La Spagna ha approvato la legge sull’eutanasia: è il sesto Paese al mondo

La Spagna ha approvato la legge sull’eutanasia denominata “Legge di regolamentazione dell’eutanasia”. Questo rende la Spagna uno dei pochi Paesi che permette a un paziente con una malattia incurabile di morire per porre fine alle sue sofferenze.

La legge è stata approvata dal Parlamento giovedì 18 marzo con 202 voti a favore, 141 contrari e due astensioni. La Spagna diventa quindi il quarto Paese in Europa ad autorizzare i medici a “porre deliberatamente fine alla vita di un paziente su richiesta di quest’ultimo” in caso di “sofferenza grave, cronica e invalidante, o di malattia grave e incurabile, che causa una sofferenza intollerabile”.

Hanno salutato l’approvazione con 4 minuti di applausi i parlamentari appartenenti a più fazioni. Dal Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) al partito liberale Ciudadanos, passando per la sinistra radicale Podemos e i vari partiti nazionalisti e regionalisti, tutti hanno votato a favore del testo. Le eccezioni sono state il Partito Popolare (PP) di destra e dell’estrema destra Vox. La legge entrerà in vigore fra tre mesi, a giugno.

Un giorno storico per la Spagna

Oggi siamo un Paese più umano, più giusto e più libero: la legge sull’eutanasia, ampiamente richiesta dalla società, sta finalmente diventando una realtà“, si è congratulato su Twitter il capo del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, prima di ringraziare “tutti coloro che hanno combattuto instancabilmente perché il diritto di morire con dignità fosse riconosciuto in Spagna“.

La relatrice della legge, l’ex ministro della salute del PSOE María Luisa Carcedo, ha dichiarato che il testo è “estremamente protettivo” perché è necessario “estendere l’espressione ‘beh, almeno non ha sofferto’- che si applica con sollievo a chi muore di infarto, per esempio, a tutte le malattie”.

Dopo una ventina di tentativi precedenti di legiferare sull’eutanasia, la Spagna chiude tre decenni di dibattito. Questo arriva più di 15 anni dopo l’uscita del film premio Oscar “Mar adentro” di Alejandro Amenabar. In esso l’attore Javier Bardem ha magistralmente interpretato Ramon Sampedro, un marinaio tetraplegico e scrittore la cui struggente lotta per ottenere il diritto di porre fine alla sua vita ha segnato un’intera generazione di spagnoli.

Iter garantista

La legge approvata permette sia l’eutanasia – dove il curante causa la morte del paziente – che il suicidio assistito dal medico – dove il paziente prende la dose prescritta del farmaco per uccidersi.

Essa prevede che qualsiasi persona con una “malattia grave e incurabile” o “un dolore cronico che la rende incapace” può chiedere l’assistenza dell’apparato medico per morire ed evitare “sofferenze intollerabili”.

I requisiti per usufruirne

Sono previste tuttavia condizioni rigorose che  regolano l’operazione:

  • la persona, spagnola o residente nel Paese, deve essere “capace e cosciente”
  • quando fa la richiesta, che deve essere fatta per iscritto “senza pressione esterna” e rinnovata quindici giorni dopo.
  • Il medico può sempre rifiutare la richiesta se ritiene che questi criteri non siano soddisfatti o può invocare “l’obiezione di coscienza”.
  • Infine l’approvazione deve essere fatta da un secondo medico, dando quindi il via libera da una commissione di valutazione.

Questo per mettere il paziente nelle condizioni psico-fisiche di poter decidere liberamente, rispettando pienamente le sue intenzioni.

Rutte vince le elezioni nei Paesi Bassi

Elezioni Paesi Bassi: vince Rutte, ma cambiano gli equilibri della coalizione

Mark Rutte vince le elezioni nei Paesi Bassi e sarà nuovamente Primo Ministro, ma la sua maggioranza sarà più progressista e meno “frugale”. Questo è l’esito delle elezioni conclusesi lo scorso 17 marzo che, nonostante la pandemia, hanno visto un’affluenza dell’82.6%, la più alta dal 1986. Record di partiti rappresentati in Parlamento: in 17 hanno superato la soglia di sbarramento fissata al 0,67%.

