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USA2020, la panoramica generale sul Senato

Siamo alle ore finali di questa campagna elettorale. Oltre alla interessantissima sfida presidenziale fra Donald Trump e Joe Biden, sono gli ultimi istanti anche dalla battaglia per il controllo del Senato.

Uno scontro forse anche più importante di chi vincerà la Presidenza dato che la Camera Alta, a conti fatti, ha un potere di “check and balance” fortissimo ed è in grado di influenzare molto di quello che un Presidente può o non può fare. Pensate solo al fatto che ogni nomina federale del Presidente, dai Segretari ai Giudici, deve essere approvata dal Senato.

Mai come quest’anno la competizione è aperta: i repubblicani partono da una posizione di vantaggio, controllando 53 seggi contro i 47 dei democratici. Ricordiamo però che solo un terzo del Senato viene rieletto ogni due anni, essendo il mandato dei Senatori rinnovato ogni sei anni.

Dei 35 seggi che sono in palio quest’anno stimiamo che ben 15 siano competitivi, un numero record. Di questi 35 seggi, 23 sono attualmente controllati dai repubblicani e 12 dai democratici. È quindi evidente come i repubblicani debbano giocare sulla difensiva.

Ma partiamo col dire quali sono i seggi NON COMPETITIVI.

I repubblicani sono assoluti favoriti in Arkansas (dove i democratici non schierano nemmeno un candidato), Idaho, Louisiana (che però si deciderà probabilmente a Gennaio), Mississippi, Nebraska, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, West Virginia e Wyoming.

I democratici sono invece pressochè sicuri di mantenere i seggi di Delaware, Illinois, Massachusetts, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, Oregon, Rhode Island e Virginia.

Questo garantirebbe nei fatti 44 seggi ai democratici e 39 ai repubblicani.

Analizziamo ora i restanti seggi dividendoli in probabilità di essere conquistati dal partito repubblicano, per mantenere la propria maggioranza.

Likely Republican

Alabama (D -> R)

Il Senatore uscente Doug Jones (Dem) è stato eletto in questo seggio fortemente conservatore in una “special election” durante l’anno 2017. In quell’anno correva contro un candidato molto impopolare, l’ex giudice Roy Moore ed è riuscito, in questo modo, a conquistare il seggio che fu di Jeff Sessions. Per quanto Doug Jones sia un senatore abbastanza popolare e stia conducendo una campagna elettorale apprezzata da molti, sembra pressochè impossibile che possa ribaltare la tendenza conservatrice che domina in Alabama, perlopiù in un anno dove si svolgono anche le elezioni Presidenziali e dove corre contro il popolare ex coach di football dell’Università dell’Alabama Tommy Tuberville.

Kentucky (R Hold)

Qualche mese fa, per un breve momento, i democratici avevano pensato di poter potenzialmente conquistare il seggio del capogruppo Repubblicano Mitch McConnell grazie ad una candidata popolare come Amy McGrath. Questa speranza però si è rivelata ben presto per loro un sogno più che una realtà. Mitch McConnell sarà facilmente rieletto in questo stato fortemente conservatore e guiderà ancora il partito alla Camera Alta, da leader di maggioranza o minoranza.

Texas (R Hold)

Il seggio del Texas è nelle saldi mani di John Cornyn, numero due dei repubblicani al Senato e Senatore dal 2002. Per quanto il Texas sembri molto competitivo quest’anno a livello Presidenziale, Cornyn è più popolare di Trump nello stato e dovrebbe riuscire a confermarsi per un quarto mandato, anche contro una candidata popolare come MJ Hegar, democratica, veterana della Air Force.

D 44 – R 42

Lean Republican

Alaska (R Hold)

L’Alaska è uno stato fortemente conservatore, ma di un conservatorismo più moderato rispetto a quello del Presidente Donald Trump. Il Senatore Dan Sullivan, alla fine del primo mandato, si è legato strettamente alla agenda politica del Presidente ed è anche questo che fa ben sperare i democratici, che sostengono ufficialmente la candidatura del medico indipendente Al Gross. Gross sembra molto competitivo ma sembra difficile che possa superare l’ostacolo rappresentato dalla forte tendenza repubblicana dell’Alaska. Sicuramente è una sfida da tenere d’occhio attentamente ma, alla fine, pensiamo che Sullivan ne uscirà vincitore, anche se di poco.

Kansas (R Hold)

Il Kansas è uno stato ancora più conservatore dell’Alaska ma anche qui, sorprendentemente, i repubblicani si trovano sulla difensiva. Quando lo storico Senatore conservatore Pat Roberts ha annunciato il suo ritiro, il candidato conservatore Kobach ha subito annunciato di volerlo rimpiazzare. Kobach è una figura polarizzante e molto impopolare in Kansas, avendo già perso (sempre a sorpresa) l’elezione a Governatore contro la democratica Laura Kelly. Mitch McConnell è riuscito però a convincere il deputato conservatore Roger Marshall a sfidare Kobach, che ha battuto nelle primarie. Marshall dovrebbe essere il favorito in questo stato conservatore ma i democratici affermano di sentire grande entusiasmo attorno alla loro candidata Barbara Bollier.  I sondaggi vedono Barbara Bollier vicina a Marshall ma non pensiamo questo possa bastare e vediamo Marshall ancora come il favorito.

Montana (R Hold)

Il Montana è uno stato molto particolare. Fortemente conservatore a livello presidenziale, non disdegna di votare democratico per governatore e i senatori. Il Senatore uscente Steve Daines, molto conservatore, corre per un secondo mandato ed è leggermente favorito. Tuttavia i democratici, dopo un suo iniziale rifiuto, sono riusciti a convincere il popolare governatore Steve Bullock a sfidarlo. La sfida sarà indecisa fino all’ultimo ma, in un anno presidenziale, crediamo che Daines possa ancora avere la meglio.

South Carolina (R Hold)

Il South Carolina è uno degli stati più conservatori del paese, ma ha anche una forte presenza della minoranza afroamericana che vive nelle città di Columbia e Charleston. Inoltre è rappresentato al Senato da Lindsey Graham, un senatore decisamente impopolare sia fra i repubblicani che i democratici. Graham, ex moderato e amico di John McCain, si è spostato a destra in questa campagna elettorale per convincere i tanti repubblicani dello stato a confermargli la fiducia. I democratici candidano invece Jaime Harrison, ex chairman del partito democratico nello stato ma soprattutto afroamericano molto popolare nella sua comunità. Basterà questo a battere la forte tendenza conservatrice di questo stato, perlopiù in un anno Presidenziale? Noi pensiamo di no. Crediamo che Graham verrà rieletto, anche se di poco.

