Grecia

Alle radici del successo del centrodestra in Grecia

A un anno  e mezzo dalle elezioni, il centrodestra di Nuova Democrazia è saldamente in testa ai sondaggi in Grecia, con un seguito stimato intorno al 45%. Il suo leader Kyriakos Mitsotakis è tra i più apprezzati Primi ministri d’Europa, nonostante le difficili sfide che si è trovato ad affrontare. Quali sono i motivi di tale successo?

Elezioni e primi provvedimenti

Tra il 2015 e il 2019, la Grecia è stata governata dalla coalizione tra la sinistra radicale di Syriza e i nazionalisti di destra di ANEL. Molto distanti ideologicamente, i due partiti condividevano l’ostilità verso l’austerity imposta dall’Unione Europea dopo il maxi-piano di salvataggio del 2011. Ciononostante, il Governo di Alexis Tsipras finì per implementare dure misure economiche in accordo con Bruxelles, pur cercando di proteggere le fasce più deboli della popolazione. Nel 2019, la Grecia era in chiara ripresa economica, sia pure a costo di gravi sacrifici.

Cosa è successo dopo le ultime elezioni?

Alle elezioni del 7 luglio però, molti elettori non perdonarono a Tsipras il voltafaccia e si affidarono a Nuova Democrazia con il 40% dei voti. Kyriakos Mitsotakis divenne così primo ministro di un governo monocolore. Figlio d’arte (il padre Kostantinos fu premier tra il 1989 e il 1993), Mitsotakis è considerato un centrista liberale, ma è riuscito a compattare sotto la sua leadership un partito che negli ultimi anni si è spostato progressivamente a destra. Tra i suoi primi provvedimenti ci sono stati un taglio delle tasse (il primo dopo molti anni di austerity) e procedure per velocizzare l’espulsione e l’asilo dei migranti presenti in alcune isole dell’Egeo.

Le tensioni con la Turchia

La politica migratoria di Mitsotakis ha avuto un successo solo parziale. L’eliminazione del ministero apposito ha ingolfato la macchina amministrativa e ha costretto il premier a una marcia indietro, nominando un Ministro per l’immigrazione. A peggiorare la situazione c’è stato però soprattutto l’atteggiamento della Turchia, che spesso non ha rispettato l’accordo con l’Unione Europea, lasciando fuggire molti migranti verso la Grecia. Mitsotakis ha rimarcato che i confini della Grecia sono quelli dell’UE, invitando i massimi rappresentanti delle istituzioni comunitarie ad Atene e sollecitando risposte comuni.

Non solo il problema migranti per la Grecia

Similmente ha agito per quanto riguarda le schermaglie con Ankara nelle acque del Mar Egeo e per la questione dei giacimenti di gas al largo di Cipro. Con il Governo dell’isola ha fatto asse a Bruxelles, arrivando a porre il veto su alcune decisioni comunitarie per ricordare l’importanza della questione turca. L’ultima richiesta di Mitsotakis in ordine di tempo all’UE è quella di un embargo sulla vendita di armi ad Ankara, perché “queste potrebbero essere usate contro un Paese membro”. Se ne discuterà al prossimo Consiglio Europeo. La risposta ellenica all’attivismo e alle provocazioni di Ankara non è stata solo diplomatica. La Grecia ha intensificato le esercitazioni militari congiunte con Cipro, Egitto e Francia e rinforzato militarmente punti considerati strategici.

La risposta all’emergenza Covid

Molta della popolarità di Mitsotakis deriva dalla gestione della prima ondata di Covid-19. Il premier greco, conscio che il sistema sanitario fosse provato da anni di duri tagli, ha approvato chiusure già alla fine di febbraio, quando il virus non era ancora molto diffuso nel Paese. Il risultato è stato che la prima ondata ha colpito la Grecia in maniera molto marginale. A maggio, i sondaggi stimavano Nuova Democrazia intorno al 50% e a luglio, ad un anno dall’insediamento, il 67% dei greci dava un’opinione positiva sull’operato del governo.

