Cina

La Cina controlla direttamente i media dell’area balcanica?

Uno studio presentato da Vladimir Shopov, membro dell’ECFR ed esperto di relazioni internazionali, documenta come la Cina stia accrescendo la propria presenza all’interno di diversi media sparsi nell’area balcanica. Questa ricerca analizza dettagliatamente in che modo la Cina sia riuscita nel corso del tempo ad infiltrarsi all’interno di diversi Paesi dell’Europa sudorientale (SEE), consolidando la sua presenza in settori come l’economia, la politica e la cultura. Parallelamente ai suoi enormi investimenti in quest’area, Pechino starebbe altresì implementando una strategia granulare di sviluppo e coltivazione di relazioni con individui chiave ed istituzioni statali.

Un cambio di strategia

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad alcune trasformazioni significative relative alla politica estera ed all’approccio diplomatico perpetuato dalla Cina. Questi mutamenti stanno gradualmente rivelando le aspirazioni internazionali del paese asiatico in tutta la loro grandezza. La crescente presenza cinese all’interno dei media balcanici può essere considerata l’ennesima dimostrazione di queste ambizioni. La tanto dibattuta strategia del “nascondi e aspetta” ha lasciato spazio ad un atteggiamento più espansivo ed intraprendente. In questo contesto i media e la presenza pubblica della Cina su scala internazionale assumono una particolare importanza, data la necessità di acquisire strumenti che consentano alle sue autorità di influenzare percezioni e narrazioni politiche. In altre parole, le istituzioni cinesi stanno operando seguendo una strategia che prevede il mutamento rapido ed efficace del loro approccio verso l’esterno del paese. Il tutto sarebbe finalizzato a migliorare la capacità di influenzare l’opinione pubblica in specifiche aree geografiche, promuovendo la propria immagine pubblica in funzione dei propri obiettivi politici.

L’analisi della presenza cinese nell’area balcanica

Lo studio sopracitato offre una panoramica molto dettagliata della situazione odierna. Difatti, viene esaminata la presenza mediatica cinese paese per paese all’interno dell’area balcanica. Ecco un estratto di questa analisi:

Albania

A partire dal 2012, ci sono stati segnali di una crescente cooperazione tra l’Agenzia telegrafica albanese e l’agenzia di stampa cinese Xinhua. Verso la fine del 2019 la televisione e la radio di stato albanese hanno firmato un accordo di cooperazione ad ampio raggio con controparti cinesi, che prevede lo scambio di contenuti come film e cartoni animati. L’accordo prevede inoltre la trasmissione di documentari volti a promuovere il sistema di governance cinese. Gli esperti non hanno identificato nel comportamento dei media albanesi una chiara politica editoriale pro-Cina, anche se sono state notate alcune attività sospette su alcuni portali web. La mancanza di trasparenza rimane comunque un grosso problema per il paese, soprattutto in relazione alle piattaforme web. Recentemente si è assistito ad un aumento delle narrazioni legate alla Cina nei media statali rispetto ai media privati; questa potrebbe essere una probabile conseguenza degli accordi di cooperazione firmati. Ad eccezione di Huawei, le società cinesi non hanno una presenza significativa nel mercato pubblicitario del paese. Anche le vicende legate al COVID – 19 hanno amplificato la copertura mediatica statale relativa alla Cina, soprattutto nelle fasi iniziali della pandemia. A livello locale, l’ambasciatore e l’ambasciata cinese hanno gradualmente incrementato le loro attività mediatiche. Sebbene non ci sia uno schema particolare, l’ambasciatore si è impegnato a relazionarsi con i giornalisti albanesi anche attraverso incontri informali. In alcuni casi, diverse testimonianze dirette hanno riportato l’utilizzo di un linguaggio piuttosto aggressivo da parte dei diplomatici cinesi nelle suddette interazioni con i giornalisti locali. Questi comportamenti sarebbero stati adottati in riferimento a pubblicazioni di contenuti non graditi dal regime di Pechino.