R 46 – D 44

Toss-Up

Iowa

L’Iowa è uno stato che negli ultimi anni si è spostato sempre più a destra, ma rimane competitivo. È rappresentato al Senato dalla senatrice Joni Ernst, molto conservatrice e al suo primo mandato, in cerca di un secondo. La popolarità di Ernst è molto calata nello stato a causa del suo appoggio ai dazi introdotti dal Presidente Trump, che hanno fortemente danneggiato le piccole imprese dell’Iowa. I democratici candidano una candidata con una popolarità in crescita, Theresa Greenfield. Ernst è meno popolare di Trump e questo potrebbe costarle il seggio, ma sarà una sfida indecisa fino all’ultimo.

Georgia

In Georgia è molto probabile che non si saprà il nome dei due Senatori fino a Gennaio. Perchè? Molto semplice, se nessun candidato ottiene più del 50% dei voti domani, si andrà ad un ballottaggio ad inizio del prossimo anno. In Georgia si vota per due seggi: il Georgia-A e il Georgia-B. Tra i due quelli che sicuramente andrà al ballotaggio è il Georgia-B attualmente rappresentato dalla senatrice (nominata) Kelly Loeffler. Qui si sfidano numerosi candidati e quindi è pressochè matematico che nessuno arriverà al 50% subito. Sicuramente avanzerà al secondo turno il candidato democratico Raphael Warnock, pastore afroamericano a capo della chiesa di Atlanta che fu di Martin Luther King. Se a sfidarlo saranno la senatrice uscente Loeffler o il suo sfidante, il deputato ultraconservatore Doug Collins, lo decideranno i repubblicani in una lotta all’ultimo voto. Per quanto riguarda invece la sfida per il Georgia-A si scontrano il senatore uscente David Perdue e il democratico Jon Ossoff. Mentre Perdue, senatore al primo mandato, sembra leggermente favorito, Ossoff sta conducendo una campagna molto competitiva. Probabile che anche questo seggio arriverà al ballottaggio.

North Carolina

Il North Carolina è uno stato molto contestato a livello presidenziale, anche grazie al suo essere diventato un “purple state” negli ultimi anni. A sfidarsi per il Senato saranno il senatore uscente repubblicano Thom Tillis, poco popolare fra i suoi elettori, e l’ex veterano dell’Iraq e candidato democratico, Cal Cunningham. Fino a poche settimane fa Cunningham sembrava il favorito, ma un recente scandalo legato ad una relazione extra matrimoniale sembra averlo leggermente danneggiato. Anche questa sarà una sfida all’ultimo voto.

Lean Democratic

Arizona (R -> D)

L’Arizona voterà per decidere chi sarà il successore di John McCain al Senato. Attualmente il seggio è nelle mani della repubblicana Martha McSally che è stata nominata alla morte di McCain dal governatore Doug Ducey. L’Arizona fino a pochi anni fa era uno stato fortemente repubblicano ma si è spostato sempre più al centro grazie ad una crescente popolazione ispanica. I democratici candidano il popolarissimo ex astronauta della NASA Mark Kelly, marito dell’ex deputata Gabby Giffords. Sin dall’inizio Kelly è dato come favorito per conquistare a nome dei democratici questo seggio, e il suo vantaggio nei sondaggi, pur diminuito, sembra abbastanza stabile. È probabile che questo sarà il primo seggio conquistato dai democratici, pareggiando così la sconfitta in Alabama.

Maine (R -> D)

Il Maine è uno stato democratico ormai da anni, ma dallo spirito fortemente indipendente. Anche per questo motivo la Senatrice repubblicana uscente, Susan Collins, è riuscita a mantenere il suo seggio per ben quattro mandati. Vista da molti come una senatrice moderata a indipendente, la sua popolarità è crollata negli ultimi mesi a causa del suo sostegno a molte politiche del  Presidente Donald Trump, oltre che alla nomina del giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh. Sembra che stavolta la Collins, che gode comunque di un sostegno personale non indifferente, non possa riuscire a conquistare abbastanza voti per confermarsi contro l’ex speaker democratica della camera statale Sara Gideon. Attenzione però: da un paio d’anni il Maine adotta un sistema elettorale molto particolare chiamato “ranked choice voting” dove ogni elettore deve mettere in ordine, dal primo all’ultimo, i suoi candidati preferiti. È probabile che chiunque vinca, Gideon o Collins, lo faccia anche grazie alle preferenze subordinate (seconde). Noi vediamo la Gideon come favorita, ma sarà una sfida tutta da seguire.

Michigan (D Hold)

Il Michigan è un seggio democratico molto ambito dai repubblicani, che lo vedono come una delle poche possibilità per andare all’offensiva in questo ciclo (a parte ovviamente l’Alabama). Il Senatore uscente è Gary Peters, un democratico moderato che non ha assunto un profilo di primo piano nei suoi anni da Senatore rimanendo un “back bencher”. È il classico caso di un Senatore non impopolare, ma nemmeno popolare o conosciuto. I repubblicani sperano di poter sfruttare questo essere “anonimo” di Gary Peters per conquistare il seggio con John James, candidato afroamericano. Per quanto James sia competitivo, non vediamo come Gary Peters possa perdere questa sfida, soprattutto se Joe Biden dovesse vincere lo stato. Se però Trump dovesse confermarsi qui, anche questa sfida sarà molto aperta.

Minnesota (D Hold)

Il Minnesota è simile al Michigan anche se forse ancora meno conquistabile da parte dei repubblicani. La Senatrice democratica Tina Smith è stata nominata nel 2018 per sostituire il Senatore Al Franken, che si era dimesso. È una senatrice moderata e non particolarmente appariscente ma molto stimata all’interno del suo partito, e questo dovrebbe essere sufficiente a garantirle la conferma contro l’ex deputato repubblicano Jason Lewis. Questo a meno che Trump vinca lo stato ovviamente, ma anche questa sembra una possibilità assai remota, anche se non impossibile.

Likely Democratic

Colorado (R -> D)

Il Colorado è uno stato che negli ultimi anni si è spostato sempre più a sinistra, al punto da essere oramai considerato alla stregua di uno stato “Safe Democratic”. Il senatore uscente Cory Gardner è un repubblicano che vinse qui nel 2014 battendo di strettissima misura l’uscente Udall. Se poi si aggiunge al mix il fatto che i democratici sono riusciti a candidare il loro esponente più forte, il popolarissimo ex Governatore e ex Sindaco di Denver John Hickenlooper, risulta davvero molto difficile vedere una possibilità di riconferma per Gardner.

