Corea del Nord

Governo, partito e Songbun: il sistema politico della Corea del Nord

Sono tante le differenze tra ciò che viene proclamato in via ufficiale e ciò che è nel mondo reale della Corea del Nord.

In questo approfondimento proveremo a inoltrarci nel difficile terreno del sistema politico coreano, mettendo in luce i diversi attori e le diverse ideologie sulle quali è fondato. Le contraddizioni saranno, lo possiamo anticipare, le vere protagoniste.

E la prima contraddizione è proprio nel nome dello Stato: Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwaguk, ovvero Repubblica Popolare Democratica di Corea. La Corea del Nord, come viene comunemente denominato il Paese asiatico, non è una democrazia, ma uno Stato totalitario.

Songbun

Uno Stato totalitario, che però proclama formalmente e ufficialmente una serie di principi che assurgono a valori costituzionali negli ordinamenti di tipo democratico, a partire dall’uguaglianza dei cittadini.

Una proclamazione ufficiale e formale, che tuttavia si scontra con la realtà del Songbun, ovvero del sistema di “caste” vigente in Corea del Nord.

Secondo questo sistema che – lo ribadiamo – viene smentito dal regime, ma confermato da diversi cittadini nordcoreani che sono riusciti a fuggire dalla sanguinaria dittatura, il popolo viene diviso in tre categorie: la categoria alta, quella intermedia, e quella degli indesiderabili. All’ultima categoria appartengono le persone che potrebbero essere oppositori politici o comunque fonte di preoccupazione per il regime (ad esempio fanno parte di questo gruppo gli ex proprietari terrieri, gli ex ministri del culto cattolico, commercianti ed avvocati); alla categoria intermedia appartengono i comuni cittadini. Della categoria più alta, invece, fanno parte i quadri dirigenti di partito e membri del governo.

Dunque un primo elemento da tenere in considerazione: il Corea del Nord vige, anche se non ufficialmente, un sistema di “caste” che contrasta con il principio di uguaglianza e che si contrappone all’ideale proclamato dalla teoria del comunismo. Solo i membri della casta più alta possono accedere a ruoli di partito.

Il Partito del Lavoro della Corea: un po’ di storia

Il Partito del Lavoro della Corea è il partito politico dominante della Corea del Nord. Fondato nel 1949 dalla fusione del Partito del Lavoro della Corea del Nord e del Partito del Lavoro della Corea del Sud, ha visto ben presto l’assurgere al ruolo di guida di Kim Il-sung.

Il leader accentrò sempre più su di sé il potere ed instaurò una dittatura basata su una sua ideologia, talvolta in contrasto con le forme ufficiali del marxismo-leninismo e con il sistema marxista-maoista cinese: la politica di Kim portò quindi all’instaurazione di una “dinastia” repubblicana.

Con la morte di Kim Il-sung, ad assumere il potere e il controllo del partito fu il figlio Kim Yong-il a sua volta sostituito da suo figlio, Kim Yong-un.

Gli organi del Partito del Lavoro della Corea

Il Partito del Lavorato presenta una complessa organizzazione burocratica e segue il metodo del centralismo democratico, perpetrato da tutti i partiti comunisti.

Il Congresso è l’organo investito della suprema funzione di gestione del partito, elegge il Segretario generale, il Comitato centrale ed il Comitato ispettivo. La sua convocazione è sempre avvenuta in maniera irregolare, sostanzialmente quando il dittatore aveva bisogno di una legittimazione formale delle proprie decisioni.

Il Segretario generale è un ruolo che ha assunto diversi nomi nel corso della storia: Presidente del Comitato centrale, Segretario del Comitato centrale, Segretario generale del partito e poi Presidente del partito, fino a pochi giorni fa, quando è tornata la denominazione di Segretario generale. Il ruolo del Segretario generale è quello di guida e rappresentanza del Partito del Lavoro ed è assunto, nelle varie denominazioni storiche, dai leader dittatori.

Il Comitato Centrale è l’organo che gestisce il partito quando il Congresso non è in sessione e si occupa di tutte le nomine politiche di governo, di amministrazione e di gestione interna del partito. Sostanzialmente, il suo ruolo è quello di affiancare il Segretario generale nelle decisioni, ma in pratica si limita ad assecondare le volontà di quest’ultimo. Il Comitato Centrale si riunisce due volte all’anno, e nei periodi in cui non è in sessione ne fa le veci l’Ufficio Politico, eletto dal Comitato stesso.

