rifondazione comunista

Com’è fatto il Partito della Rifondazione Comunista

Il Partito della Rifondazione Comunista nasce nel 1991 in contrarietà alla svolta stabilita dall’ultimo Congresso del Partito Comunista, il XX. Già al XIX Congresso, l’anno prima, erano state presentate tre alternative mozioni: quella dell’allora segretario comunista Achille Occhetto, “per il Partito Democratico della Sinistra”, quella di Natta-Ingrao e infine quella di Armando Cossutta, “per la Rifondazione comunista”.

A prevalere è la mozione Occhetto. Il XX Congresso del Partito Comunista, a Rimini, sancisce definitivamente il nuovo corso della sinistra italiana. Dal PCI nasce il Partito Democratico della Sinistra (PDS). Cossutta e altri, in disaccordo con la linea prevalsa al Congresso, abbandonano il partito e fondano, nel dicembre del 1991, il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Sergio Garavini viene nominato primo segretario. Il I Congresso del Partito crea anche la figura del Presidente: è Cossutta a ricoprire tale carica. Garavini e Cossutta arrivano ben presto ai ferri corti: nuovo segretario è Fausto Bertinotti, sindacalista di lungo corso che ha da poco abbandonato polemicamente il PDS quando nel 1994 Cossutta lo chiama alla segreteria del PRC.

Alle prime elezioni politiche il PRC ottiene un discreto successo, circa il 6%. Numeri che conferma grossomodo fino alle elezioni politiche del 2006, eleggendo nelle varie tornate elettorali un discreto numero di senatori e di deputati (nonché di eurodeputati). Il Partito appoggia esternamente il Governo Prodi I, che poi sfiducia nel 1998. Partecipa con Ministri e Sottosegretari al Governo Prodi II e nel 2006 porta alla presidenza della Camera dei deputati Fausto Bertinotti, che si dimette da segretario.

Armando Cossutta e Fausto Bertinotti

Dal 2008 il PRC non entra più in parlamento e gradualmente si riduce il suo peso politico, complici anche una serie di scissioni. Anche il numero degli iscritti subisce un calo notevole: 93.196 nel 2006, 10.000 nel 2019.

Attualmente il PRC, all’opposizione extraparlamentare prima del Governo Conte II e ora del Governo Draghi, ha aperto alla possibilità di far politica anche non presentando direttamente il proprio simbolo alle elezioni.

Lo Statuto del Partito e l’attività congressuale

Nel novembre del 2020 avrebbe dovuto tenersi l’XI Congresso del PRC. Tuttavia, l’emergenza pandemica da Coronavirus ha reso impossibile l’avvio dei lavori congressuali, slittati quindi al 2021.

L’ultimo Congresso che si è tenuto, il X, è stato nel 2017 a Spoleto. Il Congresso precedente, il IX a Perugia, ha invece approvato nel 2013 la versione attuale dello Statuto del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.

Si legge nel Preambolo dello Statuto: il PRC è la “libera organizzazione politica della classe operaia, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle donne e degli uomini, dei giovani, degli intellettuali, delle precarie e dei precari, delle disoccupate e dei disoccupati dei cittadini tutti, che si uniscono per concorrere alla trasformazione della società capitalista al fine di realizzare la liberazione delle donne e degli uomini attraverso la costituzione di una società comunista”.

Il Congresso Nazionale è costituito dai delegati eletti dai congressi di federazione proporzionalmente al numero degli iscritti e di regola è riunito ogni tre anni,. Tra i principali compiti vi è quello di esaminare le proposte statutarie e decidere su di esse a maggioranza degli aventi diritto. Il Congresso elegge anche il Comitato Politico Nazionale e il Collegio Nazionale di Garanzia.

Il Comitato Politico Nazionale (CPN) e il Segretario 

Il Comitato Politico Nazionale, eletto dal Congresso Nazionale, detta la direzione politica del partito nell’intervallo tra due congressi. È il massimo organismo del Partito: determina gli indirizzi fondamentali e gli obiettivi dell’attività complessiva del Partito, ne verifica l’attuazione e ne risponde collegialmente al Congresso Nazionale. È attualmente costituito da circa 150 membri.

Il congresso del 2017 “C’è bisogno di rivoluzione” e il Comitato Politico Nazionale hanno eletto l’attuale Segretario e dato l’attuale conformazione dirigenziale al partito. Segretario è il pescarese Maurizio Acerbo. Acerbo, già deputato dal 2006 al 2008, è il quinto segretario del PRC; ha sostituito Paolo Ferrero, il quale aveva guidato il Partito dal 2008 al 2017.

Acerbo è stato eletto dal Comitato Politico Nazionale del Partito con 79 voti su 137 (45 i contrari, 13 gli astenuti).

L’elezione del segretario avviene a scrutinio segreto. La seduta di votazione è considerata valida quando vi partecipa la maggioranza degli aventi diritto. Risulta eletto il candidato che ottiene più voti. Il segretario non può svolgere più di tre mandati congressuali interi consecutivi, rappresenta il partito e presiede i vari lavori.

La Segreteria nazionale

La Segreteria Nazionale è il principale organo esecutivo del partito. Ne fanno parte dieci membri, tra gli altri il Segretario Nazionale, il Tesoriere e il Responsabile organizzazione

Attualmente la Segreteria risulta così composta: Maurizio Acerbo (Segretario), Vito Meloni (Tesoriere), Rosa Rinaldi (Responsabile organizzazione), Loredana Fraleone, Stefano Galieni, Tonia Guerra, Elena Mazzoni, Dimitri Palagi, Antonello Patta.