Bosnia Erzegovina

A causa della frammentata struttura comunitaria e politica della Bosnia, una cooperazione istituzionale omogenea in materia di media è di difficile applicazione. In questo contesto, l’attore cinese principalmente attivo sul territorio è Xinhua. Questa agenzia di stampa, che possiede un ufficio di rappresentanza nel territorio bosniaco dal 2012, ha firmato accordi di cooperazione con la Federal News Agency (FENA) e con l’agenzia che gestisce Radio e Televisione statale (BHRT). In termini generali, all’interno dell’ecosistema mediatico bosniaco i media delle differenti comunità sono considerati vicini alle rispettive élite politiche e la loro indipendenza è ritenuta discutibile da molti esperti. L’altro attore principale attivo nel territorio è kina-danas.com, portale web incentrato sulla Cina con sede fisica nel paese dal 2014. Questo portale opera con l’assistenza della locale “Associazione per l’amicizia bosniaco-cinese” e dell’ambasciata cinese. Il suo compito è quello di fungere da hub di notizie per un pubblico molto ampio, sfruttando l’elevato grado di comprensione reciproca tra le diverse lingue locali. Il contenuto divulgato viene estrapolato da fonti cinesi e riflette pienamente i punti di vista del governo centrale di Pechino. Attraverso questo sito istituzioni locali come la Camera per il commercio estero della Bosnia e l’Agenzia per la promozione degli investimenti esteri della BiH promuovono annunci pubblicitari. Inoltre, l’ambasciata cinese a Sarajevo ha recentemente aumentato la propria presenza nella sfera pubblica del paese. Anche l’ambasciatore è molto attivo nell’organizzazione di incontri e colazioni di lavoro con giornalisti ed esperti di politica. Oltre a ciò, l’ambasciata organizza periodicamente visite studio per giornalisti di varie organizzazioni. I partecipanti sono invitati a scrivere storie positive in riferimento alle esperienze vissute al loro rientro in patria. In termini generali, sembra essere prediletto lo sviluppo e la coltivazione dei rapporti con i singoli giornalisti piuttosto che lo sviluppo di una cooperazione a livello istituzionale. È stato riscontrato un notevole aumento della presenza cinese in termini di contenuti propagandati all’interno del paese. In aggiunta, lo studio denuncia un basso livello qualitativo del giornalismo investigativo nazionale. In questo modo verrebbe garantito un ambiente mediatico piuttosto favorevole ad interferenze estere.

Bulgaria

La cooperazione istituzionale bulgaro-cinese nel campo dei media è una realtà solida e consolidata da diverso tempo. La Bulgarian Telegraph Agency (BTA, di proprietà statale) ha un accordo di cooperazione con Xinhua. Il partner cinese è una delle sue principali fonti di informazione. In aggiunta, esistono rapporti di cooperazione contrattuale decennali tra la Radio Nazionale Cinese e la Radio Nazionale Bulgara e, ancora, con la Televisione Nazionale Cinese e la Televisione Nazionale Bulgara. Nello studio viene inoltre riferito che l’ufficio bulgaro di Huawei ha organizzato alcuni viaggi per diversi giornalisti presso la sede dell’azienda a Shenzhen. In termini di contenuti diffusi, 24 Hours (un importante portale bulgaro di notizie web) ha creato un segmento ad hoc chiamato “Focus China”, incentrato sul paese asiatico. Le fonti utilizzate sono di origine cinese e la maggior parte delle notizie presentate sembra essere semplicemente tradotta dall’originale. Questo portale condivide periodicamente una vasta gamma di informazioni, che spaziano da notizie economiche ad annunci del presidente Xi. Nel corso del tempo, all’interno del paese anche altri media si sono uniformati a questo trend. Kitajdnes.com, ad esempio, è un portale web esclusivamente dedicato alla Cina; il contenuto che divulga è in linea con le opinioni e le posizioni ufficiali delle istituzioni statali cinesi. Dunque, la quantità di contenuti relativi alla Cina nel paese sembra essere visibilmente in aumento. Inoltre, da sottolineare è un importante sviluppo relativo alla possibile influenza cinese in termini di proprietà: il Central Europe Media Group è stato acquisito recentemente da uno dei fondi di investimento di Petr Kellner, un miliardario ceco. Quest’ultimo possiede all’interno del paese un’ampia rete di media che include anche bTV (un importante canale televisivo bulgaro privato). Kellner è noto per i suoi interessi commerciali legati alla Cina; in futuro la politica editoriale dei suoi spazi sarà esaminata attentamente da diversi studiosi per intercettare qualsiasi possibile cambiamento nell’approccio a questioni cinesi.

