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Sondaggio EMG: più fiducia nella Meloni che in Conte, 2 punti tra Fdi e M5S

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Biden non sfonda a Sud ma regala qualche sorpresa

Nei mesi precedenti le elezioni, si è parlato molto della cosiddetta Sun Belt come di una delle aree chiave insieme alla Rust Belt dei Grandi Laghi. Nella presente analisi tratteremo di 5 stati chiave che hanno animato la corsa elettorale nei giorni precedenti e successivi al 3 novembre 2020: Georgia, Florida, Texas, Nevada e Arizona.

Alcuni trend generali a livello nazionale trovano conferma nella Sun Belt. In particolare, le donne hanno preferito Biden mentre gli uomini Trump. I bianchi hanno generalmente preferito Trump mentre gli afroamericani, gli asiatici e i latinos hanno favorito Biden. Come vedremo però quest’ultimi sembrano avere favorito meno i Democratici rispetto alle elezioni passate. Poche sorprese arrivano da altri dati demografici e sociali. I giovani hanno votato di più per Biden mentre le fasce più anziane per Trump. Allo stesso tempo coloro con un titolo universitario hanno preferito Biden mentre coloro senza preferiscono Trump. Secondo l’affiliazione politica, gli indipendenti sembrano aver favorito Biden. Per concludere, le grandi città votano per i Democratici, mentre parte dei suburbs e le aree rurali per i Repubblicani.

 

Georgia

Era dal 1992 che un candidato presidenziale democratico non conquistava il Peach State. Una volta finito lo scrutinio dei voti (insieme al riconteggio annunciato dal Segretario di Stato della Georgia), Biden dovrebbe confermare il proprio vantaggio di circa 14’000 voti (+0,3%). Quattro anni fa, il Presidente Trump vinse lo stato con oltre 200’000 voti di vantaggio (+5,1%).

A cosa si deve dunque un cambiamento così repentino e così marcato? La mobilitazione su larga scala della comunità afroamericana (che, secondo gli exit polls, è per l’88% favorevole a Biden) sembra essere la risposta, e in questo senso il lavoro svolto sul terreno dalla democratica Stacey Abrams non può essere sottostimato. Ciò che ne risulta è un considerevole rafforzamento dell’Asinello nell’area metropolitana di Atlanta e nelle contee limitrofe.

Nella contea di Fulton (Atlanta), il candidato democratico passa da +41,6% a +46,5%, e allo stesso modo migliora nella contea solidamente democratica di Delkab. Più vistosamente, i Dem passano da +5,9% a +18,2% a Gwinnett, da +2,4% a 11,9% a Newton, da +26% a +40,8% a Rockdale, da +4,4% a +20,4% a Henry e da +2,2% a +14,3% a Cobb.

Scendendo più a Sud, non si registrano cambi di colore (ad eccezione della contea di Burke, che passa dal +2,6% di Clinton al 1,8% di Trump), ma si ripete lo stesso schema di cui sopra, che vede i Democratici guadagnare posizioni nelle aree urbane e suburbane di Augusta, Columbus e Savannah. Un consolidamento dato da un’affluenza elevata (specie appunto fra gli afroamericani), che si è rivelata decisiva per consegnare a Joe Biden una vittoria per il rotto della cuffia in uno stato del “Profondo Sud”.

 

Florida

La Florida, il terzo stato più popoloso degli Stati Uniti e “battleground state” per eccellenza, e i suoi 29 Grandi Elettori hanno confermato il voto del 2016.

Nel 2016 lo stato fu vinto da Trump con un margine del 1,2% e circa 112.000 voti di differenza (49,02% vs 47,82%). Nel 2020 la Florida si è spostata più a destra confermando la vittoria di Trump la notte stessa delle elezioni (grazie al fatto che lo stato non deve aspettare il giorno delle elezioni per iniziare contare i voti postali). Il Presidente Trump si è imposto con il 51,2% contro il 47,8% di Biden e con circa 370.000 voti di distacco, triplicando il margine del 2016.

Grazie all’affluenza record sia Trump sia i Democratici hanno migliorato il risultato del 2016. Biden ha ricevuto circa 800.000 voti in più di Hillary Clinton mentre Trump si è migliorato di più di un 1 milione di voti vincendo così la sfida.

