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I giornali di partito tra passato, presente e futuro

I giornali di partito hanno accompagnato – e in alcuni casi accompagnano ancora oggi – tutta la storia dei partiti politici italiani. Comprendere il ruolo che l’informazione giornalistica di parte ha e ha avuto, ci permette di interrogarci su quale sarà il futuro che la aspetta.

Cosa sono i giornali di partito

I giornali di partito sono testate giornalistiche che fanno riferimento direttamente ad un partito politico e che da esso sono controllate. Sono un ottimo strumento di divulgazione degli ideali del partito che ben si prestano ad essere oggetto di propaganda politica: ieri su carta, oggi molto spesso online.

Nel corso della storia Costituzionale – ma non solo – del nostro Paese, i giornali di partito hanno svolto un ruolo fondamentale per la crescita dei movimenti politici. Si sono rivelati delle incredibili armi di divulgazione che hanno permesso ai partiti e agli esponenti politici di accrescere la loro fama e la loro popolarità.

 

Avanti! : quasi 100 anni di storia tra le vicende del PSI

Dal 1896 al 1993 Avanti! fu il quotidiano del PSI (Partito Socialista Italiano). Nacque nel luglio 1896 quando il PSI decise di fondare un giornale a carattere nazionale. Il primo numero uscì a Roma il 25 dicembre 1896 e uno dei primi abbonati fu il filosofo liberale Benedetto Croce.

Nel 1914-1915 l’Avanti! si schierò per la neutralità assoluta da tenere nei confronti degli opposti schieramenti nella Grande Guerra. Dopo aver mantenuto tale posizione, decisa dalla stragrande maggioranza del PSI, il suo direttore dell’epoca, Benito Mussolini, spinse il quotidiano socialista verso una campagna interventista. Il futuro duce si dimise dall’incarico il giorno seguente e già nel novembre 1914 usciva il suo nuovo giornale interventista: Il Popolo d’Italia.

Durante gli anni del regime fascista l’Avanti! fu costretto a sospendere le pubblicazioni e ricomparve in clandestinità nel 1943. Dopo la Liberazione costituirà uno straordinario strumento di propaganda per il voto a favore della Repubblica nel referendum istituzionale. Per tutti gli anni della prima Repubblica sarà lo strumento che il PSI utilizzerà per dare voce alle proprie istanze e per celebrare i propri successi politici ed elettorali.

Nel 1992 inizia la crisi che porterà il PSI al tracollo elettorale e finanziario. Nell’agosto dello stesso anno il quotidiano sferra alcuni duri attacchi all’operato del pool di magistrati che segue l’inchiesta Mani Pulite, nella quale è direttamente coinvolto Bettino Craxi, Segretario del PSI.

L’Avanti! chiude nel novembre del 1993 dopo una crisi finanziaria senza precedenti.

Il 1º maggio 2020 l’Avanti! di proprietà di Critica Sociale torna in edicola sotto la direzione di Claudio Martelli con cadenza mensile.

Tra i direttori del quotidiano alcuni ebbero un’importante carriera politica:

  • Benito Mussolini, futuro Duce del fascismo;
  • Pietro Nenni, storico leader del PSI;
  • Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica;
  • Bettino Craxi, leader del PSI e Presidente del Consiglio.

Prima pagina del 10 maggio 1946

 

Il Popolo d’Italia: da quotidiano socialista ad organo di regime

Il Popolo d’Italia venne fondato da Benito Mussolini nel novembre 1914, dopo aver lasciato la direzione dell’Avanti! a causa del contrasto tra le sue idee interventiste e la linea neutralista decisa dalla Direzione Centrale del PSI. Il giornale dal 1924 al 1943 divenne l’organo ufficiale del regime fascista che lo utilizzò abilmente per la sua propaganda. Il Popolo d’Italia svolse un ruolo importante anche per tutto il corso della Seconda Guerra Mondiale, tentando di evidenziare le vittorie italiane, tralasciando i momenti di sconforto e di sconfitta che la guerra ebbe per il nostro Paese. Il giornale terminò le pubblicazioni nel 1943, anno della caduta del regime fascista.

Tra i corrispondenti vi fu anche il celebre poeta Giuseppe Ungaretti.

 

Prima pagine 11 giugno1940

 

l’Unità: dal PCI alle chiusure

l’Unità fu fondata nel 1924 da Antonio Gramsci e fu l’organo di stampa del PCI, del quale accompagnerà tutta la storia politica per tutto il corso della prima Repubblica sino al 1992.

Dal 1992 al 1996 il giornale passa nelle mani di Walter Veltroni – all’epoca già Deputato – con l’intento di trasformare il quotidiano nel luogo del dibattito nel centrosinistra, ma nel 2000 il giornale cessa le pubblicazioni.

