Parlamento Europeo condanna la sentenza sull’aborto in Polonia

In una risoluzione adottata a maggioranza (455 favorevoli, 145 contrari e 17 astenuti), il Parlamento europeo critica fortemente la sentenza emessa il 22 Ottobre scorso dalla Corte costituzionale polacca, che decretava l’illiceità dell’aborto anche in caso di gravi malformazioni del feto.

I parlamentari UE sostengono che le nuove restrizioni all’aborto mettono a repentaglio “la salute e le vite delle donne”, dato che in Polonia la maggior parte degli aborti (1’074 su 1’110 nel 2019) era eseguita sulla base di gravi malformazioni del feto. Eliminare quest’opzione legale – avvertono da Bruxelles – comporterebbe il ricorso ad “aborti rischiosi, clandestini e potenzialmente mortali.

La risoluzione richiama la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per la quale leggi restrittive sull’aborto violano i diritti umani delle donne. I diritti delle donne sono diritti fondamentali – si legge nel testo: Istituzioni europee e Stati membri sono vincolati a rispettarli e salvaguardarli.

Inoltre – aggiungono i sottoscrittori – ogni anno migliaia di donne polacche sono costrette a recarsi all’estero per accedere a servizi di salute riproduttiva, dal momento che sempre più medici polacchi invocano l’obiezione di coscienza, anche quando si tratta di prescrivere contraccettivi.

I parlamentari UE, infine, esprimono solidarietà ai cittadini polacchi che “sono scesi in piazza per protestare contro l’erosione dei loro diritti e libertà fondamentali”, sottolineando che la sentenza è stata pronunciata stanti le restrizioni dovute alla pandemia da COVID-19, con ciò “impedendo un adeguato dibattito democratico”.

Il pronunciamento europeo segna l’ennesimo dissidio fra istituzioni comunitarie e governo polacco in materia di stato di diritto. Gli europarlamentari notano, infatti, che il verdetto è stato pronunciato “da giudici eletti, e totalmente dipendenti, da politici della coalizione di governo guidata dal partito Diritto e Giustizia (PiS). Ciò – conclude la risoluzione – rende necessario l’intervento di Consiglio e Commissione UE.

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Francia, il controverso testo sulla “Sicurezza globale” approvato dall’Assemblea nazionale

La Camera bassa francese ha approvato la tanto discussa legge sulla “sicurezza globale” lo scorso martedì 24 novembre.

Con 388 voti favorevoli, 104 contrari e 66 astensioni, l’Assemblea nazionale approva in prima lettura la proposta di legge che sanziona la diffusione dannosa di immagini ritraenti la polizia durante le manifestazioni. Si attende ora il parere del Senato, che dovrebbe esaminare la proposta di legge a gennaio del nuovo anno.

Il testo è stato presentato dal partito La République en Marche (LRM) con l’appoggio di Agir, partito nato in seguito ad una scissione interna al partito I Repubblicani.

Sono già in molti però, a considerare questa proposta come uno schiaffo alla libertà di informazione. Per “proteggere chi ci protegge”, la maggioranza vuole penalizzare con un anno di carcere e una multa di 45.000 euro la diffusione di “immagini facciali o qualsiasi altro elemento di identificazione” dei membri delle forze di polizia in intervento, quando danneggia la loro “integrità fisica o psicologica“.

 

Il contenuto del testo

Nel complesso, la legge sulla sicurezza globale espanderebbe la capacità delle forze di sicurezza di filmare i cittadini comuni senza il loro consenso. Questo verrebbe svolto attraverso le telecamere e i droni della polizia, limitando al contempo la pubblicazione di foto o video dei volti degli agenti di polizia.

Il disegno di legge “sicurezza globale” modifica il quadro giuridico delle telecamere mobili utilizzate da polizia e gendarmi, con un nuovo scopo che giustifica la registrazione: “Informare il pubblico sulle circostanze dell’intervento“.

Si specifica l’utilizzo dei droni durante le manifestazioni, non solo in caso di timori di “grave disturbo dell’ordine pubblico“, ma anche per la prevenzione di attacchi alla sicurezza delle persone e dei beni in luoghi particolarmente esposti al rischio di aggressione, furto o traffico di armi, di esseri umani o di droga.

 

Polizia municipale

Il disegno di legge prevede anche la possibilità di ampliare il campo d’intervento delle forze di polizia municipali. Nello specifico, questi potrebbero partecipare alla sicurezza di eventi sportivi, ricreativi o culturali. Potrebbero occuparsi anche di individuare altri reati, come l’ubriachezza pubblica, la vendita ambulante, la guida senza patente o assicurazione, ma l’occupazione illegale di un terreno comune.

Amnesty International afferma che, se il disegno di legge diventa legge nella sua forma attuale, la Francia diventerà un’eccezione tra le democrazie.