Il successo dei liberal-progressisti

Il risultato di D66 (secondo posto dietro il VVD di Rutte con il 14.9% dei voti e 23 seggi), previsto solo in parte dai sondaggi, è la vera notizia di queste elezioni. Il partito è risultato il più votato tra i giovani e nelle principali città: Amsterdam, Rotterdam e L’Aia. La sua leader è Sigrid Kaag, 60enne con una lunga esperienza nelle agenzie ONU, per le quali è stata anni in Siria per la trattativa con Assad sulle armi chimiche. Sposata con un ex ambasciatore palestinese un tempo vicino ad Arafat, Kaag è molto attenta alle tematiche della discriminazione razziale e all’ambientalismo, fattori che le hanno permesso di portare via voti alla sinistra, che invece ha raccolto un risultato molto negativo.

L’ideologia di D66 si può definire come liberal-progressista ed è difficilmente riscontrabile in Italia, mentre ha una tradizione radicata nei Paesi Bassi. In economia è piuttosto liberista, riconosce i successi del capitalismo anche se si impegna a smussarne gli eccessi. Molto progressista invece per quanto riguarda i temi etici e l’integrazione, è poi un partito profondamente europeista e ambientalista.

Il futuro del governo

Nonostante un risultato leggermente inferiore alle attese (21.9% dei voti e 35 seggi), i liberali del VVD sono stabilmente il primo partito olandese e riescono anche a migliorare il risultato del 2017, impresa molto rara per un partito di governo. Ci sono dunque pochi dubbi che il prossimo Primo Ministro sarà ancora il loro leader Mark Rutte, che si appresta così al suo quarto mandato. Gli elettori olandesi hanno premiato la stabilità in un periodo di difficoltà e in molti sono ormai affezionati allo stile frugale del loro Primo Ministro.

Deludente invece il risultato dell’altro partito di governo, il centrodestra di Appello Cristiano Democratico (CDA). La compagine ha ottenuto il 9.6%, scivolando così al quarto posto. Questo potrebbe avere importanti conseguenze anche per l’Italia. Il leader di CDA è infatti Wopke Hoekstra, attuale Ministro delle Finanze noto per le posizioni particolarmente rigoriste verso i Paesi del Sud Europa. Per una prassi della politica olandese, il secondo partito della coalizione di governo esprime il Ministro delle Finanze, che nel nuovo esecutivo dovrebbe così andare a D66. Il partito liberal-progressista è più morbido verso i partner europei, anche se è a sua volta molto attento ad evitare eccessi di spesa pubblica.

VVD, D66 e CDA dovrebbero essere parte del nuovo esecutivo Rutte. Tuttavia, mancano ancora una manciata di voti per arrivare alla maggioranza di 76 seggi in Parlamento. Attualmente il quarto partito sono i cristiano-sociali di CU, che però sono in cattivi rapporti con D66. Possibile a questo punto l’ingresso in maggioranza del partito europeista transnazionale di Volt (che ha ottenuto 3 seggi) o dei verdi, usciti però fortemente ridimensionati dalle urne.

Le opposizioni

L’opposizione di sinistra esce male dal voto, con molti consensi passati a D66. I laburisti eguagliano il pessimo risultato del 2017 (5.7% e 9 seggi), mentre verdi e socialisti perdono quasi la metà dei voti ottenuti quattro anni fa (oggi rispettivamente al 5 e al 6%, nel 2017 erano entrambi oltre il 9%). L’unico partito progressista a crescere è il Partito per gli Animali, che raccoglie il 3.8%. Entrano in Parlamento anche gli antirazzisti di Denk e di BIJ21, entrambi gruppi fondati da immigrati.

Per quanto riguarda l’opposizione di destra, il risultato del partito populista anti-islam PVV guidato da Geert Wilders è stato inferiore alle aspettative. Stimato come secondo partito, è stato invece superato da D66 e si ferma al 10.9% e 17 seggi. Salvo sorprese, sarà comunque il principale partito di opposizione. I suoi voti sono però rimasti a destra: il Forum per la Democrazia (FvD) di Thierry Baudet raggiunge il 5%, mentre entra in Parlamento anche JA21, partito fondato da ex membri del FvD dopo gli scandali su anti-semitismo e razzismo e una posizione ai limiti del negazionismo sul Covid da parte del partito di Baudet. Il risultato complessivo della destra è dunque piuttosto positivo, ma si presenta divisa ed è esclusa da ogni trattativa per la formazione del prossimo esecutivo.