I leader del nazionalismo olandese

Nazionalismo civico: lo strano caso della destra olandese

Le dimissioni di Thierry Baudet dalla leadership di Forum per la Democrazia (FvD), poi rientrate per via di un discusso referendum interno, hanno creato un piccolo terremoto nella politica olandese. Baudet era infatti riuscito a raggiungere in poco tempo un seguito ragguardevole, con l’11% alle europee del 2019 e il 15% alle elezioni per il Senato dello stesso anno. Tale successo è avvenuto principalmente a spese dell’altro partito sovranista olandese, il Partito per la Libertà di Geert Wilders. Baudet è stato abile anche a porsi in continuità con la popolare tradizione olandese del nazionalismo civico.

Un passo indietro: la Lista Pim Fortuyn

Il nazionalismo civico è una corrente politica che coniuga sovranismo, ostilità verso l’immigrazione, liberalismo in economia e progressismo per quanto riguarda i diritti civili. Chi lo rese popolare in Olanda fu Pim Fortuyn. Professore di sociologia presso l’università di Rotterdam, era stato per lungo tempo un militante laburista, prima di lasciare il partito nel 1989 in polemica per la visione del partito sull’immigrazione.

Fortuyn infatti riteneva impossibile l’integrazione dei numerosi immigrati islamici presenti nel Paese.  Egli temeva che la progressiva influenza dell’Islam nella società olandese avrebbe potuto comprimere le libertà di espressione, delle donne e degli omosessuali (Fortuyn era apertamente gay). Nei suoi scritti, il professore delineava l’Islam come un blocco monolitico, fondamentalmente intollerante e irrimediabilmente arretrato. Il futuro leader era inoltre contro l’Unione Europea ed era un relativista culturale. In una famosa intervista disse, con toni sprezzanti ma efficaci: “Così come non voglio che nessun Alì Babà mi venga a dire come vivere, nessuno ha il diritto di andare in altri Paesi a fare altrettanto”.

In vista delle elezioni del 2002, Fortuyn creò un partito personale, la Lista Pim Fortuyn (LPF). A nove giorni dal voto, venne assassinato da un giovane estremista di sinistra. Era il primo delitto politico nei Paesi Bassi dal XVII secolo e la nazione ne fu sconvolta. La LPF prese il 17% dei voti e andò al governo, ma nessuno fu in grado di raccogliere il testimone del suo fondatore e la formazione si sciolse dopo pochi anni.

Geert Wilders e il PVV

Due anni dopo l’assassinio di Pim Fortuyn, l’Olanda assistette attonita ad un altro omicidio politico. Il regista Theo Van Gogh, autore di un cortometraggio sul maltrattamento delle donne in alcune società musulmane, venne assassinato da un integralista islamico in pieno centro ad Amsterdam. L’immigrazione e l’Islam tornavano prepotentemente al centro del dibattito politico olandese. Geert Wilders, ex deputato del partito liberale VVD, fondò poco dopo il Partito per la Libertà (PVV), che riprendeva alcuni degli ideali di Pim Fortuyn. Fortemente anti-islamico, il PVV è un partito filo-israeliano e favorevole ai diritti civili per gli omosessuali a all’eutanasia.

A differenza della LPF però, il PVV è un partito classicamente populista, con una feroce retorica anti-establishment e anti-UE. Dopo un periodo di appoggio esterno al governo Rutte tra il 2010 e il 2012, da alcuni anni il PVV è entrato in una fase di isolamento, causato da un controverso comizio di Wilders all’Aia, in cui il leader sembra minacciare azioni violente contro i marocchini della città. A seguito di questo evento, alcuni membri hanno lasciato il PVV e gli altri partiti hanno dichiarato che non intendono più accordarsi con esso. La scorsa estate, Wilders si è battuto fortemente contro il Recovery Fund.

