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Non solo le Presidenziali: la cannabis nei referendum statali americani

Il 3 novembre, i cittadini di americani non saranno chiamati solo a decidere chi eleggere in seggi a livello federale, statale e locale, ma come ad ogni tornata elettorale c’è un composito panorama di referendum statali e locali. Da pochi decenni, uno dei temi su cui ci si esprime è la legalizzazione e l’uso della cannabis.  Ormai tutti gli Stati si sono espressi in materia, e vi è una forte variabilità da situazione a situazione. Quel che è evidente è che la tendenza è verso una progressiva liberalizzazione della sostanza, complice il governo federale che mediante riforme di corto raggio tollera la commercializzazione e l’uso della sostanza senza tuttavia smettere di classificarla come droga di tipo 1 secondo il Controlled Substances Act del 1970, al pari di LSD ed eroina. Questa classificazione ha causato non pochi problemi soprattutto dal punto di vista dell’utilizzo medico. Solo con l’Agricultural Improvement Act del 2018 c’è stata una prima piccola apertura: sono stati legalizzati tutti i derivati della cannabis con una concentrazione di THC minore dello 0,3%.

A livello statale a partire dal 1996 si è gradualmente esteso l’uso di medical marijuana, mentre dal 2012 si è passati alla diffusione della legalizzazione per uso ricreativo, con i pioneristici referendum in Colorado e Washington. L’attuale divisione è illustrata dal grafico in basso. Quest’anno sono cinque gli Stati in cui la marijuana è on the ballot.

Arizona – Proposition 207

La Proposition 207 è un referendum propositivo di rango primario oltre che di iniziativa popolare. Un “Sì” autorizza la legalizzazione il possesso e l’uso della cannabis a tutti i maggiori di 21 anni, l’inserimento di una tassa del 16% nelle vendite e richiede che il Department of Health and Human Services statale stenda delle linee guida per la commercializzazione della sostanza e relativi prodotti. Inoltre, autorizzerebbe la coltivazione individuale fino a sei piante, a patto che non siano visibili pubblicamente. Un “No” esprime la volontà di mantenere limitato l’uso della cannabis all’ambito medico. Ai due lati dell’arena, Smart and Safe Arizona (favorevole) e Arizonans for Health and Public Safety (contraria) sono le principali campagne: al 30 settembre avevano raccolto rispettivamente 5 milioni di dollari e 459mila dollari. Secondo i registri ufficiali, a donare maggiormente alla causa favorevole sono state le maggiori produttrici di cannabis del Paese. Il fronte dell’opposizione è formato dalle maggiori figure politiche dello Stato: primo fra tutti, il governatore repubblicano Ducey che ribadisce la sua opposizione, già data a una simile iniziativa quattro anni fa. I leader di Camera e Senato statali, dello stesso partito, lo seguono. Tutti i sondaggi quest’anno mostrano un elettorato decisamente favorevole alla misura: la Monmouth University, che rileva un supporto crescente nel periodo autunnale, riporta il “Sì” avanti con il 56%. Nel 2016, la Proposition 205 (con simili proposte) era stata rigettata con una vittoria del “No” con il 51,3%. Sarà questa la volta buona?

Mississippi – Ballot Measure 1

Gli elettori del Mississippi si esprimeranno su due quesiti – Initiative 65 e Initiative 65A – contenuti nel Ballot Measure 1. Le due iniziative sono emendamenti costituzionali giunti agli elettori in maniera indiretta (indirect initiated costitutional amendments): anziché essere inviati direttamente agli elettori una volta raggiunto il numero di firme necessario, devono passare per il parlamento statale il quale ha potere di approvare direttamente la misura, rifiutarla senza offrire una alternativa, ignorarla (e quindi lasciare la parola esclusivamente agli elettori) oppure, come in questo caso, approvarne un’emendamento da inviare come proposta alternativa agli elettori per la conferma affiancata alla proposta originaria. Questo sistema è una peculiarità del Mississippi. La votazione procede in una sorta di ‘doppio step’. All’inizio, l’elettore dovrà decidere se vuole che una tra la 65 e la 65A vengano approvate. In caso affermativo, dovrà successivamente scegliere quale delle due preferisce; in caso negativo, potrà comunque indicare quale delle due gli  ‘meno sfavorita’. In caso abbia la maggioranza il “Sì” alla prima domanda, vincerà l’Initiative che avrà la maggioranza non meno del 40% del totale dei voti.

La Initiative 65 supporta l’uso della marijuana per uso medico per 22 casi specifici di malattia, l’inserimento di una tassa del 7% sulle vendite, il possesso individuale fino a un massimo di 2,5 once (circa 70 g) e rimanderebbe al Mississippi Department of Health per le linee guida. La 65A, opera del parlamento statale, limiterebbe l’uso della marijuana ai pazienti terminali, richiederebbe il controllo del personale medico nell’uso di trattamenti a base di cannabis e rimanderebbe al Congresso statale la regulation circa tasse, limiti di possesso ed altri particolari. La differenza principale tra le due proposte è il potere assegnato al legislativo. Nel caso vinca la 65A, la Costituzione statale lascerebbe a quest’organo notevole potere regolatorio, mentre la 65 inserirebbe direttamente aspetti pratici nel documento supremo. La 65, in questo modo, fornisce anche precise stime circa i costi associati, mentre la 65A sostiene solo l’avvio di un programma indefinito, ed ha perciò costi che verrebbero dibattuti in sede legislativa successivamente.