Se la gente non può filmare niente per strada quando la polizia a volte fa un uso illegale della forza, è un messaggio molto preoccupante da mandare“, secondo Cecile Coudriou, presidente di Amnesty International Francia.

Da un lato, ai cittadini viene chiesto di accettare la possibilità di essere filmati con il pretesto che non hanno nulla da temere se non hanno fatto nulla di male. E allo stesso tempo la polizia rifiuta di essere filmata, che è un diritto di ogni democrazia del mondo”.

Per i difensori del disegno di legge tutto questo è necessario dopo che i poliziotti sono stati identificati e molestati sui social media durante le proteste dei Gilets jaunes.

Gli oppositori hanno affermato che questa legge, se dovesse essere votata così com’è attualmente, ostacolerebbe la libertà dei giornalisti di riferire su eventi pubblici e renderebbe più difficile responsabilizzare gli ufficiali se usano un uso eccessivo della forza.

 

Il dibattito sull’art. 24

L’articolo che ha suscitato più polemiche è stato l’art. 24.

I sindacati della polizia hanno accolto con favore questo articolo. Al contrario, gli attivisti di sinistra e i difensori delle libertà civili ne hanno aspramente criticato il contenuto.

Lo stesso Primo ministro, Jean Castex, si è espresso dicendo che sarà lui stesso a riferire al Consiglio costituzionale l’esistenza di questo articolo controverso che penalizza la diffusione “maliziosa” dell’immagine della polizia.

Nello specifico, l’articolo vieta la pubblicazione di immagini che permettono l’identificazione di un ufficiale delle forze dell’ordine “con l’intento di causare loro danni, fisici o mentali.

 

La posizione dei parlamentari

Il disegno di legge è stato proposto da due membri del partito di Macron. Uno di loro, Jean-Michel Fauvergue, ex capo dell’unità antiterrorismo della polizia, ha dichiarato: “L’articolo 24 mira a vietare la loro esposizione e le loro vessazioni sui social network, da parte di individui malintenzionati e pericolosi. Non c’è da preoccuparsi: i giornalisti saranno ancora in grado di fare il loro lavoro“.

L’altra co-sponsor della legge, Alice Thourot, ha dichiarato alla CNN: “La trasmissione e la cattura di immagini, sia con una macchina fotografica che da parte di cittadini al telefono, di poliziotti che fanno il loro lavoro con i loro volti esposti sarà ancora possibile. Ciò che cambierà è che ogni appello alla violenza o incitamento all’odio che accompagni tali immagini sarà sanzionato dalla legge“.

Nonostante ciò, 10 deputati di LaRem hanno votato contro e 30 si sono astenuti. Per quanto riguarda i parlamenti del MoDem, alleati di LaREM, il voto stesso li ha divisi. Infatti, in 5 hanno votato contro e 18 si sono astenuti. Al contrario, i partiti di destra hanno accolto favorevolmente la proposta di legge.

 

Le manifestazioni

La settimana precedente all’approvazione in prima lettura della Camera bassa francese, le proteste si erano intensificate in seguito all’intervento del Ministro degli Interni, Gérald Darmanin. Il Ministro aveva detto che i giornalisti con il compito di seguire una manifestazione sarebbero stati obbligati ad avvertire le autorità in anticipo. Questo per “evitare confusione” nel caso in cui la polizia fosse costretta a rispondere con la violenza. In seguito Darmanin ha precisato che giornali e televisioni avrebbero potuto continuare a mostrare le immagini degli agenti senza dover sfocare le loro facce.

Ciononostante, ci sono state molteplici proteste a Parigi e in altre grandi città di tutta la Francia. A Parigi la folla era composta non solo dai rappresentanti dei media, ma insieme a loro c’erano anche alcuni Gilets jaunes.

 

In attesa di una correzione da parte del Senato

Come già detto, questo testo non è appoggiato all’unanimità dalla maggioranza e nemmeno dal governo.

Eric Dupond-Moretti, Ministro della Giustizia, ha affermato che “Ci sono discussioni all’interno del governo. Non si tratta di vietare ai giornalisti di filmare” e “dobbiamo trovare un certo equilibrio“.

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Spagna, gli indipendentisti fanno tornare i conti a Sánchez

Dopo mesi di incertezze, sembra essersi delineata la posizione ufficiale dei partiti politici Spagnoli riguardo all’approvazione della legge di bilancio: i “Presupuestos Generales del Estado” (per l’analisi dei contenuti principali della legge, clicca qui).

Il governo di Pedro Sánchez, che guida una coalizione fra il suo partito di centro-sinistra (il PSOE) e il partito populista di sinistra Unidas Podemos, si appresta ad ottenere una vittoria di misura nel Parlamento Spagnolo. Sono infatti arrivati in suo soccorso i partiti regionalisti Baschi e Catalani. La domanda però è una: qual è il prezzo di questo supporto?

