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ONU:”Nuova svolta nelle mediazioni con la Libia”

 Una fase di transizione democratica è iniziata in Libia nel 2011, ponendo fine a una dittatura durata quarantadue anni. Dopo il successo delle prime elezioni del 7 luglio 2012, che si sono svolte in buone condizioni, è stato formato un Congresso Generale Nazionale. Il processo di transizione si è arenato nel 2014 a causa della polarizzazione tra gli islamisti e il resto del campo politico.

Un processo di riconciliazione è stato avviato attraverso la mediazione del rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU (SRSG) lanciato nel settembre 2014. Questi sforzi hanno portato alla firma dell’accordo politico tra i rappresentanti delle parti libiche il 17 dicembre 2015 a Skhirat, in Marocco. La comunità internazionale ha approvato questo accordo attraverso la risoluzione 2259 (2015), che è stata approvata all’unanimità.

Questo processo di modifica di Skhirat è stato interrotto dall’offensiva dell’esercito nazionale libico (ANL, Est) su Tripoli il 4 aprile 2019. La comunità internazionale si è mobilitata per porre fine alle ostilità. La conferenza di Berlino si è tenuta il 19 gennaio 2020. Le sue conclusioni erano basate su sei priorità: cessate il fuoco, embargo sulle armi, processo politico, segmento economico, segmento sicurezza, misure umanitarie. Tuttavia, l’interferenza straniera, in particolare della Turchia e della Russia, ha prolungato le ostilità. Il sostegno militare turco agli islamisti, che si è intensificato dal gennaio 2020, ha invertito l’equilibrio di potere a favore dell’Occidente, portando a un congelamento della linea del fronte nella regione di Sirte dal giugno 2020.

I negoziati diretti tra le parti sono ripresi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un accordo di cessate il fuoco è stato firmato il 23 ottobre 2020 e il forum di mediazione è continuato nei mesi successivi

Il nuovo accordo

Il rappresentante speciale ad interim del segretario generale dell’ONU per la Libia, Stephanie Williams, ha annunciato  che è stato raggiunto un accordo all’interno della commissione di dialogo politico sui meccanismi di scelta del nuovo potere esecutivo in Libia. Parigi e i paesi europei hanno espresso la loro soddisfazione nel vedere i libici avanzare nel processo di riconciliazione. Tuttavia, diverse voci continuano a dubitare dell’affidabilità di questo compromesso.

Dopo cinque mesi di negoziati, fu raggiunto un compromesso secondo il quale ogni provincia libica avrebbe scelto da sola i propri rappresentanti, all’interno del Consiglio presidenziale o a capo del governo, a condizione che ci fosse il 70% dei voti a favore di questa scelta in ogni provincia.  Se la quota c’è, il Consiglio Presidenziale sarà formato dalle persone scelte da ogni provincia. In mancanza di tale scelta, blocchi di quattro nomi saranno presentati alla Commissione del Dialogo Nazionale. Per poter votare, ogni blocco deve avere il sostegno di almeno 17 membri, 8 dalla Tripolitania, 6 dalla Cirenaica e 3 dal Fezzan.

Una maggioranza del 60% è necessaria per avere successo. In assenza di un vincitore, un 2° turno si oppone ai primi due, con una maggioranza semplice del 51%. Questo accordo ha suscitato la riluttanza dei libici dell’est e dell’ovest. Così, la forza di protezione di Tripoli e della zona occidentale, formata dai principali gruppi armati della capitale, ha dichiarato la sua opposizione all’accordo raggiunto.

La forza ha inviato una corrispondenza al segretario generale dell’ONU, agli ambasciatori dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e dei paesi coinvolti nel dossier libico, per protestare contro “le deviazioni di Stephanie Williams“. Da parte sua, il giudice Jamel Bennour, ex presidente del Consiglio regionale di Bengasi nel 2012-13, ritiene che “qualsiasi accordo non ha senso se non c’è intesa sulle questioni militari e sull’autorità suprema dell’esercito”. Bennour ricorda che “la proposta di nominare Aguila a capo del Consiglio Supremo di Stato garantisce ad Haftar il comando generale dell’esercito ed è questo che disturba i militari in Occidente”.