La Direzione Nazionale e il Collegio Nazionale Garanzia

La Direzione Nazionale opera su mandato del Comitato Politico Nazionale e a esso risponde. E’ composta attualmente da circa 40 membri. In conformità agli orientamenti fissati dal Comitato Politico Nazionale, la Direzione Nazionale “provvede – da Statuto – ad esaminare le problematiche inerenti la vita del Partito e delle sue relazioni esterne, discute gli orientamenti politici, esprime il parere sulla composizione delle liste per il Parlamento italiano e quello europeo, sulla proposta di indicazione per i capigruppo al Parlamento italiano ed europeo, discute e approva, in seduta allargata ai segretari e ai tesorieri dei comitati regionali, il bilancio preventivo e il rendiconto del partito.”

Il Collegio Nazionale di Garanzia (CNG) “assume come fine della propria attività la prevenzione dei conflitti interni di natura comportamentale e interpretativa delle norme statutarie nonché l’estensione ed il rafforzamento della cultura e della legalità statutaria nel Partito quale presupposto di garanzia per tutti gli iscritti di una reale democrazia interna. Il CNG procede all’esame dei bilanci e dei conti consuntivi a livello nazionale, mediante il Collegio dei revisori dei conti, eletto al proprio interno e composto da tre componenti.”

Organizzazione territoriale

Il Partito si articola a livello territoriale in circoli, federazioni e comitati regionali.

Il circolo è “l’istanza fondamentale del Partito”. Può essere territoriale, di lavoro, di studio, tematico. Organo fondamentale del circolo è l’Assemblea degli iscritti. Il circolo è diretto da un Comitato Direttivo e da un Segretario.

La federazione è di norma costituita su base provinciale, laddove in una stessa provincia insistano più circoli.

Nelle regioni con più federazione provinciali si può procedere alla formazione di un comitato regionale eletto da un Congresso regionale, rappresentativo delle Federazioni provinciali e dei Circoli.

Giovanili e forum permanenti

Il PRF ha una organizzazione giovanile: Giovani Comuniste e Comunisti, ne fanno parte tutte le iscritte e gli iscritti del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea che non abbiano ancora compiuto 30 anni e che, volontariamente, aderiscano al partito mediante la tessera dei giovani comunisti. I coordinatori della giovanile del Partito partecipano, come invitati permanenti, ai lavori della Segreteria nazionale. Attualmente coordinatore e portavoce nazionale è Andrea Ferroni.

Il Partito ha, da Statuto, dei forum permanenti, che si occupano di varie tematiche: tra questi il Forum permanente delle donne (sede di elaborazione e costruzione della politica di genere), la Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratici, la Conferenza sulle politiche migratorie, la Conferenza nazionale delle donne comuniste e la Conferenza Nazionale degli uomini comunisti

I simboli del partito

Come da art. 77 dello Statuto la bandiera del partito “è rossa e reca, in colore oro, la stella, la falce ed il martello. Un nastro con i colori nazionali è legato all’asta della bandiera. Il simbolo del partito è così descritto: «due cerchi eccentrici e tangenti internamente sulla destra. Il più grande a fondo rosso, in secondo piano, riporta nella porzione di cerchio visibile a sinistra, la scritta in bianco Sinistra Europea. Il secondo cerchio, in primo piano, è più piccolo e interno al primo, con fondo bianco e riporta: falce, martello e stella gialli sopra una bandiera rossa distesa ed inclinata a sinistra sormontato dalla scritta in nero Rifondazione, nella parte inferiore compare la scritta in nero Partito Comunista. Le due scritte sono separate da due settori circolari verde a sinistra e rosso a destra che, con il fondo bianco, compongono i colori della bandiera nazionale”.

Gli inni del partito sono: l’Internazionale, Bandiera Rossa, l’Inno dei lavoratori.

Leopolda 10

Come è fatta Italia Viva

Un partito leggero ma fortemente orientato al vertice. È ciò che emerge analizzando lo Statuto costitutivo di Italia Viva, il movimento politico fondato nel 2019 dall’ex segretario del Partito Democratico Matteo Renzi. Innanzitutto la prima diversità che si incontra rispetto ai partiti tradizionali è di carattere lessicale, ma che identifica la sostanza di quello di cui stiamo parlando.

In tutti i documenti si fa riferimento infatti alla denominazione “Associazione Italia Viva“, come a rimarcare una distanza dall’organizzazione tipica dei partiti novecenteschi e loro trasformazioni.

Gli iscritti diventano “associati” e scompaiono termini come “segretario”, “direzione”, “tesserati”. Dell’associazione riprende anche l’impianto presidenzialistico e una struttura complessivamente più snella. Ma vediamo prima l’assetto centrale del movimento politico e in seguito la sua ossatura sul territorio italiano.

La struttura nazionale

Gli organi che compongono la struttura nazionale di Italia Viva sono il Congresso, l’Assemblea Nazionale, il Comitato Nazionale, il Presidente e la Presidente, il Tesoriere e il Comitato di Tesoreria, i Comitati di garanzia di prima e seconda istanza.

Il Congresso, come avviene di solito all’interno delle organizzazione partitiche, è il massimo organo decisionale e di confronto. Nel caso di Italia Viva è il momento di espressione della volontà di tutti gli associati, che stabiliscono il progetto e gli obiettivi politici generali. Non sono previste partecipazioni per delega, bensì tutti gli aderenti possono partecipare sia in presenza che mediante voto sulla piattaforma telematica del partito.

Il Congresso, scegliendo tra varie candidature abbinate, elegge in ticket la Presidente Nazionale e il Presidente Nazionale, un assetto abituale per i partiti verdi, ma adottato anche dal Partito Socialdemocratico di Germania, solo per far un esempio. La parità di genere è prevista ad ogni livello e in ogni consesso. Le decisioni del Congresso sono prese a maggioranza semplice e determinano la linea dell’associazione in tutte le sue articolazioni territoriali.

