GettyImages-1149256385

Una poltrona per 4 a Porto Rico

Nessuna sfida Trump vs Biden sull’isola caraibica: qui di presidenziali non se ne parla.

Nonostante plurime richieste di adesione, sostenute da referendum consultivo con esito positivo (seppur dalla scarsa affluenza), Porto Rico non è ancora divenuto il 51° stato della Federazione e pertanto, a differenza dei rimanenti 50 e del District of Columbia, non gode del diritto al voto per le elezioni presidenziali a stelle e strisce.

Chiusa un’urna, se ne fa un’altra [semicit].

Urne aperte quindi il 3 Novembre per eleggere il Governatore, il Delegato residente (membro senza diritto di voto della Camera federale), il Senato e la Camera nazionali, i sindaci di 78 città e, sorpresa, un ulteriore referendum non vincolante sullo status (il sesto di sempre).

È proprio la prima tornata quella che più ci interessa, dove la Governatrice uscente Wanda Vazquez Garced (New Progressive Party) non sarà presente sulla scheda elettorale dopo la sconfitta nelle primarie contro l’ex Delegato residente Pedro Pierluisi, divenuto candidato ufficiale del partito.

Pierluisi ritenta la conquista del potere isolano dopo che la Corte Suprema di Porto Rico dichiarò illegittimo il suo giuramento dello scorso anno come Governatore.

L’ex delegato, in quanto nominato il 31 Luglio Segretario di Stato, assunse difatti l’incarico dopo le dimissioni del 2 Agosto di Ricky Rossellò (eletto nel 2016) secondo la linea di successione dettata dalle norme vigenti. La sua nomina a Segretario tuttavia non era stata ancora confermata da entrambe le camere del Congresso locale.

La demografia

Nel 2004 la popolazione isolana raggiungeva quota 3.920.000 abitanti, mentre il numero di emigrati portoricani residenti negli Stati Uniti superava i 4.300.000. Dopo gli anni sessanta e l’incremento demografico pari allo 0,47% annuo, l’attuale popolazione portoricana, mix di europei, africani, amerindi e asiatici, vede dal 2016 costantemente un segno negativo: le morti sono superiori alle nascite.

L’etnia prevalente è rappresentata dai bianchi meticci, frutto principalmente dell’incrocio nel corso dei secoli tra spagnoli (ed altri europei) e gli indigeni dell’isola, i taino. In una recente ricerca dell’Università di Porto Rico sul DNA mitocondriale degli abitanti dell’isola caraibica, è risultato che il 61% dei portoricani vanta discendenze dirette dai taino, il 27% dagli africani ed il 12% di origine europea, motivo per il quale questo gruppo etnico di bianchi possiede un’alta percentuale di tratti somatici degli amerindi Taino.

La religione cattolica la fa da padrona con il 69,7% che si riconosce nella Chiesa di Roma.

I candidati

La peculiarità di Porto Rico è non vedere protagonisti nella vita politica locale i classici Democratici e Repubblicani della madrepatria (nonostante le loro primarie siano svolte anche su questo territorio).

I principali partiti sono:

  • New Progressive Party: conservatorismo sociale, liberali. Si battono per il riconoscimento dell’isola quale 51° stato. I suoi candidati sono affiliati a livello nazionale sia con il Partito Democratico che con il GOP

 

  • Popular Democratic Party: socialismo liberale. Sono fautori dello status-quo ossia il mantenimento di Porto Rico quale territorio non incorporato degli Stati Uniti. Auspicano maggiore autonomia e più potere in politica estera

 

  • Puerto Rican Independence Party: indipendentisti socialdemocratici. Loro obiettivo è la completa indipendenza dell’isola dagli USA

 

I candidati alle elezioni governatoriali di quest’anno sono:

  • Pedro Pierluisi (NPP, affiliato al Partito Democratico)
  • Carlos Delgado Altieri (PDD)
  • Juan Dalmau (PIP)
  • Alexandra Lugaro (Citizens’ Victory Movement, anticolonialisti: propongono un’Assemblea Costituente per i futuri rapporti con gli States)
  • Cesar Vazquez (Project Dignity, cristiano-democratici: main focus la lotta alla corruzione)
  • Eliezer Molina: indipendente

È consentito il “write-in” ossia la possibilità di scrivere nella scheda un candidato non presente in lista.

Sistema Elettorale

Il Governatore è eletto con un sistema maggioritario a turno unico (c.d. “first-past-the-post”: vince il candidato che ottiene un solo voto più degli altri).

Cosa dicono gli ultimi sondaggi

Bandiera della Sardegna

Sardegna, analisi e guida ai risultati delle elezioni comunali

Nell’ultimo fine settimana, in Sardegna 160 Comuni sono stati chiamati alle urne per eleggere sindaci e consigliere. Vediamo com’è andata.