 

Processo costituzionale

Le Nazioni Unite hanno messo in moto diversi processi per risolvere la crisi libica. Così, sotto lo stesso accordo politico, la Commissione costituzionale Libica, riunita martedì 19 gennaio a Ghardaka, in Egitto, nell’ambito del processo costituzionale, ha raggiunto un consenso tra i suoi 28 membri, 14 della Camera dei deputati e 14 del Consiglio di Stato, sull’organizzazione di un referendum sulla copia del progetto di Costituzione, elaborato dall’Assemblea costituente libica. I membri del comitato hanno deciso di finalizzare il loro accordo nella loro riunione, prevista dal 9 all’11 febbraio. Una volta finalizzato, l’accordo sarà trasmesso alla Camera dei Deputati e al Consiglio Supremo di Stato per la convalida. Sarà anche trasmessa alla delegazione dell’ONU per il supporto logistico.

Anche la Commissione Elettorale sarà coinvolta, poiché realizzerà il referendum entro il termine stabilito dalla Commissione. Quindi, per tenere le elezioni il 24 dicembre 2021 in Libia, è imperativo tenere un referendum sulla Costituzione, o anche escogitare una sorta di organizzazione provvisoria dei poteri. Tuttavia, ci sono domande legittime sulle elezioni nazionali in un paese in cui le strade sono interrotte e i gruppi armati dominano ancora.

BCE

Dalla presidenza BCE un monito verso l’istituzionalizzazione del Bitcoin

È di pochi giorni fa l’intervista rilasciata, durante la conferenza Reuters Next, dalla presidente della BCE Christine Lagarde, in merito alla necessità di regolamentare l’utilizzo delle criptovalute.

La numero uno della Banca centrale europea ha espresso chiaramente l’urgenza di rafforzare le norme per garantire una supervisione più coordinata sui Bitcoin (BTC). Questi sono stati definiti come “un asset altamente speculativo che ha reso possibili affari loschi e delle interessanti attività di riciclaggio totalmente riprovevoli”.
La valuta digitale, infatti, nel corso degli ultimi anni ha goduto di sempre maggior considerazione. Non soltanto tra società e fondi di investimento, ma anche tra persone comuni. Da più parti si è addirittura assistito alla richiesta di prestiti volti ad acquistare maggiori quantità di criptovaluta, il cui valore è quasi decuplicato da marzo scorso.

Criptovalute e incertezza

Il Bitcoin è sempre stato soggetto a continui sbalzi, dovuti proprio alla sua estrema ed insita volatilità. Ovvero più è alta è la volatilità e più alto sarà il rischio).
Sebbene le parole della presidente Lagarde arrivino in momento di “bull market per la criptovaluta, l’instabilità del settore non fornisce alcuna garanzia in tal senso, come testimoniano ampiamente i bruschi crolli del recente passato, attestatisi anche ben oltre l’ultimo calo del 28%.

Un appello condiviso

Il monito da parte della BCE si aggiunge a quello di diverse autorità internazionali anti-riciclaggio. L’obiettivo dichiarato è quello di implementare norme globali sulle criptovalute che siano applicate e concordate. La Lagarde ha spiegato che  “se ci sono scappatoie, quelle scappatoie saranno sfruttate” .
Pur non fornendo esempi specifici di riciclaggio di denaro, ha poi detto di essere a conoscenza di indagini criminali di attività illegali.
Già nel 2018, quando ancora non era alla guida della Banca centrale, l’attuale presidente segnalava il bisogno di normare tali asset. La Lagarde sosteneva che la loro crescita fosse dovuta, in parte, alla “mentalità di gregge” tra coloro in cerca di prodotti finanziari ad alto rendimento.

Intanto, sempre durante la conferenza Reuters Next, Lagarde ha lanciato segnali distensivi sul progetto dell’euro digitale, concludendo: “penso che l’euro digitale si farà anche se i tempi non saranno immediati, direi non più di cinque anni, sebbene ancora non sappiamo dove ci porterà l’accelerazione del fintech”.

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La Somalia introduce le quote rosa in Parlamento

In vista delle elezioni parlamentari dell’8 Febbraio, il Primo Ministro somalo Mohamed Hussein Roble ha annunciato una riforma alla struttura del Parlamento nazionale. Dalla prossima legislatura, infatti, il 30% dei seggi sarà riservato a deputate e senatrici, cercando di favorire la parità di genere all’interno delle istituzioni somale. Oggi infatti solo il 24% dei parlamentari somali sono donne. Nel resto del Corno d’Africa, l’Etiopia ha aumentato drasticamente il numero di donne parlamentari (oggi sono il 38%) e anche l’Eritrea ha introdotto un sistema di quote.