Da notare che un vero e proprio congresso fondativo non si è mai tenuto. Tutte le caselle degli organismi dirigenti sono state ratificate durante la prima Assemblea nazionale che si è tenuta a febbraio 2020, mentre lo Statuto è stato firmato in diretta in occasione della Leopolda 10 nell’ottobre 2019. La convention prima appuntamento della corrente renziana del PD, adesso è diventata la manifestazione annuale di Italia Viva.

L’Assemblea Nazionale ha invece competenza in materia di indirizzo della politica nazionale dell’associazione, di organizzazione e funzionamento di tutti gli organismi dirigenti nazionali. È presieduta dai Presidenti ed è composta dai membri del Comitato Nazionale, dagli europarlamentari e parlamentari associati a Italia Viva, dai membri di IV che ricoprono la carica di Ministro, dai Presidenti di Regione, dagli assessori regionali e dai consiglieri regionali di Italia Viva. Ne fanno parte inoltre 150 amministratori locali e 150 associati ed esponenti della società civile individuati dai Presidenti nazionali. Ne sono membri anche il Tesoriere e gli ex Presidenti del Consiglio dei Ministri.

La Presidente e il Presidente nazionali sono eletti dal Congresso e rappresentano l’associazione in tutte le sedi istituzionali, elettorali e politiche. Sono ad oggi in carica Ettore Rosato e Teresa Bellanova. Essi convocano e presiedono le riunioni dell’Assemblea, del Comitato Nazionale e convocano e presiedono il Congresso. Dove in altri partiti questi compiti sono ripartiti tra segretario, presidente e altri organi collegiali, in questo caso sono concentrati tutti nella stessa carica. I Presidenti restano in carica 4 anni e possono essere rieletti. All’articolo 2 dello Statuto viene spiegato come “la gestione e l’utilizzo del simbolo sono attribuiti alla Presidente o al Presidente nazionali a cui è assegnata la rappresentanza legale, anche ai fini dello svolgimento di tutte le attività connesse alle tornate elettorali”. Sono inoltre affiancati da una “Cabina di regia” con funzioni esecutive, una sorta di segreteria politica. La Cabina di regia è un organo di partito a tutti gli effetti con mansioni operative, ma sullo Statuto non viene dato molto risalto a questo gruppo che in realtà dirige l’azione politica di Italia Viva e in cui ogni membro si occupa di una delega precisa.

Accanto alle figure dei presidenti, però, non è prevista una figura di leader o di fondatore come Matteo Renzi che traccia de facto la strategia politica di questo gruppo.

Il Comitato Nazionale è invece l’organo di indirizzo politico che dà esecuzione al progetto definito dal Congresso. Presieduto dai due Presidenti, è composto dalla delegazione di Italia Viva al governo, dai parlamentari nazionali ed europei, dalla Cabina di regia e da 50 membri eletti dall’Assemblea Nazionale.

Hanno inoltre diritto a partecipare al Comitato Nazionale con diritto di parola ma senza diritto di voto i Coordinatori regionali.

Il Tesoriere è il responsabile della gestione economico-finanziaria e patrimoniale dell’associazione e ad esso è affidata l’organizzazione amministrativa e contabile dell’associazione. Il Tesoriere è eletto dall’Assemblea a maggioranza, resta in carica per 4 anni e può essere rieletto. Presiede inoltre il Comitato di tesoreria, composto da 6 membri eletti dal Comitato nazionale. Il Comitato di tesoreria coadiuva il Tesoriere rispetto alla gestione contabile e valuta il bilancio consuntivo e preventivo, sottoponendoli al Comitato Nazionale per l’approvazione.

Un elemento di novità riguarda il comitato di garanzia. Nel caso di IV sono due, come a voler prendere ispirazione dai gradi di giudizio processuali. I Comitati di Garanzia di prima e seconda istanza hanno infatti il compito di risolvere conflitti tra gli iscritti e tra gli eletti riguardo l’applicazione dello Statuto e il corretto utilizzo delle risorse economiche.

I Comitati di Garanzia di prima e seconda istanza sono rispettivamente composti da 4 e 8 associati eletti dall’Assemblea Nazionale su proposta dei Presidenti. Le decisioni assunte dal Comitato di Garanzia di prima istanza possono essere impugnate per un ulteriore giudizio di fronte a quello di seconda istanza.

Gli assetti territoriali

Considerando infine le ramificazioni sul territorio, il movimento si articola complessivamente su tre livelli: quello nazionale che indica la strategia dell’associazione, i coordinamenti territoriali, circoscritti sulla base dei collegi elettorali, che coordinano e controllano l’attività degli associati, e i comitati territoriali e tematici, le unità di base di Italia Viva, che possono essere costituiti da associati e simpatizzanti.

La costituzione dei comitati di base può avvenire su iniziativa del singolo associato e possono parteciparvi altri associati e simpatizzanti. I comitati perseguono le finalità di Italia Viva nel rispetto delle direttive e sotto il coordinamento e la vigilanza del livello nazionale.

I coordinamenti territoriali attuano le indicazioni degli organi nazionali e fungono da supporto e coordinamento dei comitati e degli amministratori locali. I Presidenti nominano due coordinatori territoriali, ratificati con voto dal Comitato nazionale. I coordinamenti territoriali sono articolati su base regionale, provinciale o di città metropolitana, di zona e comunale.

