elettorale, insieme a quelli di Arizona, Georgia, Florida e North Carolina. Attualmente, la mappa elettorale attribuisce una netta vittoria a Biden, al quale basterebbe vincere in almeno due di questi stati per assicurarsi la vittoria.

 

** AGGIORNAMENTI MEDIA SONDAGGI 3/11 **

Fonte: FiveThirtyEight

  • OHIO: Trump 49.8 – Biden 49.2
North Carolina

USA2020: in North Carolina la sfida è testa a testa fra Biden e Trump

Nel 2000 e nel 2004 i repubblicani hanno vinto in North Carolina con un margine di 13 punti percentuali, poi è arrivato Obama e l’Old North State è tornato in bilico, al punto che Trump vinse quattro anni fa con un margine di 173.315 voti.

Il north Carolina si estende fra l’Atlantico e i monti Appalachi, confina con Sud Carolina, Tennessee e Virginia e ha sempre votato per i conservatori: dal 1868 fino al 1964 per la corrente sudista dei democratici, dal 1968 ha invece virato sui nuovi repubblicani. Lo stato conta 13 deputati e due senatori, per un totale di 15 voti elettorali importanti nel caso di una vittoria democratica. Nel 2016 il North Carolina era in bilico: quasi tutti i sondaggi effettuati fra settembre e ottobre concordavano sul pareggio, mentre qualcuno tendeva a valutare Hillary Clinton in vantaggio. Obama aveva reso lo stato contendibile per ben due volte, arrivando prima di McCain di appena 0.3 punti percentuali, e dietro a Romney – che negli altri stati del sud lo strapazzò – di soli 2 punti percentuali. Lo stesso Trump vinse a fatica, evidenziando più una tendenza democratica alla non partecipazione che uno sprint repubblicano in uno stato del sud.

Una probabile ragione del cambiamento elettorale può essere rintracciata nei movimenti demografici: fra il 2010 e il 2020, infatti, la popolazione è cresciuta di 2 milioni, e i latinos che nel 1990 erano una minoranza di 75.000 persone hanno raggiunto cifre record: 800.000 nel 2010 e 997.000 mila nel 2019. Un cambio, questo, che sicuramente ha favorito Obama prima (considerando anche l’alta percentuale di neri, vicina al 25%) e Clinton nel 2016. Ma la sfida di Biden, il 3 novembre, sarà la partecipazione che dovrà inevitabilmente invertire il trend delle scorse elezioni: sono 6 infatti le contee pivot, ovvero quelle contee dove Obama vinse nel 2012 ma che Trump conquistò nel 2016.

North Carolina

North Carolina

Voto per posta, campagna e sondaggi

Con la particolare situazione creatasi a seguito dello scoppio della pandemia, quest’anno gli americano stanno ricorrendo frequentemente al voto per posta: un’occasione che negli Stati Uniti c’è sempre stata, ma che negli anni precedenti veniva usata pochissimo. Il North Carolina è stato il primo ad inviare le schede elettorali via posta, il 4 settembre. Nel 2016 solo il 4% dei votanti utilizzò questo metodo, mentre quest’anno il numero è in aumento: più di un milione di persone ne ha già fatto richiesta, su un totale di 7 milioni di elettori registrati.

In un recente sondaggio di CNN condotto da SSRS negli stati in bilico a metà settembre la situazione in North Carolina sembra decisamente cristallizzata sul pareggio: fra i likely voters Biden è in vantaggio di 3 punti percentuali, 49 a 46. Conterà molto, a fini elettorali, quale sarà il terreno vincente nello scontro fra pandemia ed economia. Il sondaggio infatti mostra come Trump sia in vantaggio per quanto riguarda la situazione economica del Paese, ma gli americani sono più preoccupati (34%) dell’impatto che avrà la pandemia sulle loro vite rispetto all’economia (28%), e su questo campo il candidato Joe Biden può dirsi in vantaggio.

Ad agosto Trump ha lanciato una serie di eventi e spot elettorali per assicurarsi un vantaggio grazie al fatto che il candidato dem Biden, un pò come negli altri stati, sta portando avanti una campagna più virtuale che reale. I democratici possono però contare su un inaspettato vantaggio economico che gli ha permesso di battere Trump: negli stati chiave i dem hanno puntato 65 milioni di dollari, cifra che la campagna di Trump non può permettersi.

I sondaggi in North Carolina concordano su un sostanziale pareggio: se prendiamo la media di RealClearPolitics vediamo come il dato di Biden si stia allargando negli ultimi giorni, ma resta comunque ad un distacco irrisorio rispetto a Trump. Il sito FiveThirtyEight concorda su un sostanziale pareggio nei sondaggi, con un margine fra i due candidati sempre irrisorio e compreso nei 3 punti percentuali: una situazione che porterà i voti del North Carolina in bilico fino allo spoglio durante l’election day.

Trump può ritenersi tranquillo alla luce della storia recente dello stato, ma se l’affluenza dovesse essere alta e molti nuovi elettori dovessero recarsi al voto in contee non molto popolate la situazione potrebbe capovolgersi a favore di Biden.

** AGGIORNAMENTI MEDIA SONDAGGI 3/11 **

Fonte: FiveThirtyEight

  • NORTH CAROLINA: Trump 48.8 – Biden 50.5

 

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USA2020, in South Carolina un seggio del Senato mai così conteso

Con tutta probabilità, il 3 novembre la maggioranza degli elettori del South Carolina voterà per il Presidente uscente Donald Trump. C’è però chi è pronto a scommettere che per l’elezione del Senato federale i Democratici siano competitivi e che il candidato Jaime Harrison abbia reali chances di vittoria sul senatore uscente Lindsey Graham, un repubblicano dalla lunga carriera a Washington e potente chairman della Commissione Giustizia del Senato.