L’ottimo risultato di Trump è strettamente collegato al voto degli ispanici con i quali ha avuto una migliore performance rispetto al 2016. Il suo messaggio basato sulla paura del socialismo ha fatto breccia in alcuni segmenti del voto latino particolarmente forti in Florida. Tra questi si contano soprattutto i Cubano-Americani. Ma non vanno dimenticati anche i latinos di origine colombiana, molti dei quali hanno lasciato il paese Natale durante la feroce guerra con la guerriglia comunista delle FARC. La contea di Miami-Dade, la più popolosa dello stato, è il perfetto esempio di questo supporto generalizzato tra molti latinos. Nonostante Biden abbia vinto la contea, il candidato democratico ha fatto nettamente peggio della Clinton, perdendo circa 10 punti percentuali. Questo ha significato che il vantaggio di circa 300.000 voti che la Clinton aveva nella contea si è ridotto a soli 100.000 voti.

Al contrario, Biden ha migliorato il risultato dei Democratici in contee dove la maggioranza della popolazione è bianca (le contee di Okaloosa, Santa Rosa e Escambia per esempio) e nei sobborghi sempre bianchi di Jacksonville (contee di St. Johns e Clay).

Solo tre contee possono essere identificate come pivot – ovvero che cambiano colore – e tutt’e tre sono passate da Trump a Biden: Duval (Jacksonville), Seminole (suburbs di Orlando) e Pinellas (St. Petersburg).

 

Texas

Il lento cambiamento demografico del Lone Star State va pian piano traducendosi in un cambiamento politico, dato anzitutto da aree urbane e suburbane sempre più favorevoli ai Democratici, anche grazie a una rimarchevole immigrazione proveniente dalla California.

L’Asinello, tuttavia, dovrà ancora lavorare per tingere di blu il Texas. Quest’anno, infatti, è il Presidente Trump ad aggiudicarsi lo stato con 5’865’913 voti (il conteggio non è definitivo), che migliorano in termini assoluti la performance del Partito repubblicano rispetto al 2016. In termini percentuali, però, è il Partito democratico a guadagnare ben tre punti, passando dal 43,5% al 46,4% e posizionandosi poco più di 600’000 voti dietro il Partito repubblicano.

La mappa elettorale si riconferma a grandi linee quella del 2016. Le contee lungo il confine messicano e le grandi città rimangono democratiche, mentre il corpo centrale del Texas e la sua propaggine settentrionale sono un grande mare rosso. Curiosamente, la piccola Roberts County, nel Nord, mantiene il primato di contea più repubblicana degli Stati Uniti, assegnando al ticket Trump-Pence il 96,2% dei voti (nel 2016 fu il 95,3%).

All’interno di ogni singola contea, tuttavia, si osservano importanti cambiamenti. Va in primo luogo considerata l’espansione democratica nei sobborghi. Fort Bend, fuori Houston, passa dal +6,7% di Clinton al +10,7% di Biden. Le contee di Williamson e Hays, sobborghi di Austin, cambiano invece colore, passando rispettivamente da +9,8% e +0,9% per Trump a +1,3% e +10,8% per Biden. Stessa cosa nella contea di Tarrant, a pochi chilometri da Dallas, dove il +8,6% di Trump nel 2016 si tramuta in un +0,2% di Biden.

Al contrario, ciò che forse più sorprende è l’ottima perfomance di Trump nelle contee lungo il confine con il Messico, le quali constano di un’elevata percentuale di ispanici. In particolare, le contee di Cameron, Hidalgo e Starr – che pur rimangono democratiche – registrano lo spostamento più significativo verso il GOP, scendendo rispettivamente da +32,5%, +40,5% e +60,2% per Clinton, a +13,1%, +17,6% e +5% per Biden. Rimane repubblicana invece la contea di Hudspeth, adiacente al territorio di El Paso, passando però da +20,5% a +34,5%. Vi sono infine, anche in quest’area, alcuni cambi di colore. Le contee di Reeves, Val Verde, Frio, La Salle, Jim Wells, Zapata, Kleberg e Kenedy – infatti – passano dal blu al rosso.

Nonostante la retorica tagliente sull’immigrazione, gli exit polls del New York Times mostrano che il 41% degli ispanici texani ha preferito Trump e ciò sarebbe dovuto allo spiccato conservatorismo sociale e religioso di molte comunità latine.

 

Nevada

Il Nevada, con i suoi 6 Grandi Elettori, ha confermato una tendenza che si vedeva da qualche anno. Infatti, per la quarta volta consecutiva dovrebbe confermare i Democratici come vincitori. Ad onore del vero, mancano ancora alcuni voti da contare ma il vantaggio di Biden è solido e tutti i network gli hanno già assegnato lo stato.

Nel 2016 Hillary aveva vinto il Nevada con il 47,9% rispetto al 45,5% di Trump. Al momento Biden è davanti a Trump più o meno con lo stesso margine percentuale (50,2% vs 47.5%) del 2016. Il margine potrebbe aumentare considerando che la maggioranza dei voti da contare arriverebbero da Clark County, la contea di Las Vegas nonché la più popolosa dello stato e storicamente democratica.

