Grazia - Trump

In grazia di Trump: i federal pardons del presidente uscente

Come spesso accade, negli ultimi giorni del suo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha concesso la grazia a numerosi individui. Questo potere presidenziale, ha spesso dato vita ad accese polemiche sul merito di certi “salvataggi”. Non ultimi, i recenti provvedimenti presi da Donald Trump. Ma partiamo dal principio.

Cos’è la grazia presidenziale?

Come nel nostro ordinamento, la grazia è un provvedimento che cancella totalmente (o in parte) le conseguenze legali risultanti da una condanna. Secondo la Costituzione americana, questo potere è garantito al presidente dall’Articolo II, Sezione 2, Clausola 1. La grazia è una delle forme con cui si manifesta il potere di clemenza del presidente. In sintesi, questi sono:

  • Grazia: provvedimento esecutivo che concede la “clemenza” per la condanna subita. Il presidente può concederla in qualunque momento, purché il crimine sia stato commesso.
  • Commutazione della pena: “alleggerimento” della pena che la persona sta attualmente scontando ma senza cancellarla
  • Annullamento della sanzione o restituzione
  • Sospensione della condanna: pospone la pena ma essa rimane intatta

Va fatta un’importante precisazione: possono ricevere la grazia solo coloro che sono stati condannati per reati federali. Se il reato è contro lo Stato (nel senso di reato commesso contro Texas, California e via dicendo) questo “rimane” a livello statale e non federale (cioè contro gli Stati Uniti, intesi come la repubblica federale).

Infine, perché la grazia abbia effetto deve essere accettata dal ricevente.

Un presidente americano può concedersi la grazia?

La grazia presidenziale si porta dietro numerose controversie e numerosi punti di domanda. La possibilità che un POTUS (President of the United States) possa concedersi la grazia è stata studiata dai costituzionalisti americani ma mai messa in atto finora.

Durante lo scandalo Watergate, i legali del presidente Nixon sostennero che tale operazione fosse legale. Il Dipartimento di Giustizia tuttavia si espresse in maniera contraria, con un memorandum datato 5 agosto 1974.

Ma Nixon e la grazia rimangono due anime legate. Messo alle strette dallo scandalo, Nixon fece quello che nessuno prima (o dopo) di lui ebbe mai fatto: si dimise. A succedergli fu il vice-presidente Gerald Ford che subito lo graziò. Ma da cosa?

Tecnicamente Nixon non era accusato di nulla e con le sue dimissioni, il Congresso aveva interrotto le procedure per l’impeachment. Rimaneva tuttavia la possibilità che Nixon venisse indagato a livello federale. Con questa grazia, Ford, sostanzialmente garantiva l’immunità a Nixon per qualunque crimine potesse aver commesso, o meno, nella sua veste di presidente.

Questo atto viene visto come la causa della sconfitta di Ford alle successive presidenziali e più un favore fatto tra amici che a un gesto nell’interesse della nazione.

Come si è comportato Trump?

La presidenza Trump è stata controversa sotto molti punti di vista. Non sorprende quindi che anche la sua gestione del potere di grazia abbia creato polemiche.

Per 125 anni, il principale consigliere del presidente per il tema grazie è stato l’Office of Pardon Attorney del Dipartimento di Giustizia. Trump ha tuttavia spesso e volentieri bypassato questo ufficio e preso le decisioni di suo pugno. Questo ha generato critiche perché alcuni dei “graziati”, non possedeva i requisiti per ottenere tale beneficio.

Un altro aspetto che ha generato scandalo, è il fatto che le persone graziate da Trump siano suoi alleati o supporters.

I numeri delle grazie di Trump: panoramica generale

Dal momento della sua inaugurazione al 23 dicembre, Trump ha concesso 70 grazie e 24 conversioni della pena.

Come si vede dal grafico, dopo la sconfitta alle elezioni, il numero di grazie concesse è schizzato in alto. Per quanto riguarda le pene commutate, il totale di quelle post elezioni è otto. Tuttavia non si registra un boom come per le grazie concesse. Vediamo chi sono i principali beneficiari.

Le grazie post election day

Dato il gran numero di grazie concesse recentemente da Trump, ci concentreremo su alcuni tra i nomi più di spicco.

Michael Flynn

Tenente generale dell’esercito, ha svolto il ruolo di Consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Trump. Incarico svolto per sole tre settimane prima di dimettersi.

Già prima della sua nomina, Flynn era una figura controversa: l’ex presidente Obama aveva sconsigliato a Trump di affidare a uno come lui un tale livello di potere e sia il The Washington Post che l’Associated Press lo avevano criticato per i suoi presunti legami con la Russia.

Durante il suo breve mandato da Consigliere, si è prodigato per implementare un canale di comunicazione tra le truppe statunitensi e russe in Siria, per evitare potenziali scontri non voluti e per coordinare la lotta a Daesh.

Cominciano i guai

Nel gennaio 2017, l’allora direttore del F.B.I. James Comey decide di interrogare Flynn in merito a sue presunte conversazioni con l’ambasciatore russo negli States, Sergey Kislyak. In questi dialoghi, Flynn avrebbe chiesto a Kislyak di convincere il suo Governo a non reagire troppo duramente nei confronti delle sanzioni statunitensi.

Queste indagini rientravano nel merito della più grande investigazione sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. Nonostante le smentite del caso, le prove dell’avvenuta conversazione tra Flynn e Kislyak furono portate alla luce dal The New York Times, con la rivelazione che esisteva una trascrizione della stessa.