Obiettivo dei Democratici, dunque, non ripetere l’esperienza di Beto O’Rourke, che due anni fa, durante la sua corsa senatoriale in Texas, suscitò forte entusiasmo a livello nazionale e raccolse cospicui finanziamenti, senza però riuscire a sconfiggere il repubblicano Ted Cruz.

Background

Il South Carolina – soprannominato Palmetto State per la coltivazione della palma – è a tutti gli effetti uno stato del “Profondo Sud”. Prevalentemente democratico fino alla legislazione sui diritti civili, alle Presidenziali premia i Repubblicani dal 1964, quando fu uno dei pochi Stati a votare per Barry Goldwater. Da allora l’unica eccezione è stata il 1976, quando il South Carolina fu vinto da Jimmy Carter, un democratico del Sud.

L’ultimo democratico fra i senatori federali dello stato fu invece Fritz Hollings, che si ritirò a vita privata nel 2005, concludendo una carriera quarantennale. Allo stesso modo, anche il governo statale è sotto il controllo dei Repubblicani. Al primo luglio 2019, il South Carolina contava 5’148’714 abitanti, buona parte dei quali concentrati nelle aree metropolitane di Greenville-Anderson Mauldin, Columbia e Charleston.

Densità di popolazione in South Carolina

A livello di composizione demografica, i bianchi rappresentano il 68,5% della popolazione, i neri il 27,1% e gli asiatici l’1,8%. Se i bianchi sono in prevalenza conservatori e tendono a preferire il Partito repubblicano, la comunità afroamericana rappresenta lo zoccolo duro dell’elettorato democratico in South Carolina. Non è un caso che l’elevata popolarità di Joe Biden fra gli afroamericani del Sud l’abbia aiutato a risollevare una campagna elettorale partita sottotono. Difatti, la vittoria delle primarie in South Carolina, spinta anche dall’endorsement dell’influente deputato Jim Clyburn, ha lanciato l’ex Vicepresidente verso un Supermartedì di grandi successi.

Joe Biden e Jim Clyburn (foto: Earl Gibson/Getty Images)

Quanto all’economia, il settore turistico (largamente incentrato sulla costa atlantica) è l’industria principale dello stato. Accanto al turismo, centrale è il ruolo del settore manifatturiero avanzato, grazie anche alla presenza di grandi stabilimenti di gruppi automobilistici nazionali ed esteri, quali BMW, Bridgestone, Magna, Mercedes-Benz e Volvo. Guardiamo ora più nel dettaglio ai profili dei due principali contendenti per il seggio del Senato federale in palio.

 

Lindsey Graham

Eletto per la prima volta al Congresso nel 1995, Graham sale agli onori delle cronache nazionali durante l’impeachment del Presidente Bill Clinton, quando svolge il ruolo di “House Manager” durante il processo contro il presidente in Senato. Nella prassi costituzionale statunitense, gli House Managers sono deputati che hanno votato a favore dell’impeachment alla Camera e che, quando le procedure passano al Senato, assumono le vesti della “pubblica accusa” di fronte ai senatori (giuria).

Lindsey Graham durante il processo di impeachment contro Bill Clinton

Passato al Senato federale nel 2003, forgia una solida unità d’intenti con John McCain, condividendone in special modo le linee di politica estera e di difesa. Descritto dai Tea Parties come un “repubblicano moderato”, Graham ha in realtà espresso posizioni politiche largamente riconducibili al mainstream del Grand Old Party, mostrandosi però aperto a lavorare in modo bipartisan e interessato a costruire un Partito Repubblicano “più inclusivo”.

E’ con questo pedigree che si candida alle Presidenziali del 2016, tirandosene fuori, però, prima dell’inizio delle primarie repubblicane. Durante la campagna elettorale di quattro anni fa, Graham è uno dei repubblicani d’alto profilo più critici nei confronti di Donald Trump“Penso sia uno svitato, penso sia un pazzo, penso sia inadeguato alla carica [di presidente, ndr]”, dichiara in un’intervista. “Ditegli di andare all’inferno, rincara in un’altra.

Una volta avviata l’Amministrazione Trump, tuttavia, rientra nei ranghi e poco a poco diviene un alleato chiave del Presidente a Capitol Hill. In politica estera cerca di mitigarne le pulsioni isolazioniste, specie nel quadrante mediorientale. Soprattutto, il suo ruolo si fa cruciale a partire dal 2019, quando assume la guida della potente Commissione Giustizia del Senato. E’ in tale ambito che si oppone risolutamente alla messa in stato d’accusa del Presidente votata dai Democratici della Camera e che presiede alla conferma delle nomine giudiziarie della Casa Bianca, fra le quali, oggi, Amy Coney Barrett, che i Repubblicani vogliono mandare alla Corte Suprema per occupare il seggio che fu di Ruth Bader Ginsburg.

Fra i suoi endorsements, Lindsey Graham può vantare i vertici del Partito Repubblicano a livello nazionale (Donald Trump e Mike Pence) e statale (il Governatore McMaster e i più alti funzionari del South Carolina), insieme al National Right to Life Committee.

 

Jaime Harrison

Studi a Yale e Georgetown, Jaime Harrison (44 anni) è impegnato in politica fin da giovane, prima come aiutante del deputato Jim Clyburn, poi come direttore esecutivo dell’House Democratic Caucus e infine come Vicepresidente e in seguito Presidente del Partito Democratico del South Carolina.

Le posizioni politiche di Harrison sono considerabili mainstream per l’odierno Partito Democratico. Si dichiara pro-choice in materia di aborto; è favorevole all’espansione di programmi di previdenza sociale come Social Security e Medicare; si oppone all’abbassamento delle imposte societarie; è favorevole all’utilizzo di fondi governativi per incentivare le energie rinnovabili e all’adozione di restrizioni sulle armi.