Croazia

La collaborazione tra organizzazioni dei media croate e cinesi sembra essere piuttosto scarsa. Non sussistono particolari accordi di cooperazione tra l’Agenzia di stampa croata (HINA) e controparti cinesi. L’Associazione dei giornalisti croati, fondata nel 1910, è impegnata nel mantenimento di un codice etico e concentra i suoi sforzi su questioni legali, normative e di giornalismo investigativo. Non ci sono indicazioni che fanno pensare ad accordi di cooperazione con l’Associazione dei giornalisti cinesi. Inoltre, nessun media croato ha un proprio corrispondente stanziato in Cina. Tuttavia, i contenuti mediatici relativi al paese asiatico sono in aumento. L’interesse verso la Cina tra il pubblico più ampio rimane comunque piuttosto basso. Come in molti altri Paesi della regione, la mancata trasparenza della proprietà di alcune organizzazioni mediatiche rimane un problema serio. Nel caso dei web media spesso vige una totale mancanza di informazioni a riguardo. Lo studio riferisce anche che, secondo rapporti non confermati, una società cinese avrebbe tentato di acquisire il più grande gruppo di media del paese (Hanza Media), senza successo. Inoltre, alcune fonti suggeriscono che un’altra società cinese sia attualmente interessata ad acquisire una serie di stazioni radio in tutto il paese. L’ambasciata locale non è tra le più attive nella regione. Apparentemente l’interazione con i media avviene ancora in maniera piuttosto tradizionale, dunque inviando a quest’ultimi dichiarazioni ufficiali ed organizzando interviste programmate con l’ambasciatore.

Kosovo

Il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Cina, unito al sostegno all’integrità territoriale della Serbia, determinano il contesto politico delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. Queste circostanze lasciano poche opportunità ad azioni cinesi. Tuttavia, l’ufficio di collegamento di Pechino a Pristina mantiene comunicazioni informali con le autorità del paese. L’ambasciata cinese a Tirana, in Albania, è stata rafforzata per migliorare anche la sua capacità diplomatica e analitica nei confronti del Kosovo. Le relazioni commerciali e turistiche stanno migliorando ed alcune aziende cinesi hanno espresso interesse a partecipare a progetti energetici statali su larga scala. Nel campo tech, Kosovo Telecom ha recentemente ricevuto un’offerta di prestito cinese in cambio di apparecchiature 5G a prezzi molto competitivi. Tuttavia, la presenza della Cina nei media del paese sembra destinata a rimanere scarsa. Questa predizione però, suggerisce lo studio, dovrà necessariamente fare i conti con alcune delicate vicende: La prima è relativa al problema (molto sentito) del riconoscimento del Kosovo da parte di Pechino. La seconda si rifà ad alcune ricadute delle relazioni serbo-cinesi, che potrebbero avere grande rilevanza sia per il Kosovo che ad un livello regionale più ampio.