Panoramica delle elezioni

Il dato che emerge da queste elezioni è il calo pressoché generale dell’affluenza: in 127 Comuni su 156 la percentuale è calata. In molti casi anche di venti punti percentuali. In tre, Aritzo, Villanova Tulo e Tadasuni, è mancato il quorum e le elezioni sono state dichiarate non valide. A questi si aggiungono i quattro paesi (Seneghe, Sorgono, Talana e Belvì) dove non sono state presentate liste e che quindi hanno dovuto rinviare le elezioni.

Il crollo dell’affluenza era dato per scontato visto l’effetto della pandemia ma è comunque influenzato anche da un malessere generale verso le istituzioni.

Altro dato significativo è la sconfitta totale del Movimento 5 Stelle. Il partito perde Porto Torres e non raggiunge il ballottaggio in nessun Comune.

Tre ballottaggi e una conferma

Solo quattro Comuni chiamati alle urne superavano i 15000 abitanti e di questi ben tre andranno al ballottaggio a novembre. Solo a Sestu, 14° Comune più popoloso della Sardegna, si conosce già il nome del sindaco. Il centro-destra è riuscito a confermarsi con Maria Paola Secci, ottenendo il 64,6% dei voti. Si ferma al 20,9 la candidata del centro-sinistra Valentina Meloni mentre Aldo Pili al 14,5.

Il M5S perde Porto Torres

A Porto Torres, Sebastiano Sassu non riesce a bissare il successo di Wheeler e finisce addirittura ultimo tra i candidati. Con il 10,7% risulta dietro anche a Salvatore Satta degli Autonomisti, che ottiene più del doppio dei voti. A giocarsi la poltrona di sindaco saranno Massimo Mulas per il centro-sinistra, che ha ottenuto il 26%, e Alessandro Pantaleo del centro-destra che si è aggiudicato il 39,1%.

Nuoro: PD e M5S non arrivano al ballottaggio

A Nuoro la sfida sarà tra il sindaco uscente, di area centro-sinistra, Andrea Soddu e Pietro Sanna del centro-destra. Il sindaco uscente ha raccolto il maggior numero di voti, attestandosi al 28,8% e precedendo anche il candidato del PD. Il suo futuro sfidante si è fermato al 24,4. Ultimo tra i sei candidati, Alessandro Murgia del Movimento 5 Stelle. Per lui solo il 6,1%.

Centro-destra in vantaggio a Quartu

Christian Stevelli del centro-destra ha ottenuto il 44,2% dei voti e a novembre se la vedrà con Graziano Milia, sostenuto da liste civiche. Fuori dal ballottaggio sia PD che M5S che hanno raggiunto rispettivamente il 14,6% e il 3,3.

Qualche numero sulle votazioni in Sardegna

Questa tornata elettorale, influenzata dalla pandemia, ha segnato un’ulteriore sconfitta per uno dei principali partiti della maggioranza. Il Movimento 5 Stelle dopo le sconfitte pesanti nelle altre regioni, anche in Sardegna subisce un calo verticale. Non se la passa bene neanche il PD che viene scalzato anche da liste civiche di Sinistra, in una sorta di derby. Brilla invece il centro-destra che forte della propria compattezza riesce a mantenere Sestu e potenzialmente almeno un altro dei Comuni ai ballottaggi.

Tralasciando i quattro Comuni più popolosi, il voto ha sorriso di nuovo a 66 sindaci uscenti. Tra questi spicca Alberto Urpi a Sanluri che batte la sua sfidante di Fratelli d’Italia, aggiudicandosi il 91,4% dei voti.

I nuovi primi cittadini sono invece 84 ma bisogna tener conto che in alcuni paesi non c’erano sindaci uscenti e quindi era garantito un volto nuovo alla guida.

Oltre ai quattro paesi senza liste, si aggiungono i tre dove non si è raggiunto il quorum. Tra questi spicca Villanova Tulo con solo il 28,75% di votanti.

manifestazione-partito-comunista

I partiti comunisti in Italia dal 1991 ad oggi

La fine del PCI e i primi anni di Rifondazione Comunista

La frammentazione nel campo comunista non è solo un fenomeno tipico della Seconda Repubblica. In precedenza alcuni piccoli partiti tentavano di insidiare il Partito Comunista Italiano, come Democrazia Proletaria e il Partito di Unità Proletaria, oltre ai gruppi della sinistra extraparlamentare. È a partire invece dagli anni Novanta che si apre una tendenza sistemica alla scissione e alla ricomposizione della sinistra di tradizione comunista. La prima importante frattura che si realizza è di stampo marcatamente ideologico e si verifica al termine dell’ultimo congresso del Pci.