Poco dopo, Trump “chiese” a Flynn di dimettersi per aver tradito la fiducia della sua Amministrazione. Infatti secondo il presidente, le dimenticanze di Flynn riguardo a tale conversazione, avevano creato una situazione insostenibile per la presidenza.

Alla fine, Flynn si dichiarò colpevole di falsa testimonianza al F.B.I. e fu condannato. Tuttavia non sconto mai la pena per via di continui rinvii legali che trascinarono la cosa fino al recente pardon presidenziale.

George Demetrios Papadopoulos

Altro nome legato al Russiagate, ex membro del team di consulenti per la politica estera della campagna presidenziale di Trump. Come membro dello staff per gli esteri, Papadopoulos aveva continui contatti con agenti di altre nazioni. Nel maggio 2016, durante una visita a Londra, avrebbe detto all’ambasciatore australiano nel Regno Unito, Alexander Downer, che il team di Trump aveva ricevuto notizie su un possibile aiuto russo per la campagna. Questo sarebbe consistito nell’aiuto nella divulgazione anonima di informazioni dannose sia per la candidata democratica Hillary Clinton che per il presidente Obama.

In vena di chiacchere, Papadopoulos raccontò all’allora ministro degli esteri greco, Nikos Kotzias, che i russi erano in possesso di mail relative a Hillary Clinton.

In seguito lo stesso Papadopoulos affermò di essere pentito di non aver subito informato del fatto l’intelligence americana ma di aver utilizzato queste notizie per fare del gossip.

L’arresto e la dichiarazione di colpevolezza

Papadopoulos viene interrogato dagli agenti del F.B.I. a fine gennaio 2017, per chiarire se ci fossero stati contatti tra la campagna presidenziale di Trump e la Russia. Subito dopo, il suo legale gli suggerisce di disattivare il suo account Facebook, attraverso il quale aveva avuto contatti con agenti russi.

Sei mesi dopo, il 27 luglio, viene arrestato ma successivamente scarcerato senza cauzione. Da qui inizia a collaborare con il consulente speciale Robert Mueller nelle sue indagini sul Russiagate.

Le cose non si mettono per il meglio però: il 5 ottobre, davanti alla Corte distrettuale del D.C., si dichiara colpevole di falsa testimonianza al F.B.I.. Questo era parte dell’accordo con Mueller, in cambio del suo aiuto nelle indagini.

Aiuto che però non viene ritenuto di grande valore e Papadopoulos viene condannato, nel settembre 2018, a 14 giorni di prigione, 12 mesi di libertà vigilata e 200 ore di servizi sociali oltre a una multa di 9500 Dollari. La motivazione data è che le ripetute menzogne da lui dette agli investigatori hanno ostacolato le indagini e il suo aiuto non ha portato a nessuna scoperta rilevante.

Dal 26 novembre 2018 al 7 dicembre 2018, sconta la sua pena al FCI Oxford di Oxford in Wisconsin. Sconta dodici giorni dei 14 totali. Il 22 dicembre 2020 riceve la grazia dal presidente Trump.

Paul Manafort

Passiamo a un altro graziato coinvolto nel Russiagate: Paul Manafort. Lobbista, avvocato, consigliere politico, evasore fiscale ed esperto di frodi bancarie. Manafort ha avuto una lunga carriera come consigliere nelle campagne presidenziali repubblicane, da Ford fino a Trump.

Nella sua carriera di lobbista, ha spesso portato avanti gli interessi di dittatori o politici controversi: dai dittatori Ferdinand Marcos (Filippine) e Mobutu Sese Seko (Congo) fino al leader ucraino Viktor Yanukovych.

Il coinvolgimento nel Russiagate

Proprio per il suo lavoro per il governo filo-russo di Yanukovych, il 27 ottobre 2017, Manafort e il suo socio Rick Gates vengono accusati di vari reati da Robert Mueller e il primo finisce ai domiciliari. Nel giugno 2018, Manafort viene colpito da altri capi d’accusa tra cui cospirazione contro gli Stati Uniti e subornazione di testimone. Questo secondo reato sarebbe stato commesso durante i domiciliari e viene quindi disposto il suo trasferimento in carcere.

Nell’agosto 2018, viene processato alla Corte distrettuale dell’Eastern Virginia per: cinque capi d’accusa per evasione fiscale; due per frode bancaria; uno per aver nascosto un conto bancario all’estero.

Manafort si dichiara colpevole di cospirazione contro lo Stato e accetta di cooperare con gli investigatori. Ma anche questa volta, a novembre 2018, si trova contro Mueller che lo accusa di aver ripetutamente mentito agli investigatori. Il febbraio successivo, il giudice distrettuale del D.C. Amy Berman Jackson conferma le accuse di Mueller e l’accordo tra le parti viene annullato.

Nel giro di una settimana tra il 7 marzo 2019 e il 13, viene condannato prima a 47 mesi di prigione e poi ad ulteriore 43.

Ad agosto 2020, la commissione sull’intelligence del Senato (controllata dai repubblicani), conclude che le azioni di Manafort hanno creato un grave pericolo per il Paese e un’opportunità per la Russia di ottenere informazioni delicate su Trump.

Dopo essere stato rilasciato nel maggio 2020 per il pericolo della diffusione del COVID-19, Manafort riceve la grazia da Trump il 23 dicembre.