Montenegro

Lo studio suggerisce che la presenza mediatica della Cina in questo paese sta gradualmente aumentando. Le modalità e gli strumenti che favoriscono questa tendenza rimangono però alquanto ambigui. I media statali montenegrini non hanno accordi formali di cooperazione con le loro controparti cinesi. Inoltre, i principali network nazionali di informazione non hanno corrispondenti in Cina. Tuttavia, i media cinesi mettono a disposizione regolarmente contenuti gratuiti. Questi vengono tendenzialmente percepiti come inadeguati da molti giornalisti di Podgorica. Mentre i media locali finanziariamente indipendenti ricorrono raramente alla pubblicazione di tali contenuti, molti dei media meno stabili (soprattutto sul web) trasmettono regolarmente questo tipo di notizie. Gli esperti locali ritengono che i rapporti di questo paese con la Cina stiano diventando costantemente più amichevoli. L’ambasciata cinese a Podgorica è il principale nodo di collegamento delle relazioni con giornalisti ed organi di stampa locali. Inoltre, vengono organizzate periodicamente visite studio per giornalisti locali nel paese asiatico. In generale, l’ambasciata non è particolarmente attiva nella sua interazione con i giornalisti. In conclusione, è importante sottolineare come la mancata trasparenza relativa alle organizzazioni di media all’interno di questo territorio alimenti una grossa incognita. Molti siti web di informazione mancano chiaramente di modelli di business fattibile, ricorrendo periodicamente a dirette sovvenzioni provenienti dai loro proprietari (in)formali.

Macedonia

Esistono relazioni istituzionali di lunga data tra l’Associazione macedone per l’informazione (MIA), istituita nel 1997, e le sue controparti cinesi. Già nel 2004, la MIA aveva firmato un accordo di cooperazione con Pechino che promuoveva, fra le altre cose, anche la condivisione di contenuti forniti. Questo accordo bilaterale è ancora oggi attivo ed in costante sviluppo. La MIA possiede anche un accordo di cooperazione con Xinhua. Le relazioni bilaterali tra i media di queste due nazioni risalgono addirittura a metà anni ’90. Il partner locale di riferimento è da sempre l’associazione locale dei giornalisti, fondata originariamente nel 1946. Negli ultimi anni, l’associazione è stata contattata alcune volte da alcune controparti cinesi che proponevano rapporti di cooperazione intensificata (di sostegno finanziario e di contenuto); in risposta, la controparte macedone ha sempre rifiutato di approfondire queste possibili relazioni. Tuttavia, alcuni membri dell’associazione locale hanno iniziato a coltivare legami più profondi con la Cina. I contenuti relativi al paese asiatico stanno crescendo in termini di importanza all’interno del territorio statale, pur rimanendo periferici nell’ambiente dei media. La maggior parte delle notizie filocinesi riguarda l’economia o si riferisce a progetti bilaterali (in corso o potenziali), con pochissimi spunti riguardo gli aspetti più profondi della relazione bilaterale tra questi Paesi. In termini generali, l’ambasciata locale è piuttosto attiva nei suoi rapporti con i giornalisti. Vengono organizzati incontri occasionali con alcuni diplomatici e colazioni di lavoro con l’ambasciatore. Sebbene l’attenzione dell’ambasciata sia tendenzialmente concentrata sui media tradizionali, è stato osservato anche un crescente interesse riguardo alcuni strumenti social. L’ambasciatore e l’ambasciata hanno account attivi su Facebook e Twitter. In particolare, talvolta i singoli diplomatici dell’ambasciata cinese utilizzano i propri account personali in modo piuttosto aggressivo, pubblicando contenuti critici e antioccidentali su varie questioni, che spaziano dalla risposta alla pandemia al tema Hong Kong. Infine, lo studio sottolinea come non ci siano indicazioni di un coinvolgimento cinese nella struttura proprietaria dei media del paese.