Tuttavia, l’emergenza Covid non è solo sanitaria, ma anche economica. Dal momento che Atene ha nel turismo la sua principale fonte di ricavi, Mitsotakis ha deciso di non rinunciare alla stagione estiva. La Grecia ha accolto dunque oltre 6 milioni di turisti, salvando le attività di molte persone e tamponando le inevitabili perdite di un’economia già provata. Tanto movimento ha avuto però anche i suoi lati negativi. La seconda ondata non ha infatti risparmiato il Paese ellenico, che oggi è colpito piuttosto duramente. Il Governo nega che il balzo dei casi sia frutto della stagione turistica, ma non ha dissipato i dubbi. La mancata prevenzione per la seconda ondata non è l’unica accusa rivolta a Mitsotakis. Tsipras, oggi capo dell’opposizione, accusa il premier di avere un approccio eccessivamente business-oriented e di aver tralasciato le necessità dei più deboli

Nonostante una leggera decrescita negli ultimi mesi, Nuova Democrazia ha consensi da record (45%) e un vantaggio di 18 punti percentuali su Syriza, il principale partito di opposizione. Il futuro è però pieno di ostacoli. Il secondo lockdown è un colpo gravissimo per un’economia fragile. La richiesta all’UE di maggior durezza verso Ankara rischia di incagliarsi a causa degli interessi economici di molti Paesi, Germania in primis.

CHINA E UK

La fine dell’amicizia tra Cina e Regno Unito

In passato Cina e Regno Unito sembravano aver stretto forti legami d’intesa ma, alla fine, la cooperazione tra i due Paesi non è durata. Qualcosa, o forse più, non ha funzionato. Ma procediamo con ordine.

Quando Xi visitò il Regno Unito

Era il 2015 quando, per la prima volta, Xi Jinping e consorte visitarono il Regno Unito. Il premier inglese di allora, David Cameron, riservò al leader cinese un’accoglienza in pompa magna. Nei suoi cinque giorni di permanenza Xi Jinping incontrò la Regina Elisabetta II, cenò a Buckingham Palace, tenne un discorso al Palazzo di Westminster e si confrontò con il Primo ministro britannico su diversi temi chiave. Giunta al suo termine, la visita venne dipinta da entrambe le parti come proficua e vantaggiosa.

Regno Unito Cina - Visita Xi Jinping

La Regina Elisabetta ed il Presidente cinese Xi Jinping sfilano lungo il The Mall in direzione Buckingham Palace (2015)

La situazione attuale

Ad oggi, però, il clima sembra essere cambiato. Cameron sperava che il suo operato da Primo ministro avrebbe gettato le basi di un “età dell’oro” delle relazioni tra Londra e Pechino. Attraverso gli affari, il Premier auspicava che il Regno Unito potesse modellare l’operato della Cina sia in materia di diritti umani che nel commercio. Questo avrebbe permesso al Paese di ritagliarsi un ruolo di maggior leadership a livello internazionale. Tuttavia, nel corso del tempo tale speranza non si è realmente concretizzata e si è dovuta scontrare con quella che è la realtà dei fatti. A contribuire alla disgregazione dei rapporti tra i due Paesi, sarebbero state anche alcune ferme prese di posizione da parte del Regno Unito. Prime su tutte quelle inerenti a Hong Kong ed al tema 5G.

L’autonomia di Hong Kong

Nel corso del tempo il Regno Unito è intervenuto ripetutamente riguardo le vicende legate ad Hong Kong, schierandosi più volte contro le azioni perpetuate dalla Cina. Un trattato concordato nel 1984 prevedeva difatti un “alto grado di autonomia” per questa regione. Con l’effettiva entrata in vigore della Dichiarazione Congiunta la Cina si era impegnata a rispettare il principio “una nazione, due sistemi” a partire dal 1997 per cinquant’anni. In questo modo, Hong Kong avrebbe potuto mantenere un sistema legale separato da quello del resto della Repubblica Popolare Cinese. Per diverso tempo il Trattato è sembrato essere interamente rispettato. Negli ultimi anni però Pechino ha iniziato ad erodere sempre più tale autonomia prevista.

Hong Kong – Alcuni manifestanti protestano pacificamente contro la nuova legge sulla sicurezza nazionale (2020)

La goccia che ha fatto traboccare il vaso del Regno Unito

L’ultima azione in ordine di importanza è stata l’imposizione alla fine di giugno di una controversa legge sulla sicurezza nazionale che, dopo più di un anno di disordini da parte di manifestanti pro-democrazia, ha suscitato grande scalpore a livello internazionale. All’apertura da parte di Boris Johnson di offrire un passaporto britannico ai cittadini dell’ex colonia, la Cina aveva risposto con la minaccia dell’adozione di “necessarie contromisure”. Successivamente, sempre a giugno, la palla era di nuovo passata al Governo britannico che aveva sospeso con effetto “immediato e a tempo indefinito” il suo trattato di estradizione con Hong Kong. Inoltre, venne annunciata anche l’imposizione di un embargo sulle forniture di armi ed equipaggiamento di polizia utilizzabili dai reparti antisommossa contro le proteste.