Wilders con il cartello “Neanche un centesimo all’Italia” durante le trattative per il Recovery Fund

Thierry Baudet e il Forum per la Democrazia

Thierry Baudet è un personaggio profondamente diverso da Geert Wilders. Il leader di Forum per la Democrazia ha un dottorato, è elegante e infarcisce i suoi discorsi di riferimenti classici. È stato soprannominato “il dandy della politica”, per quell’essere un po’ snob e fuori dal tempo che caratterizzava anche Pim Fortuyn. Baudet è un teorico del declino dell’Occidente, causato dal dilagare del politicamente corretto e dal senso di colpa post-coloniale figlio del marxismo culturale. Baudet ritiene che vada superato con un ritorno all’orgoglio per i valori della civiltà occidentale e agli Stati nazionali, uscendo dall’Unione Europea.

Come Fortuyn e a differenza di Wilders (il cui cavallo di battaglia è la difesa di “Henk e Ingrid”, i tipici olandesi) il conservatorismo di Baudet si rifà più a valori liberali che tradizionalisti. Il Forum per la Democrazia, fondato nel 2016, è riuscito ad attrarre il voto moderato che rigettava Wilders per via della sua grossolanità. Per un breve periodo nella primavera 2019 è arrivato ad essere stato stimato come primo partito olandese dai sondaggi. Come il leader del PVV, anche Baudet si è battuto contro il Recovery Fund.

Il rapporto con Rutte e scenari futuri

La stella di Baudet sembra però essersi già eclissata. Dopo l’exploit elettorale del 2019, il leader ha pagato un approccio troppo personalista e l’atteggiamento quasi negazionista nei confronti della pandemia di Covid-19, che gli hanno alienato le simpatie dell’elettorato moderato che aveva saputo conquistare. Dopo essersi dimesso per espliciti atteggiamenti razzisti e anti-semiti della sezione giovanile di FvD, Baudet è stato nuovamente eletto leader del partito dagli iscritti. Tale scelta sta portando un’ondata di dimissioni di membri della compagine, ultima in ordine di tempo quella di tutti e tre gli europarlamentari eletti nel 2019.  A beneficiare del declino della stella di Thierry Baudet è di nuovo Geert Wilders. Dopo essere crollato al 3.5% alle ultime elezioni europee, il PVV è ora stimato intorno al 16%, mentre in vista delle elezioni del prossimo 17 marzo il grande favorito è nuovamente il liberale Mark Rutte, premier dal 2010.

Il rapporto di PVV e FvD con il premier è altalenante. Criticato fortemente alla sua destra, Rutte ha da tempo sposato una linea rigorista in Europa. Emblematico l’atteggiamento nel negoziato per il Recovery Fund, in cui il leader olandese si è posto alla testa dei “Paesi frugali”, favorevoli a minori trasferimenti e ad un controllo più stringente sull’uso delle risorse da parte degli Stati membri. Sul tema dell’immigrazione e del rapporto con l’Islam, Rutte usa toni completamente diversi da quelli di Wilders e di Baudet, ma ha approvato norme contro il finanziamento straniero delle moschee, ha vietato l’uso del velo integrale e si è in più occasioni lasciato andare a commenti duri sull’integrazione degli immigrati. Come spesso avviene, in Olanda i partiti più radicali non vincono le elezioni, ma influenzano comunque le policies dei governi.

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Cambi di casacca a metà della XVIII legislatura

Articolo 67 della Costituzione

“Ogni  membro  del  Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”

Siamo al giro di boa della diciottesima legislatura ed è giunto il momento di valutare lo stato di salute dei partiti politici italiani. Quale modo migliore di analizzare i cambi di gruppo?

 

TRA CONTE I E CONTE II

Le attuali Camere si sono insediate il 22 marzo 2018 e, presumibilmente, non verranno sciolte prima della prossima elezione del Presidente della Repubblica nel 2022. In due anni e mezzo, già due governi si sono passati il testimone: il primo targato Movimento 5 stelle-Lega e partorito dopo tre mesi di consultazioni, il secondo formato in fretta e furia da Movimento 5 stelle, Partito democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali.

Il fenomeno dei cambi di gruppo è rimasto contenuto durante l’esecutivo giallo-verde, per poi scoppiare con quello giallo-rosso. Da marzo 2018 alla crisi di agosto 2019, infatti, i passaggi sono stati solo 28, la metà dei quali determinati dalla creazione del gruppo di Liberi e Uguali.