Escludendo gli arresti domiciliari, per i suoi crimini Manafort ha scontato circa due anni di carcere tra il giugno 2018 e il maggio 2020.

Roger Stone

Per capire chi sia Roger Stone, tornate qualche riga più in alto e rileggete l’inizio del paragrafo su Paul Manafort. I due sul finire degli anni ’80, hanno anche fondato insieme (e con Charles R. Black Jr) una società di lobbying. In dieci anni, la società diventa una delle principali vie di lobbying per le più grandi aziende americane e non.

Come membro del team della campagna presidenziale di Trump, Stone si è reso protagonista della diffusione di fake news e teorie del complotto. Il suo modus operandi è “Attaccare, attaccare, attaccare e mai difendere”. Amico storico di Trump, già nel 1998, suggerì al futuro presidente di candidarsi. In quel periodo Stone era il principale lobbista di Trump a Washington, per il suo business nel settore dei casinò.

Stone e Wikileaks

Nel corso della campagna presidenziale del 2016, il capo del team di Hillary Clinton, John Podesta, ha accusato Stone di essere stato a conoscenza dell’hackeraggio e successiva pubblicazione da parte di Wikileaks di sue mail private. Questa accusa faceva leva su una serie di tweet dello stesso Jones dove oltre a dichiarare l’imminente fine (politica) della Clinton, utilizzava ripetutamente l’hashtag #Wikileaks.

Nonostante questo, Stone ha negato di fronte alla Commissione sull’intelligence della Camera, di aver avuto notizia delle mail prima della loro pubblicazione o di aver avuto contatti con l’intelligence russa. In seguito dichiara di aver avuto contatti indiretti con il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per avere informazioni su Hillary Clinton.

Agli inizi del 2017, The New York Times e The Washington Times pubblicano notizie che provano contatti diretti tra Stone e uno degli hacker responsabili del furto di mail di Hillary Clinton.

Nei due anni successivi si susseguono le accuse e le nuove rivelazioni sui legami tra Stone, Wikileaks e agenti russi. A gennaio 2019, Roger Stone viene arrestato dal F.B.I. nell’ambito delle indagini condotte da Robert Mueller. Le accuse di falsa testimonianza, ostacolo alle indagini e subornazione di testimoni.

L’accusa chiede una pena tra i sette e i nove anni e mezzo ma il Dipartimento di Giustizia, su apparente richiesta del presidente, chiede una revisione della severità della condanna.

Nel febbraio 2020, Stone viene condannato a 40 mesi di carcere dal giudice Amy Berman Jackson. Tuttavia a luglio, pochi giorni prima dell’inizio della sua incarcerazione, Trump commuta la sua pena ed elimina la detenzione in carcere. Il 23 dicembre il presidente concede la grazia completa a Roger Stone.

Charles Kushner

L’ultimo graziato “famoso” su cui facciamo un focus è un membro della famiglia Trump allargata. Charles Kushner è infatti il consuocero del presidente, essendo il padre di Jared, marito di Ivanka Trump e consigliere del presidente.

I primi problemi legali di Kushner risalgono al 2004, quando viene multato dalla Commissione elettorale federale per donazioni prive delle corrette autorizzazioni. Ironicamente, le donazioni erano al Partito Democratico.

Per questo reato, accetta un accordo con il procuratore generale del New Jersey e futuro governatore repubblicano dello Stato, Chris Christie. L’accordo prevedeva l’ammissione di colpevolezza per diciotto capi d’accusa per finanziamenti illegali, evasione fiscale e subornazione di testimoni. Quest’ultimo reato riguardava il cognato dello stesso Kushner. William Schulder, marito della sorella di Kushner, stava collaborando alle indagini. Per cercare di fargliela pagare, Kushner pagò una prostituta per avere un rapporto sessuale con Schulder, registrare il tutto e poi inviare il video a sua sorella.

Kushner fu condannato a due anni di prigione che finì di scontare nel 2006. Il 23 dicembre riceve la grazia dal consuocero.

Trump ha usato la grazia più dei suoi predecessori?

La risposta è no e addirittura Trump non è neanche tra i presidenti che hanno utilizzato più spesso il potere di grazia. In questa grafica possiamo vedere il confronto tra gli ultimi cinque presidenti.

Se però togliamo dalla “sfida” i tre POTUS che hanno servito per due mandati, Trump perde il confronto con Bush 41. Da notare che prima di dicembre 2020, anche Bush aveva concesso più grazie del presidente uscente.

Borsa di New York

La borsa di New York cambia idea sulle società cinesi

La Borsa di New York decide a sorpresa di non procedere alla rimozione, all’interno del New York Stock Exchange, di tre imprese cinesi di telecomunicazioni, invertendo la decisione presa solo pochi giorni prima.

Il NYSE ha dichiarato di aver abbandonato il piano di delisting dopo “ulteriori consultazioni con le autorità di regolamentazione competenti e dopo aver consultato l’Office of Foreign Assets Control“.

La decisione da parte del NYSE riguardava le seguenti società: la China Telecom, la China Mobile e la China Unicom, le quali, dopo la notizia che non ci sarebbe stato alcun delisting nei loro confronti, hanno registrato una crescita delle loro azioni, dopo che nei giorni precedenti avevano perso un totale di 5.6 miliardi di dollari.