Serbia

Nel paese si è assistito ad un’intensificazione della cooperazione cinese con i media a livello istituzionale a partire dal 2016, quando è stato firmato un accordo di cooperazione tra l’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato cinese e il Ministero della Cultura serbo. L’accordo, sancito durante il viaggio del presidente Xi a Belgrado, prevede vari tipi di scambi e condivisione di informazioni. In particolare, in questa occasione è stato istituito un dialogo permanente tra i media di Cina e Serbia. Nel 2017, il China Economic Information Service, un’agenzia affiliata di Xinhua, ha istituito una “via della seta dell’informazione” e ha concluso accordi di cooperazione con varie organizzazioni dei media di tutto il mondo, inclusa l’agenzia di stampa serba Tanjug. Questo evento ha permesso il completamento di una “Piattaforma della via della seta” di Xinhua, istituita a partire dal 2015. Nei media serbi le notizie relative alla Cina sono aumentate in modo significativo negli ultimi anni. Il contenuto comunicato è tendenzialmente positivo e dal tono amichevole. La maggior parte dei contenuti filocinesi diffusi è direttamente controllato dal governo e percepito dagli studiosi come di natura promozionale. Come in altri Paesi della regione, la trasparenza della proprietà dei media rimane un grande problema, in particolare per quanto riguarda le piattaforme web. La sensazione principale è quella di una crescente vicinanza al governo centrale cinese, che si riflette in termini di politica editoriale ed assenza di critiche statali. L’ambasciata cinese nel Paese non è molto aperta ai giornalisti; la comunicazione verso quest’ultimi avviene principalmente tramite comunicati stampa e dichiarazioni ufficiali. Recentemente è stata organizzata una campagna mediatica di altissimo profilo a sostegno dell’attività della Cina nella lotta al COVID-19. A marzo è stato pubblicato anche un video in cui si vede il presidente Vucic baciare la bandiera cinese. Nello stesso periodo sono stati apposti anche diversi cartelloni pubblicitari in tutta Belgrado, recitanti la frase “Grazie, fratello Xi”.

Le traiettorie future di questo studio

Cina

Da due anni a questa parte l’atteggiamento internazionale della Cina è cambiato sensibilmente. In riferimento a questa analisi, a mutare è stato soprattutto l’uso e la tipologia di strumenti impiegati per influenzare i diversi ecosistemi mediatici. In Europa, questa trasformazione non ha ricevuto molta attenzione da parte dell’opinione pubblica. Ad ogni modo, lo studio sottolinea come il vecchio continente sia stato oggetto di attenzione da parte della Cina, che ha mosso le sue pedine ad ampio raggio. Inoltre, anche a livello globale sono state individuate tendenze alquanto preoccupanti. Queste includono campagne di disinformazione e manipolazione dei risultati di ricerca su piattaforme digitali, utilizzo di vasti strumenti di censura, la soppressione della copertura critica ed ampi sforzi per promuovere sul web narrazioni specifiche volte a rappresentare la Cina come modello da seguire.

La propaganda filocinese sarebbe uno strumento utilizzato per espandere l’influenza del governo di Pechino su diversi media statali; il partito centrale si starebbe sempre di più cimentando nell’acquisto di organizzazioni di media stranieri per produrre e trasmettere contenuti favorevoli. Queste operazioni richiedono obbligatoriamente un’infrastruttura operativa istituzionale e finanziaria alquanto elaborata. In effetti, il grado di investimento e di organizzazione dell’ecosistema nei media cinesi rimane una tematica sottovalutata, sostiene lo studio. Sebbene tali politiche potrebbero non essere immediatamente percettibili, questa analisi afferma ripetutamente una severa previsione: la Cina si starebbe preparando a gestire un enorme sistema multimediale transnazionale.

1200px-Praha,_Magistrát,_protest_proti_ČSSD

Social-democratici all’orientale: la sinistra in Europa dell’Est

Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, lo scenario politico al di là di quella che era la cortina di ferro è sempre più sbilanciato a destra. Con poche eccezioni, i partiti socialisti e social-democratici nati in Europa orientale dopo la fine del comunismo sono oggi marginalizzati. Da Varsavia a Budapest, da Praga a Vilnius, la sinistra in questa parte d’Europa sembra essere scomparsa. Perché? Cosa è successo dalla caduta dei regimi socialisti ad oggi?

La nascita dei partiti social-democratici

La formazione dei partiti di sinistra in Europa orientale ha conosciuto dinamiche profondamente diverse da quelle conosciute ad occidente. Se è vero che dei partiti socialisti furono fondati in questi paesi prima dell’avvento del comunismo, bisogna ammettere che questi non ebbero la stessa rilevanza delle loro controparti a Parigi o Berlino. Nella maggior parte dei casi, infatti, il successo e la popolarità dei partiti di sinistra nel primo Novecento fu legata all’industrializzazione delle economie europee. Con la notevole eccezione della Repubblica Ceca, l’Europa orientale non visse un processo di trasformazione economica comparabile a quello occidentale; per questo, i partiti socialisti qui furono spesso “importati” dal pensiero politico occidentale, e non ebbero una base politica reale nella popolazione.