La prospettiva di mandare a casa un repubblicano di vaglia come Lindsey Graham ha infiammato gli animi dei Democratici su scala nazionale, che hanno versato sui conti bancari della campagna elettorale di Harrison somme di denaro senza precedenti per una corsa senatoriale. Nel solo terzo trimestre di quest’anno, i forzieri di Harrison hanno visto entrare 57 milioni di dollari, per un totale di 86 milioni da inizio campagna.

Numerosi gli endorsements per il democratico del South Carolina. Fra i più rilevanti figurano Barack Obama, Joe Biden, Hillary Clinton, Kamala Harris ed Elizabeth Warren. A favore di Harrison anche molte organizzazioni, tra cui il Congressional Black Caucus, Human Rights Campaign e Planned Parenthood Action Fund.

Unico candidato dei partiti minori, invece, è Keenan Wallace Dunham del Libertarian Party.

 

Cosa dicono i sondaggi in South Carolina

La maggioranza delle rilevazioni vede il senatore Graham in lieve vantaggio. Altre vedono i due contendenti in pareggio. La distanza fra i due, tuttavia, rientra spesso nel margine d’errore e dunque nella parità statistica. La partita è aperta.

Trump vs Biden

USA2020, in Florida sfida all’ultimo voto

Con le presidenziali alle porte, andiamo ad analizzare uno degli Swing State chiave. La Florida è uno Stato dell’Unione e quello più a sud tra quelli contigui. Si estende per quasi tutto il suo territorio in una penisola. La sua posizione strategica serve come spartiacque tra l’Oceano Atlantico e il Golfo del Messico. La sua vicinanza a Cuba ne ha fatto una meta privilegiata per gli esuli cubani, come ad esempio durante l’esodo di Mariel. Gli unici confini di terra sono con la Georgia ad est e con l’Alabama a ovest.

Demografia

Con oltre 21 milioni di abitanti, la Florida è il terzo Stato più popoloso degli U.S.A. dopo la California e il Texas. La popolazione è prevalentemente bianca con una buona presenza di ispanici e neri. Dopo la Grande Guerra ci fu un grande flusso di immigrati dal nord della Spagna, che si stanziarono prevalentemente nell’area di Tampa. Oltre agli spagnoli, anche numerosi italiani si trasferirono in Florida dopo la Prima Guerra mondiale.

Composizione demografica della Florida, dati U.S. Census Bureau

Ancora prima, agli inizi del secolo, furono i greci a stabilirsi nell’area e a contribuire al mosaico culturale che è la Florida. Le prime persone di origine africana arrivarono nel territorio come schiavi a supporto delle spedizioni spagnole. Dopo un primo momento in cui neri e bianchi contavano lo stesso numero di abitanti, i primi sono finiti per costituire una percentuale sempre minore della popolazione. Per quanto riguarda l’età, la Florida è uno Stato “maturo”. La fascia di popolazione più rappresentata è quella tra i 25 e i 44 anni mentre sono il 5,5% ha quattro o meno anni. L’età media è di 42,4 anni.

Il legame tra Trump e la Florida

La Florida non è solo uno dei tre Stati chiave dal punto di vista dei Grandi Elettori ma anche uno Stato chiave per Trump. A fine 2019, l’attuale presidente ha dichiarato Mar-a-lago, il resort a Palm Beach in Florida, la sua residenza primaria. Questo lo rende di fatto un cittadino della Florida. Ma il legame va molto più a fondo. Appena eletto presidente, Trump ha subito iniziato a lavorare per la sua ricandidatura. Una settimana dopo il suo insediamento, ha avviato le pratiche per la sua campagna elettorale alla Federal Election Commission.

Il primo rally della campagna per la sua rielezione è stato proprio in Florida, a Melbourne, il 18 febbraio 2017. Nessun rally per una ricandidatura si era mai tenuto così presto durante un mandato presidenziale. Questo primo comizio ebbe un pubblico di circa 8000 persone.

La residenza di Trump a Mar-a-Lago

Nella sua seconda tappa in Florida, nel giugno 2017, Trump tenne un discorso sulle policies che il suo Governo intendeva adottare nei confronti di Cuba. Due anni più tardi, il 18 giugno 2019, Trump lanciò ufficialmente la sua campagna per la rielezione dall’Amway Center a Orlando. Questo comizio viene ricordato soprattutto per le dichiarazioni di Trump sul fatto che presto avrebbero trovato la cura a diverse malattie, tra cui il cancro. Un mese prima di questo rally, Trump ne tenne un altro a Panama City, insieme al governatore della Florida Ron DeSantis e al senatore dello Stato ed ex candidato alla nomination repubblicana nel 2016, Marco Rubio.

Trump al recente comizio in Florida

Il 24 settembre di quest’anno Trump è tornato nel suo Stato con un rally a Jacksonville. Qui il presidente, supportato dal sindaco della città Lenny Curry e dal governatore DeSantis, ha parlato facendo affidamento sui temi a lui più cari. Tra questi un attacco al suo sfidante Joe Biden, definito dal presidente come dannatamente debole nei confronti della criminalità e nemico delle forze dell’ordine. Trump avrebbe dovuto tenere un comizio alla convention nazionale del suo partito ad agosto ma fu costretto a cancellarlo. Nell’occasione, lo sceriffo della contea dichiarò di non essere in grado di gestire l’evento a causa della rapida diffusione del virus nello Stato.

Il 12 ottobre, poco dopo essere risultato negativo al Covid-19, Trump è volato a Sanford in Florida. Di fronte a una folla di sostenitori poco proni al distanziamento sociale, Trump ha tenuto il suo primo comizio dopo la malattia. Il presidente ha ribadito il suo ottimo stato di salute e dichiarato che avrebbe voluto scendere tra il pubblico e dare a ciascuno un bacio.