La MM2020 (Medical Marijuana 2020) è la campagna che sostiene la Initiative 65, assieme a una certa quantità di medici e politici locali dei due partiti. In uno Stato così conservatore, è essenziale per il successo della misura attirare una buona parte dell’elettorato conservatore, e infatti gli stessi hanno fatto leva su dichiarazioni del Presidente stesso a favore della marijuana in campo medico. È interessante notare come la stessa campagna si opponga all’alternativa elaborata dal legislativo, ponendo l’accento sull’incertezza che genera circa chi, come e quando potrà fruire del programma, dipingendola come un tentativo del mondo conservatore di danneggiare per pura ideologia chi già soffre, e di diluire i voti per paralizzare il risultato. Si ricorda come la legislatura per 20 volte abbia rigettato proposte di legge in materia. Dal canto loro, i sostenitori della 65A (tra cui figurano le maggiori personalità politiche dello Stato) sottolineano la mancanza di affidabilità nel cedere la responsabilità di una materia tanto delicata ad un organo non eletto come il Department of Health. Al contrario di essere fonte di incertezza, dicono, assegnare al Congresso statale la responsabilità di decidere i criteri direttivi del programma darebbe garanzia di sicura responsabilità e di una scelta rappresentativa dell’elettorato. Tra i grandi nomi che si oppongono alla 65 troviamo il Mississippi Board of Health affiancato dalla Mississippi State Medical Association. Per quanto riguarda il lato economico, il comitato dietro la campagna MM2020, Mississippians for Compassionate Care, ha speso quasi interamente i 4,7 milioni di dollari che ha raccolto. I sondaggi mostrano un consistente supporto per il passaggio del programma, con la 65 molto favorita. La mancanza di una quantità sufficiente di sondaggi rende tuttavia impossibile prevedere con certezza se verrà raggiunta la soglia minima del 40%.

Montana – I-190; CI-118

In Montana si vota per due quesiti distinti sulla stessa materia, e che hanno origine dalla medesima campagna, New Approach Montana. Le due iniziative si completano: con la I-190, si propone la legalizzazione del possesso ed uso della marijuana per uso ricreativo per tutti gli adulti maggiori di 21 anni (l’uso medico è stato legalizzato nel 2004). Ma in Montana si è adulti a partire dai 18 anni, e per la restrizione ai maggiori di 21 anni si è resa necessaria la CI-118, un emendamento alla costituzione che permette al parlamento statale o a una iniziativa popolare di fissare un limite d’età per acquistare, possedere e consumare marijuana. La CI-118 è quindi strumentale all’implementazione della I-190, ma non ne paralizza l’effettività. Quest’ultima, oltre a quanto già detto, porrebbe nelle mani del Department of Revenue la responsabilità di regolare il mercato statale di marijuana; propone inoltre di porre una tassa del 20% sulla vendita, di cui il 10,5% destinato alle casse dello Stato e il restante ammontare riservato a programmi sanitari, ambientali, di supporto a veterani e a tossicodipendenti, e ai governi locali. Inoltre, permetterebbe a chi fosse stato condannato per atti resi legali dall’Initiative di fare richiesta per un nuovo processo e per eliminare passati crimini dalla fedina penale. New Approach Montana vede tra i propri alleati politici locali di tutti e due i partiti, tra cui l’attuale vicegovernatore e candidato governatore Mike Cooney (D), e ha speso 5,3 dei quasi 7 milioni di dollari che ha raccolto. Dall’altro lato della barricata, Wrong for Montana si erge a difensore della situazione attuale con il candidato governatore e attuale Rappresentante alla Camera Greg Gianforte che li spalleggia. In mano dichiara solamente 78mila dollari. I sondaggi mostrano un discreto vantaggio per l’approvazione della proposta. Se a passare fosse solo la I-190, la legalizzazione coprirebbe gli adulti già a partire dai 18 anni d’età.

New Jersey – Public Question 1

In New Jersey, dove la cannabis per uso medico è legale dal 2010, gli elettori voteranno per un emendamento alla Costituzione statale che propone la legalizzazione dell’uso e del possesso di marijuana per uso ricreativo per i maggiori di 21 anni, oltre alla possibilità della sua coltivazione, lavorazione e vendita a livello commerciale. Verrebbe posta anche la tassa statale sulle vendite del 6,625%, dando la possibilità agli enti locali di inserire una ulteriore tassa del 2%. In New Jersey non esiste uno strumento di iniziativa popolare, e gli emendamenti alla Costituzione vengono confermati dagli elettori dopo essere stati discussi e approvati dal Parlamento statale. In questo caso, il processo ha visto un voto a maggioranza di tre quinti di ambo le camere all’interno della stessa sessione il 16 dicembre 2019. La principale campagna a supporto della misura, NJ CAN 2020, vanta tra i suoi sostenitori personaggi di spicco come il Governatore Phil Murphy (D) e il presidente del Senato statale Sweeney (D), oltre ad organizzazioni come la ACLU (American Civil Liberties Union) e la NAACP (National Association for the Advancement of Colored People). L’opposizione mantiene endorsement irrisori, così come i fondi che ha in mano. La misura con tutta probabilità passerà con largo consenso (si parla di percentuali attorno al 65%).