 

 

Crescita delle azioni della China telecom tra il 4 e il 5 gennaio

L’ordine esecutivo di Trump per la Borsa di New York

Il NYSE ha annunciato il piano di delisting il primo giorno dell’anno, con la decisione senza precedenti di rimuovere le American Depositary Shares (la possibilità che le azioni di tali società possano essere negoziate all’interno dei mercati finanziari statunitensi) delle tre società cinesi per conformarsi all’ordine esecutivo firmato da Trump a novembre.

Questa ordinanza vieta a qualsiasi soggetto americano di investire in società con legami con l’esercito cinese. Tutte e tre le società sono entità di proprietà statale, gestite da manager nominati dal Governo.

L’ordinanza vieta sia alle società che ai singoli cittadini americani di possedere azioni – a titolo definitivo o tramite fondi di investimento – in società che, secondo l’amministrazione, aiuterebbero il progresso dell’Esercito Popolare di Liberazione (nome ufficiale delle forze armate della Repubblica Popolare Cinese e del Partito Comunista Cinese).

“La Repubblica popolare cinese sta sempre più sfruttando il capitale degli Stati Uniti come risorsa per consentire lo sviluppo e la modernizzazione dei suoi apparati militari, di intelligence e di altri sistemi di sicurezza”, ha affermato il Presidente nell’ordine esecutivo.

La China Securities Regulatory Commission ha dichiarato qualche settimana fa che l’ordine esecutivo sarebbe basato su “scopi politici” e che “ignora completamente la reale situazione delle società in questione, i diritti legittimi degli investitori globali e ha gravemente danneggiato la stabilità del mercato“.

Il Ministro del Commercio cinese ha annunciato, il giorno successivo alla decisione del NYSE, che la Cina avrebbe adottato le misure necessarie per salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi delle imprese nazionali: “Gli Stati Uniti stanno usando il potere statale per reprimere le imprese cinesi” e ha affermato che l’ordine esecutivo “non è in linea con le regole e la logica del mercato, il che danneggia non solo i diritti legittimi delle società cinesi, ma anche gli interessi degli investitori di altri paesi, inclusi gli Stati Uniti. ”

L’inversione di marcia del NYSE è avvenuta subito dopo l’annuncio da parte di FTSE Russell (società britannica specializzata nella creazione e gestione di indici di borsa) di rimuovere Unicom, Panda Electronics Group e Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) dai suoi benchmark azionari globali, per conformarsi alle indicazioni di novembre.

FTSE Russell ha rimosso otto società dai suoi indici a dicembre per conformarsi all’ordine esecutivo originale. Tra queste vi sono China Railway Construction Corporation, società produttrice di telecamere di sorveglianza, Hangzhou Hikvision e il produttore di supercomputer Dawning Information, noto anche come Sugon.

Le rimozioni sono state eseguite anche da parte di altri importanti fornitori di servizi finanziari. MSCI e S&P Dow Jones hanno escluso diverse società cinesi dai loro indici globali in conformità all’ordinanza.

Inoltre, Trump ha firmato separatamente un disegno di legge a dicembre che richiederebbe al NYSE e ad altre borse di rimuovere le società straniere che non forniscono una documentazione contabile completa entro tre anni.

Qual è la posizione di Biden?

Il divieto di investimento di Trump entrerà in vigore lunedì 11 gennaio, una settimana prima della cerimonia di inaugurazione del neopresidente eletto Joe Biden.

È improbabile che Biden apporti cambiamenti immediati al rapporto USA-Cina. Il neopresidente ha deciso di non commentare ciò che sta accadendo alla Borsa di New York. Tuttavia, il leader Dem ha affermato che lavorerà con gli alleati statunitensi affinché si rispettino le regole del commercio globale.

In tal caso, questo tipo di approccio sarebbe in contrasto con quello dell’amministrazione Trump, che spesso ha perseguito azioni aggressive e unilaterali con l’intento di sfidare la Cina su questioni economiche.

 

File_000

Google: i lavoratori formano il primo sindacato

Lunedì 4 gennaio 2021, i lavoratori di Google si sono uniti per dare vita al primo sindacato interno all’azienda.

Sono in più di 200 i dipendenti che hanno formato il sindacato di Google, il primo gruppo di un’azienda tecnologica in crescita continua. Il neo-sindacato è composto dai dipendenti di Google e della sua casa madre, Alphabet.

Alphabet Workers Union, nome dell’organizzazione, ha come scopo quello di garantire che i dipendenti lavorino con un salario equo, senza timore di abusi, ritorsioni o discriminazioni. Diretto da Parul Koul e Chewy Shaw, presidente e vicepresidente esecutivo, l’Alphabet Workers Union è affiliato al Communications Workers of America. Il C.W.A. è il sindacato che rappresenta i lavoratori delle telecomunicazioni e dei media negli Stati Uniti e in Canada.

I leader del sindacato hanno dichiarato al New York Times “Vogliamo che Alphabet sia un’azienda in cui i lavoratori abbiano voce in capitolo nelle decisioni che riguardano noi e le società in cui viviamo”.

 

La struttura

A differenza di un sindacato tradizionale, che richiede che un datore di lavoro si presenti al tavolo delle trattative per concordare un contratto, l’Alphabet Workers Union è un sindacato di minoranza che rappresenta una frazione degli oltre 260.000 dipendenti e appaltatori a tempo pieno dell’azienda.

