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I sondaggi avevano ragione?

Ci sono voluti giorni prima di conoscere l’esito finale delle elezioni USA ma, alla fine, la vittoria di Joe Biden è stata netta. Davvero, come molti sostenevano da una prima analisi, i sondaggi hanno sbagliato le previsioni di questa importante tornata elettorale?

L’attenzione che viene prestata ai sondaggi d’opinione al giorno d’oggi evidenzia chiaramente quanto questi metodi statistici siano ritenuti importanti strumenti d’indagine all’interno delle nostre società. Quattro anni fa i sondaggi fallirono in alcuni stati, non riuscendo a prevedere quella che i trumpiani chiamarono la «maggioranza silenziosa». Quest’anno, nelle elezioni 2020, gli analisti non attendevano un così serrato testa a testa fra Trump e Biden. In un Paese con oltre 150 milioni di elettori, le elezioni sembrano essere state decise da poche decine di migliaia di voti in alcuni di stati chiave. Una divergenza fra sondaggi e risultati reali quindi c’è stata. Ma in quale misura?

Per capirlo, abbiamo deciso di confrontare i risultati elettorali con le ultime previsioni dei 5 fra i maggiori aggregatori di notizie americani: CNN, New York Times e FiveThirtyEight.

CNN/SSRS

Secondo gli ultimi sondaggi condotti da SSRS per CNN aggiornati al 2/11 troviamo situazioni discordanti dalla realtà in alcuni stati chiave:

-In Wisconsin il risultato pronosticato vedeva Biden forte del 52% delle preferenze. Quello che balza all’attenzione però è la forte sottostima attribuita a Trump, pari al 42%.

-In Pennsylvania la vittoria era correttamente attribuita a Biden con il 50% dei voti, sottostimando però la forza del presidente uscente (dato al 44%) e conseguente testa a testa fra i due candidati.

-La Florida veniva anticipatamente assegnata a Biden con il 49% delle preferenze, mentre per Trump era previsto il 46%.

-In Georgia la stima prevista per il presidente uscente Trump veniva incorrettamente attestata al 46%.

-In Arizona i sondaggi condotti per la Cable News Network mostravano un vantaggio del 3% fra i due candidati. Biden veniva quindi correttamente stimato intorno al 49%, rincorso da Trump con il 46% delle preferenze.

-La Nord Carolina veniva assegnata a Biden con il 50% delle preferenze, mentre per Trump erano previste circa il 46% di quest’ultime.

New York Times/Siena Polls

I sondaggi del quotidiano newyorkese, all’indomani del 2/11, si esprimevano invece in questo modo:

-In Wisconsin i risultati attesi mostravano un distacco di oltre 10 punti tra Biden e Trump, con il candidato Democratico stimato al 52% mentre quello Repubblicano al 41%.

-Nel Michigan lo scarto previsto in favore di Biden era di 8 punti percentuali, con il presidente uscente stimato al 41% mentre il suo rivale democratico al 49%.

-In Pennsylvania era previsto un ampio margine di vittoria per Joe Biden su Donald Trump, rispettivamente quantificata in un 49% delle preferenze contro un 43%.

-La Florida veniva attribuita a Biden con un vantaggio di oltre 2 punti percentuali sullo sfidante Trump. La stima era del 47% per il candidato democratico rispetto al 44% circa di quello repubblicano.

-In Georgia era inizialmente previsto un testa a testa fra i due candidati principali, attestati entrambi al 45%. Successivamente la proiezione venne aggiornata in favore di Biden, con uno scarto di circa il 2% sul suo avversario.

-In Arizona la stima del quotidiano newyorkese prevedeva una vittoria di Biden con un margine di distacco di almeno il 3% su Trump.

-Anche in North Carolina le ultime stime davano Biden vincente, con uno scarto del 2% dal suo sfidante Trump. La previsione era quella di un Biden forte del 49% delle preferenze, contro un Trump che si attestava intorno ad un 47% scarso.

FiveThirtyEight

Tenendo sempre come data di riferimento il 2 novembre, il sito specializzato in sondaggi non si è discostato molto dalla situazione mostrata dagli altri giornali ed emittenti:

-In Wisconsin Biden aveva un vantaggio dell’8% su Trump, prevendendo un risultato di 52% a 44% per il candidato democratico.

-Anche in Michigan Biden aveva un ampio vantaggio sul presidente Trump di circa 8%.