South Dakota – Constitutional Amendment A; Initiated Measure 26

Finiamo nelle Grandi Pianure, con il South Dakota che, caso unico, voterà contemporaneamente per legalizzare la cannabis sia per uso medico (Initiated Measure 26) che per uso ricreativo (Constitutional Amendment A). Andiamo con ordine. La 26 prevede che il Department of Health ponga in essere delle linee guida per l’implementazione di un programma che preveda terapie a base di cannabis per pazienti con malattie debilitanti. La prescrizione medica sarebbe alla base dell’inserimento del paziente in tale programma. Il paziente potrebbe possedere non più di 3 once (85 grammi), mentre spetterebbe al suddetto dipartimento stabilire la quantità massima consentita di prodotti a base di cannabis. L’Initiated Measure 26 è un referendum propositivo di rango primario, che quindi introdurrebbe il programma mediante una legge. Il Constitutional Amendment A, invece, andrebbe a inserire la legalizzazione della marijuana per uso ricreativo all’interno della Costituzione. È importante notare come in tutti e due i casi l’origine sia stata l’iniziativa popolare. Per quanto riguarda l’A, esso prevede la legalizzazione della marijuana per uso ricreativo per tutti gli adulti sopra i 21. Gli individui avrebbero anche la facoltà di possedere e distribuire marijuana per un massimo di un’oncia (28 grammi circa). Chi risiede in giurisdizioni prive di centri di vendita ufficiali avrebbe anche la facoltà di crescere fino a tre piante, a patto che siano fisicamente nascoste alla vista del pubblico all’interno di proprietà private. Sarebbe inoltre posta una tassa del 15% sulle vendite, con metà ricavato trasferito a fondi per le scuole pubbliche. La legalizzazione di tutti e due gli aspetti contemporaneamente è insolito (primo caso nella Nazione), ed è sicuramente coraggioso per uno Stato che ad oggi vieta categoricamente la marijuana e prodotti derivati dalla cannabis. Di fronte a questa consapevolezza, i proponenti dell’emendamento costituzionale prevedono la facoltà dei governi locali di vietare la coltivazione a fini commerciali, la vendita, la sperimentazione di cannabis e derivati all’interno del proprio territorio. Inoltre, prevedono già all’interno del proprio testo l’ammontare delle sanzioni per chi non rispettasse le norme. Le due principali organizzazioni che sostengono il passaggio della proposta sono New Approach for South Dakota e South Dakota for Better Marijuana Laws. Insieme, hanno speso 1,52 degli 1,68 milioni di dollari raccolti. Ad opporsi alla 26 è l’associazione dei medici del South Dakota, mentre NO Way on Amendment A guida l’opposizione alla legalizzazione ed è stata lanciata dalla camera di commercio statale. In mano riporta una somma molto minore: meno di un decimo dell’avversaria, con spese ancora minori, a quota 55mila dollari. I pochi sondaggi presenti mostrano un deciso supporto per le proposte.

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Algeria: chiamata al voto per il referendum costituzionale

Per cosa si vota?

L’Algeria è chiamata alle urne in vista del referendum costituzionale previsto per il 1° novembre. Indetto dal Presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune, il referendum stabilirà l’approvazione o meno di un ampio progetto di revisione costituzionale.

La data fissata per la votazione coincide con un evento storico molto importante per il paese africano: il 1° novembre 1954 cominciava infatti la guerra contro la Francia, conclusasi poi nel 1962 con l’ottenimento dell’indipendenza dell’Algeria.

L’Algeria è una repubblica semipresidenziale. Il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo con un mandato di cinque anni e per un massimo di due mandati. Egli ha potere di nomina e rimozione del Primo ministro, con il quale condivide il potere esecutivo.

Le modifiche proposte

Il referendum non prevede il raggiungimento di alcun quorum. Ma in cosa consistono le modifiche sulle quali gli algerini saranno chiamati ad esprimersi?

La revisione costituzionale ruota intorno a sei assi.

Il primo asse riguarda i “diritti fondamentali e le libertà pubbliche”. In particolare, le modifiche proposte puntano ad aumentare il diritto delle persone a manifestare liberamente la propria opinione senza subire repressioni, e a vietare il controllo della stampa indipendente. Previste anche tutele per le donne da forme di violenza e la penalizzazione della tortura.

Nel secondo asse vi sono misure volte ad un “rafforzamento della separazione e dell’equilibrio dei poteri”, tra cui il limite di due mandati presidenziali e la possibilità per il Presidente della Repubblica di nominare un Vicepresidente.