I sindacati tradizionali di solito iscrivono la maggioranza della forza lavoro e presentano una petizione ad un consiglio di lavoro statale o federale, come il National Labor Relations Board, per tenere un’elezione. Se vincono il voto, possono contrattare con il loro datore di lavoro su un contratto. Al contrario, un sindacato di minoranza permette ai dipendenti di organizzarsi senza prima ottenere un voto formale della N.L.R.B.

La struttura dà al sindacato il permesso di includere tutti i lavoratori statunitensi e canadesi della società madre di Google, compresi i dipendenti a tempo pieno, i lavoratori temporanei, i fornitori e gli altri appaltatori. Questi dipendenti non ufficiali costituiscono un’enorme forza lavoro “ombra” di Google, che supera di circa 135.000-115.000 unità i dipendenti diretti di Google. Se si fosse formato un sindacato tradizionale, questi lavoratori sarebbero stati esclusi.

Coloro che scelgono di diventare membri contribuiranno con l’1% del loro compenso totale al fine di finanziare il sindacato.

Gli esperti del lavoro hanno detto che, anche se non sarà in grado di negoziare un contratto, l’Alphabet Workers Union può usare altre tattiche per fare pressione su Google affinché cambi le sue politiche. I sindacati delle minoranze spesso si rivolgono a campagne di pressione pubblica e fanno pressione sugli organi legislativi o normativi per influenzare i datori di lavoro.

Utilizzeremo ogni strumento possibile per usare la nostra azione collettiva per proteggere le persone che pensiamo siano discriminate o oggetto di ritorsioni”, ha detto Shaw.

 

Perché nasce il sindacato all’interno di Google?

L’annuncio della creazione di questa organizzazione è arrivato in seguito ad anni di attivismo e proteste interne. Questo è il segno più evidente di quanto l’attivismo dei dipendenti abbia travolto la Silicon Valley negli ultimi anni.

Mentre in passato gli ingegneri del software e i lavoratori del settore tecnologico hanno mantenuto il silenzio su questioni sociali e politiche, i dipendenti di Amazon e altri si sono fatti sentire su questioni come la diversità, la discriminazione salariale e le molestie sessuali. Quello che è quasi certo, è che la creazione di questo sindacato probabilmente aumenterà le tensioni con i vertici della dirigenza.

 

La storia

Nel 2018, i lavoratori hanno creato un’importante campagna nei campus di Google a livello globale per la presunta cattiva gestione delle accuse di molestie sessuali. Sempre quell’anno, furono scritte lettere pubbliche in cui denunciava il ruolo dell’azienda nella costruzione di un motore di ricerca censurato in Cina, progetto poi abbandonato.

Nel 2019, i dipendenti di Google hanno scritto una lettera pubblica all’azienda invitandola a ridurre tutte le emissioni di gas serra entro il 2030. I lavoratori hanno anche firmato una petizione che condannava un contratto di cloud computing. Si trattava di un contratto che Google aveva con la dogana e la protezione delle frontiere degli Stati Uniti. Questo era utilizzato dall’agenzia nella separazione delle famiglie di immigrati alla frontiera. Anche il trattamento dei lavoratori temporanei e a contratto presso Google è stato un punto di riferimento per i dipendenti. Centinaia di dipendenti hanno firmato una lettera di solidarietà con questi lavoratori nel 2019.

E nel dicembre 2020, i lavoratori hanno chiesto delle scuse a Google dopo il licenziamento della Dott.sa Timnit Gebru, ricercatrice e co-leader del team di etica per l’intelligenza artificiale di Google. Il licenziamento è seguito alla firma di un articolo che metteva in guardia dallo sviluppo di modelli intelligenti di elaborazione del linguaggio.

Alex Gorowara, membro del sindacato, ha detto “Abbiamo visto Google perdere la sua etica. Allo stesso tempo è diventato più ostile alle persone che cercano di comportarsi in modo etico. Abbiamo visto ritorsioni, abbiamo visto carriere deragliate”.

In una dichiarazione, la direttrice delle risorse umane di Google, ha detto che l’azienda ha “sempre lavorato duramente per creare un luogo di lavoro gratificante per i suoi dipendenti”.

 

Quali sono i valori del sindacato all’interno di Google?

Per concludere, è possibile individuare i valori cardine che Alphabet ha identificato, i quali hanno lo scopo di governare l’attività stessa del sindacato.

Innanzitutto, viene stabilito che tutti i lavoratori di Alphabet hanno una voce, essendo un’organizzazione aperta a tutti i membri della società. In secondo luogo, si pone come obiettivo quello della giustizia sociale ed economica. In seguito, è stato ribadito come tutti debbano avere il diritto di lavorare in un ambiente accogliente. All’interno del quale non ci siano discriminazioni di nessun genere. Infine, tutte le decisioni devono essere prese democraticamente, ascoltando i lavoratori.

voti metà legislatura

Cronache di metà legislatura, Episodio 1: i voti e i flussi

Un sondaggio svolto da Ipsos per il Corriere della Sera ci permette di fare il punto sulla politica nostrana di inizio 2021 e di osservare i voti a metà legislatura.

Tanto le elezioni del 2018 quanto le elezioni europee del 2019 sono state un punto di svolta per l’Italia. Si tratta infatti delle elezioni che hanno visto il maggior risultato mai riscosso rispettivamente da Movimento 5 Stelle e Lega. Al contempo tali elezioni hanno segnato l’inizio del declino di tali partiti e da ultimo dell’ascesa di Fratelli d’Italia.