Nel 2001 un gruppo di imprenditori rileva la storica testata e l’Unità torna in edicola.

Nel 2008 la testata viene acquistata da Renato Soru, allora Presidente della Regione Sardegna e la direzione del giornale viene affidata Concita De Gregorio.

Nel 2004, per la seconda volta, a causa della grave situazione debitoria, cessano le pubblicazioni.

Nel 2015 l’Unità riprende le pubblicazioni grazie a un notevole afflusso di capitale pubblico (107 milioni di euro), ma nel 2017 si interrompe definitivamente la pubblicazione comportando la chiusura della testata per la terza volta.

Tra le firme storiche del giornale troviamo:

  • Italo Calvino, storico scrittore;
  • Margherita Hack, astrofisica;
  • Pier Paolo Pasolini, giornalista e poeta;
  • Stefano Rodotà, giurista, Deputato e Vicepresidente della Camera.

Come detto in precedenza, nel 1992 il direttore fu Walter Veltroni, che ebbe una notevole carriera politica, divenendo:

  • Segretario dei Democratici di Sinistra e in seguito Segretario del PD;
  • Ministro per i beni e le attività culturali;
  • Vicepresidente del Consiglio dei Ministri del Governo Prodi;
  • Sindaco di Roma

La prima pagina  il giorno successivo alla morte di Stalin

 

Il Secolo d’Italia: tra MSI PDL

Nato nel 1952 a Roma come quotidiano vicino alla destra, nel 1963 divenne organo ufficiale del Movimento Sociale Italiano (MSI).

Nel 1995 divenne l’organo di stampa di Alleanza Nazionale e dal 2009 al 2011 è stato uno dei quotidiani de Il Popolo della Libertà.

Nel dicembre 2012 ha cessato le pubblicazioni cartacee e attualmente esiste solo online edito dalla Fondazione Alleanza Nazionale.

Tra i suoi direttori storici si segnalano:

  • Giorgio Almirante, Deputato e Segretario del MSI;
  • Maurizio Gasparri (PDL e poi FI), Deputato, Senatore, Sottosegretario e Ministro.

Giorgio Almirante legge Il Secolo

 

Altri giornali di partito

Tra gli altri giornali di partito troviamo:

  • La Discussione, fondata da Alcide De Gasperi che dal 1952 al 1995 fu l’organo di stampa de La Democrazia Cristiana;
  • La Padania, fondata da Umberto Bossi, nel 1997 e chiusa nel 2014 che fu organo ufficiale de La Lega Nord. Tra i direttori anche Gianluigi Paragone, ex M5S ed oggi Italexit;
  • Giornale comunista, dal 1991 al 2014 organo di Rifondazione comunista;
  • Cronache di Liberal dal 2008 al 2013 organo ufficiale dell’UDC;
  • Europa, dal 2003 al 2014 organo de La Margherita.

 

I finanziamenti pubblici ai giornali di partito

Nel 2017 un’inchiesta dell’osservatorio civico Openpolis ha evidenziato in che misura i principali giornali di partito abbiano ricevuto finanziamenti pubblici dal 2003 fino al 2015. In tale periodo sono stati elargiti circa 238 milioni di euro.

In questo grafico (direttamente dal sito di Openpolis) sono analizzati analiticamente tutti i giornali oggetto dell’inchiesta:

 

Quale futuro per i giornali di partito

Come si è visto la maggior parte dei giornali di partito ha sospeso da anni le pubblicazioni. Solo il Secolo d’Italia e La Discussione continuano a vivere sul web. Tutto questo è legato a diversi fattori.

In primo luogo anche i giornali di partito hanno subito il calo di vendite che ha riguardato tutti i quotidiani cartacei da qualche anno a questa parte. L’informazione si muove meglio online, libera dai confini dell’immobilità tipica della carta stampata. Oggi le notizie vivono nel tempo e nello spazio, necessitano di costante aggiornamento e solo un sito web può rispondere a questa esigenza.

In secondo luogo è cambiato il modo di fare comunicazione politica. Oggi la propaganda viaggia su altri canali: i social network e i siti web che fanno direttamente capo al partito senza necessità che vi sia un organo di stampa che si interponga.

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Il referendum nell’ordinamento giuridico italiano

Tra le molteplici tematiche cui è stata sottoposta l’attenzione dell’opinione pubblica italiana, la celebrazione del referendum costituzionale, avvenuta Domenica 20 e Lunedì 21 Settembre, ha occupato certamente una posizione privilegiata.

Ma cosa si intende per “referendum”? Perché si parla di referendum costituzionale? In cosa consiste?