Altri organi del partito, di cui non vale la pena discutere ma che online si possono meglio approfondire, sono previsti per la gestione degli affari interni, esteri e militari del Paese per conto del partito.

Il Partito del Lavoro sul territorio

Il partito ha anche una organizzazione territoriale che parte dalle cellule presenti nelle industrie e nell’Armata Popolare Coreana (le forze armate dello Stato, presiedute dal dittatore), per poi salire fino ad un livello provinciale.

Sempre secondo lo schema tipico dei partiti comunisti, esiste anche una organizzazione giovanile incaricata di formare i ragazzi agli ideali propugnati dai due leader Kim Il-sung e Kim Yong-il; a questa organizzazione si aggiunge l’Unione dei bambini di Corea, che raccoglie i giovani nordcoreani tra i 9 ed i 15 anni, sempre allo scopo di indottrinamento.

Come si nota, soprattutto da quest’ultimo aspetto delle organizzazioni giovanili, lo schema dei partiti e dei regimi di ispirazione comunista nell’indottrinamento delle masse è il più tipico dei regimi totalitari, così come sono stati sperimentati anche in Europa all’inizio del secolo scorso.

L’organizzazione del potere

La Corea del Nord è formalmente, come si è detto, una repubblica. Il potere legislativo è esercitato dall’Assemblea popolare suprema, un organo unicamerale composto da 687 membri eletti a suffragio universale ogni cinque anni. Quello che però colpisce è che il sistema democratico risulta fortemente limitato dal fatto che a decidere chi possa essere candidato è solo il Partito del Lavoro della Corea. La scelta ricade tra i membri dei tre partiti federati nel Fronte Democratico per la Riunificazione della Patria (il Partito del Lavoro, il Partito Socialdemocratico e il Partito Chondoista Chongu). Di fatto, quindi, è il Partito del Lavoro di Corea ad esercitare il potere tramite i membri dell’Assemblea che si arroga costituzionalmente il diritto di scegliere anche per gli altri partiti del Paese.

Il potere esecutivo è rappresentato da un Consiglio dei Ministri al cui vertice si trova un Primo ministro; anche questo è nominato dal Partito ed esercita la sua autorità sui ministri e su altri dirigenti dell’apparato burocratico dello Stato, tra i quali è degno di menzione il Presidente della Banca centrale.

Il Capo dello Stato della Corea del Nord è il leader dittatore, che svolge il ruolo di Segretario generale del Partito dei Lavoratori ed è a capo dell’Armata Popolare Coreana; lo Stato si basa infatti su un doppio binario: quello dell’ideologia politica ufficiale del partito e quello del songun, ovvero della supremazia dei corpi militari. Anche in questo caso, è il Congresso a decidere formalmente chi debba ricoprire il ruolo di capo dell’Armata Popolare Coreana, ruolo che coincide con quello di Segretario generale del partito.

Conclusione

Abbiamo visto quindi come vi siano numerose contraddizioni all’interno del sistema politico nordcoreano. A partire dalla proclamata uguaglianza che si scontra con la realtà di un sistema di caste, fino ad arrivare alla democrazia controllata dal partito unico (o, per meglio dire, egemone). Vero è che i cittadini sono formalmente chiamati al voto a suffragio universale, ma tale voto non è libero poiché non è libero l’elettorato passivo, saldamente nelle mani del Partito del Lavoro. Anche il potere legislativo ed esecutivo non sono liberi, poiché formatisi con elezioni non libere e derivanti da nomine effettuate dal Partito del Lavoro tra i propri membri o tra i membri della coalizione che egemonizza.

Come ultima nota, si osserva che tra l’altro il Paese contraddice anche lo spirito comunista della supremazia del partito. I leader dittatori, infatti, si succedono secondo una linea dinastica dettata dalla famiglia dei Kim. A rimarcare questo culto della personalità sta il fatto che il Partito del Lavoro “faccia votare” al suo Congresso i due leader defunti. Kim Il-sung, Presidente eterno, e Kim Jong-il, Segretario eterno: rispettivamente denominati “Grande Leader” e “Caro Leader”.

politica commerciale dell'UE

La nuova politica commerciale dell’UE: sostenibile, assertiva e multilaterale

La Commissione europea ha presentato le strategie commerciali programmate per i prossimi anni. Ispirandosi al concetto di autonomia strategica aperta, queste strategia si basano sull’apertura dell’UE. Sia per contribuire alla ripresa economica attraverso il sostegno alle trasformazioni verde e digitale, sia per rinnovare l’attenzione al rafforzamento del multilateralismo. Senza dimenticare la riforma delle norme commerciali globali per garantirne l’equità e la sostenibilità. Se necessario, l’UE ha dichiarato che assumerà una posizione più assertiva nella difesa dei propri interessi e valori, anche attraverso nuovi strumenti.