Alle 13 del 3 febbraio 1991 una novantina di delegati su circa 1.300 si riuniscono nella Sala E della Fiera di Rimini e tengono una conferenza stampa che annuncia la nascita di un Movimento per la Rifondazione Comunista (PRC). Il gruppo dirigente guidato, tra gli altri, da Cossutta e Garavini, rifiuta di aderire al Partito Democratico della Sinistra, reo di aver mandato agli archivi nome e simbolo del Pci. La scissione è importante nei numeri, circa 112 mila adesioni a fine ’91, e la composizione interna di Rifondazione è molto variegata: dai “cossuttiani” agli ex ingraiani che hanno rinunciato a svolgere un ruolo di minoranza nel PDS, dal gruppo ex Pdup a Dp, fino alla piccola fazione del Partito Comunista d’Italia marxista-leninista. Al primo congresso del Partito della Rifondazione Comunista Sergio Garavini viene eletto segretario, mentre Armando Cossutta presidente.

Alla prima prova elettorale, nella primavera del 1992, il PRC ottiene il 5,6%, pari a oltre 2 milioni e 200 mila voti. Si ha così la conferma che c’è uno spazio contendibile a sinistra del Pds, diagnosi che convince i fondatori del nuovo partito a proseguire l’esperienza neo-comunista. Il nuovo sistema elettorale entrato in vigore nel 1993, per due terzi maggioritario, sembra svantaggiare il debole radicamento che Rifondazione possiede sul territorio. Ciononostante, alle elezioni anticipate del 1994 il partito raggiunge il 6,1%. Si inizia dunque a discutere di un’alleanza organica con il centrosinistra e con questo obiettivo strategico sale alla segreteria Fausto Bertinotti, sindacalista da poco iscritto al PRC e considerato una figura esterna di sintesi tra le varie anime interne. Dopo la caduta del primo governo Berlusconi, però, il partito si divide tra chi intende sostenere un mandato a termine del governo Dini e chi invece è contrario a questo tipo di scenario. In occasione dell’approvazione della riforma delle pensioni si verifica la prima vera e propria scissione del PRC: escono dal partito i dirigenti vicini a Garavini che andranno a formare il Movimento dei Comunisti Unitari, successivamente inglobato nei DS.

 

La concorrenza del PdCi e la prospettiva del centrosinistra

Alle politiche del 1996 c’è un ulteriore passo in avanti per la new left italiana: Rifondazione comunista ottiene il suo risultato migliore di sempre, oltre 3 milioni e 200 mila preferenze pari all’ 8,6% dei voti. Non ci sarà modo di capitalizzare questo consenso rilevante perché dopo l’approvazione di una pesante manovra finanziaria il dibattito tra le correnti interne del PRC si fa sempre più caldo, fin quando la maggioranza bertinottiana decide di togliere l’appoggio esterno al governo Prodi. Nel 1998 nasce quindi un nuovo esecutivo a guida D’Alema e va in scena la seconda scissione di Rifondazione che porta alla nascita del Partito dei Comunisti italiani, composto dalla corrente cossuttiana che non accetta la fine dell’esperienza governativa e intende spostare a sinistra l’asse dei governi di centrosinistra. È la prima volta per un partito comunista all’interno di un governo nazionale, rappresentato da due ministri e tre sottosegretari.

Le elezioni del 2001, con il PRC che corre da solo e il PdCi dentro al centrosinistra, vedono i due partiti toccare i minimi storici, il primo poco sopra il 5% e il secondo attorno all’1%. Rifondazione cerca così di impostare la sua linea politica aprendosi ai movimenti sociali e rendendo meno verticistica la struttura del partito. In vista delle elezioni politiche del 2006, però, si cerca di riannodare un’intesa con l’Unione per battere Berlusconi. Alle elezioni Rifondazione ottiene il 5,8% dei voti e per effetto del premio di maggioranza porta in Parlamento 41 deputati e 27 senatori, mentre il PdCI con il suo 2,3% elegge 16 deputati e 5 senatori. La compagine comunista esprime inoltre il Presidente della Camera Bertinotti e partecipa al governo con due ministri, un viceministro e otto sottosegretari. Dalla fine del PCI, è la pattuglia comunista più nutrita a presidiare i due emicicli, e sarà anche l’ultima. Dal 2008 in poi una serie di riaggregazioni top-down del campo comunista lasceranno lo stesso fuori dalla rappresentanza parlamentare.