Il cambio di passo è avvenuto a inizio settembre 2019, con la nascita del governo Conte II. In quell’autunno, il Parlamento e, in particolare, il gruppo del Partito Democratico furono sconvolti dalla comparsa di Italia Viva. La nuova compagine politica guidata da Matteo Renzi ha salassato principalmente il partito di Zingaretti, ma ha anche attirato parlamentari da quasi tutti gli schieramenti, Movimento 5 stelle e Forza Italia inclusi.

Da allora il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico e Forza Italia hanno continuato a perdere terreno, Fratelli d’Italia, Italia Viva e Liberi e Uguali sono rimasti pressoché stabili, mentre la Lega e il Gruppo Misto hanno rimpinguato le loro fila. Dunque anche in questa legislatura il trasformismo parlamentare continua a farla da padrone.

LETTURA DEI DATI

I dati esposti, aggiornati al 30 novembre 2020, sono stati raccolti da Openpolis Parlamento e dai siti ufficiali della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

Per non complicare ulteriormente la lettura dei dati, i cambi di gruppo considerano esclusivamente i passaggi veri e propri tra i gruppi parlamentari, senza quindi conteggiare le cessazioni dall’incarico e le sostituzioni. L’unico grafico che tiene in considerazione questo dato è quello relativo all’evoluzione del numero dei parlamentari dei principali partiti politici (grafico n. 1). Infine, appariva troppo confusionario l’esame delle variazioni interne al Gruppo Misto, le quali possono essere comunque analizzate nei grafici riguardanti la composizione delle due Camere (grafici n. 4 e 5).

 

I NUMERI DELLA LEGISLATURA

Nonostante la tendenza crescente degli ultimi mesi del 2020, i numeri dell’attuale legislatura sono ancora ben lontani da quelle passate: 138 cambi, 132 parlamentari coinvolti. Basti pensare che i passaggi nel precedente Parlamento erano schizzati a quota 569, portati a termine da 348 parlamentari. Un dato record senza precedenti nelle legislature dal 1994 ad oggi.

La durata ordinaria di una legislatura è di 5 anni, ma spesso le vicende politiche provocano lo scioglimento anticipato delle Camere, come avvenuto per la XII e la XV legislatura. Di conseguenza, è necessario confrontare i dati non solo in termini di valore assoluto, ma anche in rapporto ai mesi in cui deputati e senatori sono rimasti rispettivamente a Montecitorio e Palazzo Madama.

Così si scopre, ad esempio, che in soli due anni la XII legislatura ha segnato un vero e proprio primato: circa 12 cambi di gruppo al mese. L’attuale Parlamento è fermo ad una media di passaggi mensili di 4,31, molto vicino al dato del quinquennio 2008-2013. Secondo questo tipo di analisi, la legislatura più stabile è stata la XIV, con una media di 1,35. Erano i tempi del trionfo di Silvio Berlusconi e del bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra: un’era geologica fa.

 

FLUSSI ALLA CAMERA

Al 30 novembre 2020, i deputati ad aver cambiato gruppo parlamentare almeno una volta rispetto all’inizio della legislatura sono 90. Nonostante ciò, la maggioranza di governo per il momento non traballa.

Partendo da sinistra, il gruppo di Liberi e Uguali ha perso due deputate, Michela Rostan e Giuseppina Occhionero, a favore di Italia Viva e l’ex presidente Laura Boldrini a favore del PD. Il gruppo ha poi visto l’arrivo solo dell’onorevole del M5S Rina De Lorenzo, lasciando il numero sostanzialmente invariato.

Come già anticipato, l’evento che ha determinato l’aumento dei cambi di gruppo è stato la creazione di un nuovo gruppo parlamentare – Italia Viva – che ha sottratto al Partito Democratico una consistente truppa di onorevoli (25), poi ridotta a 24 con il ritorno di Nicola Caré tra le file dei democratici. Oltre ai deputati del PD, si sono aggiunti alle pattuglie renziane Gabriele Toccafondi e Catello Vitiello, provenienti dal Gruppo Misto; Rostan e Occhionero, provenienti da Liberi e Uguali; Davide Bendinelli e Francesco Scoma, provenienti da Forza Italia, per un totale di 30 deputati.