Il contesto

Affrontando una delle più grandi sfide economiche della storia, l’Unione Europea ha deciso indirizzare il cambiamento verso una transizione ecologica e digitale. Saranno molteplici i piani che andrà a toccare questo programma, illustrati in allegato alla comunicazione ufficiale della commissione europea

Presentando la nuova strategia Valdis Dombrovskis, Vicepresidente esecutivo e Commissario per il Commercio, ha dichiarato:

“Le sfide che stiamo affrontando richiedono una nuova strategia per la politica commerciale dell’UE. Per contribuire a ripristinare la crescita e la creazione di posti di lavoro dopo la pandemia dobbiamo poter contare su un commercio aperto e basato su regole. Analogamente, la politica commerciale deve sostenere pienamente le trasformazioni verde e digitale della nostra economia e guidare gli sforzi globali di riforma dell’OMC. Deve inoltre fornirci gli strumenti necessari a difenderci dalle pratiche commerciali sleali. Adottiamo un approccio aperto, strategico e assertivo, che sottolinea la capacità dell’UE di compiere le proprie scelte e di plasmare il mondo che la circonda attraverso la leadership e l’impegno, e che rispecchia i nostri interessi strategici e i nostri valori.”

Parallelamente, l’UE adotterà un approccio più rigoroso e più assertivo nei confronti dell’attuazione e dell’esecuzione dei suoi accordi commerciali, contrastando il commercio sleale e affrontando le preoccupazioni in materia di sostenibilità. L’UE sta intensificando gli sforzi per garantire che i suoi accordi producano i benefici negoziati per i suoi lavoratori, agricoltori e cittadini.

La strategia si basa su una consultazione pubblica ampia e inclusiva, con oltre 400 contributi di un’ampia gamma di portatori di interessi, eventi pubblici in quasi tutti gli Stati membri e uno stretto dialogo con il Parlamento europeo, i governi degli Stati membri, le imprese, la società civile e il pubblico.

Il multilateralismo

Uno degli strumenti più forti sul quale si basa il nuovo piano strategico è sicuramente il multilateralismo. La commissione e l’altro rappresentante, infatti hanno presentato il 17 febbraio una nuova strategia per rafforzare il multilateralismo basato su regole europee.

Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha dichiarato:

Il multilateralismo è importante perché funziona. Ma non possiamo essere “multilateralisti” da soli. In tempi di crescente scetticismo dobbiamo dimostrare i vantaggi e la rilevanza del sistema multilaterale. Costruiremo partenariati più forti, diversificati e inclusivi per guidare l’ammodernamento ed elaborare risposte globali alle sfide del XXI secolo, alcune delle quali minacciano l’esistenza stessa dell’umanità.”

Gli obiettivi

Gli obiettivi strategici più importanti perseguiti dal piano sono:

  • Definire la priorità e i valori dell’Unione nel sistema multilaterale;

Promuoverà quindi meccanismi di coordinamento più efficienti per le priorità comuni e un uso migliore della propria forza collettiva, anche sulla base dell’approccio Team Europa. Sfruttando la forza dell’apparato legislative europeo

  • Ammodernare il sistema multilaterale
  • Costruire una “nuova generazione di partenariato”

L’UE intende costruire un multilateralismo più inclusivo (anche verso i Paesi del terzo mondo). Ritiene importante coinvolgere anche la società civile, il settore privato, le parti sociali e gli altri portatori di interessi.

Oltre a rafforzare le collaborazioni  con le più grandi organizzazioni come l’ONU (qui i dettagli “dell’amicizia naturale”) l’UE intende allacciare una cooperazione più stretta con altri raggruppamenti regionali e multinazionali quali l’Unione africana, l’Organizzazione degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico o la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici per affrontare le sfide comuni e collaborare a livello internazionale.

Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici

La Commissione europea ha adottato a partire dal 24 febbraio una nuova strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici che definisce il cammino da percorrere per essere pronti ai loro effetti inevitabili. Prendendo spunto dalla strategia di adattamento ai cambiamenti climatici del 2013, l’obiettivo è spostare l’attenzione dalla comprensione del problema alla definizione di soluzioni e alla pianificazione all’attuazione.

L’azione in materia di adattamento ai cambiamenti climatici deve coinvolgere tutte le componenti della società e tutti i livelli di governance, all’interno e all’esterno dell’UE. Lavoreremo per costruire una società resiliente ai cambiamenti climatici migliorando la conoscenza dei loro effetti e delle soluzioni di adattamento; intensificando la pianificazione dell’adattamento e la valutazione del rischio climatico; accelerando l’azione di adattamento e contribuendo a rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici a livello mondiale.

Le voci della Commissione europea

Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo, ha affermato: “La pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili – che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. La nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici ci consente di accelerare e approfondire i preparativi. Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici.”

Un piano a lungo termine

La Commissione europea ha annunciato questa nuova e più ambiziosa strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici nella comunicazione sul Green Deal europeo, a seguito di una valutazione della strategia 2013 condotta nel 2018 e di una consultazione pubblica aperta svoltasi tra maggio e agosto 2020. La proposta di legge europea sul clima getta le basi per una maggiore ambizione e coerenza delle politiche in materia di adattamento, integrando nel diritto dell’UE l’obiettivo globale in materia di adattamento sancito all’articolo 7 dell’accordo di Parigi e l’azione dell’obiettivo di sviluppo sostenibile n. 13. Con essa l’UE si impegna a compiere progressi costanti per aumentare la capacità di adattamento, rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

commesse all'Arabia Saudita

First reaction blocked: basta commesse all’Arabia Saudita?

L’Italia ha “bloccato” le commesse all’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il 29 gennaio ha dichiarato via Facebook:

“Vi annuncio che il governo ha revocato le autorizzazioni per l’esportazione di missili e bombe d’aereo verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti

In molti, tra partiti, associazioni per la pace e varie realtà affini hanno esultato alla notizia. Ma andando a leggere le carte appare chiaro che, in realtà, le cose non siano così definitive come le si vuole far passare.

Prima di procedere all’analisi del coinvolgimento italiano, facciamo un passo indietro.

La guerra civile in Yemen

Descrivere minuziosamente la guerra in corso in Yemen richiederebbe un articolo a sé e forse anche di più. Questa di seguito è una breve ma necessaria sintesi per contestualizzare le vicende raccontate in questo pezzo.

Introduciamo i protagonisti di questa storia:

  • il governo yemenita del presidente Abdrabbuh Mansur Hadi
  • il Movimento Houthi di Abdul-Malik al-Houthi
  • Al-Qaeda e i suoi spinoff
  • l’ISIS della penisola yemenita
  • la coalizione guidata dall’Arabia Saudita

Tutto inizia il 16 settembre 2014 con la Battaglia di Sana’a (la capitale del Paese), quando le milizie Houthi si scontrano per la prima volta con le truppe governative. Il 21 settembre i ribelli occupano la capitale e il mondo arabo viene shockato dalla rapidità di tale conquista. Il Primo ministro Basindawa si dimette in quello che sembra essere il primo passo verso una pacificazione del Paese ma invece risulta in un nulla di fatto. Gli Houthi si rifiutano di restituire i territori conquistati e le loro armi e dichiarano guerra totale ad Hadi.

L’inizio dell’intervento saudita

Siamo a marzo 2015, la guerra tra Houthi e forze governative non accenna a fermarsi e nel frattempo il presidente Hadi si è rifugiato in Arabia Saudita. Nel complesso scacchiere geopolitico medio-orientale che vede Iran e sauditi contrapposti, Hadi è un fedele alleato della monarchia saudita.

I sauditi cedono alle richieste di aiuto di Hadi e il 26 marzo 2015, inizia l’Operazione Decisive Storm (Tempesta decisiva). Questa operazione si dimostra così decisiva che dopo tre settimane è già finita, per essere sostituita dall’Operazione Restoring Hope (Ridare/ripristinare la speranza). A febbraio 2021, questa offensiva è in corso da cinque anni e nove mesi.