 

Quel “maledetto” 2008

Con l’esperienza deludente de la Sinistra l’Arcobaleno, Rifondazione e Comunisti italiani toccano il punto più basso della loro storia non riuscendo a superare la soglia di sbarramento del 4%. Al Congresso di Chianciano del 2008 esce dal PRC la componente vicina a Nichi Vendola, che andrà a costituire successivamente Sinistra Ecologia Libertà, mentre alla segreteria si insedia Paolo Ferrero, convinto della ricostruzione identitaria del partito dopo il fallimento del cartello elettorale delle sinistre. In quest’ottica si tenta di ricomporre la divisione storica con il Pdci: nel 2009, dopo la sconfitta alle europee della lista Comunista-Anticapitalista, nasce la Federazione della Sinistra a cui si aggiungono Socialismo 2000 e l’associazione Lavoro-Solidarietà. Anche questo coordinamento ha vita breve: il PdCI, in vista delle primarie del centrosinistra del 2012, si schiera a sostegno di Vendola al primo turno e di Pier Luigi Bersani al secondo.

Nel 2013 la necessità di tornare in Parlamento da parte delle sigle comuniste induce però PRC, PdCI, Verdi e Italia dei Valori a costituire la lista Rivoluzione Civile, con Antonio Ingroia candidato premier. In questa occasione il rassemblement si ferma al 2,2%, senza eleggere rappresentanti. Un flebile spiraglio di ripartenza si intravede con le elezioni europee del 2014. In una fase di forte polarizzazione del voto a favore del Pd, l’unica lista alla sua sinistra riesce nell’impresa di superare la soglia di accesso al Parlamento europeo. Tra i 3 eletti de l’Altra Europa con Tsipras c’è Eleonora Forenza, dirigente nazionale del PRC ed esponente della minoranza interna. Quest’ultimo contenitore di sinistra non riesce però a sopravvivere nonostante il successo elettorale. Sarà la vittoria del No al referendum costituzionale del 2016 a riattivare i processi di aggregazione a sinistra. Nel frattempo il PdCI cambia nome in Partito Comunista Italiano, accogliendo alcuni delusi di Rifondazione.

L’intento di creare un nuovo contenitore a sinistra dopo l’assemblea al teatro Brancaccio fallisce per l’indisponibilità dei comunisti a trattare con gli ex PD. Si originano così due percorsi distinti che porteranno alle elezioni del 2018 la lista di Liberi e Uguali da un lato e di Potere al Popolo! dall’altro, sostenuta da PRC, PCI, Sinistra Anticapitalista e altri movimenti che si fermerà all’1,1%. Fuori dal Parlamento restano inoltre il Partito Comunista e la lista Per una Sinistra Rivoluzionaria, cartello composto da Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Classe Rivoluzione, la componente FalceMartello fuoriuscita dal PRC nel 2016.

Dal 2019, seppure per effetto di un cambio di casacca, la senatrice Paola Nugnes espulsa dal Movimento 5 Stelle ha dichiarato la propria adesione alla componente del gruppo misto Liberi e Uguali ed ha affermato di rappresentare da indipendente il Partito della Rifondazione Comunista. Per il momento il suo è un ruolo di portavoce delle istanze del Prc in Senato e non è prevista a breve un’iscrizione formale al partito.

La galassia comunista oggi

Oggi la galassia dei comunisti in Italia si ritrova tutta all’opposizione del governo Conte: alcuni partiti stanno perseguendo un’unità d’azione all’interno del Coordinamento nazionale delle Sinistre d’Opposizione come Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano, Fronte Popolare e Sinistra Anticapitalista, altri ne sono ben presto usciti, come Pap e Prc. Tutte queste sigle intendono rappresentare le lavoratrici e i lavoratori italiani, le classi subalterne, gli emarginati e gli sfruttati, ma restano notevoli differenze su come intendono muoversi per raggiungere tali obiettivi.

Il PRC, ad esempio, propone l’obiettivo di un nuovo partito comunista di massa e la partecipazione ad uno schieramento politico di alternativa che prevede anche la possibilità di non presentare il proprio simbolo sulla scheda elettorale.

Il PCI guarda all’unità d’azione dei comunisti, ma senza prevedere il superamento della propria struttura di partito. Il Pci è disposto ad alleanze elettorali purché al momento del voto sia ben visibile e riconoscibile il proprio simbolo.

PaP invece, nato su spinta del centro sociale Je so’ pazzo di Napoli, ha piuttosto le caratteristiche di un movimento populista di sinistra che mal si concilia con chi si rifà ad una precisa ideologia. Accanto alla giustizia sociale guarda all’ampliamento dei diritti civili e alla tutela dell’ambiente, temi tipici della sinistra radicale europea. Tra le richieste principali c’è più democrazia e partecipazione dei cittadini a tutti i livelli, mentre alcuni partiti della galassia comunista propongono al contrario di superare la democrazia rappresentativa.