Il sistema politico

Il sistema politico di Mogadiscio è particolarmente complesso e delicato. Il Paese è infatti estremamente variegato dal punto di vista etnico-linguistico ed è diviso in centinaia di clan. Questa atomizzazione della società somala ha portato ad un’instabilità diffusa fin dall’indipendenza del Paese dall’Italia nel 1960. In particolare, dal 1991 in poi la Somalia è dilaniato da una guerra civile che continua quasi senza sosta. L’attuale sistema politico è il risultato di un compromesso raggiunto nel 2012. Questo accordo ha portato alla nascita di un parlamento bicamerale, formato dalla Camera del Popolo (con 275 membri) e dal Senato (con 54 membri). I due rami del Parlamento poi eleggono il Presidente della Repubblica.

 

Il sistema elettorale

Le elezioni somale si svolgono con un sistema complicato. Infatti, prima di ogni elezione la legge elettorale viene di fatto concordata dal Presidente della Repubblica e dai Presidenti degli Stati federali. Inoltre, la Somalia è uno dei pochi paesi al mondo in cui non ci sono elezioni dirette: con l’esclusione delle elezioni del 1961, infatti, tutte le elezioni sono avvenute tramite nomine da parte dei clan. Per questa tornata elettorale, l’accordo è stato raggiunto nell’ottobre 2020, e prevede che i clan nominino 101 responsabili che dovranno poi selezionare i membri del Parlamento. Questa modalità rende le quote proposte dal Primo Ministro deboli: infatti, questa norma non è parte dell’accordo elettorale, e sarà quindi responsabilità dei delegati dei clan decidere se rispettarla o meno.

Netanyahu posa con Jabarin Muhammad a Umm al-Fahm [parina Facebook del Ministero Israeliano degli Affari Esteri]

Netanyahu sta cercando i voti degli arabi

Che le prossime elezioni saranno croce o delizia per il futuro politico di Bibi Netanyahu si era capito già all’indomani della caduta del governo il 23 dicembre. A Gerusalemme sempre più ostacoli si sono frapposti tra “HaMelek”, il re, come lo chiamano i suoi sostenitori più sfegatati, e la sua corona di Primo Ministro. Nella Knesset i suoi ex alleati di governo Avigdor Liberman, Naftali Bennett e Gideon Sa’ar, oggi a capo di tre partiti di destra, stanno affilando i pugnali per assicurarsi la successione. Sul fronte giudiziario pesa la spada di Damocle dei tre processi, due per abuso di fiducia e frode e uno per corruzione, che solo l’immunità da premier riuscirebbe a tenere a debita distanza. Per affrontare questi problemi Netanyahu ha pensato fuori dagli schemi e ha elaborato una nuova strategia: ottenere la fiducia degli arabi di Israele.

Una minoranza da non sottovalutare

Due milioni sono i cittadini israeliani di etnia araba, costituiscono il 20% della popolazione del paese. Non è sorprendente quindi che chi desideri governare debba fare i conti con loro, che sono rappresentati di solito da un numero di parlamentari compreso tra dieci e quindici. Benché alcuni di loro siano presenti tra le file di partiti ebraici come Meretz, il voto arabo è tradizionalmente orientato verso la Lista Unita, una formazione araba che riunisce attori politici di diversa natura, dai nazionalisti agli islamisti. Decenni di scarsi investimenti del governo nelle comunità arabe hanno portato questa categoria a fare i conti con problemi socio-economici peculiari. Quasi un cittadino arabo su due vive in stato di povertà, e arabe sono otto delle dieci città più povere di Israele. I servizi come scuole e ospedali sono generalmente di qualità inferiore rispetto alla media, e i finanziamenti insufficienti alla polizia hanno causato un aumento dei crimini violenti all’interno di queste comunità.

Bibi e gli arabi israeliani

In questo processo di marginalizzazione i governi Netanyahu hanno avuto un ruolo importante. Particolarmente controversa è stata l’approvazione della legge sullo Stato-Nazione del 2018, che definisce Israele come “la casa nazionale del popolo ebraico” e, tra le altre cose, declassa la lingua araba da seconda lingua ufficiale a lingua con status speciale. Agli occhi delle minoranze questa legge fu percepita come discriminatoria e per nulla rispettosa del loro contributo alla prosperità dello stato. In quell’occasione si sollevarono proteste anche tra i cittadini ebrei, tanto che divenne famosa la promessa del presidente Reuven Rivlin, compagno di partito di Bibi, di firmare la legge in arabo. Ma ancora peggiore fu l’impatto di diverse dichiarazioni, soprattutto quella del 17 marzo 2015. In occasione delle elezioni per la XX Knesset, il Primo Ministro uscente invitò i connazionali a votare per lui per scongiurare il pericolo di un governo della sinistra, presentata come filo-araba. Affermando con tono preoccupato “gli elettori arabi si stanno recando in massa ai seggi”, Netanyahu stuzzicò quella parte di elettorato convinta che gli arabi costituiscano una quinta colonna del terrorismo palestinese all’interno di Israele. Quasi inutile a dirsi, le scuse presentate in seguito valsero a poco: questo era per gli arabi il vero volto di Netanyahu e del suo elettorato.