Il terzo e quarto asse riguardano l’ “indipendenza della giustizia” e “la Corte costituzionale”. Vi troviamo proposte tese a rafforzare l’indipendenza del potere giudiziario della magistratura e ad estendere il potere di controllo della Corte costituzionale, che va a sostituire il Consiglio costituzionale.

Trasparenza, prevenzione e lotta alla corruzione” è il titolo del quinto asse, che si prefigge di costituzionalizzare l’Autorità di contrasto alla corruzione nel paese e di adottare emendamenti all’insegna della trasparenza, come il divieto di cumulo tra funzioni pubbliche e attività private.

Il sesto ed ultimo asse riguarda l’inserimento all’interno della Costituzione dell’“Autorità elettorale nazionale indipendente”, un organo con il compito di assicurare la trasparenza elettorale e garantire il rispetto della volontà dei cittadini.

L’appoggio della Francia

Un progetto di revisione costituzionale che sembrerebbe dunque ambizioso e che ha incontrato anche il parere favorevole della Francia, da sempre legata all’Algeria per la sua storia coloniale. Infatti, come dichiarato dal Ministro degli affari esteri francese Jean-Yves Le Drian, il referendum voluto dal presidente Abdelmadjid Tebboune rivela un tentativo di riforma delle istituzioni statali volto a “rafforzare la governance, l’equilibrio dei poteri e le libertà”.

Il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian (a sinistra) e il suo omologo algerino Sabri Boukadoum.

L’endorsement francese non è piaciuto però ad Abderrazak Makri, leader del partito islamico Movimento per la società per la pace, che ha denunciato l’interferenza nella politica algerina. L’appoggio di Parigi alle riforme, secondo Makri, costituisce già di per sé un valido motivo per votare contro.

Il sostegno dell’Esercito

Ma un importante appoggio a Tebboune è arrivato anche dall’interno. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino Said Chengriha ha invitato i cittadini a prendere parte alla votazione referendaria e a sostenere le modifiche costituzionali, sottolineandone l’importanza per il paese in ottica di crescita economica e culturale.

L’esortazione di Chengriha è stata anche quella di sostenere la nuova costituzione con l’obbiettivo di fronteggiare presunti “cospiratori”. Un intervento che mette in evidenza la forte ingerenza dell’esercito nella politica algerina e il suo sostegno al presidente Tebboune.

I sostenitori del “sì” e i partiti per il “no”

Forti promotori del “sì” al referendum sono naturalmente i partiti al governo: il Fronte di Liberazione Nazionale e il Raggruppamento Nazionale Democratico, che sono anche i due principali partiti del paese. Favorevoli all’approvazione del progetto di revisione anche il Fronte dell’Avvenire, il partito islamista El-Bina e il Raggruppamento per la speranza algerina, guidato dalla leader donna Fatma-Zohra Zerouati.

Si sono espressi invece apertamente contrari al progetto di riforma il Movimento della Società per la Pace e il Fronte della giustizia e dello sviluppo, entrambi di orientamento islamista. Hanno invitato a votare “no” anche il Fronte delle forze socialiste e il Raggruppamento per la cultura e la democrazia di Saïd Sadi. Quest’ultimo ha duramente attaccato la nuova costituzione definendone i provvedimenti “ricette medievali di corruzione, repressione e censura”.

Le proteste della popolazione e il movimento Hirak

Abdelmadjid Tebboune è stato eletto alla guida del paese nel dicembre 2019. Il suo predecessore, Abdelaziz Bouteflika, grazie a frequenti modifiche costituzionali era riuscito a rimanere ininterrottamente in carica dal 1999.

Nel febbraio 2019, alla fine del suo quarto mandato, Bouteflika, che versava anche in gravi condizioni di salute, aveva annunciato di voler correre per il suo quinto mandato consecutivo. Ciò ha scatenando la rabbia dei cittadini, scesi in centinaia di migliaia in piazza e nelle strade del paese per protestare pacificamente chiedendo un cambiamento.

Queste manifestazioni di protesta sono state canalizzate nel Movimento Hirak, che ha portato l’ultraottantenne Bouteflika, pressato anche dall’Esercito, a rinunciare alla candidatura e a dimettersi.

Il progetto di revisione promosso dal neo eletto presidente Tebboune non ha però affatto convinto gli algerini, che non hanno percepito nella nuova Costituzione un reale cambiamento. In effetti, dal punto di vista del diritto a manifestare e della libertà di stampa, la tendenza sembra essere rimasta quella abituale.

Il caso più eclatante è la condanna a due anni di carcere di Khaled Drareni, uno dei giornalisti più noti del paese, per “minaccia all’integrità del territorio nazionale” e “istigazione a manifestazione non armata”. Ma sono molti i giornalisti e gli attivisti arrestati con accuse imprecise per aver seguito o appoggiato le proteste dell’Hirak.