Indipendentisti: chi sono e cosa chiedono

Dopo un lungo periodo di contrattazioni fra le forze politiche (per approfondire, clicca qui), si è giunti finalmente ad un accordo che potrebbe portare all’approvazione della legge di bilancio grazie ai voti del partito indipendentista Catalano Esquerra Republicana de Catalunya ( Sinistra Repubblicana della Catalogna, ERC) e dei partiti baschi EH Bildu (tendente a sinistra) e PNV (Partido Nacionalista Vasco, di orientamento centrista).
L’obiettivo degli indipendentisti, oltre che ottenere alcuni benefici economici per le proprie regioni, è anche quello di tagliare le gambe al partito unionista e liberale Ciudadanos, che già da tempo era entrato in una serie di trattative con il governo. La missione è stata chiaramente un successo, e Inés Arrimadas, leader del partito, ha dichiarato che la presenza degli indipendentisti entra in diretta contrapposizione con un possibile appoggio alla legge di bilancio. Unidas Podemos, il partito populista che fa parte della maggioranza, ha ottenuto quello che voleva evitando l’apertura al centro, al contrario Sánchez cerca ancora di tendere la mano verso Ciudadanos, forse anche per spezzare la sua collaborazione con la destra e/o per contrastare alcuni esponenti del suo stesso partito (tra cui l’ex-Presidente del Consiglio Felipe Gonzalez) che non vedono di buon occhio l’accordo con gli indipendentisti.
Preferenze personali e politiche a parte, le richieste degli indipendentisti accolte non sono state poche. Come annunciato dal Catalano Gabriel Rufián (ERC) l’accordo raggiunto prevede, oltre che un’estensione della moratoria per gli autonomi, due punti particolarmente controversi e che rappresentano un chiaro attacco all’opposizione di centro-destra del Partido Popular (PP): la creazione di un comitato bilaterale per una riforma fiscale più progressiva (il partito è infatti a favore di una patrimoniale a livello nazionale) e la fine del controllo da parte del Ministero dell’Economia sui conti della Catalogna.

Gabriel Rufián Romero, Parlamentare di ERC e indipendentista Catalano

Il primo punto, come detto esplicitamente da Rufián stesso, rappresenta un attacco diretto al governo della Comunità di Madrid, alla cui guida vi è Isabel Díaz Ayuso, esponente del PP. Il suo governo viene accusato di “Dumping” fiscale per aver mantenuto le tasse troppo basse rispetto ai governi delle altre regioni autonome, attraendo così un numero maggiore di capitali ed industrie. Di tutta risposta, la Ayuso ha accusato il governo di voler mettere le mani negli affari di Madrid, limitandone l’autonomia fiscale per finanziare la “corruzione indipendentista“. Un consigliere del ministero dell’Economia ha fatto notare che, effettivamente, la politica delle tasse basse ha portato a un risparmio medio per il contribuente di Madrid di circa 15.000 euro negli anni della sua applicazione e ha permesso alla comunità di essere l’artefice della creazione dell’80% dei nuovi posti di lavoro nel paese nell’ultimo trimestre.
Il secondo punto, invece, si riferisce a un’altra battaglia del partito indipendentista, ovvero quella contro il cosiddetto “155 finanziario” , una metafora che richiama all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, attraverso cui il governo del PP di Mariano Rajoy ha giustificato le proprie azioni contro gli indipendentisti Catalani alla vigilia del Referendum del 2017. Questo provvedimento – che in realtà non ha nulla a che vedere né con la Costituzione, né coi fatti del 2017 – era stato voluto sempre da Mariano Rajoy, e prevedeva un controllo da parte del Ministero dell’Economia sulle spese del governo della Catalogna. Questa era una condizione necessaria per accedere a degli aiuti finanziari volti a contrastare la crisi economica. In realtà molte delle restrizioni sono già state eliminate da tempo, ma le rimanenti rappresentano un’importante questione politica per l’ERC, che vuole eliminarle del tutto.
Il leader del Partito Nazionalista Basco (PNV), Andoni Ortuzar, da molti considerato un moderato, ha ottenuto un investimento di 30 milioni in ricerca e sviluppo e, cosa più importante, la cessione dei territori del “cuartel de Loiola” ( un’area militare del governo centrale)  alla città di San Sebastián, che fa parte della regione dei Paesi Baschi. Sicuramente un’importante vittoria simbolica per il partito, nonostante il governo abbia annunciato che l’esercito resterà presente, ma troverà semplicemente una nuova sistemazione. L’area dei Paesi Baschi ha rappresentato per molti anni un terreno di scontri violenti e di terrorismo che hanno visto contrapporsi il governo centrale agli indipendentisti, il che spiega l’importanza di una presenza militare.
L’alleanza con gli indipendentisti è, in realtà, un “remake” dell’accordo che ha portato Sánchez alla Presidenza e potrebbe dunque rappresentare una riconferma di una collaborazione che sarebbe in grado di durare a lungo. Il problema rimane però uno: quanti sacrifici sono disposti a fare i Socialisti, pur di mantenere questo rapporto?