Biden in Florida

Il candidato democratico Joe Biden ha individuato nella Florida uno dei campi di battaglia dove colpire Trump. Nell’ultimo mese l’ex vicepresidente ha effettuato ben tre visite nello Stato. Biden ha parlato di come le politiche di Trump per combattere la pandemia siano state poco efficaci e di quanto la Florida stia subendo il virus. La settimana scorsa ha visitato la Contea di Broward per cercare di ottenere il voto dei senior citizens (quelli che da noi chiameremo anziani). Lo sfidante ha inoltre parlato ad eventi a Pembroke Pines e Miramar. Nei suoi discorsi ha dichiarato che i seniors per Trump sono virtualmente nessuno e poco importanti.

Poster per il rally virtuale di Biden per gli elettori di Tampa

Queste visite seguono quelle nei quartieri di Little Haiti e Little Havana a Miami. Qui ha dichiarato che da presidente continuerà a tutelare le loro comunità. I tempi stringono anche perché i voti per posta stanno aumentando sempre di più in Florida e Biden vuole capitalizzare sul margine di vantaggio che ha su Trump. Lo sfidante fa affidamento sulle minoranze nere caraibiche e anche per questo ha scelto la senatrice Kamala Harris come sua vice.

La registrazione al voto

In Florida Partito Democratico gode di un numero di votanti registrati maggiore dei Repubblicani. Tuttavia quest’anno con il veto di Biden alle campagne porta a porta e alle campagne di registrazione per paura della diffusione del virus, i democratici della Florida temono l’avanzata dei repubblicani. Il margine di vantaggio si è ridotto all’1,3% ovvero circa 185000 elettori, secondo dati del Florida Division of Elections. I principali consigliere di Obama nelle sue due campagne presidenziali hanno dichiarato che la registrazione dei votanti in Florida è stata l’elemento chiave per le sue vittorie.

Dopo di lui i democratici non hanno provato a replicare la stessa strategia e questo ha portato ad una sconfitta della Clinton nello Stato. Nel 2016 i democratici avevano un vantaggio di 327000 elettori registrati ma Trump vinse comunque con poco più di un punto percentuale. Attualmente il vantaggio dei democratici è il più piccolo mai registrato nella storia moderna della Florida. Solo circa 183000 elettori in più.

Di che colore è la Florida?

I democratici hanno vinto in Florida in 25 elezioni presidenziali contro le 16 dei repubblicani. Questo tuttavia non ha impedito a questi ultimi di ottenere e mantenere saldo il posto di governatore dello Stato per ventidue anni. Dalla vittoria di Jeb Bush nel 1999, tutti e quattro i governatori sono stati repubblicani. Negli ultimi venti anni, lo Stato ha vinto vincere i repubblicani in tre occasioni su cinque. Queste vittorie sono sempre state sul filo del rasoio, in particolare nella sfida del 2000 tra Bush e Gore.

Il margine più largo si è avuto in occasione della rielezione di Bush con un 52,1% di voti. Dopo i due mandati di Bush, lo Stato è tornato in mano ai democratici per le due lezioni di Obama prima di sorridere a Trump nel 2016. Da notare che dal 1980 a oggi, i democratici hanno conquistato solo tre volte la Florida. Nel 1992 Clinton vinse le presidenziali ma perse la Florida che votò per il presidente uscente Bush Sr.

Cosa dicono i sondaggi?

Nonostante il numerico di Biden, i sondaggi mostrano una sostanziale parità tra i due sfidanti. La fetta che separa Trump e Biden è di massimo cinque punti percentuali con il presidente che si attesta intorno al 45,3% e l’ex vicepresidente sul 49%. Secondo il modello utilizzato da The Economist, lo sfidante ha il 76% di probabilità di vincere in Florida con una percentuale di voto popolare predetta tra il 47 e il 56%. Trump rimane invece tra il 44 e il 53%.

** AGGIORNAMENTI MEDIA SONDAGGI 3/11 **

Fonte: FiveThirtyEight

  • FLORIDA: Trump 48.4 – Biden 50.9
Fonte: Des Moines Register

Guida al voto al Senato in Iowa: l’ago della bilancia?

Il 3 novembre gli elettori di 34 Stati voteranno per scegliere chi inviare per 6 anni al Senato degli Stati Uniti (con eccezioni: in Arizona e Georgia si tratta di elezioni speciali). Tra questi figura l’Iowa, Stato bianco e agricolo dove il Midwest incontra l’Ovest. Dopo la doppia vittoria di Obama, il gelo delle grandi pianure sembrava essere calato irreparabilmente sui democratici. Nel 2014, al pensionamento del beneamato Senatore Democratico Tom Harkin (dopo 30 anni), l’elettorato si è spostato decisamente a destra, coronando Joni Ernst con un margine soddisfacente – 52,1% contro 43,8%. Nel 2016, Trump vinse senza alcun problema con quasi 10 punti percentuali di distacco dalla sfidante Democratica.

Per quanto riguarda la composizione, lo Stato non è molto rappresentativo dell’intera Nazione. Con una crescita della popolazione che si aggira entro al 5% ogni decennio, essa resta per il 90% composta da bianchi. Solo il 5% della popolazione è di origine ispanica, e meno del 4% è afroamericano. Qui le città sono di piccole dimensioni, con un’importante settore agricolo che tuttavia non riesce a frenare l’emorragia di popolazione delle contee rurali. La capitale è Des Moines (215mila abitanti circa). Posta al centro geografico dello Stato, è un centro importante per il settore assicurativo. Le cittadine universitarie di Iowa City e Ames sono serbatoi di voti democratici. Davenport e Bettendorf sono due cittadine ex industriali poste al confine con l’Illinois e parte di un nucleo denominato Quad Cities assieme alle controparti oltreconfine di Moline e Rockland. L’area ha sofferto pesanti conseguenze dalla deindustrializzazione, pari ad altri centri della Rust Belt, e nei decenni a cavallo del XX e XXI secolo le autorità hanno tentato di diversificare e risollevare l’economia; ciononostante, il manifatturiero resta il settore dominante. Poco distante da Iowa City, Cedar Rapids è la seconda città per popolazione e altro serbatoio Democratico, mentre la metà occidentale dello Stato (con la città principale Sioux City e il sobborgo di Omaha, Council Bluffs) è solidamente conservatore.