Anche per quanto riguarda gli emendamenti relativi agli organi di potere permangono molti dubbi. Secondo l’Hirak, ma secondo anche molti esperti, nel progetto di revisione non è stato infatti inserito alcun cambiamento significativo verso un reale processo di democratizzazione.

L’Hirak sostiene che la riforma, redatta dal governo con un comitato di esperti, voglia da una parte accontentare le richieste del movimento di protesta, ma dall’altra mantenere invariato l’attuale sistema di potere.

Il Presidente della Repubblica algerino Abdelmadjid Tebboune.

Tebboune, ex primo ministro durante la presidenza di Bouteflika, manterrebbe in sostanza tutti i poteri del suo predecessore. Egli continuerà per esempio a nominare e rimuovere il primo ministro, a presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura e a guidare la politica estera.

Il cambiamento più rilevante inserito nella riforma risulta forse essere la possibilità, per la prima volta dal 1973, di utilizzare l’esercito anche al di fuori dei confini nazionali in un quadro di accordi bilaterali con altri paesi e per operazioni di pace.

Le previsioni sull’esito

Gran parte della popolazione algerina considera il progetto di revisione proposto non coerente con le richieste di democrazia, di contrasto alla corruzione e di indipendenza della magistratura, e non percepisce una reale rottura con il regime iper-presidenziale di Bouteflika.

L’Autorità di regolamentazione audiovisiva ha vietato la diffusione di sondaggi relativi al referendum. Il clima che si respira nel paese e il tasso di astensione registrato alle presidenziali del 2019 che hanno portato all’elezione di Tebboune, il più alto mai registrato nel paese (oltre il 60%), lasciano però presagire uno scenario di boicottaggio generale, che potrebbe di fatto spianare la strada per la vittoria del “sì”.

 

 

Aerei Alitalia all'aeroporto di Fiumicino.

La discontinuità di ITA e l’eredità di Alitalia

Il settore del trasporto aereo vive una profonda crisi per via della drastica riduzione del traffico e dei ricavi, tuttavia il 9 ottobre mediante decreto è stato firmato da parte dei Ministri Gualtieri, De Micheli, Patuanelli e Catalfo l’atto costitutivo della newco, chiamata ITA (Italia Trasporto Aereo). Il Presidente è Francesco Caio, ex AD di Poste Italiane, l’amministratore delegato Fabio Maria Lazzarini, che ricopriva l’incarico di chief commercial officer di Alitalia. Sulla via della discontinuità i ministri, in particolare la Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli, hanno posto l’accento sull’approccio che adotterà la nuova società: ITA è il primo passo per rilanciare il trasporto aereo nazionale, promuovere il turismo e la competitività delle imprese. L’obiettivo dei membri del Governo è quello di creare un vettore di qualità, leader nel mercato nazionale e internazionale, anche se la quota di mercato detenuta da Alitalia è piuttosto bassa, a differenza delle rilevanti quote delle low-cost concorrenti.

Il percorso che ha condotto alla costituzione della newco risale ad alcuni mesi fa. All’art. 202 del decreto-legge Rilancio si autorizzava con lo stanziamento di 3 miliardi di euro la costituzione di una società, controllata interamente dal Ministero che ha sede in Via Venti Settembre. Con il decreto-legge Agosto veniva disposto il conferimento di 20 milioni di euro nel capitale sociale, anche se la costituzione della società risaliva al decreto-legge Cura Italia. La Corte dei Conti e l’Ufficio centrale di bilancio hanno appena registrato il decreto riguardante l’atto di costituzione. Precedentemente la Commissione Europea si è era espressa a favore dell’erogazione di risorse da parte del Governo italiano nei confronti di Alitalia. I Governi devono notificare a Bruxelles gli aiuti, al fine di rendere note le operazioni di tale natura alla Commissione, che valuta gli effetti che seguono l’erogazione di fondi. Tuttavia, gli aiuti di Stato sono vietati secondo l’art. 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, in quanto possono essere lesivi della concorrenza. In questi mesi la Commissione ha più volte prorogato il temporary framework, il regime transitorio con il quale si concede agli Stati membri di erogare aiuti alle imprese, al fine di tutelarle dall’instabilità dovuta alla crisi sanitaria e economica che il mondo sta vivendo, anche se il predetto approccio rappresenta una rilevante deroga a uno dei principi su cui si fonda la normativa comunitaria: l’integrazione dei mercati e la tutela della concorrenza nel mercato interno.

Sul segno della discontinuità dal passato chiesta dall’Unione e redatto il piano industriale, che avrà come focus il potenziamento di rotte sul lungo raggio e che sarà trasmesso alla Commissione Europea e al Parlamento, ITA dovrebbe essere attiva nei primi mesi del 2021. Permangono i debiti in capo alla bad company, cioè Alitalia, che resta sotto la gestione della struttura commissariale, mentre alla newco saranno trasferiti a prezzo di mercato parte degli asset di Alitalia, tra i principali il marchio, il programma MilleMiglia e i codici di volo e biglietto. Sulle attività, che hanno un valore di circa 220 milioni di euro, importo che ITA molto probabilmente dovrà corrispondere ad Alitalia per lo sfruttamento economico, i vertici delle rispettive società si confronteranno a lungo nei prossimi mesi.