È il caso del PCL, nato dalla scissione dei trotzkisti di Rifondazione al momento del varo del governo Prodi II, che propone la costruzione di un polo autonomo anticapitalistico che ha come orizzonte un governo dei lavoratori in aperta rottura con l’ordine capitalistico della società.

Il PC guidato da Marco Rizzo, espulso nel 2009 dal PdCi, si pone invece come unico riferimento del comunismo italiano. Propone chiaramente di uscire dall’UE e dall’Euro e non rinnega l’esperienza sovietica sotto Stalin, bensì attribuisce a Krusciov il ruolo di smantellatore del socialismo.

Il programma del Partito Marxista Leninista Italiano prevede infine l’instaurazione del comunismo attraverso la dittatura del proletariato e per fare ciò è aperto ad alleanze con gli strati sociali che intendono rovesciare il potere borghese.

L’unità dei comunisti è dunque al momento un fatto improbabile, principalmente per questioni programmatiche. Le incertezze dovute alla pandemia da Covid-19, inoltre, non faranno altro che cristallizzare per altro tempo lo stato di estrema frammentazione interno a questo schieramento.

Big Tech

Quale futuro per le Big Tech americane?

È di pochi giorni fa la notizia che ha visto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America intentare causa nei confronti di Alphabet, l’azienda che controlla Google. Il Governo accusa il famoso motore di ricerca di esercitare un monopolio sugli altri concorrenti, mantenendo una posizione dominante grazie ad accordi illegittimi con terze parti. Il contenzioso sarà gestito dal tribunale federale di Washington; sarà l’iniziativa governativa più rilevante nei confronti di una Big Tech del settore tecnologico degli ultimi decenni.

Non solo Alphabet, le altre Big Tech

Negli ultimi anni Google ha già dovuto affrontare diversi processi sia per le sue condotte illecite sul mercato, sia per alcune controversie relative alla privacy degli utenti. La Commissione Europea, ad esempio, ha già multato il colosso per un totale di 8,2 miliardi di Euro nel corso degli anni.

Tra i Tech Giants però, Google non è stata la sola ad avere problemi di questo tipo. A Luglio alcuni importanti CEO come Jeff Bezos di Amazon, Tim Cook di Apple, Mark Zuckerberg di Facebook (oltre a Sundar Pichai di Google) sono apparsi davanti al Panel Antitrust della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti. Questo poker di multinazionali insieme ha un valore superiore ai cinquemila miliardi di dollari. Al termine di un’indagine durata oltre un anno alcuni Deputati americani bipartisan hanno chiesto agli Amministratori Delegati di queste società di rispondere alle loro domande. Dal canto loro, gli “imperatori dell’economia online” hanno utilizzato il patriottismo (il famoso “american dream“) come arma maestra per difendersi dalle accuse. L’inchiesta ha portato ad esaminare circa 1,3 milioni di pagine di documenti e , per ora, alla produzione di centinaia di ore di audizioni ed incontri a porte chiuse. Nel corso delle udienze, un avvertimento particolare è arrivato direttamente da Mark Zuckerberg: “Se il modello tecnologico americano non vincerà, un altro lo farà”. Ai posteri l’ardua sentenza.

Cosa preoccupa il Governo

Il potere delle Big tech è cresciuto enormemente negli ultimi anni. Queste società risulterebbero addirittura capaci di indirizzare le scelte politiche all’interno di singole nazioni, cambiando il corso della storia. Lo scandalo Cambridge Analytica riguardo Brexit e presidenziali USA 2016 ne sono esempi lampanti. Le pratiche monopolistiche e anti-competitive adottate da questi giganti starebbero inoltre uccidendo la concorrenza all’interno dei diversi settori. In aggiunta, grazie ai diversi scandali che ne hanno accompagnato l’attività negli ultimi anni, l’immagine di queste compagnie agi occhi dell’opinione pubblica si è deteriorata velocemente. Il tutto ha reso deputati e senatori più sensibili ai problemi generati dal settore. Una parte del Congresso degli Stati Uniti guarda a questo punto la Silicon Valley con sospetto.

L’esito delle prossime elezioni

Il presidente Donald Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden condividono una diffidenza comune nei confronti della Big Tech. Indipendentemente da chi sarà vincitore il 3 novembre, in futuro il controllo antitrust delle più grandi aziende tecnologiche statunitensi dovrebbe essere mantenuto o addirittura intensificato.

Prima della storica udienza dello scorso 29 luglio era stato lo stesso presidente Donald Trump a tuonare impetuoso, dichiarando: “Se il Congresso non riesce a portare correttezza e onestà nelle Big Tech, cosa che avrebbe dovuto fare anni fa, lo farò io con dei decreti”. Le diatribe di Trump con Facebook e Google (ma non solo) sono ormai note, viste le sempre maggiori correzioni e censure ai contenuti del presidente americano.