Opposizioni insoddisfatte

I partiti di opposizione hanno ufficialmente annunciato il loro “no” alla proposta economica del governo. La destra populista di Vox si era già defilata ai primi segnali di avvicinamento del governo agli indipendentisti. Di contro, i centristi di Ciudadanos, avevano mostrato un’iniziale apertura, ottenendo anche importanti concessioni sull’aumento degli aiuti per autonomi ed imprese, sull’abbassamento dell’IVA sul diesel e sulla tessera sanitaria unica a livello nazionale. Nonostante ciò, la presenza degli indipendentisti si è rivelata un “deal breaker” vista la vocazione unionista del partito di centro.

Inés Arrimadas García, leader di Ciudadanos

Il Partido Popular, invece, ha chiaramente manifestato la sua opposizione ideologica a questa riforma. Il PP è avverso a qualsiasi aumento della tassazione, e non vede certamente di buon occhio gli indipendentisti Catalani. Il partito, insieme alla “Coalición Canaria” e al partito Catalano “PDECat”, lamenta anche una chiara mancanza di apertura verso le opposizioni da parte dell’esecutivo. Quest’ultimo ha infatti rifiutato ben 90 emendamenti da parte del PP grazie al suo potere di veto sugli emendamenti economici che prevedono coperture non specificate, scatenando l’ira e il disappunto del partito di centro-destra che accusa il governo di non voler abbassare le tasse e di non dare aiuti sufficienti ai lavoratori autonomi e alle imprese.

A prescindere da queste osservazioni, anche senza l’appoggio delle opposizioni, il governo dovrebbe riuscire a far passare la legge di bilancio con appena tre voti in più rispetto alla maggioranza assoluta richiesta. Un numero risicato, che spiegherebbe la tentazione da parte del Presidente del Consiglio di far tornare Ciudadanos sui propri passi per approvare una legge fondamentale per l’esecutivo e per il Paese.

 

Ovviamente, un appoggio del partito centrista sembra ormai molto improbabile, così come lontane sono le aspirazioni di apertura ai moderati da parte di Sánchez, che si ritrova ad essere spinto sempre più a sinistra dalle dinamiche di una Nazione e di un Parlamento estramamente frammentati.

In Bolivia nasce il Ministero per la Cultura, la Decolonizzazione e la Depatriarcalizzazione

Sono passate poche settimane dall’elezione di Luis Arce a presidente della Bolivia. Tra le prime novità rispetto agli esecutivi di Evo Morales – compagno di partito di Arce e Primo Ministro fino a poco più di un anno fa – l’istituzione di un nuovo dicastero: Il Ministero della Cultura, della Decolonizzazione e della Depatriarcalizzazione, sostituto del precedente Ministero per la Cultura.

Il contesto

La vittoria di Luis Arce arriva in un momento particolarmente teso per la vita politica del piccolo paese andino. A partire dal 2006 la Bolivia è stata guidata da Evo Morales, primo Presidente indigeno e carismatico leader del Movimiento al Socialismo (MAS). I governi di Morales si sono caratterizzati per una netta svolta a sinistra rispetto agli esecutivi precedenti: poderose politiche di welfare, sussidi alle fasce più deboli, allontanamento dalla sfera d’influenza statunitense, nazionalizzazione di alcune riserve di materie prime e – per la prima volta – ingresso della maggioranza indigena nella vita pubblica. Un’azione di governo che ha suscitato grandi entusiasmi in tutto il continente e che ha consacrato Morales come uno dei protagonisti della marea rosa, il ciclo di vittorie della sinistra che ha attraversato il Sudamerica negli anni ‘10 del 2000. Ma non sono mancate critiche e punti oscuri: la destra ha a più riprese accusato il MAS di clientelismo e corruzione, mentre parte del mondo indigeno è scesa in piazza contro lo sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori. Particolare scalpore fece poi il referendum del 2017 in cui Morales chiese al popolo boliviano una modifica costituzionale che gli permettesse di ricandidarsi per un quarto mandato. Prevalsero i no, ma Evo – così lo chiamano i suoi sostenitori – fece ricorso e si ripresentò ugualmente alla successiva tornata elettorale.

Tutte queste tensioni sono esplose nel 2019, quando Morales ha vinto per la quarta volta le elezioni generali. Gli sfidanti sconfitti denunciarono brogli, sostenuti nelle loro tesi dall’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), ma non da altri osservatori. Dopo settimane di violente proteste culminate nell’ammutinamento dell’esercito, Morales ha firmato le sue dimissioni ed è fuggito prima in Argentina e poi in Messico, dove ha trovato asilo politico.

