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Libia, un cessate il fuoco permanente apre un nuovo scenario

Nella mattinata di venerdì 23 ottobre, nella seconda città svizzera, si è giunti ad uno storico accordo sulla questione libica. I due schieramenti contrapposti all’interno della Libia: quello di Tripoli a guida di Fayez Al-Serraj, riconosciuto dall’ONU e da gran parte della comunità internazionale quale legittimo Governo, con appoggio diretto di Turchia, Italia ed alcuni paesi arabi (in primis il Qatar), e quello di Bengasi capeggiato dal Militare Khalifa Haftar, con l’appoggio della Russia e del blocco Arabia Saudita e suoi alleati (in particolare UAE ed Egitto), hanno firmato un’intesa su un cessate il fuoco permanente riguardante tutto il territorio nazionale.

Seppure si tratti di un punto di svolta radicale nel teatro della seconda guerra civile libica, è stato comunque preceduto da un percorso di relativa riappacificazione tra le due parti, cominciato nel luglio del 2019 con la creazione della missione politica delle Nazione Unite, l’UNSMIL. Un ulteriore sviluppo è stato conseguito con il summit di Berlino avvenuto lo scorso gennaio, attraverso il quale è nata, in seno all’UNSMIL, la Commissione Militare 5+5. Un tavolo di dialogo congiunto, formato da cinque rappresentanti selezionati dal Governo di Accordo Nazionale di Al-Serraj (GNA) e cinque dall’Esercito Nazionale Libico di Haftar (LNA). I risultati, tra alti e bassi, si sono già osservati nei mesi precedenti. Si è assistito a periodi di tregua e ad iniziative di reciproco scambio di prigionieri, oltre ad un parziale ripristino dei collegamenti aerei e terrestri tra la parte occidentale e quella orientale del Paese.

L’accordo, annunciato tramite i canali social ufficiali dell’ONU, stila dodici punti fondamentali di comune accordo tra le parti. Ora la sfida, come ricorda l’Inviata speciale per la Libia Stephanie Williams, è garantire il rispetto dei termini dell’intesa. Decisivo per le sorti della prossima tappa di Tunisi 9 novembre, dove si andrà a delineare il nuovo assetto politico della Libia.

La buona riuscita della stabilità in Libia, è di vitale importanza anche in vista della ripresa dell’industria petrolifera, che si è vista inceppare nell’ultimo periodo.

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Polonia, la Corte Costituzionale rafforza la legislazione anti-aborto

Giovedì 22 Ottobre la Corte Suprema polacca ha ufficialmente dichiarato l’incostituzionalità degli aborti eseguiti a causa di malformazioni del feto.

La legislazione precedentemente in vigore – già considerata dagli analisti una delle più stringenti in materia tra i paesi membri dell’UE – consentiva di ricorrere all’aborto solo in caso di stupro, incesto, rischio imminente della vita della madre o, appunto, gravi malformazioni del feto.

Quest’ultima rappresentava però circa il 98% delle cause di aborto, con la conseguenza che – con una sentenza in tal senso – il Paese ha virtualmente abolito la quasi totalità delle procedure, impedendo di fatto alle donne l’interruzione di una gravidanza non gradita.

Nel 2019, stando alle statistiche ufficiali, si sono registrati in Polonia 1.110 aborti, 1.074 dei quali dovuti proprio a malformazioni o patologie irrevversibili del feto. Si stima però – come dichiarato da alcune associazioni per i diritti civili – che almeno 80.000 donne polacche si rechino ogni anno all’estero per interrompere la propria gravidanza.

La sentenza della Corte Costituzionale è solo l’ultimo tassello della linea conservatrice portata avanti dal PiSDiritto e Giustizia, l’attuale partito di maggioranza – che già in Aprile e nel 2018 aveva presentato disegni di legge al riguardo, generando non poco malcontento tra la popolazione.

A seguito della sentenza centinaia di dissidenti si sono radunati a Varsavia nei pressi della residenza di Jaroslaw Kaczynski – Presidente del PiS, considerato dai media l’ideologo del governo – tanto da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine, portando all’arresto di 15 manifestanti.

In foto gli scontri di Giovedì a Varsavia

Tra i mantra della protesta risultava l’imparzialità della Corte Costituzionale, come ricordato su Twitter da Donald Tusk – ex Presidente del Consiglio Europeo nonché Primo Ministro del Paese dal 2007 al 2014.

Dei 15 giudici supremi attualmente in carica, infatti, sono 14 quelli nominati dalla maggioranza parlamentare retta dal PiS.

Ai commenti di sdegno si è unita anche anche Dunja Mijatovic – Commissaria europea per i Diritti Umani – la quale ha denunciato sui suoi profili social la pericolosità del provvedimento.