Bilancio Finale

No Elezioni (35 D e 30 R)

R Hold (16)

R -> D (3): Arizona, Colorado, Maine

D -> R (1): Alabama

D Hold (11)

La nostra stima vede quindi i democratici in vantaggio con 49 seggi, contro i 47 dei repubblicani e indecisi i seggi in Iowa, Georgia-A, Georgia-B e North Carolina.

Il controllo del Senato si deciderà, a nostro modo di vedere, in North Carolina. Se lo sfidante Cunningham dovesse battere il Senatore Tillis i democratici raggiungerebbe il magico numero di 50. Se la sfida dovesse finire 50-50 a decidere il controllo del Senato sarà il Vice Presidente eletto, chiunque egli sia. Ovviamente laddove i democratici dovessero anche a vincere i seggi in Georgia o Iowa, la loro maggioranza sarebbe maggiore.

 

Early Voting Stati Uniti

Gli Stati Uniti al voto

Nelle ultime settimane Election Day ha concentrato l’attenzione sulle elezioni statunitensi di quest’anno – in programma il 3 novembre – e ha discusso degli stati chiave che ad oggi non indicano una chiara preferenza di voto per nessuno dei due candidati: Arizona, Florida, Ohio e North Carolina. Proviamo ora ad approfondire il sistema di voto americano e il motivo per cui quest’anno la situazione è diversa rispetto al passato, cercando anche di rispondere ad alcune domande sul voto negli Stati Uniti.

Le regole di ingaggio

Negli Stati Uniti non vince il candidato che ottiene più voti in assoluto: il Paese assegna infatti 535 Grandi Elettori ai cinquanta stati – più altri 3 al Distretto di Columbia (Washington D.C.) – per un totale di 538, in base alla popolazione. I Grandi Elettori sono figure selezionate da entrambi i partiti che formeranno poi il collegio elettorale che esprimerà il voto per scegliere il Presidente. Questo sistema a votazione indiretta si chiama Electoral College e originariamente fu concepito come giusta via di mezzo per rappresentare la popolazione americana – all’epoca circoscritta alle tredici colonie fondatrici che poi diedero vita ai primi diciotto stati confederati.

Il sistema di assegnazione dei Grandi Elettori funziona più o meno così: ogni stato ha un certo numero di seggi elettorali per la Camera dei Rappresentanti in base alla popolazione, e questo numero – sommato ai 2 Senatori che ciascuno stato esprime – comporrà il numero totale di Grandi Elettori che esprimeranno poi il loro voto elettorale.

Per capirci: in California ci sono 53 distretti elettorali che sommati ai 2 seggi per il Senato forniscono allo stato 55 Grandi Elettori. Il candidato che vince è quello che ottiene almeno 270 Grandi Elettori su 538.

In caso contrario, le cose si complicano un po’: se nessun candidato ottiene almeno 270 Grandi Elettori la palla passa alla Camera che, raggruppata in delegazioni statali, voterà per il Presidente, mentre il Senato voterà invece per il VicePresidente, ma non con il sistema delle delegazioni statali, bensì tramite i voti individuali dei 100 Senatori.

La mappa di seguito mostra come funziona l’assegnazione dei Grandi Elettori:

In caso di pareggio, dunque, si potrebbe assistere ad uno scenario estremamente raro in cui la Camera vota per il Presidente di un partito, mentre il Senato vota per il VicePresidente dell’altro partito. E’ successo solo una volta nella storia, e gli Stati Uniti non erano ancora costituiti da 50 stati: nel 1796 John Adams e Thomas Jefferson divennero rispettivamente Presidente e VicePresidente, anche se all’epoca la regola era diversa: i Grandi Elettori potevano votare infatti per entrambi i candidati, e quello che otteneva più voti diventava Presidente a discapito del secondo arrivato che invece diventava VicePresidente. Per essere ancora più specifici, questa remota possibilità potrebbe accadere anche se negli Stati Uniti vi fosse un terzo partito in grado di raccogliere ampio consenso oppure un candidato indipendente con le stesse capacità, ma il sistema di voto maggioritario scoraggia queste ipotesi.

Con 55 Grandi Elettori la California è lo stato che ne esprime di più, mentre Alaska, Montana e Wyoming sono quelli che ne possiedono meno, solamente 3 a testa. Basta che un candidato vinca anche solo di un voto all’interno di uno stato perché conquisti il totale dei Grandi Elettori di quello stato, ed è per questo che solitamente le elezioni statunitensi si decidono in una cerchia ristretta di stati, o addirittura in uno solo in particolare: nel 2000 Bush diventò Presidente grazie alla vittoria in Florida per soli 537 voti sul candidato democratico Al Gore e nel 2016 a Trump bastò conquistare i voti della Rust Belt (Wisconsin, Michigan, Pennsylvania e Ohio) per battere Clinton.

Tra i 50 stati dell’Unione alcuni di questi votano per lo stesso partito da moltissimo tempo: il Texas vota repubblicano ininterrottamente dal 1980, mentre il Maine vota democratico dal 1992. Dopo le elezioni del 2000 è prassi comune identificare con il rosso gli stati che votano repubblicano e con il blu quelli democratici, ma ci sono numerose eccezioni.

Si parla infatti spesso di “swing states“: stati che votano alcune volte per i repubblicani e altre per i democratici. Su tutti, l’Ohio cambia spesso colore politico con la particolarità di votare sempre per il candidato che poi sarà eletto Presidente sin dagli anni ’60.

Come si vota negli Stati Uniti d’America

Il meccanismo del voto negli Stati Uniti è molto diverso rispetto al nostro, e per molti versi anche più complicato. Prima di votare è infatti necessaria la registrazione on line o presso i vari uffici governativi. Solo dopo questa procedura è possibile poter votare. Tale sistema – in un contesto variegato come quello statunitense – è da sempre al centro di molte polemiche.

Le riforme federali nel corso del XX secolo hanno cercato di migliorare il sistema di registrazione degli elettori cercando di renderlo più facile per i votanti, ottenendo materiali sulla registrazione e creando linee guida per i funzionari elettorali.

Un buon esempio è il National Voter Registration Act, approvato nel 1993. Questa legge è il motivo per cui ai cittadini americani viene chiesto della registrazione elettorale quando si rinnova la patente di guida o il documento d’identità statale. La legge consente agli elettori di partecipare alla registrazione presso il Dipartimento dei veicoli a motore e in altri luoghi in cui gli elettori potenzialmente interagiscono con il governo. Inoltre richiede agli stati di accettare, tra le altre misure, le domande di registrazione per posta.

Un altro provvedimento, approvato nel 2002 in seguito al caos delle elezioni del 2000, è l’Help America Vote Act, che richiede a tutti gli stati di mantenere database di registrazione in tutto il territorio per aiutare a stabilire standard uniformi.