Il governo ad interim è stato assunto dalla parlamentare di destra Janine Áñez, incaricata di traghettare il paese verso nuove elezioni. La data della consultazione, però, è stata più volte rimandata: causa covid, sostengono i sostenitori della Áñez; per evitare la riconferma del MAS, dice chi sostiene Morales.

Alla fine la Bolivia è tornata alle urne nell’ottobre di quest’anno, e gli elettori hanno ancora una volta premiato il Movimiento al Socialismo. Luis Arce, già Ministro dell’Economia, è stato eletto presidente l’8 novembre.

Un manifestante espone la Whipala, la bandiera simbolo delle popolazioni indigene boliviane

Il nuovo ministero della Cultura in Bolivia

Il MAS, come tutta la sinistra radicale sudamericana, si è caratterizzato negli anni anche per l’attenzione alle questioni di genere ed etniche. Queste ultime, in particolare, sono notoriamente molto sentite in Bolivia, un paese in cui quasi la metà della popolazione è indigena ma la politica è stata a lungo dominio esclusivo dei bianchi. L’uguaglianza di genere, inoltre, ha conosciuto una nuova popolarità col movimento Nì una Menos (Non Una Di Meno in italiano) nato proprio in Sudamerica.

Tra le critiche rivolte a Morales c’è quella di non aver prestato sufficiente attenzione alle richieste che provengono dal mondo indigeno, nonostante la sua appartenenza etnica. Anche per questo probabilmente Luis Arce ha deciso di aggiungere al Ministero della Cultura le competenze relative a Decolonizzazione e Depatriarcalizzazione. Ma non solo: a capo del nuovo Ministero della Cultura della Bolivia è stata scelta una donna di etnia quechua, Sabina Orellana. La neo-ministra è dirigente della Confederacion Nacional de Mujeres Campesinas Indigenas Originarias de Bolivia “Bartolina Sisa”, la più importante organizzazione di rappresentanza delle donne indigene provenienti dalle aree rurali del Sudamerica.

Democratic presidential candidate former Vice President Joe Biden arrives to speak at a rally at Belle Isle Casino in Detroit, Mich., Saturday, Oct. 31, 2020, which former President Barack Obama also attended. (AP Photo/Andrew Harnik)

La ruggine è tornata blu

Il 2020 è l’anno durante il quale possiamo aspettarci di tutto e le elezioni presidenziali americane l’hanno confermato. L’area che dai Monti Appalachi arriva alla regione dei Grandi Laghi (nota con il nome di Rust Belt, ossia “cintura di ruggine”, in virtù del progressivo spopolamento e declino industriale della zona), fondamentale per la vittoria del Presidente Trump nel 2016, stavolta non ha sorriso al candidato repubblicano: i risicati margini che 4 anni fa gli permisero di vincere Wisconsin (~ +23.000), Michigan (~ + 10.000) e Pennsylvania (~ +44.000) non hanno retto alla controffensiva democratica della scorsa settimana che ha consegnato le chiavi della Casa Bianca all’ex Vicepresidente Joe Biden.

Questi tre stati, assieme all’Ohio, dove invece il gap favorevole ai repubblicani si è ampliato, saranno oggetto della presente analisi.

Come Joe Biden ha vinto in Wisconsin

Il Badger State “flippa” e passa ai democratici ma, anche stavolta, il gap tra i candidati è irrisorio, inferiore persino al margine di 4 anni fa: al momento Biden è infatti in vantaggio di circa 20.000 voti.

Lo stato continua pertanto a essere un tallone d’Achille per i sondaggisti: mentre nel 2016 la prospettata vittoria della Clinton con un vantaggio del 6,2% (POLITICO) fu sbugiardata dal successo del tycoon newyorkese, anche quest’anno il +8,3% immaginato da FiveThirtyEight, al lordo del margine di errore, è ben lontano dai risultati reali (solo +0,7%): per Biden non è stata affatto una passeggiata.

Soltanto due contee hanno “cambiato colore”: si tratta delle Sauk e Door Counties, dove però la lotta è stata sul filo del rasoio (meno di 2 punti percentuali a separare i candidati).

Il successo dem si fonda però in primis sul rafforzamento delle roccaforti, ossia le due contee più popolose: Milwaukee e Dane, entrambe ininterrottamente dem dal 1960. Qui i margini di vittoria di Joe Biden sono più ampi rispetto a quelli conseguiti dalla Clinton quattro anni fa, rispettivamente 69,4% e 75,7% contro 65,4 e 70,3%. Questi risultati possono trovare il loro fondamento nel loro continuo incremento demografico, frutto soprattutto dello spostamento verso le aree urbane di giovani provenienti dalle zone rurali del paese, spiegando così anche il rafforzamento del GOP in alcune contee interne.

I giovani sono notoriamente uno degli zoccoli duri dei Democratici e l’exit poll rilasciato al termine dell’Election Day nè la conferma: il 58% degli elettori tra i 18 e i 29 anni ha preferito l’ex Vicepresidente dell’Amministrazione Obama all’attuale inquilino della Casa Bianca, fermo al 36%.