-L’unico stato della Rust Belt in cui si prevedeva un margine inferiore al 5% era la Pennsylvania in cui Biden aveva il 50% dei voti mentre Trump si prevedeva ne ottenesse il 46% circa.

-Il vantaggio di Biden in Florida era risicato e di soli due punti percentuali e mezzo. Avrebbe dovuto ottenere il 49% mentre Trump il 46.5% dei voti.

– In Georgia l’ex vicepresidente americano doveva prevalere col solo 1% in più rispetto a Trump.

– In Arizona Biden era dato vincente di circa 3 punti percentuali con i candidati che si attestavano al 49% e al 46%, rispettivamente per Biden e Trump.

– Infine, nella Carolina del Nord, il candidato democratico ancora una volta prevale su Trump con uno scarto previsto del 2% in più del rivale.

I sondaggi non sono più efficaci?

Ciò che si evince dal quadro delineato dai sondaggi era dunque una situazione in cui Biden avrebbe dovuto vincere abbastanza agilmente le elezioni presidenziali americane, ma invece, così come successo nel 2016, i sondaggi elettorali non sono stati in grado di dare percentuali affidabili e di misurare efficacemente il grado di preferenza degli elettori nei confronti dei due candidati.

In quasi tutti gli stati che abbiamo analizzato, differentemente dalle previsioni, ci sono stati dei testa a testa tra i candidati. In alcuni casi come il Wisconsin e la Georgia la tornata elettorale si è decisa per una manciata di voti, mentre in altri casi come la Florida e la Carolina del Nord, Trump è riuscito a ribaltare i pronostici e aggiudicarsi abbastanza facilmente i grandi elettori. La Rust Belt (Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e il Minnesota) era stata pronosticata come una vittoria facile per il candidato democratico, che invece ha faticato non poco nei tre stati che abbiamo analizzato.

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Austria, il Governo vara misure di contrasto agli estremismi

È attraverso il proprio profilo Twitter che il Cancelliere federale Sebastian Kurz, a seguito del vertice anti-terrorismo organizzato dal Presidente francese Emmanuel Macron, sceglie di condannare gli attentati subiti nella Capitale lo scorso 2 novembre.
Un modus operandi, quello emerso dal summit, che vede l’esecutivo annunciare una serie di misure drastiche volte a stigmatizzare apertamente l’ennesima rivendicazione a firma del sedicente Stato Islamico, costata la vita a 4 persone.

La presa di posizione

Come si legge dal tweet, “nella lotta contro l’Islam, creeremo un ‘reato di Islam politico’ per agire contro coloro che non sono essi stessi terroristi, ma che creano il terreno fertile per questo”.
Una reazione forte e di impatto ritenuta indispensabile al fine di risolvere, o quantomeno contenere, le marcate lacune nella sicurezza percepite a seguito dell’attentato.

Tra le misure previste, che saranno soggette a votazione in Parlamento a dicembre , continua il giovane leader, “ci saranno ulteriori possibilità di chiusura dei luoghi di culto, l’introduzione di un registro degli Imam ritenuti pericolosi, sarà rafforzata la legge sui simboli e sulle associazioni e saranno prese misure per arginare i flussi finanziari per il finanziamento del terrorismo”.
Pugno duro, pertanto, per chi sia condannato per reati di terrorismo, con la possibilità di detenzione a vita o di sorveglianza elettronica anche dopo aver scontato la pena se “non completamente de-radicalizzato”, e possibilità di revoca della cittadinanza.

Una lotta che impone di far fronte comune

Kurz, che già all’indomani dell’attentato aveva affermato di volere unire le forze nella “guerra contro l’Islam”, ha trovato in Emmanuel Macron l’interlocutore più consapevole e battagliero nell’indicare una nuova risposta europea al fenomeno.
Per Macron si rende necessario l’ampliamento di banche dati comuni e del conseguente scambio di informazioni, mentre idee diverse arrivano dal Premier olandese Mark Rutte e dalla cancelliera Angela Merkel, che propendono invece per un rafforzamento dei controlli ai confini dello spazio Schengen. Anche il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è espresso in merito, suggerendo di creare un istituto idoneo a formare gli Imam in Europa.
Ad ogni modo, ciascuna delle suindicate proposte dovrebbero essere presentate al Consiglio europeo del 10 dicembre.