Entrambi hanno aumentato sostanzialmente il numero dei voti, in linea con un aumento generalizzato dell’affluenza. Nonostante manchino al conteggio alcuni voti, Biden ha già ampliato in termini assoluti il margine con Trump rispetto al 2016. I Democratici sono passati da un vantaggio di circa 27.000 voti ad uno di circa 36.000.

Gli incrementi più consistenti per Biden sembrano essere arrivati dalle contee occidentali che si affacciano sul lago Tahoe. Stiamo parlando sia delle contee repubblicane di Douglas (Gardnerville) e Carson City sia della contea di Washoe (Reno), la seconda più popolosa dello stato e dove Biden ha vinto più convincentemente che la Clinton nel 2016 (il margine è passato da 1,3% a 4,7%).

Per concludere, in Clark County Biden mantiene lo stesso vantaggio percentuale di Hillary (circa il 10%) con circa 90.000 voti di vantaggio (rispetto agli 80.000 di Hillary), ma come scritto in precedenza potrebbe aumentare con lo spoglio finale dei voti.

Nessuna contea può essere identificata come pivot. Inoltre, una particolarità del Nevada è che i suburbs hanno preferito Biden rispetto a Trump, in controtendenza con il trend generale.

 

Arizona

L’Arizona, fin da subito identificata come battleground state visti i risultati recenti, non ha tradito le aspettative. La vittoria finale si gioca sul filo del rasoio e lo stato non è ancora stato assegnato dai maggiori networks. Biden è leggermente in vantaggio e bisognerà vedere se lo spoglio finale confermerà questa tendenza. Il risultato è particolarmente sorprendente in quanto l’Arizona è sempre stata fortemente repubblicana. Solo Bill Clinton nel 1996 era riuscito a rompere il predominio repubblicano che durava ininterrottamente dal 1952.

Nel 2016 Trump aveva vinto lo stato con un margine del 3,5% (48,1% vs 44,6%) mentre al momento Biden lo guida con un margine dello 0,4% (49,4% vs 49%). Non è bastato a Trump aumentare il proprio bottino di circa 390.000 voti per mantenere il l margine di circa 90.000 voti che aveva nel 2016. Biden, infatti, aumentando i suoi voti di circa 500.000 unità adesso è davanti con un margine di circa 13.000 voti.

Biden registra i suoi incrementi migliori nella contea di Pima (Tucson) e nelle contee con una forte presenza di Nativi Americani come Coconino, Cochise e La Paz. Al contrario i risultati peggiori (pur vincendola) arrivano dalla contea di Santa Cruz, la più ispanica dello stato. Questo dato conferma lo scarso appeal di Biden nella comunità dei latinos, anche d’origine messicana.

Il vero centro della contesa però è stata Maricopa County, la contea della capitale Phoenix, la quinta città più popolosa degli Stati Uniti, ed unica contea pivot dello stato. Al momento Biden è davanti con 2,3% punti di vantaggio quando invece Trump aveva vinto la contea nel 2016 con il 2,8% di vantaggio. Se il risultato finale dovesse essere confermato, Phoenix potrebbe essere considerata senza dubbio la contea chiave per il successo democratico.

Una particolarità dell’Arizona è che a differenza degli altri stati, gli uomini non hanno preferito Trump. Da quando si vede dagli exit polls del New York Times, gli uomini si sono divisi equamente tra i due candidati (49% vs 49%).

Trump

USA2020, le strategie e azioni legali di Trump per spodestare Biden

Nella mattina di sabato 7 novembre, i principali mass media statunitensi annunciavano la vittoria di Joe Biden. Ma non tutti hanno reagito allo stesso modo: il presidente Trump non ha riconosciuto la vittoria e ha annunciato una battaglia legale. Vediamo i fatti.

I risultati delle elezioni

Con il 96% dei voti contati alle 22 e 30 del 10 novembre EST, il ticket elettorale Biden-Harris ha battuto quello uscente composto da Trump e Pence. L’ex Vicepresidente si è aggiudicato 279 Grandi elettori contro i 214 di Trump. I 6,6 milioni di voti ancora da esaminare determineranno la sorte dei 45 Grandi elettori ancora da assegnare.

Il presidente-eletto Joe Biden e la vicepresidente-eletta Kamala Harris

Prima ancora del giorno delle elezioni, il presidente aveva dichiarato che temeva che ci sarebbero stati brogli da parte dei Democratici. Questa visione è stata amplificata dal dilemma dei voti per posta ed è stata sostenuta da una parte dei Repubblicani e da politici di destra di varie parti del mondo.