Le ultime due elezioni ed i sondaggi odierni

Le elezioni del 2018

Alla vigilia delle elezioni la domanda che tutti si facevano era: il centrodestra avrà i numeri per governare? La risposta fu no: la coalizione ottenne un deludente 37%.

Il vero vincitore delle elezioni fu il Movimento 5 Stelle: con il 32,68% dei voti divenne il primo partito in Italia e gli si prospettava un futuro da “pilastro della legislatura”. Il grande sconfitto fu invece il Partito Democratico: da partito di maggioranza divenne il secondo partito perdendo però un quarto dei voti in termini assoluti, il 6,67%.

Nel purgatorio del centrodestra, prima coalizione con il terzo, quarto ed il quinto partito, vi furono un vincitore e uno sconfitto interni: Salvini e Berlusconi. Inaspettatamente la Lega strappò il titolo di primo partito della coalizione con il 3,35% di scarto su Forza Italia, conferendo così a Salvini il titolo di leader della coalizione detenuto da Berlusconi sin dal lontano 1994.

Le europee del 2019

A seguito delle elezioni del 2018 si formò una maggioranza inaspettata: Movimento 5 Stelle e Lega formarono il governo Conte I. Sotto tale maggioranza i rapporti di forza tra i due partiti di governo si invertirono clamorosamente, infatti considerando anche gli astensionisti, le schede bianche e quelle nulle, la situazione che si delineava nel 2019 era la seguente:

La coalizione di centrodestra era saldamente in testa: la Lega era (contando solo i voti validi espressi in Italia) al 34,33%, Forza Italia all’8,79% e Fratelli d’Italia al 6,46%. In totale pesavano per il 49,59%.

Il Movimento 5 Stelle era al 17,07%, le forze componenti il Governo Conte I ammontavano al 51,41%.

Il centrosinistra era infine unito all’opposizione, con il PD al 22,69% e gli altri partiti sommati al 7,12% per un totale del 29,81%.

La situazione odierna

Da allora il Governo Conte I ha lasciato spazio al Conte II, le cui forze (PD, M5S, LeU, IV, Altro CSX) oggi pesano complessivamente il 45,85%.

Il centrodestra ha mutato profondamente i propri equilibri: oggi è unito all’opposizione con la Lega che vanta il 23,54%, Fratelli d’Italia il 16,01% e Forza Italia il 9,26% per un totale del 48,81%.

Il centrosinistra, sempre ed inevitabilmente a trazione PD nonostante le scissioni, pesa oggi complessivamente il 32,86%, di cui 29,82% al governo (PD 20,15%, LeU 3,01%, IV 3%, altri 3,66%) ed il 3,04% di Azione all’opposizione.

Il Movimento 5 Stelle infine ha visto decadere il proprio capo politico senza aver ancora trovato un sostituto (principalmente a causa della pandemia) ma nonostante ciò rimane piuttosto stabile al 16,02%.

L’astensionismo pare essere invece in calo di ben 5 punti percentuali: dal 45,92% al 40,52%.

Flussi elettorali

Secondo il sondaggio qui analizzato, oggi solamente il 66,79% degli elettori confermerebbe il proprio voto (o non voto) delle europee, come si può vedere dal grafico vi è stata infatti una grande mobilità, la quale sta diventando ormai una costante nella politica italiana.

Lega

A seguito delle elezioni legislative il partito di Salvini riuscì a mantenere ben l’81% dei propri consensi (sempre sondaggi Ipsos), inoltre strappò il 22% dei consensi di FdI (lo 0,68% degli aventi diritto di voto), ben il 30% dei voti di Berlusconi (il 2,96% degli aventi diritto al voto) ed il 14% dei voti del M5S (3,23%). Contrariamente a quanto si crede comunemente non è stato tanto Salvini a svuotare il M5S quanto, come vedremo, l’astensionismo.

Dal 2019 La Lega è passata in questi due anni scarsi dal 18,57% (sempre tenendo conto anche degli astenuti) al 14%. Di questo 14%, 11,75% aveva votato Lega già alle europee, e 1,42% viene da chi invece non votò. Verso l’astensionismo se ne è andato però il 2,36%, mentre ben il 3,38% è andato verso FdI.

Come sottolineato da molti analisti, il fenomeno Salvini ricorda da vicino il fenomeno Renzi: una sovraesposizione mediatica accompagnata dall’aver individuato la parola del momento li ha portati al potere, la stessa sovraesposizione mediatica ed il non riuscire ad andare oltre il proprio cavallo di battaglia li ha resi noiosi agli occhi degli elettori. Nel mezzo, la prova di governo ha disilluso la parte di popolazione rimasta affascinata dai toni forse troppo promettenti della fase ascendente. Un film già visto.

Partito Democratico

Tra 2018 e 2019 i democratici sono riusciti a tornare sopra la soglia psicologica del 20%, sicuramente anche grazie al cambio di segreteria data l’ampia impopolarità dell’ormai ex segretario Renzi. Nonostante ciò una grande fetta dei propri elettori del 2018 (il 22%, ovvero il 2,92% del corpo elettorale) è andata verso l’astensionismo e solo il 61% (8,08%) ha confermato la propria scelta. Ciò che ha risollevato le sorti del Partito Democratico è stato infatti l’afflusso di voti dagli altri partiti: il 25% dell’elettorato di LeU (0,6% degli aventi diritto al voto), il 25% dell’elettorato di +Europa (0,45%), il 3% dell’elettorato pentastellato (0,69%) ed il 4% dell’elettorato di Forza Italia (0,4%).

