5G: l’Italia a cavallo tra USA e Cina?

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Cina vs USA: nuova guerra fredda?

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti sono stati i principali protagonisti di una campagna mondiale volta ad escludere il più possibile la Cina dalla trasformazione delle strutture che controlleranno internet. La nuova tecnologia di rete mobile “5G” permetterà di trasmettere informazioni a velocità di gran lunga superiori rispetto agli standard attuali, con applicazioni che spaziano dalle attività civili a quelle militari e d’intelligence. Secondo la Casa Bianca il mondo è impegnato in una nuova corsa agli armamenti, questa volta però in ambito tecnologico. Tutto ciò potrebbe risultare molto pericoloso per la sicurezza e l’egemonia politica mondiale degli Stati Uniti. In un’epoca in cui le armi più potenti sono controllate da un computer, il paese che dominerà la rete 5G avrà un netto distacco a livello economico, militare e d’intelligence verso suoi competitors. La geopolitica mondiale potrebbe quindi subire grossi cambiamenti. L’Europa, in tutto questo, ricopre un ruolo strategico.

 

L’importanza del 5G

Il passaggio alla tecnologia 5G sarà una grande rivoluzione, più che un’evoluzione. Oltre al banale aumento della velocità di circolazione dei dati, il 5G sarà la prima rete costruita per l’utilizzo di sensori, robot, veicoli che si guidano da soli e altri dispositivi. Sarà implementato anche dall’uso sempre maggiore dell’intelligenza artificiale e del machine learning. Permetterà inoltre di gestire fabbriche, cantieri e intere città. Il tutto senza ricorrere direttamente all’intervento umano. L’importanza del 5G però va oltre l’aspetto meramente economico e tecnologico. Le reti superveloci a banda larga creeranno un nuovo sistema di connessione mondiale. Consolidare un Gap di potere nel controllo di questa nuova tecnologia, vitale in futuro per ogni paese, permetterà di influenzare (e potenzialmente manipolare) economie, culture e forme di governo statali. Questo è il cuore dello scontro geopolitico tra la potenza egemone dominante, gli Stati Uniti, e quella emergente, la Cina.

 

Il ruolo di Huawei nella vicenda

Secondo gli USA i rapporti tra le aziende cinesi e il governo di Pechino non sono paragonabili a quelli tra settore privato e governi dei paesi occidentali. Una ricerca condotta dalla Fulbright University Vietnam evidenziava i presunti legami di decine di dipendenti del colosso cinese con l’apparato militare e di intelligence della Repubblica Popolare. Alcuni dipendenti di Huawei sarebbero addirittura impiegati simultaneamente anche in istituzioni affiliate alle forze armate cinesi. Altri avrebbero lavorato in aree correlate all’hacking o al monitoraggio delle telecomunicazioni, sempre coordinati dall’intelligence statale.

Huawei al suo interno presenta un’organizzazione che ricorda un apparato para-militare, con un grado di fidelizzazione assoluta da parte dei dipendenti. Bisogna tenere a mente che il fondatore di Huawei Ren Zhengfei è un ex ufficiale delle forze armate cinesi. Considerando il fatto che la legge sulla sicurezza nazionale del 2017 costringe tutte le aziende ad alto valore tecnologico a cooperare con gli apparati di sicurezza, è presumibile che Huawei sia utilizzata dal governo attraverso una logica di tipo “Dual Use”. Attività civili, obiettivi strategici e metodologie militari. Il tutto al servizio di un regime fortemente autoritario. Finora però i timori nei confronti di Huawei si scontrano con la mancanza di prove. Secondo alcuni funzionari statunitensi ci sarebbero documenti riservati che legano l’azienda cinese a possibili attività di spionaggio. Nessuno, però, gli ha ancora resi pubblici.

 

La strategia adottata dagli USA

La Casa Bianca ha così iniziato a muoversi concretamente. Negli ultimi diciotto mesi, gli Stati Uniti hanno intrapreso una discreta, a volte minacciosa, campagna mondiale per escludere Huawei (ed altre aziende cinesi, come ZTE) dalla più importante trasformazione delle strutture che controllano internet. Difatti, le mosse del governo americano contro Huawei si traducono nel tentativo diretto di limitare il crescente peso che la Cina ricopre a livello internazionale. A rigor di logica, è giusto ricordare che il capitolo Huawei è rimasto fuori dall’intesa siglata il 15 gennaio 2020.