Early voting Stati Uniti

File in un seggio della Virginia per votare. Foto di Axios

Alcuni stati si sono basati su queste riforme di registrazione, mentre altri Governi statali sono rimasti indietro nel cambiamento. Considerando infatti che ogni Stato segue le proprie regole nelle procedure del voto, il risultato è che il sistema di registrazione degli elettori americani lascia ancora fuori molti elettori, escludendoli di fatto dal processo democratico. Basta ad esempio la richiesta di un normale documento d’identità per creare dei problemi, in quanti negli Stati Uniti non è obbligatorio possederne uno, e in genere molte persone appartenenti a minoranze o facenti parte delle categorie più povere ne sono sprovviste.

Un altro modo per poter votare è quello del voto per posta, che negli ultimi mesi è stato al centro di polemiche in seguito alle affermazioni del presidente Trump secondo il quale tale voto risulterebbe facilmente manipolabile. Il voto per posta tuttavia non è una nuova possibilità nel sistema americano, basti pensare che alle elezioni del 2016 circa un quarto degli elettori scelse questa modalità.

In 38 Stati e nel Distretto di Columbia è possibile votare via posta senza dover specificare alcuna motivazione. In cinque Stati – Colorado, Hawaii, Oregon, Utah e Washington – si vota solo tramite questo meccanismo e, tranne in Texas, Missouri, Mississippi, Arkansas, Indiana, Alabama e Louisiana il voto per posta viene garantito a chiunque ne faccia richiesta per un valido motivo. La pandemia rientra in questa casistica e molti cittadini stanno ricorrendo o hanno ricorso al voto postale.

L’elettore che sceglie di votare in questo modo riceve a casa via posta una scheda elettorale e due buste, vota e inserisce la scheda elettorale dentro la prima busta, la quale non riporta alcuna dicitura. Poi inserisce questa busta nell’altra, nella quale sono riportati i suoi dati personali, per poi rimandarla agli uffici elettorali di competenza.

Considerando che l’affluenza è storicamente bassa e che si vota sempre in un giorno di lavoro, in un paese dove il territorio è molto vasto e la densità abitativa in determinate aree molto bassa e con i seggi che possono essere locati molto lontano dai luoghi di residenza degli elettori, il voto postale è una modalità attraverso la quale si è cercato di implementare il sistema e far così aumentare l’affluenza e la partecipazione dei cittadini.

Altra possibilità, concessa per poter aumentare l’affluenza ulteriormente, è quella dell’early voting, ovvero la possibilità di votare prima in anticipo e farlo di persona. Una modalità che permette di risparmiare tempo e che dovrebbe far ridurre le file ai seggi il giorno delle elezioni.

Attraverso queste ultime due modalità circa 56 milioni di americani hanno già votato superando il dato del 2016, con Texas e California a guidare la classifica provvisoria rispettivamente con 6,8 e 6,1 milioni di voti già espressi nel momento in cui scriviamo. Nel totale generale, 17,4 milioni hanno votato in presenza, mentre i restanti 38,5 milioni lo hanno fatto tramite voto postale.

L’America che deciderà il prossimo Presidente

Donald Trump è diventato il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti grazie a circa 78mila voti in più di Hillary Clinton conquistati tra Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: l’equivalente della popolazione che vive nel comune di Pozzuoli (NA) ha deciso l’esito delle elezioni grazie alla regola del winner takeitall, come dicevamo sopra.

Le due campagne elettorali sanno bene quanto la zona della Rust Belt (che comprende per ragioni economiche Wisconsin, Michigan, Pennsylvania e Ohio) sarà importante anche nel 2020: nell’ultimo mese i soldi spesi in advertising e in spot elettorali si è concentrato maggiormente proprio nella regione che un tempo capeggiava l’industrializzazione degli Stati Uniti. Trump si ricorda del 2016, e infatti i messaggi della sua campagna in Ohio e Michigan sono tutti di carattere economico, diversamente dal “law&order” che siamo abituati a vedere negli stati a trazione repubblicana.

Biden dal canto suo è nato a Scranton, Pennsylvania: “build back better” è l’essenza che Hillary Clinton non riusciva a trasmettere quattro anni fa. È probabile, sondaggi alla mano, che le elezioni si risolveranno proprio in questa zona, come mostra la mappa sul nostro sito:

Negli ultimi decenni gli Stati Uniti stanno assistendo ad una notevole crescita della popolazione negli stati del sud, quelli principalmente a trazione repubblicana come il Texas, l’Arizona, la Georgia e il North Carolina: il principale motivo è la costante immigrazione latina che nel prossimo decennio potrebbe cambiare significativamente la mappa elettorale americana, spostando il colore del sud da rosso a blu un po’ come è successo all’inizio degli anni ’60, quando questi stati tradizionalmente favorivano il partito democratico ancora a maggioranza conservatrice, per poi spostarsi gradualmente verso i nuovi repubblicani.

Questo cambiamento demografico in proiezione modificherà infatti la ripartizione dei seggi a livello congressuale e il numero dei grandi elettori negli Stati, con le aree della Rust Belt e del Midwest – caratterizzate da elettori bianchi e sempre più anziani – che saranno negativamente colpite.

Questa crescita della popolazione latina nelle zone più conservatrici del Paese è motivo di grandi riflessioni da parte del Partito Repubblicano: per citare un solo esempio, in Texas nel 2018 lo sfidante democratico Beto O’Rourke è arrivato a soli 2,6 punti percentuali dalla vittoria del seggio per il Senato contro Ted Cruz, candidato repubblicano alle primarie del 2016. I sondaggi oggi individuano l’Arizona, stato in cui l’immigrazione latina è ai massimi storici, come terreno di battaglia per i democratici, mentre in Texas è Trump a condurre i giochi, ma senza margini sicuri.

I cambiamenti demografici in corso sono ancora troppo primitivi per poter considerare realmente il Texas uno stato incerto, ma nei prossimi anni non possiamo sapere come e quanto velocemente questa situazione cambierà. Sappiamo però che l’America che andrà al voto e che deciderà il nuovo (?) Presidente è profondamente diversa a seconda della zona: bianca, di istruzione medio-bassa e operaia nella Rust Belt; di colore, latina e giovane nel sud.

North Carolina

USA2020, il seggio al Senato del North Carolina

Il controllo del Senato degli Stati Uniti potrebbe passare, ancora una volta, da Raleigh. La sfida per il seggio del North Carolina è infatti una delle più indecise delle elezioni di quest’anno. Se a questo aggiungiamo la competitività dello stato anche a livello Presidenziale, è facile vedere come davvero il Taar Heel State possa essere decisivo.