Il Partito Democratico ha subito ingenti perdite che, oltre a quelle già menzionate verso Italia Viva, contano Daniela Cardinale, andata in direzione del Gruppo Misto. Al contempo, il gruppo si è rinforzato numericamente con gli ingressi di Boldrini e dei deputati del Misto Beatrice Lorenzin, Serse Soverini e Santi Cappellani (eletto con il Movimento 5 Stelle).

Sul fronte del Movimento 5 Stelle si assiste a una débâcle: nessun nuovo acquisto e 27 fuoriusciti da marzo 2018, di cui 25 in direzione del Misto, uno – Matteo Dall’Osso – verso Forza Italia e Rina De Lorenzo verso LeU.

Passando al panorama del centrodestra, Forza Italia ha ridotto la propria presenza di 8 deputati a favore del Misto, di cui uno – Enrico Costa – ne era già membro ad inizio legislatura, 2 migrati verso Italia Viva, Galeazzo Bignami per Fratelli d’Italia e 5 sono entrati nel Carroccio. In particolare, l’abbandono da parte di Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara ha scatenato le ire del Cavaliere e innescato uno scontro interno alla coalizione non ancora totalmente risolto.

Le truppe della Lega hanno dovuto fare a meno soltanto di Carmelo Lo Monte a favore del Misto, a fronte degli acquisti azzurri e cinquestelle.

Anche il gruppo di Fratelli d’Italia, dopo l’arrivo di Bignami e dei deputati del Misto Salvatore Caiata e Davide Galantino (ex M5S), ha visto Maria Teresa Baldini fare le valigie e in più un seggio perso a seguito di riconteggio.

Nel complesso, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico mostrano un saldo negativo, rispettivamente -27 e -21 rispetto all’inizio della legislatura. Ad aver meno deputati sono anche Forza Italia (-13) e LeU (-2). Rimane stabile Fratelli d’Italia (+1), mentre Lega (+5) e il Gruppo Misto (+16) sono in crescita.

 

MOVIMENTI AL SENATO

Palazzo Madama è stato l’incubo di tanti esecutivi e quello giallo-rosso non fa eccezione: è per questo che Italia Viva qui esercita un potere contrattuale ancora maggiore su M5S e PD. Dall’inizio della legislatura ad oggi, 42 senatori hanno cambiato gruppo di appartenenza.

Avventurandosi a sinistra dell’emiciclo, non troviamo Liberi e Uguali che, non avendo numeri sufficienti per costituire un gruppo autonomo, rientra nel Gruppo Misto.

Italia Viva, che al Senato comprende anche il Partito Socialista Italiano, conta 18 onorevoli: Riccardo Nencini dal Misto; 14 dal PD, Matteo Renzi compreso; Vincenzo Carbone e Donatella Conzatti dal partito di Berlusconi; Gelsomina Vono, fuoriuscita dal Movimento 5 Stelle.

Il Partito Democratico, oltre ad un seggio perso a seguito di riconteggio, ha dovuto rinunciare ai senatori Matteo Richetti e Tommaso Cerno in direzione del Misto.

A seguire, il Movimento 5 Stelle, tra espulsi ed emigrati, ha perso parecchi senatori, la maggior parte passati al Gruppo Misto (11) e 4 agli ex alleati di governo (Ugo Grassi, Stefano Lucidi, Alessandra Riccardi e Francesco Urraro). L’unica new entry nel gruppo dei 5 Stelle, Emma Pavanelli, ha occupato un seggio che non era stato assegnato per un problema di applicazione del Rosatellum.

Voltandosi a destra, la Lega ha guadagnato 5 senatori: si tratta dei 4 provenienti dal Movimento 5 Stelle già menzionati e della ex forzista Elena Testor. Forza Italia, invece, ha salutato, oltre a Testor, Carbone e Conzatti, 4 senatori in direzione Misto (Paolo Romani, Gaetano Quagliariello, Massimo Vittorio Berutti e Alessandrina Lonardo). Nessun cambio per Fratelli d’Italia e un senatore in arrivo dal M5S, passato dal Misto, per il piccolo gruppo delle Autonomie.