Un presidenzialismo spurio

Si può concludere che, essendo IV un partito originato da una scissione del Partito Democratico, non si è data un’organizzazione articolata e strutturata tipica dei partiti di massa e di corrente. Grande peso è conferito ai due Presidenti Nazionali, che presiedono l’Assemblea, il Comitato Nazionale, la Cabina di regia, il Congresso, propongono i componenti dei Comitati di garanzia, vigilano sui comitati locali e propongono i nomi dei coordinatori territoriali al Comitato Nazionale. L’impianto verticistico di IV rende quindi superflua un’organizzazione di tipo federale ed una segreteria in cui il segretario si pone come primus inter pares. Per quanto riguarda invece la presenza di un leader-fondatore non eletto che affianca i Presidenti, Italia Viva presenta forti analogie con l’Unione di Centro a guida Casini: “Si è però consolidato, nella forma partito dell’Udc una sorta di presidenzialismo spurio, nella persona di Pier Ferdinando Casini, figura anomala di leader informale, extrastatutario e dotato di poteri politici attualmente sovraordinati al segretario Cesa, depositario dell’immagine e interprete autentico della linea del partito verso l’esterno, grazie alla notevole popolarità di cui gode” (Carlo Baccetti, I postdemocristiani, il Mulino, Bologna, 2007, pag. 359). Ettore Rosato ha chiarito fin da subito la necessità di una personalità come Matteo Renzi in prima linea: “Non un partito del leader, ma un partito con un leader. È una grande differenza. Un leader, che non è un leader eletto, è tale perché ce l’ha nel sangue. Un leader si afferma perché riesce a cambiare le cose, perché riesce a coinvolgere le persone, perché riesce a guidare i percorsi quando sono difficili” (Ettore Rosato, Leopolda 10, Firenze, 19 ottobre 2019).

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Come sono fatti i Verdi

«L’ambiente è il mondo vitale del nostro pianeta, il sistema di relazioni fisiche e sociali che lega tra loro gli umani; le altre specie animali, la natura, le cose.» Con queste parole si apre lo statuto della Federazione dei Verdi, o più semplicemente Verdi, che dal 1986 fa parte del panorama politico italiano. Le finalità che muovono il partito sono certamente note; come, invece, sono strutturati i Verdi?

ORGANI DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE

Organi di direzione politica e decisionale dei Verdi sono: l’Assemblea, due Portavoce, l’Esecutivo e il Consiglio Federale Nazionale.

L’Assemblea, finalizzata alla discussione politico-programmatica, si riunisce almeno ogni due anni su richiesta del Consiglio Federale e convoca i delegati provinciali. Inoltre, elegge i due Portavoce e la metà dei Consiglieri Federali. Per la validazione dell’Assemblea deve essere presente almeno 1/3 degli aventi diritto. Le decisioni devono essere adottate dalla maggioranza dei votanti.

I due Portavoce hanno competenza generale d’iniziativa. Sono eletti dall’Assemblea a maggioranza semplice, e, nel caso in cui non sia raggiunta la soglia, si procede al ballottaggio. Le coppie di candidati devono essere di sesso diverso. I due Portavoce possono essere sfiduciati dai 2/3 del Consiglio Federale; cosi some nel caso delle dimissioni, pro tempore le loro funzioni sono assunte dall’Esecutivo che avvia il procedimento per le nuove elezioni. Alla carica di Portavoce è posto un limite di due mandati.

L’Esecutivo è l’organo di attuazione della linea politica. Ne fanno parte i due Portavoce e 12 componenti eletti dall’Assemblea nazionale. Nelle decisioni in cui non si raggiunge la maggioranza, prevale il voto dei due Portavoce. Ne fanno parte senza diritto di voto i rappresentanti della Federazione dei Verdi al Parlamento Italiano, Europeo e al governo.

Il Consiglio Federale Nazionale definisce la linea politica dei Verdi, stabilisce le regole democratiche di base. È composto da un massimo di 100 persone elette, metà su base regionale e metà dall’Assemblea Nazionale. Ne fanno  parte di diritto i due Portavoce, l’Esecutivo e i parlamentari senza diritto di voto. Presieduto e convocato dai due Portavoce, si riunisce almeno 3 volte l’anno.

Da Statuto, inoltre, è previsto un Giurì a tutela dei diritti inerenti allo status di iscritto ai Verdi che decide sulle controversie aventi ad oggetto l’applicazione o la violazione delle norme statutarie o regolamentari. È composto da 5 giuristi che ricoprono la carica per 3 anni, eletti dal Consiglio Federale su proposta dell’Esecutivo Nazionale.

ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE

L’organizzazione territoriale dei Verdi è articolata in Federazioni regionali, Federazioni provinciali ed eventualmente in Federazioni di comune metropolitano.

Le Federazioni territoriali, sono riconosciute dalla Federazione Nazionale. Tale riconoscimento è basato sul numero minimo di iscritti in rapporto alla popolazione e al consenso elettorale ottenuto.

CHI RICOPRE LE CARICHE

L’ultima Assemblea Nazionale, la XXXIV, svoltasi 1 e 2 dicembre 2018 a Chianciano Terme, ha eletto i due Portavoce nazionali Elena Grandi e Matteo Badiali. Nel gennaio 2019 l’Esecutivo Nazionale ha nominato come suo Coordinatore Angelo Bonelli.

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Com’è fatto il Movimento 5 Stelle?

E’ indubbiamente considerata la forza politica più atipica nel panorama parlamentare odierno. Il Movimento 5 Stelle, nato a Milano nel 2009, si è posto da subito l’ambizione di scardinare il concetto di partito classico in nome della democrazia diretta.

Se su alcuni aspetti può esserci riuscito, la partecipazione attiva degli iscritti è ampiamente affiancata da una struttura piramidale più classica che conferisce al Movimento un assetto non così dissimile da quella dei partiti più tradizionali

 

ATTI

Gli atti che regolano la dinamica interna del Movimento sono 4 e in questi anni sono mutati molto rapidamente.
Ci duole evidenziare come nessuno dei 4, nel momento in cui scriviamo, sia pubblicato sul sito del Movimento o sul “Blog delle Stelle”.

Statuto

Il primo statuto depositato risale al 2012, in vista della tornata elettorale dell’anno successivo. Poi ne viene depositato un secondo e nel 2017 un terzo. Ciascuno ricostituisce una nuova associazione con la stessa denominazione. Nel caso dei primi due, la sede era in Genova mentre l’ultimo sposta la sede a Roma in Via Nomentana.