Il dilemma del 5G

Il presidente americano Donald Trump aveva a tempo debito minacciato di estromettere il Regno Unito dalla cooperazione tra servizi segreti dei “Five Eyes” se il Paese non avesse bandito il colosso Huawei dalle proprie reti di telecomunicazioni. Ben presto questo avvertimento si tramutò in un’azione concreta. Il 14 luglio il governo di Boris Johnson ha infatti annunciato che, a partire dal primo gennaio 2021, gli operatori di telefonia mobile del Regno Unito non avrebbero più potuto acquistare nuove apparecchiature targate Huawei. Inoltre, è stato anche previsto l’obbligo di rimuovere dalle reti degli operatori tutti i componenti per lo sviluppo ed il funzionamento della tecnologia 5G fabbricati dell’azienda cinese entro il 2027.

La decisione ha di fatto inasprito ulteriormente quello che era stato un provvedimento già adottato a gennaio. Quest’ultimo ha visto limitare la quota di mercato di Huawei nel Regno Unito al 35 per cento. L’esclusione del colosso tecnologico cinese dalla corsa al 5G in Gran Bretagna fece, all’epoca dei fatti, infuriare non poco Pechino. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, dichiarò apertamente che il Regno Unito stava collaborando con gli Stati Uniti per “discriminare, opprimere ed escludere” le imprese cinesi. Oltre a ciò, vennero lanciati alcuni avvertimenti anche alle aziende cinesi pronte ad investire capitali nel mercato britannico, sottolineando la possibile instabilità dei rapporti futuri tra i due Paesi.

Un’ulteriore mossa

Il governo del Regno Unito ha recentemente pubblicato un progetto di legge che riforma le norme sugli investimenti esteri, introducendo un sistema ibrido di notifiche obbligatorie e volontarie per motivi di “sicurezza nazionale”. La procedura proposta è simile a quella adottata negli Stati Uniti ed in Germania. Questo provvedimento aumenta notevolmente la capacità del Governo di intervenire direttamente nelle acquisizioni di aziende britanniche da parte di società estere. La nuova legge potrebbe dunque consentire al Governo di bloccare gli accordi laddove si intraveda la possibilità di “rischi inaccettabili” per la sicurezza del paese.

Questa proposta di legge, se adottata, avrà un grosso impatto sul futuro della nazione. Innanzitutto saranno previste sanzioni penali e civili per la mancata notifica preventiva di accordi sensibili. Inoltre, sarà consentito una sorta di “richiamo” retroattivo delle transazioni per una possibile revisione fino a cinque anni dopo la loro chiusura. Il disegno di legge sarà a breve oggetto di discussione e modifica in Parlamento, prima della sua ufficiale approvazione. Una volta che la proposta di legge sarà approvata, la portata e il reale impatto degli investimenti esteri nel Regno Unito (cinesi e non) potrebbero cambiare sensibilmente.

Cina e Regno Unito, oggi

Mentre Xi consolida il potere internamente, il suo esercito di diplomatici sta diventando sempre più aggressivo nel difendere le sue politiche anche in campo internazionale. Il Paese asiatico ha sempre reagito a dichiarazioni o azioni avverse, cercando di far leva sulle fragilità della nazione che le aveva pronunciate o adottate. Questo approccio solleva alcuni interrogativi sulla reale capacità della Cina di coltivare un soft power adeguato al ruolo di potenza egemone a cui ambisce.

L’uscita dal blocco europeo, prevista il prossimo 31 gennaio, richiederà necessariamente al Regno Unito di rinegoziare i propri accordi anche con la Cina, suo terzo partner commerciale dopo USA e UE. I presagi fanno pensare che Pechino potrebbe sfruttare quelle che sono le vulnerabilità economiche derivanti dalla Brexit a suo favore. In mancanza di sostanziosi accordi commerciali con superpotenze il Regno Unito rischia di trovarsi estremamente esposto ad un contrattacco commerciale cinese. Come se non bastasse, a peggiorare la situazione è anche il conflitto ideologico e commerciale tra USA e Cina. Quelli che arriveranno saranno sicuramente mesi decisivi per il futuro del Regno Unito.