In secondo luogo le cosidette “WOW Counties”, che insieme contano circa 600.000 abitanti, hanno visto ridurre drasticamente il loro consenso nei confronti del GOP. Site nell’area metropolitana di Milwaukee, le contee di Waukesha, Ozaukee e Washington rappresentano una delle aree più repubblicane del paese. Mentre nel 2016 il gap con i democratici segnava +27%, + 19% e +40%, quest’anno il margine si è ridotto, rispettivamente, a +21%, +11% e +38%.

In ultimo la contea di Brown, la quarta più popolosa dello stato con circa 250.000 abitanti, vede il distacco tra l’Elefante e l’Asinello ridursi dall’11% del 2016 al 7% del 2020.

Last but not least, Joe Biden è riuscito a fare breccia e recuperare voti tra i bianchi senza laurea, consistente bacino del Presidente uscente, senza contestualmente perderne tra l’elettorato afroamericano (il meno consistente in termini numerici tra i 4 stati esaminati): se nel 2016 solo il 34% dei “whites no degree” sosteneva la candidata dem, l’ex Vicepresidente ha visto il loro sostegno aumentare fino al 41%, rimanendo invece immutato il supporto da parte del 92% dei neri.

La vittoria in Michigan

Anche il Great Lakes State cambia colore quest’anno: dopo aver concorso alla vittoria di Donald Trump nel 2016, lo stato, con i suoi 16 Grandi Elettori, torna a sostenere un candidato democratico alla presidenza.

Il “flip” questa volta, però, si afferma con ben ~155.000 voti di distacco a favore di Joe Biden (4 anni fa il leader repubblicano vinse con + ~10.000).

I sondaggi, tuttavia, continuano a non inquadrare bene la tornata: se nel 2016 Hillary Clinton, data in vantaggio del 6,2% (POLITICO), ha dovuto soccombere per un -0,23%, quest’anno il +8% immaginato da FiveThirtyEight, al lordo del margine d’errore, è ancora lontano dal 2,5% che separa i due candidati.

Il tour de force del Presidente Trump negli ultimi 2 giorni di campagna, con ben 2 tappe e il rally di chiusura all’aeroporto internazionale Gerald Ford, non è bastato ad ogni modo a conservare lo stato dal contendente blu.

Sono 3 le contee che hanno “flippato” rispetto al 2016: oltre a Saginaw e Leelanau, di rilevante importanza è il passaggio sotto i democratici di Kent County, la quarta più popolosa del paese. Se qui Trump vinse 4 anni fa con il 47,7% contro il 44,6% (~10.000 voti di margine), stavolta Biden ribalta eccome, trionfando con il 52,1% contro il 45,9% dell’inquilino della Casa Bianca (~22.000 voti di differenza).

Da rilevare inoltre come nella terza contea più abitata dello Stato (Macomb, repubblicana) il gap rispetto al 2016 si è ridotto di 3,5 punti a favore di Biden.

L’affluenza finale segna quasi 700.000 voti in più rispetto alle scorse elezioni, un dato che sicuramente ha concorso alla vittoria dei dem, specie grazie agli incrementi in roccaforti blu, come le contee di Wayne (la più popolosa di tutte e che vede al suo interno la città di Detroit), Washtenaw e Oakland, e nelle contee interne del paese (le più favorevoli a Trump nel 2016). Solo nella contea di Dickinson ha votato lo 0,3% in meno rispetto al duello Trump-Clinton.

Uno spunto interessante: se nel 2016 il terzo candidato, il libertario Johnson, conseguì ~172.000 voti (3,6%), quest’anno la compagna di partito Jorgensen ha raccolto soltanto ~60.000 (1,1%); segno di come la sfida del 2020 abbia polarizzato le elezioni sui 2 principali candidati ancor più di quanto già non lo fosse.

Passando agli exit poll, balza subito all’occhio una differenza non di poco conto: se nel 2016 la Clinton vinceva soltanto nella fascia di età 18-29, nel 2020 è Trump a vincere solamente tra i 30 e i 44 anni.

Su lato dei titoli di studio, Biden strappa i bianchi laureati (52% contro il 43% della Clinton) e aumenta il consenso di ben 8 punti tra i bianchi non laureati, il più grande bacino di voti repubblicano.

Se il democratico riesce ad aumentare di 7 punti il consenso tra i bianchi rispetto a 4 anni fa, è necessario notare come ne perda 3 tra l’elettorato afroamericano, da sempre favorevoli ai dem e che rappresenta il più consistente in termini numerici tra i 4 stati in esame (~14% della popolazione).

La vittoria in Pennsylvania, stato natale di Joe Biden

Anche la Pennsylvania è passata ai democratici, flippando dai repubblicani rispetto al 2016. Il vantaggio di Biden è ormai di circa 80.000 voti.