Background

Il North Carolina (o “Taar Heel State”) è, negli ultimi anni, diventato un terreno di scontro molto contestato da entrambi i principali partiti. Tradizionalmente uno stato di stampo conservatore infatti, si è ultimamente spostato molto al centro diventano a tutti gli effetti un “purple state”. Questo è dovuto principalmente all’afflusso di tanti studenti e giovani adulti, che vedono nello stato un buon dove stabilirsi e crescere la propria famiglia, grazie a condizioni economiche in miglioramento e un costo della vita ancora relativamente basso. Un grande apporto alla rinnovata energia del Partito Democratico viene in particolare dalle grandi città come la capitale Raleigh, con la sua grande comunità studentesca e più in generale dalla popolazione che si sta stabilendo in maniera sempre crescente nel “Research Triangle”, ovvero l’area a nord di Raleigh dove sono comprese le tre grandi università dello stato.

I candidati

Il Senatore uscente è il Repubblicano Thom Tillis, al suo primo mandato. Ex speaker della Camera bassa del North Carolina, ha vinto di poco le elezioni nel 2015 battendo l’allora Senatrice in carica Kay Hagan. Vincendo solamente di poco più di 1 punto percentuale, è diventato quasi da subito uno dei principali target dei Democratici, anche considerando la sempre crescente importanza del North Carolina sia nella sfida presidenziale che nello scenario politico nazionale. Tillis è un Senatore molto conservatore: si oppone all’aborto (fu il principale sponsor, nel 2011, di una legge statale molto dura, che fu in seguito dichiarata incostituzionale), è a favore di una completa liberalizzazione del porto d’armi, propone la cancellazione del DACA e la deportazione dei dreamers e nega l’esistenza del cambiamento climatico. Secondo il noto watch-dog GovTrack, Tillis è il 19esimo Senatore più conservatore della Camera Alta con un tasso di conservatorismo dell’88%. Tillis non è inoltre particolarmente popolare nel suo stato ed era, all’inizio del 2020, addirittura il Repubblicano col tasso di approvazione più basso in assoluto, solo il 34%.

I Democratici, dopo aver tentato invano di convincere il Governatore uscente Cooper a correre contro Tillis, hanno deciso di coalizzarsi a sostegno del politico statale Cal Cunningham. Cunningham, 47 anni, è ex un ex Senatore statale e veterano dell’esercito. Per aver partecipato alle missioni in Iraq, Cunningham ha ricevuto la stella di bronzo al merito e sta puntando molto sul suo servizio alla Nazione per accrescere la sua popolarità fra l’elettorato moderato e conservatore. Ha però un piccolo problema che è emerso nelle ultime settimane, l’aver scambiato dei messaggi sensuali con una donna sposata che non era sua moglie. Cunningham, che ha anche due figli, ha ammesso di aver sbagliato e chiesto scusa ma, come ci si aspettava, la scandalo non accenna a sopirsi ed è molto sfruttato dai Repubblicani, fino all’ultimo.

I sondaggi in North Carolina

Ma cosa dicono i sondaggi in North Carolina?

Lo stato è molto competitivo sia a livello Presidenziale che Senatoriale, e tanti soldi sono spesi ogni giorni anche in questa sfida tra Cunningham e Tillis.

Mentre fino a poche settimane fa sembrava che Cunningham potesse vincere abbastanza agevolmente, anche grazie alla bassa popolarità del Senatore uscente, lo scandalo dei messaggi sta avendo un effetto sulla sfida, anche se difficile da quantificare.

L’aggregatore politico Real Clear Politics dà ancora Cunningham avanti di circa 4 punti percentuali, in calo rispetto a poco tempo fa mentre Nate Silver di 538 vede Cunningham vincente con una probabilità del 65%. Tuttavia l’ultima sondaggio della East Carolina University, un sondaggista locale storicamente affidabile, vede lo sfidante avanti di un solo punto (47-46). La sfida potrebbe essere decisa, alla fine, dal vincente dello stato nelle elezioni Presidenziali. Tillis, che rimane abbastanza impopolare anche all’interno del suo stesso partito, spera che sia proprio il Presidente Trump a spingerlo oltre il traguardo.

Insomma la sfida per il seggio Senatoriale del North Carolina è veramente molto indecisa, come potete vedere anche  nel grafico che segue. Siamo forse di fronte  a uno dei pochi veri TOSS-UP nel Paese.

USA2020, le elezioni presidenziali e i candidati minori

Non sarà il 1992, quando l’imprenditore indipendente Ross Perot riuscì a catturare il 18,9% del voto popolare, ma anche quest’anno i cittadini statunitensi hanno la possibilità di votare candidati presidenziali non espressi dai due partiti egemoni.

Gli indipendenti e gli esponenti di partiti minori sono tantissimi. Solo alcuni appariranno sulla scheda elettorale. Altri saranno votabili tramite l’opzione write-in. Altri ancora potranno essere votati solo in alcuni Stati. Per questo motivo concentreremo la nostra attenzione sui candidati più in vista, che possono ragionevolmente ambire a conquistare una pur minoritaria frazione dell’elettorato.

 

Il Libertarian Party

Fondato nel 1971 in opposizione all’Amministrazione Nixon, alla Guerra in Vietnam, alla coscrizione obbligatoria e alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro – il Libertarian Party promuove le libertà civili, il non-interventismo, il laissez-faire in economia e lo Stato minimo.

In campo economico, dunque, le posizioni dei Libertari sono simili a quelle dei Repubblicani, benché caratterizzate da un più accentuato conservatorismo fiscale. I Libertari, infatti, sono fermi sostenitori dell’abbassamento delle imposte, dell’abolizione dell’Internal Revenue Service (il corrispettivo della nostra Agenzia delle Entrate), della diminuzione del debito pubblico e dell’eliminazione dello Stato sociale a favore di un maggior protagonismo della carità privata.

Al tempo stesso, però, il forte liberalismo sociale e culturale li distingue nettamente dall’odierno Partito repubblicano, dal momento che i Libertari sono favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere, a una riforma della giustizia penale, ai matrimoni fra persone dello stesso sesso e all’abolizione della pena di morte.

Il ticket presidenziale libertario, composto da Jo Jorgensen e Spike Cohen

Candidata alla Presidenza è la psicologa del South Carolina Jo Jorgensen (63 anni), che ha scelto come suo vice l’attivista Spike Cohen (38 anni). La Jorgensen si batte contro un sistema sanitario universalistico, preferendo a esso un maggiore coinvolgimento del settore privato. Si dichiara inoltre favorevole alla neutralità militare e al rimpatrio delle truppe di stanza all’estero, indicando le sanzioni economiche e gli aiuti internazionali quali strumenti privilegiati di politica estera.