In realtà, la prima operazione viene dichiarata conclusa in quanto, secondo il ministro della Difesa saudita, era stata eliminata con successo la minaccia rappresentata dalle armi pesanti degli Houthi. Ma anche questa teoria sembra poco veritiera considerando che la guerra è ancora in corso.

commesse all'Arabia Saudita

Posizione dello Yemen nel mondo

I risultati della coalizione

L’intervento della coalizione inizia con cento aerei da guerra e 150000 soldati sauditi, affiancati da elementi dall’aviazione di tutti i Paesi alleati. Inoltre, l’Arabia Saudita aiutata da quattro navi da guerra egiziane, impone un blocco navale contro lo Yemen.

Sia chiaro, in una guerra non ci sono stinchi di santo da nessun parte e qua ci concentriamo sui sauditi solo per il tema dell’articolo. Il pezzo non vuole sminuire, sottostimare o nascondere i crimini dell’altra parte.

Nel complesso, questa guerra ha provocato circa 230000 vittime e oltre venti milioni di persone con urgente bisogno di assistenza umanitaria. Venti su un totale

Il business delle armi

Quello degli armamenti è, per ovvi motivi, un settore industriale particolare. Questo tipo di business coinvolge sia la politica estera che la Difesa italiana ed è per questo un’azienda può esportare i suoi prodotti solo previa autorizzazione dello Stato. Queste vengono concesse oltre che in base ai rapporti che l’Italia ha con il Paese compratore, anche nel rispetto di eventuali embarghi imposti dall’U.E. o dall’O.N.U.. In Italia la principale esportatrice di armi è la Leonardo (già Finmeccanica), il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia con il 30%.

Se vendere le armi non è anomalo, del resto i Paesi hanno bisogno di munizioni per gli eserciti e via dicendo, c’è un’altra questione che si apre. Se l’Italia ripudia la guerra, come mai rifornisce l’Arabia Saudita che è coinvolta in una guerra? Presto detto.

Le commesse dell’Italia all’Arabia Saudita

Secondo la legge 185 del 90 (poi integrata nel 2012 per facilitare le vendite intra-Unione), è vietata la vendita di armi a Paesi in guerra ed è inoltre vietato il transito di questi armamenti nel territorio italiano. Eppure nel Sulcis-Iglesiente, in Sardegna, c’è una fabbrica che produce parti di ordigni che sono stati ritrovati tra le macerie delle città yemenite.

Questa società è la RWM Italia, sita a Domusnovas e controllata al 100% dalla tedesca Rheinmetall AG. Ed è proprio questa fabbrica al centro delle polemiche. Nel dicembre 2018, il governo tedesco ha imposto il blocco delle esportazioni verso l’Arabia Saudita, dopo l’omicidio Khashoggi ma la RWM ha continuato a produrre ed esportare attraverso la sua controllata. Inoltre, le conseguenze del blocco non si riflettono neanche sulla sudafricana Denel Munition, di cui la Rheinmetall detiene il 51%.

Come mai la legge 185 è stata bypassata? La questione ha la sua risposta nella “semantica” politica della legge. L’Italia non può esportare armamenti verso Paesi coinvolti in guerre ma

  • l’Arabia Saudita non ha dichiarato guerra a nessuno
  • non sta tecnicamente combattendo contro un Paese ma contro una milizia, gli Houthi appunto

Il problema della RWM in Sardegna

La questione RWM è molto sentita in Sardegna, specie perché la fabbrica si trova nella zona più povera della regione. Varie associazioni pacifiste stanno portando avanti battaglie per chiedere una riconversione o chiusura della fabbrica e in generale per offrire un’alternativa più etica ai lavoratori. Questo ovviamente ha portato a scontri sia tra le associazioni e la fabbrica che a livello politico tra chi è a favore della presenza della stessa e chi ne denuncia la partecipazione nelle stragi in Yemen.

In un territorio che offre poche alternative, la fabbrica riesce a procurarsi facilmente manodopera. In totale nello stabilimento di Domusnovas risultano impiegati circa 230 lavoratori.

E proprio il tema del lavoro è uno dei motivi di scontro: meglio chiudere la fabbrica e provare a costruire nuove imprese o mantenere un lavoro che può non essere visto come etico ma (al momento) sicuro?

E in questo dilemma si inseriscono i blocchi alle esportazioni implementati dai governi Conte.