L’Iowa è famosa come uno Stato che tiene a lungo i propri Senatori. Oltre al caso del mandato trentennale del predecessore di Joni Ernst, l’attuale senior Senator, Chuck Grassley (classe 1933), è in carica dal 1980. Ma quest’anno potrebbe essere la volta in cui lo Stato tradirà la sua tradizionale benevolenza. E l’Iowa potrebbe decisiva per il controllo del Senato.

Le motivazioni dell’incertezza

Alla base della debolezza della senatrice Ernst sta, come in casi analoghi altrove, la difficile posizione del Presidente. Già nel 2018, i Democratici hanno avuto un enorme aumento di popolarità nelle elezioni per i quattro seggi in palio per la Camera dei Rappresentanti. Infatti, hanno strappato due dei tre seggi in mano Repubblicana; in tutti e quattro i distretti, lo spostamento verso il Partito Democratico è stato molto consistente. Nel 1st Congressional District, la conquista è stata ottenuta con un aumento del 13% per i Democratici rispetto al 2016, nel 3rd con un +16%. Inoltre, hanno mantenuto il 2nd con un + 5%, e hanno perso il 4th nonostante un impressionante +19% – risultato particolarmente degno di nota data la composizione del distretto: rurale, bianco e più anziano della media nazionale.

Dopo il 2016 sembrava che l’Iowa avesse cessato di essere uno swing State. Gli elettori hanno dimostrato il contrario due anni dopo. Nel 2020, la partita è tutta da giocare. E dopotutto, quest’area ha un rapporto particolare con la politica: enorme campo di battaglia in tempo di primarie, nonostante la sua composizione demografico-sociale omogenea esso non ha mai del tutto escluso i Democratici da possibilità di successo. Lo scontento degli Iowans nei confronti dei Repubblicani può essere imputato sia agli effetti disastrosi dei dazi derivati dalla guerra commerciale con la Cina e patiti in prima persona dagli agricoltori di soia e grano, industrie particolarmente importanti, sia per gli effetti negativi della pandemia.

Ciò che sembra indebolire particolare Joni Ernst, in questo momento, è essersi legata troppo al Presidente. Unico Senatore in carica per la rielezione a parlare alla Convention di agosto, durante il mandato ha strizzato l’occhiolino più alla base conservatrice che all’elettorato più ampio. Sul tutto, una questione dell’ultimo minuto non la sta aiutando: l’elezione della giudice Amy Coney Barrett. Ernst è infatti nella commissione giustizia, e ci si aspetta che voti con il suo partito a favore di questa nomina, da molti vista come illegittima o perlomeno inopportuna a così poca distanza dalle elezioni.

Ultimo fattore da considerare: la nazionalizzazione della corsa. Questa è la prima volta che la Ernst si è confrontata con un’elettorato da presidenziali, essendo stata eletta durante una elezione di midterm. Allora fu brava a risvegliare ed unire l’elettorato conservatore, ma questa volta si trova di fronte a una massa di elettori che non aveva votato nel 2014. Appare sempre più probabile che la sfiducia verso il Presidente per i fattori ricordati più sopra si rifletta downballot.

I candidati

Fonte: Getty Images

Sen. Joni Ernst (R)

Delle difficoltà dell’incumbent si è già parlato, ma cerchiamo di addentrarci nella campagna e nel personaggio. Nel 2014 ha ottenuto un buon risultato anche grazie a una strategia di comunicazione che ha goduto di notevole celebrità. Cresciuta in una fattoria ed ex militare, ha usato il suo background come garanzia di indipendenza e incorruttibilità nel mondo del lobbismo della Capitale. Dalla sua elezione, avvenuta mobilitando soprattutto la fazione più conservatrice in un anno di grande successo per i Repubblicani, sembra aver deluso le aspettative. L’avversaria democratica l’accusa di aver accettato donazioni da lobby petrolifere, e la Senatrice ha votato nella quasi totalità delle volte secondo la linea della leadership di partito. Dal canto suo, Ernst sostiene di aver messo gli abitanti dell’Iowa al primo posto e di aver saputo lavorare con colleghi dei due partiti.  La Senatrice ha iniziato in estate un 99 County Tour, con l’obiettivo di visitare ogni contea dello Stato. Data l’emergenza sanitaria non si tratta di eventi di grandi dimensioni, ma incontri mirati. Un aiuto le arriva anche dal popolare governatore Terry Brandstad, che ha iniziato a fare campagna per Trump ed Ernst. Oltre ai questi ultimi, ha ricevuto l’endorsement di gruppi di interesse come National Rifle Association, U.S. Chamber of Commerce, Iowa Cattlemen’s Association, Iowa Corn Growers Association.