La caduta dei regimi comunisti

Questa debolezza riemerse con la caduta dei regimi comunisti. Dal 1989, lo scenario politico dell’Europa centrale e orientale ha conosciuto una trasformazione profondissima e particolare. Se il comunismo era considerato un regime “di sinistra”, allora la maggior parte dell’opposizione anti-comunista si identificò come “di destra”. Lo spazio politico a sinistra si trovò quindi con un vuoto che cercò di essere occupato da due attori. Da una parte, i vecchi partiti di sinistra pre-comunisti cercarono di rivendicare il proprio ruolo alternativo, ma a sinistra, rispetto al regime comunista. Dall’altra parte, gli ex-partiti comunisti di governo si trasformarono, almeno apparentemente, in “social-democratici”: questo benché ideologicamente avessero ben poco di social-democratico.

 

Le prime tornate elettorali non sorrisero ai vecchi partiti di sinistra: con una storia debole e senza strutture adatte, nella maggior parte dei casi furono travolti alle elezioni. Gli ex-partiti comunisti, invece, grazie alla propria forza istituzionale riuscirono non solo a sopravvivere, ma a diventare velocemente la principale forza politica di sinistra.

Le posizioni politiche dei partiti di sinistra

Rispetto alla socialdemocrazia occidentale, quella dell’Europa orientale conosce molte peculiarità. Abbiamo già sottolineato come, di fatto, questi partiti siano spesso gli eredi di politici poco vicini ai corrispettivi ad Occidente. Gli ex-partiti comunisti erano molto conservatori in termini sociali. Inoltre, l’Europa centrale e orientale non conobbe i movimenti di protesta che animarono le democrazie occidentali, come quelli del ’68, i primi movimenti ambientalisti o quelli femministi. Per questo, tematiche che sono diventate centrali nell’ideologia e nel posizionamento politico dei partiti socialisti ad occidente non fanno parte dei manifesti a oriente.

 

Anche economicamente le differenze tra occidente e oriente sono profonde. Con la caduta dei regimi comunisti, i paesi dell’Europa orientale videro salire al potere coalizioni ampie e variegate, unite solo dallo spirito “anti-comunista”. Queste coalizioni non avevano un vero e proprio piano economico, se non quello di creare economie di mercato. Come ha sottolineato Piotr Zuk, questo avvenne secondo le tendenze economiche del periodo: quelle neo-liberali. Il neo-liberalismo in Europa orientale si impiantò senza però gli anni di welfare state e rivendicazioni economiche conosciute ad occidente. Questo portò ad anni di grandi privatizzazioni, di indebolimento sindacale e di liberalizzazione del mercato del lavoro. In questo contesto, i partiti socialisti dell’Europa orientale non potevano predicare un “ritorno al comunismo”: finirono quindi per accettare il nuovo sistema economico, e ne diventarono anzi protettori una volta al governo.

 

L’ascesa e il declino

Le fragili coalizioni anti-comuniste crollarono velocemente nella maggior parte dei paesi. Di conseguenza, i partiti socialisti ritornarono al governo durante gli anni ’90 e 2000. Privi di limitazioni ideologiche, con più esperienza politica alle spalle, con un ciclo economico internazionale favorevole e con il supporto occidentale, le economie dell’Europa orientale furono sempre più liberalizzate, e crebbero sempre più velocemente. Questa crescita migliorò certamente la vita dell’intera popolazione di questi paesi, ma fece anche scoppiare le disuguaglianze.

 

Tutte le debolezze dei sistemi economici dei paesi dell’ex-blocco emersero chiaramente con la crisi del 2008: l’assenza di reti di sicurezza sociale adeguate, la crescita insostenibile del ventennio precedente, le enormi disuguaglianze esposero i limiti del modello neo-liberale. Le principali vittime di questo furono proprio i partiti di sinistra, che avevano dominato la scena politica negli anni precedenti e che si trovavano al governo in molti paesi. Il successo di questi partiti, inoltre, aveva portato anche a diffusi episodi di corruzione, erodendone ulteriormente la fiducia.