Il 7 mattina, mentre fioccavano le congratulazioni a Biden e Harris, Trump twittava di aver vinto le elezioni e con un grosso margine.

I tweet di Trump

Come sua abitudine, Trump ha sfruttato Twitter per dare sfogo alle sue proteste. Il presidente ha scritto più e più volte di aver vinto, che le elezioni erano state truccate e che i Dem stavano rubando la presidenza. Twitter in risposta ha etichettato i tweet del presidente come contenenti falsità o inesattezze.

Trump tweet

“VINCEREMO”, tweeta Trump

L’umiliazione più grande è arrivata quando sotto a un tweet dove si proclamava vincitore, appariva la scritta che l’Associated Press aveva dichiarato vincitore Joe Biden. Perdendo la presidenza, Donald Trump perderà anche alcuni benefici derivanti dallo status di persona “molto rilevante” e quindi potrebbe anche vedersi cancellato l’account dal social.

Le prime mosse di Trump

Già il 4 novembre, il presidente dichiarava la vittoria in Pennsylvania forte di un vantaggio di 675000 voti. Questo nonostante mancassero ancora più di un milione di voti da esaminare. Lo stesso annuncio veniva fatto per la Carolina del Nord e la Georgia, nonostante lo stesso problema.

Il giorno dopo, un giudice federale della Pennsylvania ha respinto un ricorso del team elettorale di Trump per chiedere il blocco del conteggio dei voti nello Stato. La motivazione di tale ricorso era la presunta assenza di osservatori Repubblicani durante le operazioni di scrutinio. Tuttavia, durante l’udienza gli stessi avvocati del partito hanno ammesso che gli osservatori erano presenti.

Rudy Giuliani, sindaco di New York durante l’attacco alle Torri gemelle e principale legale di Trump

Il 6 novembre Biden soprassa Trump in Pennsylvania e Georgia a scrutini ancora in corso, con i voti “in assenza” (absentee votes: sistema di voto che permette di votare per posta a persona che non possono farlo fisicamente nel giorno delle elezioni) che sembravano favorire lo sfidante.

Il giorno stesso, il Segretario di Stato della Georgia annunciava che dato il margine risicato tra i contendenti, si sarebbe proceduto al riconteggio dei voti. Da notare che questa pratica avviene per legge in diversi Stati, quando la differenza è uguale o inferiore all’1%. Nonostante ciò, il responsabile del sistema elettorale dello Stato affermava che non c’era traccia di irregolarità nei voti.

Sempre il 6, il giudice associato della Corte Suprema Samuel Alito, ordinava alla Pennsylvania di separare le schede elettorali arrivate in ritardo, a fronte della disputa sulla legittimità dell’estensione di tre giorni della scadenza per l’arrivo degli stessi.

Il fronte Repubblicani in disaccordo con Trump

Non tutte le voci del partito del presidente hanno sostenuto la tesi dei brogli. Tra le voci più “pesanti” che hanno definito indifendibile la reazione del presidente troviamo:

  • Rick Santorum: ex senatore, arrivato secondo dietro Romney nelle primarie repubblicane del 2012
  • Ben Sasse: senatore del Nebraska
  • Mitt Romney: ex governatore del Massachusetts, senatore per lo Utah, ex sfidante di Obama nel 2012 e unico repubblicano a votare a favore dell’accusa di abuso di potere di Trump durante l’impeachment
  • Larry Hogan: governatore del Maryland
  • Chris Christie: governatore del New Jersey

Mitt Romney, uno dei pezzi grossi repubblicani contro Trump

Secondo la CNN, anche lo stesso genero del presidente Jared Kushner (che ricopre anche il ruolo di consulente senior dello stesso) e la stessa Melania Trump avrebbero privatamente cercato di convincerlo ad accettare la sconfitta. Sempre secondo la CNN, Trump sarebbe conscio della sconfitta ma fermo nel voler andare avanti nella battaglia legale.