Lo statuto degli aspetti costitutivi dell’associazione e ne definisce la struttura.

Nel primo articolo si parla anche dell’Associazione Rousseau, con cui stipulare accordi per l’utilizzo della Piattaforma, strumento cardine del Movimento per consultare gli iscritti.

Non-Statuto

Presentato nel 2009 e modificato nel 2016. Non è un atto ufficiale ma sancisce i principi ispiratori del Movimento soprattutto negli aspetti del funzionamento interno.

Regolamento

Approfondisce ambiti già menzionati nello statuto e norma nel dettaglio alcune prassi. E’ stato modificato nel 2016 nella parte che concerne le espulsioni (mitigando un automatismo presente nella prima versione).

 

Codice etico

Racchiude le norme di comportamento che devono rispettare i candidati e gli eletti.

 

STRUTTURA

Dallo statuto vigente (2017) si ricava l’attuale struttura del partito. Eccezion fatta per un’aggiunta: il team del futuro, costituito poco prima del passaggio alla reggenza di Vito Crimi con l’approvazione di un voto su Rousseau.

 

ORGANIGRAMMA

I vertici del Movimento negli ultimi tempi hanno visto diverse novità, a partire del Capo Politico, ruolo passato al reggente Vito Crimi dopo le dimissioni di Luigi Di Maio nel gennaio 2020. Fino ad allora la carica coincideva anche con quella di Tesoriere.

 

PROSPETTIVE FUTURE

L’11 dicembre si sono chiusi gli stati generali del Movimento 5 Stelle. Da molti osservatori sono considerati la chiusura di un ciclo aperto ai tempi del Vaffa day e l’apertura di una nuova fase in cui il Movimento rivede il suo assetto in favore di uno più tradizionale. Insomma, da partito di governo.

Tra le proposte più significative uscite dagli stati generali c’è proprio una modifica alla struttura. E’ in campo infatti la quarta modifica allo statuto: mira a sostituire il Capo Politico con un Comitato Direttivo di 5 persone (con almeno 2 quote di genere su 5).

La proposta sarà sottoposta al voto dell’assemblea degli iscritti su Rousseau che è calendarizzata in prima votazione per il 9 e 10 febbraio. Se in quella sede non voterà almeno il 50% degli iscritti si dovrà rivotare il 16 e 17 dello stesso mese.

Qualora la proposta venisse approvata (quasi certo) terminerebbe la reggenza di Vito Crimi e si procederebbe all’elezione dei 5 componenti del Comitato Direttivo, nuovo vertice del Movimento, che resterà in carica per 3 anni.

Carlo Calenda durante la presentazione del nuovo movimento politico "Azione" presso la sede della Stampa Estera, Roma, 21 novembre 2019. ANSA/ANGELO CARCONI

Com’è fatto Azione?

La genesi di un partito liberal-progressista

Nel fitto e tipicamente variegato panorama politico italiano sta cercando di farsi largo un nuovo soggetto politico: Azione. Con poco più di un anno di vita, è uno dei partiti più giovani del paese. Il suo fondatore e leader Carlo Calenda, già Ministro dello Sviluppo Economico nei governi Renzi e Gentiloni, è un politico ormai noto in Italia. Obiettivo di Calenda è ora far conoscere Azione ed assumere maggior peso politico nell’ingarbugliato multipartitismo del nostro Paese.

La crisi di governo innescata nell’agosto 2019 dal leader della Lega Matteo Salvini porta le forze politiche alla ricerca di un’altra possibile maggioranza tra i partiti. Dopo una serie di consultazioni, il Movimento 5 Stelle, già al governo, il Partito Democratico e Liberi e Uguali raggiungono un’intesa. Il 9 settembre 2019 vede così la luce il governo Conte bis. L’accordo stabilito con i pentastellati porta alla fuoriuscita dal PD di alcuni componenti critici nei confronti della nuova alleanza. Tra questi Carlo Calenda che, insieme al senatore ex Partito Democratico Matteo Richetti, decide di costituire una nuova formazione politica. Il 21 novembre 2019 nasce Azione.

Lavori ancora in corso

Richiamandosi alle radici del liberalismo sociale di Luigi Sturzo, Azione si pone come soggetto politico anti-populista ed anti-sovranista, e si colloca nel centrosinistra italiano. Citando lo statuto, Azione “promuove il pensiero politico liberal-progressista fondato su un patriottismo inclusivo, italiano ed europeo, su un’economia sociale e di mercato”. Ma a livello organizzativo, data la giovane età e la fase ancora di costruzione, sappiamo ben poco di questo partito. A causa dello scoppio della pandemia di COVID-19, Azione non ha ancora convocato il suo primo Congresso Nazionale: non ha quindi un assetto ben definito. Proviamo però a capirne un po’ di più, analizzando lo statuto, i principali organi e la struttura interna di questo nuovo partito.

Il Congresso Nazionale

Convocato ogni due anni, il Congresso Nazionale stabilisce gli obiettivi dell’azione politica di Azione e ne decide le linee guida. In occasione del Congresso vengono eletti il Segretario, i membri dell’Assemblea e sono approvate mozioni di indirizzo politico o organizzativo. Qualora il Segretario cessi per qualsiasi motivo il proprio mandato, o quando deliberato a maggioranza assoluta dall’Assemblea, il Congresso è convocato in via straordinaria.