Le principali mosse

Innanzitutto, il colosso Huawei è stato largamente danneggiato dai provvedimenti presi dall’amministrazione Trump. Questi si sono tradotti in un aumento dei dazi sui prodotti e in una limitazione agli investimenti. Il clima di tensione ha influito molto anche sul sentiment dell’opinione pubblica e sulla percezione dell’azienda. Inoltre, i membri dell’alleanza d’intelligence Five Eyes (che comprende Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) furono a tempo debito messi in guardia: il messaggio trasmesso dalla Casa Bianca ai propri alleati ha fatto capire che la presenza cinese nelle reti di comunicazione di questi paesi avrebbe potuto rallentare o, più presumibilmente, azzerare lo scambio di informazioni riservate da parte di Washington.

In aggiunta, verso la fine 2018, si è aperto uno scontro diretto con i vertici del gruppo Huawei, dopo che le autorità americane emisero un mandato d’arresto per Meng Wanzhou. La Chief Financial Officer di Huawei (e figlia del fondatore della società Ren Zhengfei) fu arrestata in Canada nel dicembre 2018. A questo accaduto Pechino ha deciso di rispondere con i fatti: ad oggi sono quattro i cittadini canadesi arrestati e condannati a morte in Cina con l’accusa di produzione di droga. Questa presa di posizione dimostra ancora una volta il forte legame tra apparato statale e le grandi imprese cinesi.

 

La situazione odierna

Con Huawei e ZTE la Cina detiene un ampio vantaggio sulla nuova tecnologia 5G. Molti però sono i timori legati allo stretto rapporto dei giganti dell’hi tech cinesi con il governo centrale. Gli Stati Uniti temono che Pechino sfrutterà il proprio potere sulle due compagnie per spiare o sorvegliare le attività di aziende e governi esteri. In caso di potenziali conflitti le reti con componenti Huawei potrebbero essere più vulnerabili a cyber attacchi o sabotaggi pianificati. Escludere la Cina (parzialmente o totalmente) dallo sviluppo delle proprie reti 5G significa affidarsi alle europee Nokia ed Ericsson, o alla sudcoreana Samsung. Rinunciare al supporto cinese potrebbe causare non pochi ritardi nello sviluppo della nuova tecnologia, con costi maggiori sia per aziende che per i consumatori.

Dopo le raccomandazioni fatte nessuno tra i paesi membri del Five Eyes affiderà lo sviluppo della propria rete ad aziende cinesi. A questi si aggiunge anche il Giappone. Russia, Indonesia e Pakistan sembrano invece intenzionate ad intraprendere serrate collaborazioni con Huawei.

 

E in Europa?

Il vecchio continente si trova in una situazione particolare. L’infrastruttura di Huawei risulta presente in tutte le nazioni. Questo costringe i governi a schierarsi. In Europa sono presenti più di cento compagnie telefoniche, alcune delle quali strettamente dipendenti dalle forniture Huawei. La Francia ha annunciato che in futuro non rinnoverà le licenze su componenti 5G Huawei ed eliminerà (quasi del tutto) la presenza del colosso entro il 2028. L’attenzione però è puntata sulla Germania, che non ha ancora preso una decisone. Il suo allineamento potrebbe risultare decisivo per l’intero blocco. In questo scenario l’Italia ricopre una posizione inconsueta. Nel marzo 2019 il governo italiano ha aderito al progetto della nuova via della seta (BRI), diventando il primo paese membro del G7 a sottoscrivere l’accordo. Questa mossa, descritta dal premier Conte come un accordo puramente economico, destò subito clamore. A Washington il possibile schieramento del Bel paese inizia a preoccupare.

 

Un americano in visita

Il 30 settembre l’Italia è stata nuovamente tra i protagonisti nello scontro Usa-Cina.

Il segretario di Stato americano Michael Pompeo, nel corso del suo tour europeo, ha incontrato a Palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte. Ha intrattenuto, successivamente, un bilaterale con il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. La visita del braccio destro geopolitico di Trump si è conclusa nella mattinata di giovedì in Santa Sede. Gli occhi del mondo sono sul nostro Paese e sul suo eventuale schieramento con una delle due grandi potenze.

Obiettivo primo della visita nel Bel paese: la dimostrazione della presunta “attività predatoria“della Cina supportata dalla documentazione fornita dal governo a stelle e strisce. Rinnovando la forte intesa con l’Italia sulla risposta alla sfida cinese e al colosso high-tech, Pompeo si afferma soddisfatto dell’esito degli incontri romani. Ai posteri l’ardua sentenza.