Secondo la media dei sondaggi calcolata da RealClearPolitics, Jo Jorgensen si posiziona terza nella corsa alla Casa Bianca, catturando l’1,6% del voto popolare (nel 2016, il candidato libertario Gary Johnson raccolse il 3,27% dei voti). Ciò le ha permesso di portare il ticket libertario sulle schede elettorali di tutti gli Stati dell’Unione, ma non è stato sufficiente per accedere ai dibattiti presidenziali.

 

Il Green Party

Il Partito Verde degli Stati Uniti nasce come federazione di molteplici partiti ambientalisti a livello statale. Si fonda su “quattro pilastri”saggezza ecologicagiustizia socialedemocrazia dal bassonon-violenza. I Verdi sostengono l’implementazione di un sistema sanitario universalistico, si battono per università pubbliche gratuite e per la cancellazione dei debiti studenteschi. Hanno inoltre elaborato un Green New Deal che prevede la transizione completa alle energie rinnovabili entro il 2030.

Quest’anno il candidato verde alla Presidenza è il sindacalista di New York Howie Hawkins (68 anni), che ha scelto come sua vice l’attivista Angela Walker (46 anni). Hawkins si è sempre distinto per la sua partecipazione a movimenti anti-militaristi e contro il nucleare, ed è stato in passato il candidato della piattaforma verde per diverse cariche, fra cui quella di Governatore di New York. In materia di politiche del lavoro, sostiene l’introduzione di un salario minimo di 20 dollari l’ora.

Il ticket presidenziale verde, composto da Howie Hawkins e Angela Walker

Con lo 0,4%, Hawkins si posiziona quarto nella media di RealClearPolitics (il culmine fu raggiunto nel 2000 da Ralph Nader, che raccolse il 2,7% del voto popolare). Il ticket verde sarà presente sulle schede elettorali di quasi tutti gli Stati, ad eccezione di Alabama, Alaska, Arizona, Georgia, Idaho, Indiana, Kansas, Kentucky, Montana, Nebraska, New Hampshire, North Dakota, Pennsylvania, Rhode Island, Virginia, Wisconsin e Wyoming (nei quali sarà comunque votabile col metodo write-in). Non sarà invece possibile votare i Verdi in Louisiana, Nevada, Oklahoma e South Dakota.

 

Il Constitution Party

Formatosi nel 1990 e inizialmente denominato Taxpayers’ Party, il Constitution Party si colloca in area conservatrice e si basa su un’interpretazione originalista della Costituzione. In materia ambientale, la piattaforma politica del partito asserisce che “è nostra responsabilità essere custodi prudenti, produttivi ed efficienti delle risorse naturali di Dio, ma rifiuta il consenso scientifico sui cambiamenti climatici. In campo economico, il partito sostiene il ritorno al Gold Standard, affermando che “la Costituzione impedisce agli Stati di accettare o utilizzare moneta che non sia agganciata all’oro o all’argento”. Il partito si oppone inoltre all’eutanasia e all’aborto, anche in caso di stupro o incesto.

Il 2020 è stato un anno particolarmente travagliato per il Constitution Party, dacché ha visto la scissione delle sezioni di Virginia, Idaho, South Dakota e Alaska, e lo scioglimento della sezione del Montana.

Una spilletta a sostegno del ticket presidenziale del Constitution Party

Repubblicano fino al 2018, Don Blankenship, candidato presidenziale del Constitution Party proveniente dal West Virginia, è un controverso uomo d’affari del settore carbonifero. E’ stato infatti coinvolto in numerosi conteziosi legali e, a seguito di una violenta esplosione in una miniera, ha scontato un anno di galera per aver violato gli standard di sicurezza federali. A correre insieme a lui William Mohr, un veterano del partito.

Non sarà possibile votare per il Constitution Party in Arizona, California, Connecticut, Delaware, Indiana, Kentucky, Maine, Maryland, Massachusetts, Montana, Nevada, New Mexico, North Dakota, Ohio, Oklahoma, South Carolina, South Dakota, Texas e Virginia. In linea eminentemente teorica, dunque, il Constitution Party potrebbe raccogliere al massimo 305 voti elettorali.

 

Altri candidati

Per il partito Socialismo e Liberazione – raggruppamento comunista di stampo leninista e dalle ambizioni rivoluzionarie – il ticket presidenziale è composto da Gloria La Riva e Sunil Freeman. Peculiarità di Socialismo e Liberazione è lo spiccato sostegno alla Cuba castrista. E’ votabile, secondo le diverse modalità, in molti Stati (per un totale teorico di 401 Grandi Elettori). Più in basso, Alliance – partito di centro – candida quest’anno l’uomo d’affari Rocky De la Fuente insieme allo storico Darcy Richardson. Il partito può raggiungere un massimo teorico di 292 Grandi Elettori.

Fra i candidati indipendenti annoveriamo Brock Pierce, imprenditore nel ramo delle criptovalute che vuole un’“America 2.0” che faccia delle nuove tecnologie il fulcro dei propri interessi, e il noto ed istrionico rapper Kanye West, in passato molto vicino al Presidente Trump. La sua piattaforma politica è incentrata su “cultura della vita” (opposizione all’aborto), economia sostenibile, lotta contro la “brutalità della polizia” e la pena capitale, legalizzazione della cannabis e diminuzione delle spese militari.

Kanye West inaugura la sua campagna elettorale a North Charleston, South Carolina

Scendendo nella scala di accessibilità ai Grandi Elettori, troviamo, per l’American Solidarity PartyBrian Carroll e Amar Patel. American Solidarity è un partito cristiano-democratico, le cui posizioni politiche ricalcano per molti aspetti quelle della CDU tedesca. Il candidato presidenziale Carroll si ispira al distributismo teorizzato dallo scrittore cattolico Gilbert Keith Chesterton in opposizione al capitalismo. Vi sono poi il Partito Socialista dei Lavoratori – formazione trozkista che candida Alyson Kennedy e Malcolm Jarrett – e Unity, partito centrista il cui ticket presidenziale è composto da Bill Hammons ed Eric Bodenstab.

Infine, meritano una menzione il Prohibition Party – fondato nel lontano 1869 e famoso per la sua storica opposizione alla vendita e al consumo di bevande alcoliche, i cui candidati sono quest’anno Phil Collins e Billy Joe Parker – e l’Oregon Progressive Party, che nel 2008 candidò l’icona dell’attivismo progressista Ralph Nader e che oggi esprime Dario Hunter e Dawn N. Adams.