Fonte: John Pemble/IPR

Theresa Greenfield (D)

Una novellina della politica, anche lei è cresciuta in fattoria. Dopo la laurea ha svolto l’attività di regional e urban planning prima di passare al campo immobiliare. Facendo leva sul suo passato rurale promette di sostenere gli interessi degli agricoltori eliminando i dazi. Inoltre, il suo ruolo di pianificatrice, dice, l’ha resa più attenta alle necessità materiali del suo Stato, che non hanno colore politico. Infine, l’esperienza della morte del primo marito, elettricista, a soli 24, la portano, dice, a sostenere i benefit dell’assistenza pubblica che le avrebbero dato una mano a ricominciare. Durante la campagna, ha promesso di non accettare donazioni dalle grandi corporation, anche se l’avversaria le critica il fatto di accettare comunque donazioni dai lobbisti delle corporation stesse. Come molti suoi colleghi, Greenfield pone l’accento sulla questione della riforma del sistema sanitario, cavallo di battaglia dei Democratici nel 2018 e attuale oggi a causa della pandemia in corso. Ms. Greenfield non ha tenuto incontri dall’inizio della pandemia fino all’estate, poi ha iniziato a tenere piccoli incontri. Secondo dati della Federal Elections Commission, mantiene un vantaggio di circa 2 milioni di dollari in fundraising rispetto ad Ernst, riproponendo in prospettiva statale ciò che si vede a livello nazionale, con la campagna di Biden che supera quella di Trump a livello di contributi. Dal punto di vista ideologico, non si spinge a sostenere il Green New Deal, mantenendosi su posizioni più pragmatico-moderate. Ha ricevuto l’endorsement dell’ex Presidente Obama, di Elizabeth Warren ed Amy Klobuchar, oltre che di molti sindacati come l’AFL-CIO e la United Steelworkers e del Des Moines Register, il quotidiano più importante dello Stato.

Fonte: KMEG

Rick Stewart (Libertarian Party)

Il Partito Libertario, eterno terzo, schiera l’ex imprenditore, ormai pensionato Rick Stewart. Prima poliziotto, poi insegnante, poi fondatore di Frontier Food Products Co-operative, ora fa la spola tra l’Iowa e il Guatemala dove si adopera in un orfanatrofio e scuola elementare. Il tutto, dice, “scalando vulcani locali per guadagnare fondi per questi progetti”.  In linea con il pensiero libertariosostiene la fine di tutte le guerre, l’abolizione della Federal Reserve, la compressione del bilancio del governo federale (con conseguente riduzione del debito), ristrutturazione dei programmi pubblici, snellire e semplificare il governo centrale.

Fonte: herzogforussenate.com

Suzanne Herzog (Indipendente)

Cresciuta in contesto rurale, ma viaggiatrice da giovanissima grazie a programmi di scambio cui la famiglia partecipava, ha diviso la sua carriera tra assistenza sanitaria (prima) e ricerca economica (poi). Promette di unire le conoscenze in campo economico e sanitario per portare al Campidoglio un approccio equo alla riforma del sistema sanitario. Sostiene un programma per rendere più trasparente l’attività federale, limitare i mandati dei rappresentanti al Congresso e rendere il governo più efficiente. Ideologicamente, si pone in opposizione al pensiero liberista che ha dominato la politica democratica dei due partiti maggiori da decenni. Nel suo programma si notano toni che l’avvicinano al tipo di retorica dei Democratic Socialists in campo economico, ma si guarda dal sostenere un sistema sanitario pubblico universale, preferendo piuttosto un programma di riforma con al centro una riorganizzazione delle logiche delle assicurazioni private (che comunque rimarrebbero attori centrali).

Cosa dicono i sondaggi in Iowa

Quella che era una corsa sicura per i Repubblicani fino all’estate è diventata una delle maggiori speranze per i Democratici, che vedono la loro candidata avanti di qualche punto percentuale. Senza dubbio la partita non è chiusa e il risultato è più che mai incerto, ma anche in caso di vittoria per l’incumbent sembrerebbe annunciarsi una vittoria di Pirro dato il vantaggio che godeva fino a pochi mesi fa. Come nella corsa presidenziale, il margine della vincitrice, chiunque sia, si annuncia molto risicato. Quel che è certo, è che nessuno dei due candidati minori hanno la possibilità di vincere. Saranno affidabili i sondaggi tra le due principali sfidanti? Il 3 novembre dovremmo avere la risposta.
La Spagna rinuncia, per ora, a 70 miliardi in prestiti del Recovery Fund

La Spagna rinuncia, per ora, a 70 miliardi in prestiti del Recovery Fund

Il Governo di Pedro Sánchez rinuncerà, per ora, ai 70 miliardi di euro in prestiti del Recovery Fund, beneficerà solamente dei 72,7 miliardi di sussidi a fondo perduto, ovvero quelli che non vanno restituiti. È quanto viene scritto da El Pais, autorevole testata spagnola, la quale cita fonti della Moncloa e del Ministero dell’Economia. Le fonti governative hanno spiegato che: “La Commissione europea consente la richiesta di prestiti fino a luglio 2023. Cosa ci guadagna richiedendoli adesso? […] Lo faremo, se ne avremo bisogno, per il periodo 2024-2026″.

Perché la Spagna rinuncia a 70 miliardi in prestiti?

Secondo El Pais, anche Portogallo e Italia starebbero pensando alla stessa decisione e a questi due si potrebbe unire anche la Francia. Ma qual è il motivo che spingerebbe questi Stati a non considerare la porzione di aiuti in prestiti offerta dal piano? L’Unione Europea potrebbe vedere ridimensionata la portata del Recovery Fund poiché l’azione di buyout operata dal programma della BCE e le aspettative di ripresa prodotte dall’accordo dei 27 Paesi ha generato a sua volta un abbassamento dei tassi di interesse. In questo momento storico sia il Tesoro spagnolo che quello italiano hanno emesso obbligazioni a interesse negativo; il risparmio dal chiedere prestiti all’UE si è notevolmente ridotto. Ad oggi, nonostante la chiusura di un accordo storico, persistono dei dubbi, in quanto la preoccupazione di molti Paesi è che la Commissione possa richiedere in futuro aggiustamenti strutturali a chi ha debito elevato. Non è inoltre da escludere che la gestione di somme così elevate potrebbe generare problemi amministrativi.

Gli effetti del PEPP della BCE ridimensionano il Recovery Fund?