Dalle europee il PD è rimasto fondamentalmente stabile passando dal 12,27% all’11,99%. Il flusso in uscita più importante è verso il non voto (1,46%) da dove viene però anche il flusso in entrata più consistente (2,48%).

Probabilmente questo partito ha nella figura del segretario Zingaretti la sua forza ed il suo limite: da una parte essendo tale figura molto meno divisiva di Renzi gli elettori delusi degli altri partiti non si fanno troppi problemi a votare PD, dall’altra lo scarso entusiasmo che suscita rende difficile mobilitare la propria base e generare l’entusiasmo necessario ad uscire dalla palude del 20/22% in cui si trova.

Con riguardo allo stallo in cui si trovano i democratici vi è da fare un’ulteriore riflessione: nonostante le aspirazioni maggioritarie sotto cui è nato tale partito, pensare che esso possa competere da solo contro il centrodestra appare oggi semplicemente utopico. Se da una parte il PDL si è sciolto per fare spazio ad una coalizione, dall’altra i democratici sembrano rimasti al sogno bipartitico dal sapore americano di Veltroni, eppure dal 2007 sono passati 14 anni: probabilmente il problema è anche strutturale.

Movimento 5 Stelle

Come già accennato, tra 2018 e 2019 i flussi di voto in uscita dal Movimento 5 Stelle verso gli altri partiti non sono stati troppo rilevanti. Certo, il 14% sono andati verso l’allora alleato di governo Salvini, ma questi non sono nulla se paragonati al 41% andati verso l’astensionismo: una disfatta, il 9,46% degli aventi diritto al voto in Italia ha votato M5S nel 2018 e si è astenuta nel 2019. Certamente tale dato è gonfiato dalla minore affluenza tipica delle europee rispetto alle legislative, ma la seconda perdita più rilevante verso l’astensionismo è stata tra i partiti maggiori (i minori soffrono la soglia di sbarramento alta in tali elezioni) del 22%.

Nei due anni seguenti invece nonostante la leadership mancante, il M5S è passato dal rappresentare il 9,23% del corpo elettorale al 9,53%, di cui però solo 5,77% avevano già votato tale lista alle europee. Come per il PD i flussi più rilevanti tanto in uscita (2,02%) quanto in entrata (3,03%) sono quelli verso il non voto.

Anche qui come nel PD si assiste ad uno stallo: l’esperienza di governo, l’ottenimento di certi risultati e l’accantonamento di certe battaglie fanno pensare che il Movimento del 2013 abbia quasi esaurito la sua funzione storica, e non a caso in questa fase tanto Grillo quando Di Maio stanno venendo messi ai margini. Se il peculiare esperimento politico in questione ha un futuro appare oggi quanto mai incerto, sicuramente molto dipenderà da chi sarà il nuovo capo politico, sempre che sia solo uno.

Forza Italia

Il 2018 ha rappresentato per questo partito l’ultima elezione in cui è stato veramente rilevante. Il sorpasso da parte della Lega ha avuto un impatto psicologico devastante e probabilmente ha anche sdoganato il voto a tale partito agli occhi dei moderati di centrodestra, quelli ancora spaventati dal ricordo della vecchia Lega Nord. Nel primo dato sulla supermedia di Termometro Politico dopo le elezioni si registra un -1,7 a distanza di soli 20 giorni. Se il 20% degli elettori di Berlusconi nel 2019 si è astenuto, il 4% ha votato PD, il 5% FdI, il 30% Lega e solo il 37% ha confermato il proprio voto. Una catastrofe.

Alla luce di quanto avvenuto tra 2018 e 2019, appare sorprendente come, nonostante l’evidente stagnazione del partito, la concorrenza di nuovi soggetti nella sua area politica e la scissione di Toti, Forza Italia cresca. Negli ultimi due anni il partito di Berlusconi è infatti passato dal rappresentare il 4,76% della popolazione al rappresentarne il 5,51% (di cui il 3,53% viene direttamente dal 2019). In uscita non vi sono stati flussi rilevanti, mentre in entrata un relativamente buono 1,15% viene dal non voto.

La domanda da un milione di dollari è: sono voti di Berlusconi o voti di liberali che non si sentono a casa né negli altri partiti del centrodestra né nelle proposte di Renzi e Calenda?

Fratelli d’Italia

Indubitabilmente il nuovo motore del centrodestra, FdI in questi ultimi due anni ha quasi triplicato i propri consensi, passando dal 3,5% (di cui ben 2,87% mantenuto) al 9,52%. In uscita non vi sono flussi rilevanti, mentre in entrata vi è un importantissimo 2,16% degli aventi diritto dal non voto ed un ancora più eclatante 3,38% dalla Lega: tra gli elettori di FdI oggi vi sono più persone che nel 2019 hanno votato per il carroccio di quante non abbiano votato la Meloni. Alla luce di ciò non si può non considerare il periodo a cavallo tra legislative ed europee come una rincorsa, la domanda per il futuro però è: qual è il limite di tale crescita? La Meloni non è Renzi né Salvini, ma la fiamma tricolore ancora presente nel simbolo di FdI può rappresentare una pregiudiziale per l’elettorato moderato? Se si, quanto è effettivamente importante tale elettorato nel 2021?