Se sarà Joe Biden a conquistare la presidenza, avrà l’opportunità di plasmare i rapporti tra Casa Bianca e Big Tech. Sicuramente molte pressioni gli verranno fatte dall’ala progressista del Partito Democratico, che ne chiede lo scioglimento e una regolamentazione più stringente. Resta però il profilo di Kamala Harris quello più interessante da analizzare. Nel corso del tempo la senatrice della California non si è mai sbilanciata accusando i Big Tech in maniera frontale. Al contrario, ha affermato a più riprese che ai giganti della tecnologia dev’essere consentito di crescere ed affermarsi “senza ostacoli”. Nessun vicepresidente prima di lei avrebbe stretto rapporti così forti con questo mondo. Alcuni critici tecnologici temono che l’amministrazione Biden possa tornare a quell’approccio amichevole che ha caratterizzato l’amministrazione Obama. Bisogna, a dover di cronaca, ricordare che il team di Biden attinge attivamente a cospicue donazioni dei leader del settore tecnologico.

Il futuro delle Big Tech

Big Tech

Ad oggi nessuna mossa concreta è stata fatta  “per non influenzare l’esito delle elezioni”, come ripetuto ai giornalisti dallo stesso Presidente Trump. La sottocommissione antitrust alla Camera, concludendo il suo rapporto, si è espressa in un giudizio molto marcato: “ Le quattro grandi aziende da coraggiose startup si sono ormai trasformate nel genere di monopoli che, per l’ultima volta, abbiamo visto nell’era dei baroni del petrolio e dei magnati delle ferrovie” e ancora “Sebbene queste aziende abbiamo portato chiari benefici sociali, il loro dominio ha avuto un costo”. Quello a cui ci si riferisce è l’abuso della loro posizione dominante sulla frontiera digitale. Questo dominio è così esteso da apostrofare questi giganti come autoproclamati “gatekeeper”, guardiani di prezzi e regole per il commercio.

Le critiche ai leader tech arrivano in realtà da tutti i colori politici, ma i provvedimenti correttivi da adottare non hanno ricevuto un appoggio unanime. Le divergenze però non potranno ancora durare per molto. Dopo le elezioni, il lancio di nuove legislazioni e campagne bipartisan contro Big Tech non potrà essere ulteriormente frenato o rinviato. Il lavoro dei deputati compie passi avanti nel mettere nel mirino le aziende, ponendo le basi e fornendo argomentazioni per le prossime riforme. Di certo, con il loro immenso potere, le Big tech non staranno a guardare e si adopereranno per agire prontamente. Chi vincerà la battaglia tra queste Oligarchie digitali e il Governo americano?

IMG_0238

Bulgaria in protesta: dimissioni ed elezioni anticipate

Sono più di 110 i giorni di proteste e blocchi che hanno visto migliaia di cittadini bulgari scendere nelle principali piazze del Paese. Si manifesta contro corruzione e clientelismo del sistema politico e giudiziario del Paese balcanico.

Le accuse sono rivolte al Primo Ministro Boyko Borisov, ora al terzo mandato e al Procuratore Generale Ivan Geshev.

Non è la prima volta che l’opinione pubblica e le proteste cittadine divampano nel Paese: la crisi politica del 2013, con manifestazioni di massa in tutto il Paese, portò alle dimissioni del Governo di centro sinistra di Plamen Oresharski.  

L’obiettivo è lo stesso: costringere alle dimissioni il governo di destra che, per più di dieci anni, ha rappresentato lo Stato.

 

La scintilla della protesta

 

 

Il partito conservatore e populista di Borisov (GERB) è stato in più occasioni coinvolto in scandali ed è stato aspramente criticato per una gestione controversa e poco trasparente di risorse e istituzioni pubbliche. Ciò che si è susseguito negli ultimi mesi ha risvegliato un malcontento apparentemente solo sopito.

Prima fra tutti: l’emergenza idrica di Pernik, a sud ovest della Capitale. Riscontrata, infatti, una grave mancanza nella manutenzione delle infrastrutture cardine e dimostrato clientelismo del Governo verso big industriali del settore.

Ad infuocare una situazione di per sé bollente la diffusione di fotografie del Primo Ministro. Borisov è ritratto dormiente nella sua camera da letto, vicino ad un comodino pieno di banconote, lingotti d’oro e una pistola.

 

 

Lo scandalo

Ma a scatenare la vera protesta la notizia del caso Ahmed Dogan, filtrata dal co-leader della coalizione liberale Bulgaria democratica.