Primo blocco alle commesse all’Arabia Saudita

Siamo nel luglio 2019 è il vicepresidente del Consiglio e pluri-ministro Luigi Di Maio, dichiara:

«Vi ricordate le foto di bombe che dalla Sardegna partivano per esser usate nel conflitto in Yemen? Ci abbiamo lavorato un anno e oggi in Consiglio dei Ministri si è concluso l’iter che d’ora in poi dirà all’Autorità nazionale che si occupa di export di armamenti di bloccare qualsiasi contratto in essere o nuovo contratto che vede l’esportazione di bombe ad aria o missili o strutture di armamento che possano andare verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi ed essere utilizzate per il conflitto in Yemen”

Nonostante le parole scelte da Di Maio, il blocco aveva già in partenza un orizzonte temporale di diciotto mesi.

A questa azione del governo fa seguito la protesta dei vertici della fabbrica che lamenta la mancata correttezza del Governo, visti i contratti in vigore. Come ulteriore carta, la fabbrica pone il problema dei lavoratori a cui non sarà possibile rinnovare il contratto e quelli che dovranno essere messi in Cassa Integrazione. In totale i lavoratori coinvolti saranno circa duecento.

Il blocco definitivo (ma non troppo)

Siamo a inizio 2021: Luigi Di Maio è ancora ministro (ma non più vicepresidente), Giuseppe Conte è ancora presidente del Consiglio e abbiamo un altro blocco delle commesse all’Arabia Saudita. Anche questo annunciato come definitivo ma a ben vedere più congelato che altro.

Lo scenario politico è particolarmente intrecciato perché Matteo Renzi ha appena staccato la spina al Governo Conte 2 ed è nei giornali anche per aver avuto un colloquio a pagamento con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman Al Sa’ud.

Anche se il blocco potrebbe sembrare uno schiaffo indiretto all’ex alleato, le procedure nell’apposita Commissione alla Camera, fanno capire che non è certo un gesto d’impulso. Nonostante questo, divampano le polemiche tra Italia Viva e Movimento 5 Stelle.

Ma torniamo a noi.

Il testo della risoluzione della Commissione

La risoluzione della Commissione Affari Esteri, a prima firma Yana Chiara Ehm (M5S) e co-firmataria Lia Quartapelle (PD) è stata approvata a fine 2020 e ufficializzata dall’UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) a inizio 2021.

Il testo approvato (non riportato interamente per motivi di sintesi), impegna il Governo

  • ad adottare gli atti necessari per revocare le licenze in essere, relative alle esportazioni verso i Paesi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti di bombe d’aereo e missili, che possono essere utilizzate per colpire la popolazione civile, e della loro componentistica
  • a mantenere la sospensione della concessione di nuove licenze per i medesimi materiali e Paesi e a valutare la possibilità di estendere tale sospensione anche ad altre tipologie di armamenti, sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace.

Qui appaiono le prime discrepanze tra la risoluzione e i toni vittoriosi espressi da vari partiti, associazioni e altre realtà.

Un testo ambiguo

La revoca delle licenze in essere di per sé non significa che non possano esserne autorizzate altre in futuro. La risoluzione non obbliga il Governo in modo perpetuo, specie se si considera che non si sa quale sarà il prossimo Governo e quali politiche adotterà.

Secondo, gli armamenti a cui si fa riferimento sono quelli che possono essere utilizzati contro la popolazione civile. Posto che qualunque arma potrebbe essere utilizzata contro un civile, questo pare escludere ad esempio, i missili anticarro. Questi missili hanno la funzione di distruggere carri corazzati o altri tipi di veicoli simili, come ad esempio i Puma impiegati dal nostro esercito.

commesse all'Arabia Saudita

Un Puma, veicolo corazzato in dotazione al nostro esercito

Ma la parte che lascia più dubbi sull’effettiva possibilità di definire il blocco definitivo è quella che chiede di mantenere la sospensione sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace.

Pur non mettendo in dubbio la buona volontà di intenti della risoluzione, il concetto di “sviluppi concreti” appare quantomeno ambiguo. Come possono essere valutati tali sviluppi in maniera oggettiva? Alla luce di questo, appare anche chiaro che non si voglia chiudere definitivamente la porta al commercio all’Arabia Saudita.

Conclusioni

Per quanto il blocco della vendita di armi all’Arabia Saudita appaia come il gesto più ovvio per un Paese che promuove la pace, il blocco pare essere tutto meno che definitivo.

L’unico fatto certo e definitivo è che mentre in Europa discutiamo di bloccare le esportazioni di armi e per quanto, sulla popolazione yemenita continueranno a piovere bombe. Magari non vendute da noi ma di sicuro letali.