È presto per fare bilanci, ma se c’è una cosa che questa pandemia ha insegnato è che tutto può cambiare da un momento all’altro. Tuttavia la rinuncia da parte della Spagna a 70 miliardi (all’Italia ne spetterebbero 120) non fa scalpore. I loansovvero i prestiti, aumentano il debito pubblico, i grants, cioè i sussidi, no. Gli Stati sono concentrati sui contributi – spesso detti a fondo perduto – poiché questi verranno ripagati a partire dal 2028 e fino al 2058 con contributi al bilancio UE o nuove tasse. L’impatto viene così diluito nel tempo senza inficiare i saldi di finanza pubblica. La decisione spagnola potrebbe essere presto seguita da altri Paesi, il merito o il demerito, a seconda dei punti di vista, è della BCE e del suo Pandemic Emergency Purchase Programme.

Pandemic Emergency Purchase Programme

Cos’è?

È un piano che sarà attivo fino a fine anno o fino a quando il Consiglio Direttivo dell’Istituzione monetaria non riterrà superata l’emergenza economica.

In che cosa consiste?

La BCE acquista titoli di Stato. In parole povere immette liquidità nel sistema, inonda l’Eurozona di denaro e l’iniezione di liquidità porta come conseguenza una riduzione dei tassi di interesse.

 

Unione Europea, la tassazione sui grandi businesses digitali

 

Nella riunione del G20, organizzata a metà ottobre 2020, i leader partecipanti hanno deliberato la proroga delle discussioni all’interno dell’OCSE – l’organizzazione che riunisce i Paesi più ricchi del mondo – per la definizione di un regime fiscale per i così detti digital giants – i grandi businesses digitali  – fino all’estate 2021.

 

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico è stata scelta, nel 2018, come forum per far concordare le principali economie mondiali su un approccio internazionale comune alla tassazione sul digitale. Quasi 140 Paesi, inclusi quelli dell’UE, gli Stati Uniti e la Cina, hanno trascorso gli ultimi anni a negoziare diverse proposte nel tentativo di evitare una frammentazione tra i diversi Stati. Sebbene fosse previsto un accordo entro la fine del 2020, diversi funzionari dell’OCSE coinvolti nelle negoziazioni hanno recentemente rilevato la necessità di posticipare almeno fino al giugno 2021 la definizione delle nuove regole, data la difficoltà nel conciliare i diversi interessi nazionali in un accordo politico.

 

Infatti, recenti dichiarazioni hanno confermato un clima di scontento generale specialmente tra i leader dei Paesi europei che, a seguito dei tanti rinvii dell’accordo all’interno dell’OCSE, hanno minacciato la via della soluzione nazionale autonoma. Ai margini dell’incontro del G20, il Ministro francese del Digitale – Cedric O – ha affermato che il Paese inizierà a riscuotere le tasse sulle grandi aziende digitali già entro la fine del 2020 – con un introito stimato intorno ai €500 milioni l’anno. Insieme alla Francia, anche Regno Unito, Italia, Austria, Repubblica Ceca e Spagna hanno già messo sul tavolo i loro piani per una tassazione nazionale, salvo posticipare la loro attuazione al momento in cui la negoziazione in corso per un regime internazionale comune dovesse fallire.

 

Di fatto, ciò per cui i Paesi dell’UE stanno spingendo è un accordo per definire le condizioni per tassare attori digitali del calibro di Amazon, Apple, Google, Facebook e Microsoft. Accordarsi su un comune sistema transnazionale potrebbe traslarsi in delle regole fiscali eque per il mondo digitale. Tale dibattito si è intensificato ulteriormente sulla scia della pandemia del COVID-19: sono in molti a sostenere che i giganti della tecnologia avrebbero tratto profitto dalla crisi economica in corso, pur continuando a essere tassati meno delle aziende tradizionali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si oppongono fermamente all’ipotesi di tassazione comune, ritenendola una “pratica discriminatoria ingiusta” (Robert Lighthizer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti). L’espressione “discriminatoria” non è affatto casuale nella dialettica americana sull’argomento: infatti la maggior parte di questi businesses ha sede proprio nel nuovo continente. Di conseguenza, l’amministrazione Trump ha cercato in tutti i modi di evitare una tassazione digitale unica, che andrebbe di fatto a nuocere gli interessi delle aziende americane. Invece, gli Stati Uniti sarebbero favorevoli ad un regime fiscale unico volontario, che al contrario è ritenuto da molti Stati inadeguato a realizzare un’era digitale equa.

 

 

Al fine di contrastare l’offensiva di Washington e rompere l’attuale stallo, l’alternativa per l’Europa è rappresentata dai Paesi africani: secondo esperti in materia, collaborare con questi ultimi significherebbe creare un fronte abbastanza solido da sbloccare la negoziazione. I Paesi africani – convinti che una tassa sui digital giants possa alimentare la ripresa dalla struggente crisi economica – sono infatti pronti a bypassare le prolungate negoziazioni all’interno dell’OCSE e ad agire unilateralmente, imponendo un proprio regime fiscale.

 

La Commissione Europea – incaricata dai Paesi UE di proporre un piano di tassazione europeo in caso di fallimento delle negoziazioni internazionali – è intervenuta per fermare la minacciata frammentazione, ritenendo valido il termine di metà 2021 per trovare un accordo. Tale termine, però, dovrà essere l’ultimo. Altrimenti l’UE porterà avanti i propri piani. Anche su quest’ultima opzione però, non vi è il sostegno da parte di tutti gli stati membri dell’UE: l’Irlanda e alcuni Paesi nordici hanno ostacolato il tentativo di creare una tassa a livello europeo che, secondo loro, avrebbe messo in svantaggio le loro economie basate sull’esportazione.

 

In termini pratici, l’introduzione di singole tassazioni nazionali darebbe inizio ad una guerra commerciale che porterebbe l’amministrazione statunitense a prendere contromisure (i.e. dazi sui prodotti in entrata dall’UE), creando una situazione ancora più critica data l’attuale condizione precaria dell’economia europea alle prese con la pandemia del COVID-19. Per tali motivi, nonostante siano sempre più desiderosi di procedere con le proprie tasse digitali nazionali, i Paesi dell’UE non possono permettersi il lusso di rischiare.