Il Keystone State anche questa volta è risultato uno degli stati chiavi di questa elezione. Uno stato dove era impossibile non avere un occhio di riguardo, considerando la sua storia recente. Dal 1992 al 2012 infatti, la Pennsylvania aveva dato i suoi grandi elettori al candidato democratico. Tuttavia nel 2016 era passata ai repubblicani, esprimendo i propri grandi elettori in favore di Donald Trump. Premessa per cui lo stato è stato molto seguito da media, sondaggisti e analisti. Come nel 2016 le rilevazioni si sono rivelate complicate, e il risultato sta lì a testimoniarlo.

All’epoca dello scontro tra Hillary Clinton e Donald Trump, la Pennsylvania veniva previsionalmente assegnata dai sondaggisti alla candidata dem con un vantaggio stimato fra il 4% e il 7% (FiveThirtyEight). Alla fine però lo stato venne assegnato a Donald Trump, risultato vincitore col 48,6% contro il 47,9% della Clinton e un distacco di circa 44.000 voti.

Per quanto riguarda queste elezioni, come nel 2016 il candidato democratico era dato favorito in partenza dai sondaggisti. Per FiveThirtyEight, guardando alla media fra risultati dei sondaggi, Joe Biden era dato avanti con più di 4 punti di vantaggio (4,7%). Tuttavia, a conteggio ormai in dirittura d’arrivo e con lo stato già assegnato, il candidato democratico si è imposto col 50% dei voti contro il 48,8% di Trump. Il distacco in termini di voti invece è più di 80.000 per Biden. Considerando il margine d’errore dei sondaggi stimato entro il 3/3,5%, possiamo notare come questa volta a differenza del 2016 i sondaggisti siano stati un po’ più precisi. Ma in ogni caso si prevedeva una vittoria leggermente più ampia.

Guardando alle singole contee, Biden è riuscito a portare nella colonna dei dem le contee di Erie e Northampton, nel 2016 favorevoli a Trump, entrambe vinte con meno di 2 punti percentuali di vantaggio.

Per le restanti, fondamentali sono risultati essere i consolidamenti del vantaggio ad Allegheny (Pittsburgh) e a Philadelphia, le contee più popolose, con numeri simili rispetto al 2016. Mentre le contee di Leigh e di Dauphin hanno visto un consolidamento democratico e un aumento numerico in termini di voti. Stesso percorso per le contee di Monroe e Lackawanna.

Dal punto di vista demografico, la vittoria di Biden è stata netta fra le minoranze: gli afroamericani si sono espressi per Biden per il 92% e gli ispanici al 62%. Biden è andato bene anche fra le donne, raccogliendo il 55% del loro voto contro il 44% messo insieme da Trump. Dato inversamente reciproco invece, per quanto riguarda il genere maschile, dove è stato Trump ad avere i numeri migliori. Dal punto di vista anagrafico, Biden ha prevalso nel voto fra le persone al di sotto dei 45 anni (il 62% fra chi è in età compresa fra i 18-29 anni; il 60% fra chi è fra i 30-44 anni). Fra le persone dai 45 anni in poi è stato invece Trump a prevalere (58% fra i 45-64 anni; 53% dai 65 anni in poi).

 

 

L’Ohio fuori dalle previsioni

L’Ohio si è invece confermato terreno di vittoria per Donald Trump e i repubblicani. Come nel 2016, infatti, lo stato è stato assegnato al tycoon newyorkese . Considerando il risultato finale delle elezioni, questa è già di per sé una notizia. L’Ohio è infatti considerato il bellwether state (indicativo per le tendenze nazionali) per eccellenza. Dal 1896 a oggi questa è solo la terza volta che chi vince nello stato non si aggiudica la presidenza (le altre due nel 1944 e nel 1960).

L’Ohio era quindi un altro di quegli stati del Midwest da tenere d’occhio in questa tornata per capire un po’ come potevano andare le cose.

Qui nel 2016 abbiamo assistito ad un sali e scendi nei sondaggi dei due candidati. Tuttavia arrivati grosso modo alla fine di ottobre Donald Trump ha visto consolidare il suo vantaggio. Solamente nei giorni immediatamente precedenti al voto margine di vantaggio nei sondaggi si era ristretto, ma in ogni caso Trump guidava col 47,7% di possibilità di vincere contro il 45,8% della Clinton, secondo la media aggregata dei sondaggi condotta da FiveThirtyEight.

Alla fine, in ogni caso, fu Donald Trump a conquistare lo stato col 51,8% a fronte del 43,7% di Hillary Clinton. Il distacco in termini numerici fu di più di 400.000 voti, segnando una vittoria molto netta per il nuovo leader repubblicano di New York. È possibile notare quindi come Trump all’epoca nonostante fosse dato favorito per la vittoria dello stato, venne anche sottostimato in termini numerici.