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Alaska, ultima frontiera per i Repubblicani al Senato?

Mentre le elezioni presidenziali fra Donald J. Trump e Joseph R. Biden attirano l’attenzione di analisti politici e appassionati, la vera sfida per il controllo della macchina politica americana si svolge sul terreno di battaglia del Senato.

Non tutti sapranno infatti che il Senato è il solo organo politico statunitense, insieme alla Corte Suprema, ad avere un vero e proprio potere di controllo (“check and balance”) sul Presidente, essendo chiamato non solo a votare le leggi ma anche ad approvare o bocciare ogni nomina da lui fatta: dai Ministri ai giudici e i vari responsabili delle agenzie federali.

Il Senato, composto da 100 membri, 2 per ogni stato indifferentemente dalla loro dimensione e/o popolazione, è attualmente in mano Repubblicana ed è guidato dal Senatore del Kentucky Mitch McConnell. I Democratici sperano di poter però capovolgere la situazione, e fra gli stati dove stanno “battagliando” ve ne è uno pensato da molti improbabile, almeno all’inizio.

Background

L’Alaska, conosciuto da tutti come l’Ultima Frontiera (“The Last Frontier”), è lo stato più a nord degli Stati Uniti. Situato nell’estremità nordoccidentale del Nord America, è separato da ogni altro stato a stelle e strisce, confinando unicamente con il Canada e, tramite lo stretto di Bering, con la Russia, di cui una volta faceva parte prima di essere ceduto nel 1867 agli Stati Uniti per circa 7,2 milioni di dollari (120 milioni al valore attuale). È lo stato più grande del paese ma è scarsamente popolato, anche a causa del suo clima molto rigido. Vi abitano circa 730.000 persone, quasi tutte concentrate ad Anchorage.

Politicamente è uno stato tradizionalmente conservatore. Elegge quasi unicamente rappresentanti Repubblicani. È proprio l’Alaska infatti ad aver consegnato alla ribalta della politica americana l’ex candidata Vice Presidente Sarah Palin. Fra i suoi esponenti politici più noti come non citare la famiglia Murkowski che controlla uno dei due seggi Senatoriali dello stato da ormai più di 40 anni (prima con il capofamiglia Fred e ora con Lisa, Senatrice Repubblicana moderata); ma degni di nota sono anche l’ex Senatore Ted Stevens (eletto al Senato per 41 anni consecutivi) o il deputato Don Young, eletto continuamente dal 1973. Insomma, con la notevole eccezione del Senatore Democratico Mark Begich (in carica per sei anni, dal 2009 al 2015), l’Alaska ha quasi sempre mandato esponenti Repubblicani a Washington.

Attenzione però a vedere l’Alaska come uno stato fortemente di destra. Non è per niente comparabile infatti ad altri stronghold Repubblicani com Utah o Wyoming. L’Alaska infatti ha sempre preferito candidati moderati, ovvero pro-choice (a favore quindi della scelta delle donne di abortire) e che garantissero comunque sostegni economici e sussidi sia per quanto riguarda la copertura sanitaria che per lo sviluppo delle aree meno avantaggiate, di cui l’Alaska abbonda. Il vero motivo per cui l’Alaska vota Repubblicano è probabilmente da individuare nell’azienda del petrolio e dello sfruttamento di materie prime difesa e sostenuta dal GOP.

Insomma, l’Alaska non è uno stato innamorato di Donald Trump, pur avendolo votato con uno scarto di 15 punti nel 2016 (Trump 51%, Clinton 36%, Johnson 6%). È uno stato con tanti elettori indipendenti, che tendono a votare Repubblicano ma preferiscono quel brand di partito Repubblicano non incarnato da Donald Trump. Anche per questo i Democratici pensano che il seggio al Senato possa essere in gioco.

I Candidati

Dan Sullivan, repubblicano, è il Senatore uscente che si ricandida. Ex marine, è stato Attorney Generale dell’Alaska (“Ministro della Giustizia”) oltre che Commissario allo sfruttamento delle risorse naturali dello stato, prima di essere eletto, battendo il democratico Mark Begich, nel 2015. Sullivan è un Senatore tendenzialmente moderato, anche se molto meno della sua collega Lisa Murkowski. Nel 2016 ha opposto la candidatura di Donald J. Trump a Presidente affermando che “Donald Trump non rappresenta i valori del Partito Repubblicano che conosco”. Tuttavia, dopo la sua elezione, si è abbastanza allineato al consensus all’interno del partito, votando le proposte di Donald J. Trump con un tasso del 91,5% (per dare una idea, Lisa Murkowski è ferma al 74%). Pur essendo personalmente contro l’aborto e le unioni omosessuali, Sullivan raramente ne parla sapendo che non sono un tema popolare nel suo stato.