L’Assemblea

L’Assemblea di Azione è formata da 300 membri eletti dal Congresso e viene convocata dal Presidente. I seggi sono ripartiti su base regionale, in proporzione al numero di residenti e di iscritti al partito nella regione. Oltre ai membri eletti, posso partecipare e votare in Assemblea anche il Segretario, i membri del Comitato Direttivo, i parlamentari, i consiglieri regionali e i sindaci dei comuni con più di 70.000 abitanti. L’Assemblea elegge il Segretario, il Presidente, il Comitato Direttivo e il Tesoriere. Inoltre, delibera sul bilancio preventivo e consuntivo, sulle modifiche allo Statuto e sui Regolamenti. All’Assemblea spetta decidere sulle mozioni di sfiducia nei confronti del Segretario, del Presidente e del Tesoriere. Secondo lo Statuto, l’assemblea può infine stabilire lo scioglimento del partito o la fusione con altra Associazione.

Il Comitato Direttivo

È l’organo esecutivo di Azione e si riunisce almeno ogni due anni. Compongono il Comitato Direttivo il Segretario, il Presidente, i Vice Presidenti, il Tesoriere e trenta membri eletti dall’Assemblea durante il Congresso: questi ultimi sono eletti sulla base di un sistema di liste, con metodo proporzionale. Se la prima lista ottiene però oltre il 40% dei voti, da questa vengono eletti anche i primi cinque membri (altrimenti esclusi). Per rispettare la parità di genere, all’interno di ogni lista almeno un terzo dei candidati deve essere del genere meno rappresentato. Il Comitato resta in carica due anni, ma decade in ogni caso quando viene convocato il Congresso.

Tra i poteri del Comitato Direttivo rientra quello di approvazione del bilancio, di adozione di regolamenti e direttive volti ad attuare gli obiettivi del partito e di delibera sull’eventuale esclusione degli Associati, cioè degli iscritti ad Azione. Approva inoltre le liste elettorali nazionali e locali.

Il Segretario

Il leader di Azione è Carlo Calenda. Attualmente il partito non ha però un Segretario vero e proprio. Complice anche l’emergenza sanitaria ancora in corso, non è stato ancora convocato il primo Congresso Nazionale nel quale questo viene eletto. Ma quali sono i poteri del Segretario?

Rappresentante del partito in relazione ad ogni materia, attività e ai rapporti con gli altri partiti, il Segretario coordina le iniziative politiche di Azione. Egli nomina la Segreteria e sottopone proposte di deliberazione all’approvazione dell’Assemblea e del Comitato Direttivo. Secondo lo statuto di Azione, al Segretario spetta il coordinamento sia delle varie articolazioni territoriali e tematiche, sia tra il partito e gli eletti a livello nazionale e locale. Inoltre, designa la Segreteria e ne convoca le riunioni. La carica del Segretario dura fino al primo Congresso Nazionale successivo alla sua elezione.

Carlo Calenda e Matteo Richetti.

Il Presidente

Eletto dall’Assemblea a maggioranza dei voti espressi, il Presidente resta in carica fino al successivo Congresso. Egli convoca e presiede l’Assemblea, convoca il Congresso ed è il garante delle minoranze.

Il Tesoriere

Tra le cariche elettive vi è anche quella del Tesoriere. È eletto dall’Assemblea ed è responsabile della gestione amministrativa e finanziaria del partito. Redige le bozze dei progetti di bilancio e un rendiconto semestrale dell’attività svolta, che presenta al Comitato Direttivo. È compito del Tesoriere pubblicare i bilanci e garantire la trasparenza di Azione.

Il Collegio dei Probiviri

Questo organo ha la funzione di garantire il rispetto dello Statuto e di dirimere sia le controversie che si formano tra le articolazioni territoriali, sia tra queste e gli organi di Azione. Delibera inoltre sulle controversie disciplinari. Per garantire imparzialità il Collegio è composto da tre membri effettivi e due supplenti eletti dall’Assemblea, i quali non rivestono alcuna carica all’interno del partito. Il Presidente del Collegio è eletto tra i propri componenti. Le decisioni vengono prese con il voto favorevole della maggioranza dei presenti. Le sanzioni disciplinari che il Collegio può predisporre, in caso di denuncia di violazioni dello Statuto, nei confronti degli Associati prevedono il richiamo scritto, la sospensione da un mese a due anni o l’esclusione. Il Collegio viene eletto in occasione del Congresso, e rimane in carica fino al successivo.

Il Comitato Promotore

In attesa della convocazione del primo Congresso Nazionale di Azione, e dell’elezione degli organi e delle cariche citate, è stata disposta una norma transitoria che regola funzioni e poteri. Un Comitato Promotore nazionale esercita attualmente i poteri attribuiti al Congresso, all’Assemblea e al Comitato Direttivo. I 46 membri del Comitato Promotore sono figure che hanno promosso la nascita del partito o che comunque lo sostengono. Tra questi, naturalmente, compaiono Calenda e Richetti. Ma anche Enrico Costa, ex deputato di Forza Italia, il sindaco di Cinisi Giangiacomo Palazzolo, il consigliere del Ministro della salute per l’emergenza COVID-19 Walter Ricciardi e il giornalista Alessandro Barbano.

I membri del Comitato sono anche responsabili nazionali per quanto riguarda diversi temi, come sanità, scuola e giustizia. Fino alla convocazione del Congresso spetta dunque al Comitato espletare tutte le funzioni previste dallo Statuto e amministrare il partito.

 

L’organizzazione territoriale di Azione

Azione si articola territorialmente in Gruppi di aggregazione spontanea, presenti a livello provinciale e comunale in tutte le regioni del Paese. I Gruppi, formati da almeno cinque membri, sostengono le attività nazionali di Azione, ne promuovono iniziative locali e le campagne elettorali. Ogni Gruppo adotta, sulla base di quello nazionale, un proprio statuto che deve essere approvato dal Comitato Direttivo. Oltre a quelli territoriali vi sono anche Gruppi tematici, che si occupano di argomenti ben precisi, come i gruppi “Economia Circolare a Milano in Azione” o “Migrazione in Azione” nella provincia di Roma.