Tirando le somme, i gruppi del Senato maggiormente colpiti sono il Partito Democratico (-17), il Movimento 5 Stelle (-17) e Forza Italia (-7). Mentre Fratelli d’Italia rimane saldamente a 18 senatori e le Autonomie aumentano di un’unità, la Lega (+5) e il Gruppo Misto (+18) aumentano la propria forza.

 

FOCUS: IL DIVIETO DI MANDATO IMPERATIVO

Dopo tutti questi numeri, grafici e analisi c’è da chiedersi: è giusto che i parlamentari possano passare liberamente da un gruppo all’altro? In altre parole: sì o no al divieto di mandato imperativo?

Il divieto di mandato imperativo o rappresentativo compare per la prima volta nella Costituzione francese del 1791: “I rappresentanti eletti nei dipartimenti non saranno rappresentanti di un dipartimento particolare, ma della nazione intera, e non potrà essere conferito loro alcun mandato”. Un’idea che era già stata elaborata anni prima dal Cicerone britannico, Edmund Burke, il quale affermava che «il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il Parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale». Il modello francese è stato poi ricalcato dalle varie costituzioni moderne europee, in particolare dal nostro Statuto Albertino e successivamente dalla Costituzione del 1948, che all’articolo 67 recita: “Ogni  membro  del  Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Dopo quasi 230 anni, in tutte le democrazie rappresentative occidentali i parlamentari, ancorché rappresentanti degli elettori, sono dai loro stessi elettori svincolati. Questo perché? Il punto è che il termine rappresentanza ha due diversi significati, a seconda che sia usato in senso privatistico o pubblicistico. Da un lato, lo schema del mandato civilistico era alla base dei “parlamenti” dell’ancien régime, dal momento che ciascun gruppo sociale mandava i propri delegati al fine di vedere sanciti i propri interessi davanti al Re, e presupponeva un rapporto giuridico tra parlamentare ed elettorato.

Con le Costituzioni giacobine il mandato dei rappresentanti passa dal piano giuridico a quello politico. “La rappresentanza pubblicistica – spiega Vittorio Emanuele Orlando nel 1889 – è solo una designazione di capacità, è l’indicazione di persone capaci, solo questo e null’altro. Affinché i capaci possano decidere per il meglio nell’interesse dell’intera collettività è indispensabile che ne sia assicurata la piena libertà, sia dagli elettori che dai partiti.”

Il dibattito sull’attualità del divieto di mandato imperativo ha recentemente trovato spunti con il Movimento 5 Stelle, da sempre favorevole all’abolizione di tale principio. Ed è proprio su quest’onda che, nella scorsa legislatura, il Senato ha provveduto a introdurre alcune disposizioni che potrebbero contribuire a limitare il fenomeno del transfughismo parlamentare.

Il nuovo regolamento prevede, fermo restando il requisito numerico, che il gruppo parlamentare debba altresì “rappresentare un partito o un movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di senatori. Ove più partiti o movimenti politici abbiano presentato alle elezioni congiuntamente liste di candidati con il medesimo contrassegno, con riferimento a tali liste, può essere costituito un solo Gruppo, che rappresenta complessivamente tutti i medesimi partiti o movimenti politici”. Il Consiglio di Presidenza, inoltre, non potrà più autorizzare la costituzione di gruppi con meno di dieci iscritti, ad eccezione dei senatori delle minoranze linguistiche. Infine, è stabilito che i Vicepresidenti e i Segretari d’aula, che entrino a far parte di un gruppo diverso da quello al quale appartenevano al momento dell’elezione, decadono dall’incarico.

I correttivi adottati dalla nostra Camera Alta potrebbero ridurre la mobilità tra i gruppi parlamentari, ma sta di fatto che la crisi del quadro partitico italiano non può essere imputata ai meccanismi costituzionali, bensì al continuo passaggio tra leggi elettorali inadeguate.

Se il Parlamento appare sospeso e incapace di svolgere le proprie funzioni, i frequenti cambi di gruppo certamente non aiutano, anzi restituiscono un’immagine confusionaria al singolo cittadino. Cosa prevarrà nel bilanciamento tra interessi contrapposti? La libertà di deputati e senatori o le logiche di partito?