 

Come funziona il write-in

I nomi di molti di questi candidati non saranno presenti sulla scheda elettorale, ma in vari casi sono votabili con l’opzione write-in, la quale consente al cittadino che si reca ai seggi (o che vota per posta) di scrivere manualmente sulla scheda il nome del suo candidato preferito. Se in alcuni Stati questa modalità di voto è esercitabile liberamente, altri richiedono un’apposita registrazione da parte del candidato e/o partito. Altri Stati ancora (fra cui, per citarne alcuni, Arkansas, Mississippi e Oklahoma) non permettono in ogni caso l’utilizzo del write-in.

Questa modalità, peraltro, viene spesso adoperata per segnalare un voto di protesta, scrivendo sulla scheda nomi di personaggi fittizi o defunti. E’ per esempio il caso del Governatore repubblicano del Maryland Larry Hogan, il quale, in dissidio con il proprio partito, ha dichiarato di aver votato Ronald Reagan.

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I poteri del Presidente degli Stati Uniti

In molti si sono posti questo quesito per capire di quali diritti e doveri disponga il leader del prima potenza mondiale. Nonostante gli USA siano una repubblica (federale) presidenziale, questo non significa che i poteri del Presidente siano illimitati.

Poteri esecutivi

Partiamo dalla tipica funziona attribuita al vertice di un esecutivo nazionale. È la stessa Costituzione a stelle e strisce che sancisce all’articolo 2

Del potere esecutivo sarà investito un Presidente degli Stati Uniti d’America. […] Egli curerà che le leggi siano fedelmente eseguite e darà ordini a tutti i funzionari degli Stati Uniti.

L’inquilino della Casa Bianca è pertanto posto a capo dell’apparato amministrativo a livello federale.

In questa funzione non è però solo: è difatti coadiuvato dal Gabinetto, composto dai Segretari (l’equivalente dei ministri) posti a capo dei vari rami dell’amministrazione (chiamati “Dipartimenti”), e dall’Ufficio Esecutivo, un organo consultivo composto dal Vicepresidente, consiglieri e alti funzionari e guidati dal Capo di Gabinetto, una figura nominata direttamente dal Presidente, a lui fedelissimo e che dirige l’intero personale al suo servizio.

Le persone preposte all’amministrazione dei Dipartimenti, al pari di qualsiasi funzionario di livello federale, non entrano però pienamente nell’esercizio delle loro funzioni senza l’approvazione del Senato (ricordiamo, composto da 2 Senatori per ciascun Stato) che fornisce il c.d. “advice and consent”.

L’atto per eccellenza del quale dispone il Presidente come capo dell’amministrazione federale è l’ordine esecutivo, una disposizione vincolante per indirizzare le politiche delle Agenzie governative.

Il primo della storia fu emanato da George Washington nel 1789, dove ordinò ai segretari dei dipartimenti di “impressionarlo con una chiara, completa e precisa panoramica degli affari degli Stati Uniti”. Ha forza di legge quando il Congresso delega al Presidente parte dei suoi poteri e sono impugnabili per violazione della Costituzione.

In politica estera gioca un ruolo fondamentale: non solo nomina gli ambasciatori ma può proporre e presiedere i negoziati con altri paesi. Gli accordi con quest’ultimi devono tuttavia ricevere l’assenso del Senato a maggioranza dei 2/3.

Il ruolo nella funzione legislativa

Il Presidente non può essere contemporaneamente membro del Congresso, da qui la conseguenza che non può proporre direttamente un disegno di legge (salva la annuale proposta di bilancio federale). Può avvalersi però di parlamentari a lui favorevoli per una presentazione indiretta; non è raro dunque vedere un Presidente redigere un disegno di legge e chiedere la disponibilità ai membri del Congresso per la sua presentazione.

Il potere più famoso nell’ambito in questione è senza dubbio quello di veto (il primo citato in Costituzione): il Presidente promulga le leggi entro 10 giorni dall’approvazione del Congresso oppure appone il suo “niet”.

In quest’ultimo caso, se il disegno di legge (bill) è riapprovato dal Congresso a maggioranza dei 2/3 (override), il Presidente è obbligato a firmare la legge.

Può anche non compiere alcun atto, ovvero non firmare ma nemmeno opporre il suo veto. In questo caso, gioca un ruolo fondamentale lo status del Congresso:

  • Se il Congresso è in sessione, il “bill” diventa norma a tutti gli effetti
  • Se i lavori del Congresso sono “rinviati” (adjourned), la restituzione del disegno di legge al ramo del Congresso proponente è impossibile dunque la norma non entra in vigore e de facto viene esercitato un veto (chiamato “pocket veto”) senza l’innalzamento della soglia di approvazione ai 2/3

Poteri giudiziari

Tipico potere di un Capo di Stato, attribuito anche a quello degli Stati Uniti, è quello di grazia.

Il Presidente può perdonare per crimini puniti da una legge federale (questo perchè la Costituzione specifica che sono graziabili i soli crimini compiuti “contro gli Stati Uniti”) con la sola esclusione dei casi di impeachment. La richiesta deve pervenire al Dipartimento di Giustizia.

Esercita di norma questo privilegio al termine del suo mandato (vedi Bill Clinton con Patty Hearst durante il suo ultimo giorno di presidenza) ma non è la regola (vedi Gerald Ford, succeduto al dimissionario Nixon a seguito dello scandalo Watergate, che graziò un mese dopo l’ingresso alla Casa Bianca). È controverso se il Presidente possa graziare se stesso.

Ma è mediante le nomine dei giudici federali (tra tutti i membri delle Corti di Appello e, soprattutto, gli Associate Justice della Corte Suprema) che il Presidente esercita la sua influenza sul ramo giudiziario. Tuttavia tali nomine, alla pari dei funzionari federali, devono essere approvate del Senato al fine di evitare una composizione politicamente orientata delle corti.

Commander in Chief

Il Presidente degli Stati Uniti è il Comandante in capo delle Forze Armate.

Per il tramite del Segretario della Difesa, dirige e dispone lo schieramento delle Forze Armate (si pensi che lo stesso Abraham Lincoln fu direttamente protagonista nell’elaborazione giornaliera delle strategie durante la guerra civile americana).

La Costituzione affida tuttavia la formale proclamazione della dichiarazione di guerra al Congresso, che esercita un controllo mediato anche mediante la voce in capitolo sulle autorizzazioni di spesa.

Dopo che la realtà dei fatti (si veda l’invasione di Panama del 1903, le guerre di Corea e Vietnam e i bombardamenti segreti in Cambogia) ha visto disattendere la funzione in capo al Senato, il Congresso ha approvato nel 1973 il c.d. War Powers Resolution (nonostante il veto del Presidente Nixon), che impone al Presidente di poter adoperare le Forze Armate all’estero soltanto previa dichiarazione di guerra del Congresso, “regolamentare autorizzazione” oppure in caso di “emergenza nazionale dovuta ad attacchi contro gli Stati Uniti, le sue Forze Armate, i suoi territori o possedimenti”.