Rispondere a questi – ed altri – quesiti risulta fondamentale per comprendere pienamente la funzione di questo importantissimo istituto giuridico all’interno dell’ordinamento giuridico italiano.

 

Il termine “referendum” deriva dal verbo latino referre, il cui significato è “riferire”, “riportare”: con il referendum infatti, il popolo è chiamato a riferire, cioè ad esprimersi, circa una proposta inerente singole questioni.

Tra le funzioni deliberative del corpo elettorale spicca proprio quella di esprimere direttamente una preferenza tramite consultazione.

La Costituzione italiana prevede quattro diverse tipologie di referendum, ossia quello abrogativo (art. 75), quello confermativo costituzionale (art. 138) quello c.d. consultivo territoriale (artt.132 e 133) e quello regionale (art. 123): con riferimento ai primi tre, deve puntualizzarsi che il ricorrere al giudizio del corpo elettorale non è sempre richiesto, mentre l’ultimo ha sempre natura obbligatoria, come si approfondirà a breve.

 

IL REFERENDUM ABROGATIVO

Il referendum abrogativo ha ad oggetto l’abrogazione (ovverosia la circoscrizione dell’efficacia nel tempo, che operi pro-futuro) di una legge, o parte di essa, o di un atto avente forza di legge (cioè un decreto legislativo o, più difficilmente, un decreto legge) ed è indetto dal Presidente della Repubblica, su richiesta di almeno 500.000 elettori o di 5 Consigli Regionali.

Al contrario, non possono essere oggetto di referendum abrogativo le leggi di rango costituzionale e – a tenore dell’art. 75 della Costituzione – le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto e quelle di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali.

Affinchè la proposta venga approvata, è richiesto il c.d. doppio quorum: si richiede sia un’affluenza superiore alla maggioranza degli aventi diritto al voto, sia che la richiesta di abrogazione consegua la maggioranza dei dei voti validamente espressi.

Qualora il corpo elettorale si esprima favorevolmente per l’abrogazione della disposizione (cioè della legge o dell’atto avente forza di legge) e si certifichi il raggiungimento del quorum dei votanti, il Presidente della Repubblica dichiara, tramite un decreto presidenziale, l’abrogazione della norma medesima; tale decreto viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale e, a decorrere dal giorno seguente suddetta pubblicazione, la legge sarà definitivamente abrogata. È da notare che il Capo dello Stato, su richiesta del Ministro competente e previa deliberazione del Consiglio dei Ministri (CDM), può ritardare l’effetto abrogativo fino a 60 giorni dalla data di pubblicazione del decreto presidenziale.

Qualora la richiesta di abrogazione venga respinta (purchè il quorum dell’affluenza sia raggiunto), la legge rimane in vigore e non sarà possibile indire un nuovo referendum abrogativo avente ad oggetto la medesima disposizione per cinque anni.

Infine, bisogna avvertire che la legge prevede la possibilità che ad occuparsi di tutte le operazioni necessarie alla richiesta del referendum (si consideri, a titolo di esempio, la raccolta delle firme) sia un comitato di promotori, cui vanno notificate, da parte delle autorità competenti, tutte le novità inerenti il referendum medesimo.

 

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Il 20 e il 21 Settembre si celebrerà (l’ormai celeberrimo) referendum costituzionale, così definito poiché il corpo elettorale è chiamato ad intervenire prima che una legge di revisione della Costituzione o un’altra legge costituzionale (art. 138 della Costituzione), già approvata – cioè perfezionata – dal Parlamento, venga promulgata.

 

In quest’occasione viene riservata al corpo elettorale una scelta di non poca rilevanza: infatti, qualora suddette leggi vengano approvate dal Parlamento, esse potranno, a determinate condizioni di cui adesso si parlerà, apportare modifiche (senz’altro determinanti) alla Legge Fondamentale, cioè alla Costituzione della Repubblica, che – come è noto – è la più importante tra le fonti del nostro ordinamento!

Le leggi di cui si è detto vengono approvate seguendo un iter assai particolare, definito procedura aggravata, cui è dedicato l’art. 138 della Costituzione: suddette leggi ‘sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione’.

 

Pertanto, ad una prima deliberazione da parte di ambedue le Camere, ne segue – non prima che siano trascorsi 3 mesi – una seconda: se in quest’ultima occasione il disegno di legge viene approvato a maggioranza assoluta (cioè almeno dalla metà più uno del totale degli aventi diritto) in ciascuna Camera, questo potrà divenire oggetto di referendum costituzionale ed essere sottoposto al giudizio degli elettori.