Cambio di strategia in casa Likud

Nelle ultime settimane, però, è cambiato qualcosa. Nel mese di gennaio Netanyahu ha visitato le città arabe di Tirah, Umm al-Fahm e Nazareth per incontrare i sindaci locali e promuovere la campagna vaccinale contro il Covid-19. A Umm-al Fahm si è fatto fotografare, non senza cerimonie, insieme a Jabarin Muhammad, il milionesimo israeliano ad ottenere una dose di vaccino. Anche le sue dichiarazioni hanno preso una piega più conciliatoria. A Nazareth ha affermato che il voto degli arabi ha un “enorme potenziale”, mentre, commentando la sua visita ad una città araba, evento per lui insolito, ha detto che questo è “solo l’inizio”.

Le ragioni della svolta

A folgorare Bibi sulla via di Damasco (o meglio, di Gerusalemme) sono stati tre fattori. Il primo è il calo di consensi tra l’elettorato ebraico, che si sta spostando sempre più a destra verso partiti come Yamina, Israel Beitenu e Tikvah Chadasha. Di fronte a questa prospettiva occorre quindi cercare un nuovo bacino di voti. Ed è qui che entrano in scena gli arabi. Le ultime elezioni sono state un successo per la Lista Unita, che ha portato alla Knesset ben quindici parlamentari. Fare campagna elettorale nelle comunità arabe permetterebbe quindi a Netanyahu di ottenere un paio di parlamentari in più e di erodere il monopolio della Lista Unita. In ultima istanza, questa mossa serve a creare divisioni all’interno della leadership politica araba, divisioni che la sua esperienza in materia gli permette di manovrare con maestria.

La strategia araba di Bibi

Per farsi strada in un ambiente sospettoso quando non apertamente ostile il Primo Ministro uscente si avvale di una strategia su più livelli. In primo luogo, la recente firma degli Accordi di Abramo gli permette non solo di schivare qualsiasi accusa che lo indichi come un nemico degli arabi, ma anche di presentarsi come un uomo di pace. Il successo della campagna di vaccinazione, che pone Israele ai primi posti per numero di pazienti trattati, rafforza poi la sua immagine di statista energico che si preoccupa per tutti i suoi cittadini. Ancora più importante, in questo caso, è che gli arabi israeliani, pur vivendo in uno stato ebraico, sono gli unici arabi del Medio Oriente a godere in maniera così estesa dell’accesso ai vaccini. Altra mossa importante è il flirt con personalità politiche arabe, uno dei motivi che lo ha portato a visitare le loro comunità. In quelle occasioni, non senza suscitare violente proteste, Netanyahu è comparso a fianco dei sindaci di Nazareth e Umm al-Fahm, che hanno dimostrato di apprezzare la sua visita. A Tirah poi si è dichiarato aperto ad includere personalità arabe nella sua lista. Non è più un segreto infine il suo rapporto di collaborazione con Mansour Abbas, esponente della Lista Unita, rapporto che ha esposto il suo partner alle critiche dei compagni di partito. Poi sono arrivate le promesse, la più importante delle quali è quella relativa alla sicurezza. Per far fronte all’elevato tasso di omicidi nelle municipalità arabe Bibi ha promesso nuove stazioni di polizia e maggiori fondi ai sindaci per affrontare la questione al meglio. Un’altra promessa è una moratoria di due o tre anni sulla demolizione delle case costruite illegalmente, che permetterebbe ai proprietari di mettersi in regola o costruire nuove case nel rispetto delle norme di legge.

La più grande sfida per la Lista Unita

Com’era da aspettarsi, questa svolta è stata salutata con molto scetticismo. In occasione della visita a Nazareth, un centinaio di persone sono scese in piazza per far capire a Netanyahu che non era il benvenuto. Alcuni, tra cui un membro della Knesset, sono stati arrestati dalla polizia. Lo stesso sentimento anima le dichiarazioni dei membri della Lista Unita, che ritengono le recenti dichiarazioni una minaccia per la stabilità della coalizione. Sta di fatto che Netanyahu vuole sfidare la Lista, e che nei prossimi mesi essa dovrà difendersi al meglio dalle insidie di un uomo che ha fatto del suo enorme carisma l’arma più efficace contro tutti i suoi avversari.