Lo scandalo vede tra i protagonisti volti noti, il magnate e politico Dogan, che ha costruito abusivamente una villa estiva ed ha ottenuto la protezione di dipendenti pubblici: agenti di servizio della sicurezza nazionale. In violazione del mandato, essi agivano da privati, pur pagati dallo Stato.

Indignato il Presidente della Repubblica Rumen Radev che ha ricevuto in tutta risposta dal Procuratore Capo l’arresto di due suoi dipendenti personali.

De facto, ciò ha scatenato numerose polemiche e una denuncia contro l’abuso di potere perpetrato da Geshev.

Famiglie, lavoratori, imprenditori, pensionati e studenti sono scesi in piazza contro la leadership del duo governativo.

I contestanti chiedono a gran voce le dimissioni della coalizione di Governo e del Procuratore Generale, elezioni anticipate a meno di un anno dall’effettivo voto ed una riforma giudiziaria attraverso emendamenti alla Costituzione balcanica.

Il malcontento ha aperto una crisi istituzionale ed il Presidente Radev appoggia pubblicamente le rivendicazioni dei cittadini.

 

La pretesa

La coalizione di Governo ha cercato di reprimere lo spirito rivoluzionario ignorando le prime due pretese ma agendo sulla stessa Costituzione con alcuni interventi normativi: è uscita una bozza ricca di errori tecnici e grammaticali, per molti solo una provocazione.

Nonostante alcune dichiarazioni sull’unità nazionale e su eventuali dimissioni, resta chiaro che il Primo Ministro non ha intenzione di rinunciare alla carica prima della scadenza naturale del suo mandato.

I dati europei 

Paese da records ma tutt’altro che lusinghieri. Secondo recenti classifiche dell’Unione Europea, la Bulgaria è il Paese europeo più povero, corrotto e meno attento alla libertà di stampa. Le ricerche condotte dal Parlamento Europeo, indicano che la corruzione nel Paese pesa circa il 15% del prodotto interno lordo.

Mentre la classifica di Transparency International posiziona la Bulgaria al 75° posto su scala mondiale.

Ad evidenziare i rischi del rapporto è la stessa Commissione Europea che si esprime sulla minaccia di stabilità dello Stato a seguito del visibile stato di corruzione nel Paese.

 

 

 

Analisi a meno di un anno dal voto

Gli scandali e la rabbia hanno permesso ad un’opposizione, per troppo tempo debole, di compattarsi.

L’attuale Governo, tuttavia, è già sopravvissuto alla dura prova del voto di sfiducia dello scorso 21 luglio.

Nelle ultime settimane, in particolare dalla prima di ottobre, due importanti firms di voto Trend e Gallup hanno registrato risultati opposti.

L’agenzia Gallup registra in vantaggio il partito Socialista Bulgaro BSP con uno scarto del 0.7% dal partito conservatore di Borisov. I dati della settimana dal 3 al 10 ottobre di Trend registrano, invece, un sorpasso del partito GERB, al 24,1%, in testa alle preferenze, con un campione di 1.008 utenti, circa 200 in più del campione della precedente proiezione.

Si attendono le elezioni anticipate ma l’opinione pubblica teme gli esiti.

Tanzanian President John Pombe Magufuli gestures while arriving at the Loftus Versfeld Stadium in Pretoria, South Africa, for the inauguration of Incumbent South African President Cyril Ramaphosa on May 25, 2019. (Photo by Michele Spatari / AFP)        (Photo credit should read MICHELE SPATARI/AFP/Getty Images)

Elezioni in Tanzania, Magufuli verso la riconferma

Il 28 ottobre si terranno le elezioni presidenziali e parlamentari in Tanzania: si tratta della settima tornata elettorale dal ritorno al multipartitismo nel 1993. Il grande paese dell’Africa orientale si avvia alle urne in un clima teso, dopo una campagna elettorale poco trasparente. Di fatto, le opposizioni sono state spesso silenziate, e il partito di governo (Chama Cha Mapinduzi – CCM, di centro-sinistra) si appresta a dominare anche queste elezioni.

 

Il panorama politico

La storia politica della Tanzania è segnata dal dominio del CCM fin dall’indipendenza del Paese. Il CCM è stato fondato da Julius Nyerere, padre della Tanzania indipendente e capo del governo dal 1961 al 1985. L’attuale leader del partito è John Magufuli, che nel 2015 è stato eletto Presidente del Paese. L’elezione di Magufuli è avvenuta in un momento di crisi per il CCM, accusato di corruzione e di tendenze sempre più autoritarie. La scelta di candidare Magufuli fu determinata proprio per le sue posizioni contro la corruzione e a favore di maggiori investimenti in welfare e industrie nazionali. Magufuli oggi corre per il suo secondo mandato, e la sua elezioni non sembra particolarmente minacciata. Infatti, negli ultimi mesi, il governo ha cercato di limitare la campagna elettorale delle opposizioni: ha introdotto una tassa sui volantini e i poster elettorali, ha attaccato fisicamente i comizi degli altri candidati, ha arrestato membri dell’opposizione.