Il corpo elettorale, però, non è chiamato a esprimere il proprio giudizio circa l’approvazione (già avvenuta) della legge, bensì circa la sua promulgazione, ovverosia la sua entrata in vigore nell’ordinamento giuridico: attraverso il voto, gli elettori sono chiamati a decidere se la legge approvata può (o non può) essere promulgata dal Presidente della Repubblica.

Solo in un caso la legge già approvata dal Parlamento non potrà essere oggetto di referendum costituzionale, ossia quando questa sia stata approvata dalla maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna Camera: in questo caso, se una così larga maggioranza dei Parlamentari ha condiviso (e approvato) il contenuto della legge, si presume che il corpo elettorale (che è rappresentato dai medesimi Parlamentari) non si sarebbe espresso in maniera differente.

 

Il referendum costituzionale, come detto, può avere ad oggetto solo le leggi contemplate dall’articolo 138 della Costituzione, e può essere indetto su iniziativa di 500.000 elettori o di 5 Consiglio Regionali o ancora di 1/5 degli appartenenti a ciascun ramo del Parlamento.

La ragione per cui i membri delle due Camere possono richiedere un referendum costituzionale, ma non un referendum abrogativo, è semplice: ciascun parlamentare ben può proporre singolarmente alla Camera di appartenenza l’approvazione di un disegno di legge di abrogazione, pertanto sarebbe stato superfluo attribuire loro la possibilità di richiedere il referendum in questione.

 

Mentre gli aventi diritto di voto sono gli stessi di cui si è detto con riferimento al referendum abrogativo, l’approvazione della proposta, oggetto di referendum costituzionale, richiede solo la maggioranza dei suffragi validamente espressi, e non il c.d. doppio quorum, previsto invece per il referendum abrogativo.

Qualora il corpo elettorale si esprima favorevolmente, la legge in questione viene promulgata dal Presidente della Repubblica, divenendo così pienamente efficace e in grado di dispiegare gli effetti giuridici suoi propri nell’ordinamento giuridico italiano.

Qualora, al contrario, l’esito della consultazione referendaria sia negativo, la legge non viene promulgata.

 

I REFERENDUM REGIONALI

Ciascuna Regione, secondo quanto disposto dall’articolo 123 della Costituzione, si dota di uno Statuto conforme alla Carta fondamentale, che ne determina la forma di governo e i principi fondamentali di organizzazione e funzionamento.

Questa suprema fonte regionale è adottata (o modificata), al pari delle leggi di riforma costituzionale, con una procedura aggravata: si richiede una legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio regionale, con due deliberazioni successive adottate ad intervallo non minore di due mesi. Lo Statuto può essere sottoposto a referendum locale qualora, entro tre mesi dalla sua pubblicazione, ne faccia richiesta 1/50 degli elettori della Regione o 1/5 dei componenti il Consiglio regionale.

È proprio all’interno di questa fonte che viene regolato anche l’esercizio del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione.

 

IL REFERENDUM CONSULTIVO TERRITORIALE

Infine, gli artt. 132 e 133 della Costituzione sanciscono che è possibile dar luogo alla fusione tra Regioni o Province – nonché l’istituzione di nuove – o il distacco di Province o Comuni da una Regione – nonché l’aggregazione ad altre.

In tutte queste ipotesi, i provvedimenti in questione (di fusione tra Regioni, istituzioni di nuove, etc.) devono essere obbligatoriamente sottoposti al giudizio dei diversi corpi elettorali degli enti in questione; e lo stesso principio si applica nell’ipotesi in cui il provvedimento riguardi la modifica delle circoscrizioni o della denominazione di una Provincia o di un Comune.

È in questo senso che il referendum consultivo ha, come già anticipato, natura obbligatoria, essendo necessario il coinvolgimento del corpo elettorale.

Esattamente come si è detto per le altre due tipologie di referendum, anche in questo caso il responso referendario sarà strettamente determinante, dato che il singolo atto normativo (ad es., di modifica della denominazione di una Provincia) viene varato solo qualora il corpo elettorale si sia espresso in tal senso; altrimenti il procedimento dovrà essere arrestato.

Oltre alle tre forme di referendum di cui si è parlato, occorre ricordare – per completezza – l’esistenza dei referendum regionali, e l’introduzione più recente dei referendum degli enti locali (Province e Comuni), secondo quanto disposto dal Testo Unico degli enti locali.

Un solo referendum di indirizzo fu invece indetto a livello nazionale ossia quello del 18 Giugno 1989, contestuale alle elezioni europee di quell’anno, per conferire o meno un ipotetico mandato costituente al Parlamento europeo.

Poiché non rientrante tra i modelli predisposti dalla Costituzione, l’indizione della tornata referendaria fu possibile solo grazie alla preventiva approvazione della legge cost. 2/1989, n. 2.