Raccordo tra i Gruppi locali e gli organi centrali di Azione sono i coordinamenti regionali, creati su iniziativa dei diversi Gruppi. Devono far parte dei coordinamenti almeno tre quarti dei Gruppi presenti nella regione e comunque, fino al primo Congresso, non hanno rappresentanza politica o statutaria. È infatti con il primo Congresso Nazionale che i vari coordinamenti regionali, provinciali e comunali saranno ufficialmente istituiti. I coordinamenti regionali prevedono tra i loro organi l’assemblea degli iscritti, il segretario e il consiglio direttivo, formato dai coordinatori dei diversi Gruppi territoriali.

Aspettando il Congresso

La struttura di Azione, come già detto, è ancora in piena fase di formazione. Poteri, cariche e organi sono ancora piuttosto indefiniti e l’unico ruolo che pare certo è quello di leader del partito, ricoperto da Calenda, a cui subito segue Matteo Richetti. Dovremo dunque aspettare il primo Congresso Nazionale per avere un quadro completo dei diversi ruoli e delle cariche assegnate di un partito che appare, comunque, molto ambizioso.

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Il partito repubblicano a un crocevia: che fare del trumpismo?

Dopo la sconfitta elettorale di Donald Trump e l’assalto da parte di alcuni estremisti alla sede del potere legislativo della più longeva democrazia mondiale – il Campidoglio – sono venuti al pettine dei nodi che si annidavano da tempo nel partito dell’ex Presidente. Più che di una ‘analisi della sconfitta’ all’italiana, tra i repubblicani si fa strada una crescente crisi identitaria: che fare del trumpismo? Come trattare una corrente politica dai toni accesi e che spinge (troppo) a destra i repubblicani e la propria base elettorale?

Tornare alla “linea dell’establishment”  all’insegna del conservatorismo tradizionale o continuare sulla strada del populismo, della polarizzazione e della retorica incendiaria? I segnali mostrano un partito incerto, attraversato da visioni divergenti sul modo stesso di fare politica e di rapportarsi alle istituzioni.

In questo contesto sono emblematiche le vicende di due donne che incarnano visioni opposte di ciò che significa “essere repubblicani”: Liz Cheney e Marjorie Taylor Greene. Ma chi sono, e perché sono balzate alle cronache nazionali?

Liz Cheney: il volto dell’establishment

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Classe 1966, primogenita dell’ex Vicepresidente Dick Cheney, dopo una carriera al Dipartimento di Stato ha scelto di dedicarsi alla politica candidandosi alla Camera dei Rappresentanti nel 2016. A partire dal 2018 è capogruppo dei repubblicani alla Camera (House Republican Conference), posizione gerarchicamente appena inferiore a quella di Minority Leader.

Nonostante la sua ascesa politica sia coincisa con quella di Donald Trump, non ne condivide la retorica infiammatoria ed è stata uno dei pochi esponenti del partito a criticarlo anche duramente nel corso della presidenza. Appartiene all’ala tradizionalista e conservatrice del partito, seguendo il filo rosso libertà d’impresa-compressione dell’intervento pubblico-bassa tassazione-conservatorismo sociale.

Oggi, è uno dei volti più celebri dell’establishment, e progetta di riportare il partito sulla strada di Reagan e dei Bush. Ma quella che fino a pochi mesi fa era diffusamente considerata un astro nascente del partito, tanto da essere considerata un nome papabile per la Presidenza, è diventata una figura molto controversa all’interno dei repubblicani.

Marjorie Taylor Greene: devozione a Trump

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Classe 1974, laureata, imprenditrice, Greene è stata eletta per la prima volta nel novembre scorso in un distretto profondamente conservatore nel nord della Georgia. Descritta come uno dei candidati più controversi dell’ultimo ciclo elettorale, si distingue per essere una delle nuove leve che abbracciano lo stile trumpiano, superando Trump stesso in quanto a orientamento.

La particolarità di Greene rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi è quella di essere stata personalmente convinta di una serie di teorie complottiste. Ha sostenuto che le stragi nelle scuole di Sandy Hook e Parkland fossero operazioni militari, oltre ad aver raccomandato l’assassinio di agenti dell’FBI e di politici democratici (non ultime Nancy Pelosi e Hillary Clinton).

Un manifesto elettorale la ritraeva armata con sullo sfondo le Rappresentanti progressiste della Squad. Si è espressa con toni razzisti e profondamente antisemiti durante la campagna, oltre ad aver (ovviamente) sostenuto con forza le mai dimostrate teorie di brogli elettorali ai danni di Trump.

La sua retorica è stata oggetto di aspre critiche dalla stessa leadership repubblicana. La sua elezione, insomma, ha simbolicamente aperto le porte della politica al più estremo fanatismo di destra. Ed è la riconferma della trasformazione a più livelli che coinvolge un partito che si specchia ancora in The Donald.

Lo scontro sul trumpismo

Da anni si sospettava che il partito prima o poi avrebbe dovuto conciliare le due correnti al proprio interno. Già nel 2016 si parlava di guerra civile all’interno dei repubblicani, con la condanna aperta di Trump da parte dei passati candidati alla Presidenza Romney e McCain.

Dopo la sua vittoria a sorpresa, le voci critiche sono quasi del tutto sparite, rimpiazzate da un’adorazione quasi incondizionata. Ma la sua vittoria è stata solo il culmine di un cammino verso la radicalizzazione del partito. Quel che è successo nel 2016, insomma, è stata la dimostrazione del potere della base repubblicana, che a partire dall’elezione di Obama aveva iniziato a spostarsi verso posizioni populiste di destra secondo toni familiari anche da questa parte dell’Atlantico.