Lo sfidante è, sorprendentemente ai più ma non agli analisti politici, un indipendente e non un democratico. La scelta del partito è difatti caduta su Al Gross, un ex pescatore e attuale chirurgo ortopedico. Molto stimato nello Stato, è stato scelto dai Democratici come un candidato più in linea con la natura politica dell’Alaska. Da medico, Gross sostiene iniziative volte a ridurre il costo della sanità negli Stati Uniti, fra cui l’introduzione di una opzione pubblica, ma, per sua stessa ammissione, si trova molto più a destra su altri temi. Su questioni come immigrazione o diritto a portare armi infatti Gross ha più volte detto di “sentirsi più vicino alle posizioni Repubblicane che a quelle dei Democratici”. Che Senatore sarebbe Al Gross? Probabilmente uno molto simile a Joe Manchin, del West Virginia.

È in gara anche un terzo candidato, John Howe dell’Alaska Indipendence Party. Come suggerito dal nome il proposito del partito è l’indizione di un referendum per dichiarare l’Alaska uno stato indipendente. Howe si definisce un “paleoconservatore” ovvero un uomo di destra che crede nel nazionalismo americano e nell’insegnamento dell’etica Cristiana sulla quale, ritiene, debba basarsi la politica. Howe non ha alcuna possibilità di vincere, ma da candidato di estrema destra potrebbe “rubare” qualche voto a Sullivan e favorire indirettamente Al Gross.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi

Partiamo da una premessa: l’Alaska è uno stato difficile da sondare. Le sue dimensioni ma soprattuto l’estremo isolamento in cui vivono molti villaggi rende il lavoro dei sondaggisti quasi impossibile, e soprattutto molto costoso.

Le ultime rilevazioni danno il Senatore Sullivan in leggero vantaggio, fra i 3 e i 7 punti col più recente sondaggio di Gravis Marketing che lo vede al 48% contro il 45% di Al Gross oppure quello di Public Policy Polling che attesta il repubblicano al 44%, l’indipendente Gross al 41% e il 5% di John Howe. Il New York Times ha anche testato lo stato, anche se meno recentemente, trovando Sullivan al 45% contro il 37% di Gross e ben il 10% per l’indipendentista Howe.

Sullivan rimane insomma favorito alla rielezione anche se va fatto notare come l’essere intorno al 44/45% non è mai tranquillizzante per un incumbent (“senatore uscente”). Gross è infatti poco conosciuto, e potrà sfruttare questo a suo vantaggio anche grazie a forti contributi economici alla sua campagna che stanno arrivando da fuori Stato e a un messaggio in campagna elettorale che sembra essere molto efficace, quello del “Bear Doctor”, ovvero del “Figlio dell’Alaska” che faceva il pescatore, e ha anche ucciso un orso.

Concludendo, l’Alaska non è di certo un “prime target” per i Democratici che ambiscono a conquistare la maggioranza vincendo invece in altri stati. Se però i Repubblicani dovrebbero trovarsi sulla difensiva anche qui, questa sarebbe per loro davvero “l’Ultima Frontiera”.

 

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USA2020: no Georgia, no Casa Bianca. La vittoria di Trump passa per Atlanta

Con i suoi dieci milioni e mezzo di abitanti, la Georgia è uno dei più popolosi stati americani, e la sua espansione demografica non sembra arrestarsi. Questo incremento ha “regalato” un seggio il più al Congresso: “Un seggio aggiuntivo al Congresso significa un voto aggiuntivo nel collegio elettorale, che è davvero importante per aiutare a scegliere il presidente degli Stati Uniti“, ha detto Andra Gillespie, professore associato di scienze politiche alla Emory University.

La Georgia ha 16 seggi nella U.S. House of Representatives (e naturalmente due seggi al Senato). Negli ultimi anni, c’è stata una sostanziale migrazione di afroamericani verso l’area metropolitana di Atlanta dalle grandi città della California e dal Midwest industriale, attratti dalla sua congeniale cultura meridionale, dagli alloggi economici e dai sobborghi in rapida crescita. Nel 1990 la sua popolazione era poco più del 71% bianca, con pochi ispanici e asiatici.

A Big Win for Multicultural Representation at MCTP in Atlanta | LATV

Oggi i bianchi non ispanici costituiscono appena la metà della popolazione dello stato. Negli ultimi 30 anni la popolazione ispanica della Georgia è cresciuta di circa dieci volte; la sua popolazione asiatica è più che quintuplicata e la sua popolazione nera è cresciuta a un ritmo molto più alto dei bianchi. Quasi un georgiano su tre è afroamericano, rispetto a circa uno su quattro nel 1990. Questa è la terza percentuale più alta di afroamericani negli USA (dietro Mississippi e Louisiana) e la seconda percentuale più bassa di bianchi a est del fiume Mississippi (dopo il Maryland). Quasi un georgiano su 10 è nato all’estero, rispetto al 2,7% del 1990.

La sua capitale, Atlanta, dispone di ampie sacche di prosperità, insieme a istituzioni culturali di alto livello, una grande popolazione vibrante e una vivace comunità LGBT+.