Anche per le elezioni di quest’anno Trump era il favorito per i sondaggisti in Ohio. E da questo punto di vista lo stato non ha riservato sorprese come già detto all’inizio. Tuttavia anche questa volta il candidato GOP è stato sottostimato in termini numerici dalle rilevazioni. Per il modello aggregato di FiveThirtyEight Trump era in vantaggio alla fine delle 0,8%, mentre nei sondaggi presi singolarmente il vantaggio era in media fra il 2% e il 5%.

A conteggio quasi terminato, invece, Donald Trump si è imposto su Joe Biden con il 53,2% contro 45,2%. Anche per numero di voti, il presidente in carica ha ottenuto un distacco più ampio di quello che raggiunse nel 2016 con quasi 500.000 voti di vantaggio. In punti percentuali il vantaggio finale è quindi stato dell’8%.

Osservando i risultati nelle varie contee subito risaltano i risultati di Montgomery e Lorain. In quest’ultima tornata elettorale nella prima delle due contee citate si è affermato Joe Biden, strappandola a Donald Trump rispetto al 2016, dove era risultato vincitore il repubblicano. Percorso inverso invece per la contea di Lorain, dove se nel 2016 si era affermata Hillary Clinton per un pugno di voti, questa volta è passata a Trump per circa 4.000 voti. Anche la contea di Mahoning rispetto al 2016 è stata favorevole al candidato dell’elefantino.

Sta di fatto che anche in Ohio il pattern fra le aree metropolitane e le zone più rurali ha trovato il proprio riscontro. Nelle contee delle grandi città come Cleveland, Columbus, Toledo e Cincinnati, i democratici e Joe Biden si sono imposti su Trump. In tutte le altre aree, al netto degli switch da una parte all’altra già citati, Donald Trump ha consolidato e ampliato anche enormemente il suo vantaggio rispetto al 2016. E i numeri da questo punto di vista sono chiari e corroborano il risultato finale.

Guardando ai dati demografici, sia gli uomini che le donne hanno votato in maggioranza per Trump (fra gli uomini per il 57%, contro il 40% raccolto da Biden; fra le donne per il 50%, contro il 49% di Biden).

Anche i dati anagrafici sono favorevoli al candidato repubblicano: solo i giovani fra i 18 e i 29 anni hanno votato in maggioranza per Biden (54% contro il 43%), mentre per le restanti fasce d’età si sono schierati in maggioranza per Trump: 51% nella fascia 30-44 anni, 56% fra i 44 e i 64 anni e il 55% dai 65 anni in poi.

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In Puglia un patto M5S-PD che delude e fa piangere

Puglia – l’accordo politico in Consiglio regionale, alla prima seduta, sembra cosa fatta. Un’intesa che conferma l’unità giallorossa anche a livello locale, anche se la fumata bianca si concretizza all’interno di un sentiment, quello pentastellato, pregno di perplessità, rabbia e… lacrime.

Come stanno le cose

È attraverso alcuni dei suoi consiglieri regionali eletti che il M5S, dopo giorni riflessioni e interlocuzioni con il governatore Michele Emiliano, e con il beneplacito del capo politico Vito Crimi, ha concordato il proprio ingresso nella maggioranza di centrosinistra.
Tutti hanno scelto l’intesa” ha dichiarato i governatore, che si mostra felice e orgoglioso del risultato cui da tempo ribadiva la necessità. Del tutto contraria la posizione della consigliera, anch’essa eletta, nonché ex competitor elettorale Antonella Laricchia, che ha fatto del rifiuto netto ad ogni ipotesi di “inciucio” con il Partito Democratico uno dei suoi cavalli di battaglia.
E’ sulla base di queste valutazioni che, al termine della votazione con scrutinio segreto che ha confermato la nomina di Loredana Capone (Dem) a presidente del Consiglio regionale e ha consegnato Cristian Casili (5S) al ruolo di vicepresidente, l’aria all’interno della seduta ha iniziato a farsi pesante.

L’intervento

La consigliera Laricchia, intervenendo durante la seduta, e in diretta streaming, ha espresso tutto il suo disappunto per quello che a suo dire è un “tradimento della volontà elettorale dei cittadini”. Queste le sue parole, cui hanno fatto seguito lacrime di amarezza:

 

Nella giornata di ieri, intanto, il capo politico reggente Vito Crimi ha provato a smussare le polemiche attraverso un post su Facebook, in cui ha dichiarato: “Il M5S non è entrato nella nuova giunta guidata da Michele Emiliano e non fa parte delle forze che governano la Regione”. Poi, con riferimento alla collega pentastellata – ha proseguito – “invece di puntare il dito e parlare di tradimento, cerchiamo di lavorare nell’interesse dei cittadini”.
Spetterà dunque agli attivisti esprimersi in ultima istanza: “in Rousseau veritas”.