Nel 2014, il primo smacco all’establishment moderato. Durante le primarie per le elezioni di medio termine, Eric Canter, il leader di maggioranza alla Camera, venne sconfitto da un candidato del Tea Party, Dave Brat. Da allora, i toni della maggior parte dei politici repubblicani sono cambiati, avendo fiutato una situazione politicamente molto diversa dal ‘solito’. In questo frangente vanno lette sia l’elezione di Trump sia il progressivo ingresso di figure estreme nelle fila dei rappresentanti. Ciò che era (ed è) ormai evidente è lo strapotere dell’elettorato delle primarie, proprio quello più radicalizzato che in larga parte ormai rifiuta il classico conservatorismo moderato, ed è influenzato da fonti d’informazione come Breitbart, i talk show sulle stazioni AM, i canali OAN e Newsmax.

I fatti del 6 gennaio, con l’assalto al Congresso da parte di migliaia di fanatici “nutriti di bugie”, hanno reso evidente l’impossibilità per il partito di trovare una tregua pacifica tra una quota crescente di elettorato distaccato dalla realtà e un establishment moderato che tenta di mantenere il controllo assecondandone i fanatismi.

Soprattutto tra i senatori, la voglia di tornare alla normalità sembrava aver spazzato via l’illusione di poter continuare a seguire la linea trumpiana. È stato questo il caso di Liz Cheney, che si è esposta pubblicamente per denunciare il comizio di Trump che aveva preceduto l’assalto. Ma quel che poteva essere un momento per trovare una fine alle divisioni ha semplicemente fatto esplodere le tensioni interne. E così la Cheney ha ricevuto pesanti attacchi dai suoi colleghi quando ha deciso di votare Sì all’impeachement (un voto “di coscienza”, ha sostenuto).

I media conservatori non si sono fatti scappare l’occasione di eliminare un altro membro dell’establishment, il partito repubblicano del Wyoming l’ha censurata ufficialmente e il rappresentante Matt Gaetz della Florida, uno dei più leali alleati di Trump alla Camera, ha persino tenuto un comizio contro di lei a Cheyenne.

Dimostratosi politicamente impossibile attaccare pubblicamente il Presidente (come mostrano i sondaggi), molti repubblicani hanno preferito non affrontare la questione, minimizzandola pubblicamente nella speranza che cadesse velocemente nel dimenticatoio. Per lo stesso motivo gli attacchi a Liz Cheney non si sono mai fermati, con l’ala pro-Trump del partito che chiedeva la sua estromissione dal ruolo di capogruppo.

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Contemporaneamente, i democratici, tutt’altro che reticenti nell’individuare Trump come il mandante dell’attacco, hanno deciso che era finito il tempo della pazienza. Per tutto gennaio i rappresentanti hanno attaccato uno dei personaggi più vicini al trumpismo radicale: la neoeletta Marjorie Taylor Greene.

Mentre nuovo materiale mostrava quanto fosse compromessa con la violenza e le stesse teorie cospirazioniste alla base dell’attacco al Congresso, sono aumentate le voci per rimuoverla dagli incarichi nelle commissioni. Anche alcuni repubblicani si sono spinti a condannarla pubblicamente, come il senatore Portman (Ohio).

Kevin McCarthy, il numero 1 del GOP alla Camera, ha minacciato una censura ufficiale. E così le due donne si sono trovate attaccate da fazioni diverse per motivi opposti. Alla fine, la reticenza ad agire da parte della leadership di partito ha condotto al meeting a porte chiuse del 3 febbraio tra i Repubblicani della Camera. La stessa serata si sarebbero dovute trattare le due questioni. Prima, un dibattito circa la rimozione di Liz Cheney dal suo ruolo di leadership. Forte del sostegno di McCarthy, e sostenendo la libertà di seguire la propria coscienza, è sopravvissuta al voto segreto con un margine più che doppio (145 contro 61).

Più che di sopravvivenza, si può parlare di trionfo. Privatamente quindi buona parte dei membri del Congresso sono d’accordo con la sua linea, ma quasi nessuno si espone pubblicamente temendo forti ritorsioni alle primarie del prossimo anno.

Secondo le aspettative, Marjorie Taylor Greene, la stessa sera, avrebbe dovuto fornire delle scuse e riconoscere come false le teorie complottiste che ha sostenuto per lungo tempo. Dalle testimonianze, sembra che abbia parlato in modo abbastanza soddisfacente per abbastanza colleghi. Questa volta, nessun voto.

La aspettava il voto della Camera intera l’indomani, quando i democratici avevano pronta da votare una mozione per eliminarla dalle commissioni in cui si trovava (tra cui quella sull’educazione): se i repubblicani non avessero agito contro di lei autonomamente, lo avrebbero fatto loro, forti della maggioranza nell’assemblea. L’approvazione è arrivata con 11 defezioni di repubblicani, che si sono uniti ai democratici per punire la Greene. Restano tuttavia 199 altri Repubblicani che l’hanno sostenuta.

È quindi evidente la presenza di almeno 130 rappresentanti personalmente sulla stessa linea della Cheney, ma che temono fortemente le conseguenze politiche di esporsi contro il trumpismo. In questo modo sembra rimandata una volta ancora la decisione sull’identità e la definizione dei repubblicani, mantenendo una a fianco all’altra due correnti sempre meno compatibili.

E contemporaneamente si vede quanto profonda sia l’influenza e la forza che avuto Trump nel cambiare il partito. I sondaggi sulla popolarità di Marjorie Taylor Greene sono ancora pochi e pagano la novità del personaggio, ma sembra sia sulla strada per ricevere un consenso non indifferente. Quel che invece è evidente è il grande consenso popolare che il trumpismo ancora raccoglie. Che fare, quindi? Assecondare, andando in rotta collisione con le istituzioni democratiche? Oppure tentare di sopprimere, consci del costo politico che comporterebbe? Queste sono le domande per ora irrisolte che guidano la sorte di un partito elettoralmente ancora decisamente forte.