New voters make Georgia more of a battleground for 2020 elections

 

LE TEMATICHE DEL PAESE REPUBBLICANO…MA NON TROPPO

Nessun candidato presidenziale democratico ha vinto la Georgia dai tempi di Bill Clinton nel 1992. Al rally a Macon, il 16 ottobre, il presidente Donald Trump ha tirato fuori i suoi più grandi successi: “globalisti…dissanguando l’America“, “sinistra radicale…inondando le vostre comunità di criminali “, “Messico sta pagando il muro” e fiduciose previsioni di vittoria.

L’inquilino della Casa Bianca pare abbia visto la manifestazione come un trionfo, ha fatto una campagna attiva nello stato e mantiene una notevole forza tra gli elettori bianchi nelle zone rurali, dandogli una base che sarà difficile da scuotere.

Il firewall del tycoon potrebbero essere le contee rurali della Georgia meridionale, dove i recenti candidati repubblicani hanno dominato con ben il 90% dei voti e dove molte persone potrebbero votare il giorno delle elezioni piuttosto che prima. Il presidente ha incoraggiato i suoi sostenitori a presentarsi in forze il 3 novembre, dicendo a una folla in Pennsylvania lunedì che il giorno delle elezioni avrebbe rivelato una “ondata rossa” di sostegno.

More than 22 million ballots already cast: US election news | US & Canada | Al Jazeera

Nella giornata di martedì, Joe Biden si è recato a Warm Springs: l’ex VP americano, con un linguaggio che a volte suonava più simile a quello di un presidente eletto che a un candidato, ha tentato di dipingere sé stesso come un uomo del destino. “Dio e la storia ci hanno chiamati a questo momento ea questa missione.” – ha dichiarato il candidato democratico – “La Bibbia ci dice che c’è un tempo per abbattere e un tempo per edificare. Un tempo per guarire. Questa è l’ora“. Ha inoltre criticato Trump per la sua gestione del virus e lamentando le difficoltà economiche del paese, le disuguaglianze razziali e la polarizzazione tossica, Biden si rifiuta di credere che “il cuore di questa nazione è diventato pietra”.

Le speranze dei democratici si fondano su due pilastri: la popolazione di colore ed il disagio delle zone suburbane. Come riportato dal Washington Post, la sua decisione di trascorrere una giornata in Georgia riflette la crescente fiducia dei suoi consiglieri sul fatto di poter ribaltare il risultato nello stato repubblicano da ormai 28 anni ma il candidato democratico è alla sua prima apparizione in Georgia; questo fatto non sembra giocare a suo favore.

Visiting Georgia, Biden Pushes to Turn Red State Blue |

Biden Ramps Up Attack On Trump's Handling Of COVID-19 As Election Nears - tbs

VERSO UN’AFFLUENZA RECORD

 Secondo i dati riportati dai media locali, per questo tornata elettorale si sarebbero registrate più di 7 milioni e 600 mila persone, un record mai registrato. Negli ultimi due anni, l’ufficio del Segretario di Stato della Georgia ha dichiarato che si sono registrate 600.000 nuove persone. Gli esperti stimano che ci potrebbe essere un aumento del 25% dell’affluenza rispetto al 2016. La novità è rappresentata dai giovani: secondo uno studio della Tufts University, la percentuale di georgiani di età compresa tra i 18 ei 24 anni che si sono registrati per votare a partire dal mese scorso è stata del 34% superiore rispetto a novembre 2016.

A hot, flaming mess': Georgia primary beset by chaos, long lines - POLITICO

 

DOPO BILL CLINTON SOLO DEMOCRATICI

Lo stato ha partecipato a tutte le elezioni presidenziali tranne nel 1864 (a causa della secessione). Dal 1868 al 1960, lo Georgia ha sempre votato per il partito democratico. Come molti altri stati del sud, gli elettori democratici conservatori decisero di votare per i repubblicani nel 1964 in risposta alla Civil Rights Act. Quattro anni dopo, la Georgia ha votato per l’indipendente George Wallace in un’elezione che ha segnato l’unica volta in cui un candidato di un terzo partito ha ricevuto voti elettorali.

Trump channels George Wallace with racial appeals

La Georgia è stata repubblicana in modo affidabile dal 1972, tranne quando i georgiani si schierarono con il nativo Jimmy Carter nel ’76 e ’80 e con Bill Clinton nel 1992. Nel 2004, George Bush sconfisse facilmente John Kerry dal 58% al 41%. I margini repubblicani sono stati più ristretti da allora. Nel 2016, Donald Trump ha battuto Hillary Clinton di circa il 5%.

NEI SONDAGGI È TESTA A TESTA MA BIDEN POTREBBE SPUNTARLA

Secondo i sondaggi in Georgia ci sarà una battaglia all’ultimo voto, anche se sembra in lieve vantaggio il candidato democratico, come dimostrano le ultime proiezioni della CNN che ha sede proprio nella capitale georgiana.

 

** AGGIORNAMENTI MEDIA SONDAGGI 3/11 **

Fonte: FiveThirtyEight

  • GEORGIA: Trump 49.2 – Biden 50.1