Liberi e Uguali

Liberi e Uguali oggi di fatto è un gruppo parlamentare più che un partito, pertanto tale nome viene qui usato per indicare i partiti che ne fanno parte. Nonostante il fallimento del progetto costitutivo, tale area pesa ancora oggi l’1,79% degli aventi diritto al voto, di cui lo 0,69% viene dall’astensionismo. La difficoltà nel parlare di tale soggetto è dovuta a un fattore molto semplice: nessuno sa cosa sia, se esiste veramente o se è solo un’invenzione dei sondaggisti.

Esiste il ministro Speranza che risponde al gruppo parlamentare che siede a sinistra del PD, poi?

Italia Viva e Azione

Nonostante gli sforzi di Renzi per aprirsi uno spazio politico a destra del PD, e nonostante lo smarcarsi spesso dalle scelte del governo, Italia Viva oggi giace all’1,78%, di cui lo 0,46% proviene dal non voto alle europee.

Per quanto riguarda Azione invece tale partito riscuote oggi l’1,81% dei consensi, di cui 0,56% provenienti dal PD e 0,55% provenienti dal non voto.

I due partiti nati dal PD dopo le europee hanno il medesimo problema: agli occhi dell’elettorato sono difficilmente distinguibili. Qual è il programma di Italia Viva oltre Renzi? Qual è il programma di Azione oltre Calenda? Perché gli elettori non dovrebbero votare PD o FI? E se poi Renzi o Calenda non dovessero raggiungere la soglia di sbarramento? Quelle appena proposte sono domande ricorrenti tra gli elettori di tale area politica, su di esse torneremo in conclusione.

Equilibri attuali e scenari futuri

Come abbiamo visto rispetto a due anni fa ci troviamo in uno scenario completamente diverso: il governo è cambiato, il M5S pare protendere verso un’alleanza organica con il centrosinistra (o almeno con parte di esso), il formalmente inesistente polo liberale ha visto una proliferazione di soggetti nascere al suo interno e più in generale l’assetto a due poli e mezzo (CSX, M5S e CDX) verso cui protendeva il paese sembra sfumare verso qualcosa di più complesso.

Gli elementi da tenere sotto controllo

Prima di analizzare quali potrebbero essere gli sviluppi futuri, è bene spendere due righe sugli elementi di breve periodo da tenere in considerazione: in primo luogo il Governo Conte II è in crisi in parlamento, Italia Viva minaccia la rottura e gli alleati cercano dei “responsabili” per sostituirla. In secondo luogo la crisi economica dovuta alla pandemia probabilmente deve ancora mostrare gli effetti peggiori, il blocco dei licenziamenti è ancora in vigore e gli interessi per il debito potrebbero sopraffare i conti pubblici nei prossimi anni. Vi sono inoltre da sciogliere i nodi sulla legge elettorale, sul recovery plan, sul MES e, se ci si arriverà, sul Presidente della Repubblica. Infine la lotta interna al Movimento 5 Stelle non è ancora finita: tutti si chiedono la nuova leadership verso quale area politica protenderà.

Centrosinistra e Movimento 5 Stelle

Non è un mistero infatti che PD, LeU (o ciò che ne rimane) e M5S stiano lavorando per rendere strutturale l’alleanza di governo. Qualche esperimento, finora non proprio brillante da un punto di vista elettorale, è stato già fatto per le regionali del 2020, e qualche timida voce inizia a proporne un altro a Roma in ottica 2021. Se da una parte Azione si dichiara contraria in tutto e per tutto ad un’alleanza con i pentastellati (e non è un mistero che tra Renzi ed il M5S non corra buon sangue), dall’altra né il centrosinistra né tantomeno il M5S hanno le forze per fronteggiare soli un centrodestra che sfiora il 50% dei voti, ed il Movimento sembra aver chiuso ad ogni possibile sponda con il centrodestra.

Il centrodestra

Il centrodestra per conto suo appare compatto all’opposizione, ma vi sono al suo interno numerose fratture. In primo luogo Salvini e Meloni sono ormai in scontro aperto per la leadership della coalizione: il primo è ancora a capo del partito maggiore, ma tale primato per quanto durerà? Al sud pare che Fratelli d’Italia riesca a riscuotere maggiori consensi già oggi, che sia il segnale verso una coalizione che si spartisce le regioni piuttosto che contendersele tutte?  In tale scenario Berlusconi, padre in un certo senso della coalizione, si dice fedele a questa, ma gli accordi passati con il PD (vedasi patto del Nazareno) fanno dubitare gli alleati e anche qualche giornalista che lo vede come un possibile “responsabile” di quelli che potrebbero salvare il governo in caso di rottura con Renzi.

Un polo in formazione?

Che Renzi mal sopporti il PD e Calenda il Movimento 5 Stelle è un dato di fatto: entrambi spesso invocano un fronte liberale anti populista ed anti sovranista. Tale spazio politico ha visto negli ultimi anni nascere +Europa, Italia Viva e Azione: tre forze che combinate dovrebbero pesare (secondo i sondaggi) intorno al 6-8%. Nella stessa area, seppur attualmente legato alla coalizione di centrodestra, vi è Forza Italia: 9,26% secondo il sondaggio qui analizzato. Sebbene come già detto Berlusconi si dichiari legato indissolubilmente alla coalizione, vi sono elementi importanti all’interno del suo partito (su tutti la Carfagna) che con gli alleati vanno molto poco d’accordo, e data l’età del Cavaliere (84 anni compiuti lo scorso 29 settembre) qualche domanda sul dopo di lui è lecito cominciare a farsela.