 

Chi sono gli altri candidati?

Oltre a Magufuli, il principale candidato alla presidenza è Tundu Lissu, esponente di CHADEMA (Partito per la Democrazia e il Progresso, centro-destra). Lissu è un grande critico dell’attuale presidente: da avvocato, fu il responsabile di un’azione legale che rese pubblici numerosi casi di corruzione nel governo; fu arrestato almeno sei volte solo nel 2017, in particolare dopo aver accusato Magulufi di essere un “meschino dittatore”; nel 2018, dopo essere stato colpito in un attentato, lasciò il Paese cercando rifugio in Belgio, dove è rimasto fino ad Agosto. Lissu ha ricevuto il supporto anche degli altri partiti di opposizione (in particolare, l’Alleanza per il Cambiamento e la Trasparenza e la Convenzione Nazionale per la Costruzione e le Riforme), ma nonostante la sua popolarità, ha poche chance di vincere la presidenza. Le misure governative infatti non gli hanno permesso di stampare poster o volantini, e ad ottobre la Commissione Elettorale gli ha impedito di fare campagna elettorale per una settimana poiché aveva dichiarato che le elezioni non erano libere.

 

Il sistema elettorale

Le elezioni presidenziali della Tanzania sono a turno unico: vince chi ottiene più voti. La Costituzione prevede che i candidati alla presidenza debbano avere almeno 40 anni, essere tanzaniani alla nascita, non essere stati colpevoli di evasione fiscale ed essere nominati da un partito politico.

Oltre alle elezioni presidenziali si terranno anche quelle legislative. Il sistema elettorale per gli attuali 393 seggi dell’Assemblea Nazionale è misto. 264 membri sono eletti in circoscrizioni uninominali a turno unico, di cui 50 a Zanzibar e il resto nell’entroterra. 5 sono nominati dal Parlamento regionale di Zanzibar, uno è il Procuratore Generale della Tanzania e 10 sono nominati dal Presidente. A questi si aggiungono un numero variabile di seggi riservati alle donne, in misura tale da rendere la loro proporzione almeno il 20% del totale: nell’attuale legislatura, si tratta di 113 seggi. Questi sono distribuiti in modo proporzionale tra i partiti che hanno vinto almeno un seggio nell’uninominale, e sono nominati dai partiti stessi.

 

 

 

kramp

Germania, il congresso della CDU rinviato per la seconda volta

La CDU ha ufficialmente comunicato di aver cancellato il congresso del 4 dicembre a Stoccarda, nel quale si sarebbe eletto il nuovo segretario del partito. Alla base della decisione c’è la seconda ondata della pandemia di Covid-19, che fa segnare numeri preoccupanti anche in Germania.

La notizia, comunicata dall’attuale segretaria ad interim Kramp-Karrenbauen, non è stata accolta bene da Friedrich Merz. Quest’ultimo, appartenente all’ala conservatrice e anti-Merkel del partito, ha gridato allo scandalo, affermando addirittura che l’establishment del partito avrebbe fatto questa mossa per impedirgli di diventare presidente del partito stesso.
Con toni del tutto opposti si è invece espresso l’altro candidato forte, l’attuale presidente del Land Nord-Reno-Vestfalia Armin Laschet. Quest’ultimo, infatti, ha dichiarato che un congresso composto da mille delegati non avrebbe dato un buon segnale e un corretto esempio al Paese in tempi di pandemia e distanziamento sociale.

Quella che già era una corsa complicata e imprevedibile, si arricchisce così di un ulteriore elemento di incertezza. La seconda ondata pandemica, con la relativa pressione sulle attività sociali ed economiche, potrebbe stravolgere ancora una volta gli equilibri in campo. Qualsiasi previsione, ad oggi, risulta davvero azzardata.

Il nuovo congresso slitta così a data da destinarsi. Tra metà dicembre e metà gennaio, i vertici del partito si riuniranno per decidere quando si terrà la nuova assemblea elettiva. Molti parlano di metà marzo, ma le previsioni più pessimistiche ipotizzano addirittura giugno 2021. A quel punto, a pochi mesi dalla tornata elettorale nazionale, la CDU potrebbe aver scelto il candidato alla cancelleria ben prima del suo segretario. Secondo gli osservatori tedeschi, è questo lo scenario che preoccupa maggiormente Merz. Quest’ultimo, infatti, avverte concretamente il rischio che la candidatura alla cancelleria possa venirgli sfilata dal rampante presidente bavarese Markus Söder, del partito gemello CSU.