Il fronte pro Trump

Oltre ai membri della sua amministrazione e il suo team legale, altri importanti repubblicani hanno assecondato e difeso le accuse di brogli. Tra questi spiccano:

  • Lindsey Graham: senatore della Carolina del Nord ed ex oppositore di Trump quando questi aveva avuto parole poco lusinghiere per il defunto senatore McCain
  • Ted Cruz: senatore del Texas e anch’esso ex oppositore dell’allora candidato alle primarie Trump. Quest’ultimo aveva anche accusato il padre di Cruz di aver avuto un ruolo nell’omicidio di JFK. Tuttavia in seguito diventato uno dei suoi principali sostenitori
  • Kevin McCarthy: attuale leader repubblicano alla Camera
  • Mitch McConnell: leader dei Repubblicani al Senato, che ha affermato che Trump ha diritto di accusare di brogli e di valutare mosse legali

Mitch McConnell, strenuo sostenitore di Trump

Complotti e debunking

Molte delle prove di presunti brogli sono state prontamente “sbugiardate”. Il Presidente Trump ha dichiarato che contando i voti legali, il vincitore era lui mentre contando quelli illegali loro (i Dem) stavano cercando di rubare le elezioni. Trump ha anche definito sospetto che la maggioranza dei voti per posta fosse per Biden. Tuttavia, questo fenomeno è in linea con le tendenze dei democratici di votare per posta più di quanto facciano i repubblicani. Il cosiddetto “blue shift”.

Alcuni esempi di accuse smentite sono:

  • quella del Breitbart News che sosteneva che nella contea di Fulton in Georgia, Biden avesse ricevuto 3000 voti extra dopo un presunto errore di conteggio. In realtà i voti in questione erano solo 342 e non è stato specificato per quale candidato fossero
  • un video diventato virale che ritraeva un operatore dei seggi intendo a riempire un’urna elettorale, poi scoperto essere un travaso di schede da un’urna danneggiata a un’altra
  • accuse di voti sotto il nome di persone morte ma con dati poi rivelatisi incorretti e quindi l’accusa smontata

La strategia di Trump

Il team legale di Trump, capitanato dall’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, è quella di contestare la validità dei voti per posta. Su questo sentiero ricadono le cause intentate in Pennsylvania, Nevada, Michigan e Arizona. Proprio nel primo di questi Stati, ovvero quello che ha dato la vittoria al ticket Biden-Harris, Giuliani e co. hanno denunciato un presunto doppiopesismo tra voti in persona e per posta. La tesi è che per i secondi gli scrutinatori abbiano usato metodi più superficiali per verificarne la validità.

Un’arma a favore di Trump è arrivata da Bill Barr, procuratore generale degli Stati Uniti (equiparabili al nostro ministro della Giustizia. Barr ha autorizzato i pubblici ministeri federali a far partire le indagini per accertare la presunta irregolarità del voto. Lo stesso Barr ha dichiarato che questa iniziativa non deve leggersi come un’ammissione del possesso di prove delle frodi ma solo come un modo per ampliare i margini di manovra degli Stati.

In segno di protesta all’annuncio di Barr, sono arrivate le dimissioni di Richard Pilger. Questi era l’alto funzionario del Dipartimento della Giustizia a cui sono affidate le indagini sui brogli. Pilger ha accusato Barr di aver rotto il patto di neutralità del Dipartimento, dato che le indagini sono sempre state lasciate in mano agli Stati.

La Corte Suprema come ultimo baluardo trumpiano

L’ultimo asso nella manica di Trump è continuare a lottare fino a portare la sfida alla Corte Suprema. Lì i repubblicani hanno la maggioranza con sei giudici su nove, tra cui il presidente John G. Roberts. Forte anche della recente nomina di Amy Coney Barrett, al posto della recentemente scomparsa Ruth Bader Ginsburg, Trump spera di poter riacciuffare la vittoria con l’eventuale giudizio della Corte Suprema.

I Grandi elettori in gioco

Molti osservatori hanno affermato che le possibilità di un ribaltamento del risultato elettorale siano bassissime. Biden gode di 279 Grandi elettori e può arrivare a 306. In Georgia (16 elettori) e Arizona (11) lo scrutinio è ancora in corso ma anche con quei voti, Trump non riuscirebbe a superare Biden. Nella giornata dell’undici, i media americani hanno dato la vittoria in Alaska a Trump ma questo porta solo tre Grandi elettori. L’importanza di questa vittoria sta più nella conferma del senatore repubblicano Dan Sullivan che non per la campagna presidenziale.

Come finirà?

Entro l’8 dicembre dovranno concludersi tutti i contenziosi legali e i riconteggi, per rispettare le date canoniche del processo elettorale. Il 14 dovrebbe poi venire ufficialmente dichiarato il vincitore. In questa data, i Grandi elettori si riuniranno e, dichiarando i risultati del loro Stato di appartenenza, determineranno il futuro presidente degli Stati Uniti.

Alcune voci parlano di un Trump pronto a candidarsi di nuovo nel 2024 in caso di sconfitta. Questa ipotesi è caldeggiata da una larga fetta del suo partito che non vuole rinunciare ai settanta milioni di voti presi dal presidente uscente.