 

Quali speranze per il futuro?

Oggi, le condizioni dei partiti di sinistra nell’Europa orientale e centrale rimangono critiche. Il grafico qui sotto riassume la performance nei sondaggi e nelle elezioni dei partiti di sinistra nei quattro paesi del gruppo di Visegrad. Per chiarezza, con partiti “di sinistra” si intendono quelli membri o associati ai Socialisti e Democratici europei (S&D).

Analizziamo la situazione dei partiti social-democratici nei vari Paesi:

Polonia

Il declino del principale partito social-democratico (l’Alleanza della Sinistra Democratica – SLD) è cominciato in anticipo rispetto al resto della regione. A Varsavia infatti, dal 2005 in poi, si è delineato un bipolarismo tra il partito liberal-conservatore PO (Platforma Obywatelska, Piattaforma Civica) e il partito nazional-conservatore PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia). Di fatto, i partiti di sinistra hanno perso influenza, e alle elezioni del 2015 non hanno eletto nessun deputato. Oggi la coalizione di sinistra conta quattro partiti: SLD, Wiosna (Primavera), Razem (Insieme) e il piccolo Partito Socialista Polacco. Alle ultime elezioni, è riuscita a conquistare 49 dei 460 seggi del Sejm, il Parlamento polacco. Tuttavia, alle presidenziali di quest’anno i social-democratici hanno ricevuto solo il 2% dei voti.

 

Ungheria

Il Partito Socialista Magiaro (MSZP) è stata la principale forza di governo dal 2002 al 2010. Alle elezioni di quell’anno, il MSZP perse oltre il 23% dei voti, in seguito uno scandalo che travolse l’allora primo ministro Gyurcsany. Da allora, il partito conservatore Fidesz, guidato da Viktor Orban, ha egemonizzato la scena politica. Oggi oltre a MSZP esiste un altro partito social-liberale (DK, Coalizione Democratica) e un piccolo partito verde (LMP). Questi hanno recentemente dichiarato l’intenzione di costituire una coalizione anti-Orban insieme al partito liberale Momentum e al partito conservatore Jobbik in vista delle elezioni del 2022.

 

Repubblica Ceca

Il Partito Socialdemocratico (ČSSD) ha avuto un ruolo importante in un sistema pressoché bipolare fino al 2017, guidando numerosi governi dopo la caduta del regime comunista nel 1991. Tuttavia, la crisi del governo Sobotka nel 2017 ha fatto sì che il partito perdesse la fiducia degli elettori. Oggi è al governo, ma alle elezioni europee del 2019 non ha eletto nessun eurodeputato.

Slovacchia

Il partito Smer ha visto una curva diversa da quella degli altri partiti, governando dal 2012 fino al 2020. Questo si spiega anche alla luce dell’ideologia di questo partito, spiccatamente conservatrice su temi sociali e anti-immigrazione. Tuttavia, il partito ha vissuto una crisi in seguito alla caduta del governo Fico, e ha perso le ultime elezioni. Oggi Smer sembra essere sempre più in crisi, mentre un nuovo partito socialdemocratico e progressista (Hlas – Voce, guidato dall’ex primo ministro Pellegrini) sembra guadagnare consensi.

I social-democratici oggi

I partiti social-democratici oggi in Europa orientale e centrale sembrano quindi in crisi in modo più acuto che rispetto al resto del continente. Il successo nei sondaggi di Hlas però, così come altri casi nella regione (il risultato inatteso della coalizione di sinistra in Polonia alle elezioni europee del 2019, la crescita nei sondaggi dei socialdemocratici in Slovenia, ecc.) dimostrano che uno spazio a sinistra c’è anche qui. Spesso questi partiti hanno adottato posizioni che ideologicamente sono lontane dai valori socialdemocratici, soprattutto in campo economico. Un posizionamento più a sinistra su questi temi potrebbe forse essere la chiave di volta per uscire dalla crisi elettorale?