L’Italia come risponde?

Fonti di Palazzo Chigi, a seguito del briefing di preparazione tenutosi a Roma lo scorso settembre, riferiscono il prioritario proseguimento di una strategia di indipendenza tecnologica. Il riferimento è al piano normativo europeo e il governo assicura il massimo impegno ad operare, coordinando le varie iniziative legislative.

L’esecutivo italiano, anche a seguito dell’incontro con il Segretario, rimarca l’importanza della sicurezza nazionale e indica i potenziali rischi legati all protezione delle infrastrutture e rete di comunicazione di rilevanza strategica, sottolineando come questo accertamento non sia prova di un effettivo schieramento ostile alla Cina, come esplicitamente auspica la potenza americana e il suo portavoce a Roma.

5G ai tempi del Golden Power

La rete 5G per potenzialità e delicato bilanciamento è posta tra le priorità nell’agenda politica di Conte e del suo esecutivo. Prima di addentrarci nelle competenze è però necessario fare un po’ di chiarezza.

Nel ventaglio di poteri si è soliti definire “golden power” la facoltà dell’autorità pubblica di intervenire nelle transazioni di mercato per società strategiche. Tale potere permette al governo di dettare specifiche condizioni di acquisto di partecipazioni in settori categorizzati e strategici da parte di attori stranieri, arrivando ad avere pieno potere di veto sulle delibere dei cda delle società o bloccare operazioni di acquisto.

 

L’intervento Italiano

Nel 2017 il g.p ha inglobato settori ad alto tasso tecnologico come ad esempio la gestione dei dati, infrastrutture finanziarie, intelligenza artificiale o tecnologia spaziale. Con il governo Conte, nel 2019, il sistema del golden power ha prestato la sua disciplina all’applicazione delle reti del 5G.

Per mezzo del d.l. n.22 (decreto Brexit) convertito con modificazioni dalle l. n. 41 di maggio 2019, lo Stato ha esteso i poteri dell’esecutivo, aggiungendo all’ambito previsto dalla l.n. 56 del 2012, l’articolo 1 bis rubricato come “poteri speciali inerenti le reti di telecomunicazione elettronica a banda larga con tecnologia 5G”.

La legge di conversione del decreto dispone che tutti i contratti aventi ad oggetto l’acquisto dei beni o servizi relativi alla  realizzazione, manutenzione, acquisizione di componenti ad alta intensità tecnologica funzionali alla realizzazione o gestione, se posti in essere con soggetti esterni all’UE, sono soggetti a notifica.

Per mezzo del primo atto ufficiale il governo supervisiona le relazioni speciali inerenti le reti di telecomunicazione elettronica a banda larga con tecnologia 5G, includendole così nelle attività strategiche per il sistema di difesa e sicurezza nazionale.

L’impronta europea

Il legislatore europeo incentra il suo interesse normativo nella consapevole e corretta diffusione delle reti 5G sul suolo comunitario. L’UE ne prevede lo stretto collegamento a servizi essenziali al progresso del mercato.  L’Unione adotta la direttiva comunitaria 2018/1972 che istituisce il codice europeo delle comunicazioni elettroniche. Esso fa riferimento  agli artt. 40-41 in tema di sicurezza e misure di gestione e raccolta dei rischi.

Nel gennaio 2019 ritorna sul tema predisponendo una serie di strumenti volti a proteggere le reti, rafforzando i requisiti di sicurezza o ad esempio, valutando i profili di rischio dei fornitori.

E adesso?

La rete rappresenta un progresso notevole e chiave di volta nello sviluppo socio-economico del nostro Paese ma l’incognita costituita in primis dalle parti di produzione non europea e dal trattamento dati in Paesi con ordinamento e tutele distanti dal modello UE ed italiano rallenta la velocità del sistema e la sua attuazione.

La sfida del 5G è una partita aperta e i colpi di scena tecnici, politici, i suoi protagonisti, la renderanno sempre più imprevedibile.

L’Italia resterà in panchina o scenderà in campo?

 

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Pavia. Attualmente frequento il corso magistrale in Comunicazione Digitale.
Appassionato di politica, attualità, calcio e cinema.

Classe 1998
Studentessa di Giurisprudenza presso l’università Luiss Guido Carli di Roma. Da sempre appassionata di diritto internazionale, tutela dei diritti umani e politica estera. Fondatrice e VP di Europa per l’Italia e ProLab Roma. Nutre un forte interesse per l’arte e la comunicazione.

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