Il Presidente deve notificare l’uso della forza al Congresso entro 48 ore e il dispiego delle Forze Armate in territorio straniero è proibito oltre il 60° giorno (con 30 giorni concessi per il ritiro) se nel frattempo non viene dichiarata formalmente guerra o viene garantito dal Congresso una autorizzazione all’uso della forza militare (AUMF).

In tempo di pace il Presidente ha inoltre facoltà di mantenere o ripristinare l’ordine in uno Stato federato, su richiesta del Governatore locale. Può disporre infine della federalizzazione della Guardia Nazionale locale qualora si renda necessaria la concreta e urgente attuazione di leggi federali, disattese in loco (avvenuta ad esempio durante il celebre “Stand in the Schoolhouse Door in Alabama nel 1963, dove il Governatore democratico Wallace, in attuazione della promessa “segregation now, segregation tomorrow, segregation forever”, si oppose alla porta d’entrata dell’Università dell’Alabama all’ingresso di due studenti afroamericani).

 

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USA2020, può un popolare Governatore consegnare il seggio del Senato del Montana ai democratici?

Nella sfida per il controllo della maggioranza al Senato la parola chiave per i Democratici è sempre stata la stessa: “enlarge the map”, ampliare il fronte d’attacco ovvero non limitarsi a quei seggi dove la vittoria sembra più probabile ma cercare l’effetto sorpresa anche in altri. Il Montana è uno di questi.

Background

Il Montana, o “Big Sky Country”, è un piccolo/grande stato del Nord-Ovest degli Stati Uniti. Piccolo per popolazione (con poco più di 1 milione di abitanti, è il 43° per numero di abitanti) ma grande per territorio (4° nel paese), è uno stato con un peso elettorale limitato, soprattutto a livello Presidenziale o di Camera Bassa, ma molto importate per il controllo del Senato. È uno stato che vota decisamente conservatore a livello Presidenziale (nel dopoguerra i Democratici hanno vinto solo in due occasioni, nel 1964 con Lyndon Johnson e nel 1992 con Bill Clinton, mentre Donald J. Trump ha vinto con ben 20 punti di distacco su Hillary Clinton), ma che per quanto riguarda le elezioni di Governatori e Senatori ha sempre guardato di buon occhio quei democratici moderati con radici profonde nella storia agricola e country del territorio. Soprattutto a livello Senatoriale infatti il Montana ha storicamente eletto tanti Democratici, anche quando votava per Reagan o Bush; basti pensare a come, solo fino a pochi anni fa (fino al 2014) i due Senatori di questo stato fossero entrambi Democratici. Ed è proprio su questa tradizione tipica del Montana che puntano i Democratici che, per battere il Senatore uscente Steve Daines, sono riusciti a reclutare l’unico candidato che può davvero batterlo.

I candidati

Ma partiamo col parlare di Steve Daines, il Senatore Repubblicano uscente. Ex deputato dello Stato (ricordiamo che il Montana, avendo una popolazione molto bassa, è rappresentato da un solo Deputato ma due Senatori) fra il 2013 e il 2015, Daines è stato eletto come successore dello storico Senatore Democratico dello Stato Max Baucus nel 2014, in maniera abbastanza convincente (57-40). Da allora è sempre stato un Senatore abbastanza “anonimo”, ha lavorato per il suo stato senza mai apparire troppo sulle frontline del dibattito politico, da bravo backbencher. È un Senatore decisamente conservatore, ed un grande supporter del Presidente Donald J. Trump col quale ha votato quasi nella totalità dei casi. È fortemente contrario all’aborto, favorevole allo sviluppo delle risorse naturali dello stato, al porto d’armi e rifiuta che esista una teoria accettata a livello scientifico sul cambiamento climatico. Daines non è certamente un candidato particolarmente carismatico, ma l’attesa ampia vittoria di Donald J. Trump nello Stato potrebbe aiutare ad essere riconfermato per un secondo mandato.

I Democratici sono riusciti però a convincere, dopo una iniziale titubanza, l’attuale Governatore Steve Bullock a candidarsi. Bullock, proprio come l’altro Senatore in carica Jon Tester, è un esponente democratico molto popolare nello stato avendo vinto due mandati consecutivi (anche se con scarti minimi) riuscendo a controbilanciare la forte tendenza Repubblicana dello Stato. Essendo poi tutt’ora in carica Bullock sta ricevendo notevole pubblicità dall’attuale lotta al coronavirus, essendo sempre in televisione per i bollettini quotidiani sull’andamento dell’epidemia. Secondo i sondaggi più recenti sulla popolarità, il Governatore Bullock piace ad una maggioranza degli abitanti dello Stato che approvano del suo operato per 60-37, mentre l’approvazione per il lavoro svolto dal Senatore Daines è leggermente più bassa 52-41. E’ interessante in particolare notare che mentre solo l’11% dei Democratici approva del Senatore Daines, ben il 25% dei Repubblicani approva del lavoro svolto dal Governatore Bullock e che invece, all’interno dei propri partiti, Bullock sia sostenuto da ben il 98% dei Democratici, contro l’86% di Daines fra i Repubblicani. Basterà questa grande popolarità del Governatore uscente a garantire una vittoria per i Democratici?

Non ci sono altri candidati alla carica, avendo il Partito Libertario deciso di ritirare il proprio.

I sondaggi in Montana

Ma cosa dicono i sondaggi sul Montana?

Partiamo col dire che Donald J. Trump vincerà facilmente le elezioni Presidenziali, e questo risultato non è nemmeno in discussione. La domanda è: ci saranno abbastanza Repubblicani che voteranno “disgiunto” per consentire a Bullock di vincere questo importante seggio?

Secondo la media calcolata da RCP il seggio è decisamente in bilico, con tutti i più recenti sondaggi che variano da Bullock +1 (quindi vittoria Democratica) a Daines +3 (quindi una riconferma sul filo del rasoio per il Senatore uscente). La stima di Nate Silver di 538 è anche simile, anche se favorisce leggermente il Senatore Daines che avrebbe il 66% di probabilità di vincere la sfida.

Se dovessimo sbilanciarci su questa sfida diremmo che è un Toss-Up ma con una leggere tendenza verso i Repubblicani (Tilt R). Una cosa è certa: i Democratici non devono necessariamente vincere in Montana per conquistare la maggioranza, ma se i Repubblicani perdessero, ci ritroveremmo davanti a una maggioranza democratica alla Camera Alta probabilmente più grande del previsto.