 

Per concludere, l’esito dei negoziati all’interno dell’OCSE dipenderà anche dalle elezioni presidenziali statunitensi del 3 Novembre 2020. Queste potrebbero determinare un netto cambiamento nell’approccio degli Stati Uniti alla questione nel caso in cui il democratico Joe Biden avesse la meglio sulla conferma del repubblicano Donald Trump.

La religione al tempo delle Presidenziali del 2020

C’è un fattore che non deve essere sottovalutato alla lunga in queste elezioni: l’influenza delle religioni per la scelta che compirà l’elettorato alle urne, il prossimo novembre. E questo per un motivo piuttosto semplice, in ultima analisi; la popolazione statunitense è, considerando le nazioni più progredite, quella più religiosa. Cosa significa? Che più della metà degli americani pratica quotidianamente, indipendentemente dal credo cui appartiene, sancendo così l’indissolubilità tra la religione e la vita civile, anzi fondendole e rinsaldandole giorno per giorno. Nonostante la diversità religiosa che intercorre per i cinquanta stati dell’Unione, però, i credenti trovano un punto in comune che si esplica nel momento del giuramento del neoeletto Presidente: la mano appoggiata sulla Bibbia. Libro che in quel momento trascende ogni culto, per diventare il simbolo di quell’unico Dio cui tutti credono: cessa di essere un testo cristiano o ebraico per divenire l’emblema dei cittadini americani. Insomma, “in God we trust“. Letteralmente.

Ora, la domanda: come possono influenzare le fedi la scelta del prossimo inquilino della Casa Bianca? Per rispondere è necessario operare un distinguo all’interno dei diversi culti, che qui per ragioni di spazio non è possibile; ma, a grandi linee, basti sapere che oltre alla differenza in seno al cristianesimo tra il cattolicesimo e il protestantesimo (che va per la maggiore al di la dell’Atlantico), v’è all’interno della religione protestante stessa un intero universo religioso indeterminato e indefinibile, per cui non è possibile evidenziare con accortezza tutto l’insieme. Semplifichiamo il discorso con un esempio molto concreto: la maggior parte degli evangelici stanno sostenendo attivamente l’attuale amministrazione; l’orientamento politico prevalente è difatti conservatore, anche se non mancano defezioni ed endorsement verso i democratici: per lo più lo sono i battisti. Basta un dato, anzi un nome: il fondatore dell’organizzazione non governativa Samaritan’s Purse, Billy Graham, e suo figlio Franklin – attuale presidente dell’ONG – hanno pubblicamente appoggiato Donald Trump durante la campagna elettorale e nel corso della sua presidenza.

Non solo i protestanti giocano un ruolo decisivo: la decisione di nominare Amy Coney Barrett come nuovo giudice della Corte Suprema, avvocato conservatore, è decisiva per attirare i voti dei cattolici, che sono secondi solo ai luterani, evangelici e battisti alla Camera e al Senato. Ma è in declino anche l’appoggio degli ebrei ai Democratici. Il motivo è presto detto: il sopravvento dell’ala antisemitica all’interno del partito. Non solo: Donald Trump ha appoggiato il matrimonio tra la figlia Ivanka e Jared Kushner, di origini ebraiche; la sua politica estera nei confronti di Israele, prima di tutto il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, dimostra ampiamente come voglia suggellare un’alleanza ancora più stretta con il mondo ebraico e sionista; e infine, per non perdere il voto degli ebrei ortodossi, focalizzare le azioni della Casa Bianca contro l’antisemitismo che dal 2013 sta sempre più crescendo negli USA, attraverso un ordine esecutivo datato lo scorso 11 dicembre 2019.

Viceversa, sul fronte democratico i musulmani e i protestanti afroamericani hanno la maggioranza. Senza dimenticarsi di una sparuta minoranza di cattolici di orientamento progressista. E degli atei e di quelle religioni e sette minori che fondano la propria filosofia orientata alle sorti progressive. Gli ispanici invece sono un caso interessante: se i cattolici appoggiano il programma democratico, i protestanti propendono invece per i Repubblicani. È una fascia della popolazione divisa in due. La religione può non sembrare un fattore determinante nel corso delle elezioni politiche, semmai al centro del dibattito sono frequenti le tematiche dell’economia e della politica estera; in realtà, i principali problemi politici che sta affrontando Washington possono essere ridotti a temi religiosi: l’aborto, i diritti civili, l’avvicinamento o meno ad Israele o alla Palestina, la regolarizzazione dell’immigrazione sono alla fine delle spinte presenti più o meno con dirompenza nel dibattito filosofico, teologico e soprattutto politico.

Trump e Biden, certo, non mancheranno fino all’ultimo nel corso delle rispettive campagne elettorali di affrontare le diverse questioni che attanagliano il dibattito attuale e concreto della società statunitense. Ma proprio per la composizione della popolazione USA, sorvolare sulla religiosità del proprio elettorato è un errore da non trascurare; potrebbe costare caro a chiunque qualora se ne dimenticasse. Perché gli evangelici in particolare, il gruppo religioso più numeroso in America, possono decidere le sorti della presidenza e dell’amministrazione federale. E ovviamente gli ebrei. Meno, pure se il numero di fedeli è in costante crescita, i musulmani, anche se ora più che mai sono orgogliosi al tempo stesso di essere cittadini statunitensi e di seguire i precetti di Muhammad, del Corano e degli Hadith, continuando a voler vivere il sogno americano. Insomma, la religione negli USA nel XXI secolo non è destinata a diventare una mera questione privata. Tutt’altro: perno fondante delle politiche governative. E se il trend è quello evidenziato, la religione – pur nel pluralismo – influirà sempre di più nel governo e nell’emanazione delle leggi.