Algeria: chiamata al voto per il referendum costituzionale

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Per cosa si vota?

L’Algeria è chiamata alle urne in vista del referendum costituzionale previsto per il 1° novembre. Indetto dal Presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune, il referendum stabilirà l’approvazione o meno di un ampio progetto di revisione costituzionale.

La data fissata per la votazione coincide con un evento storico molto importante per il paese africano: il 1° novembre 1954 cominciava infatti la guerra contro la Francia, conclusasi poi nel 1962 con l’ottenimento dell’indipendenza dell’Algeria.

L’Algeria è una repubblica semipresidenziale. Il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo con un mandato di cinque anni e per un massimo di due mandati. Egli ha potere di nomina e rimozione del Primo ministro, con il quale condivide il potere esecutivo.

Le modifiche proposte

Il referendum non prevede il raggiungimento di alcun quorum. Ma in cosa consistono le modifiche sulle quali gli algerini saranno chiamati ad esprimersi?

La revisione costituzionale ruota intorno a sei assi.

Il primo asse riguarda i “diritti fondamentali e le libertà pubbliche”. In particolare, le modifiche proposte puntano ad aumentare il diritto delle persone a manifestare liberamente la propria opinione senza subire repressioni, e a vietare il controllo della stampa indipendente. Previste anche tutele per le donne da forme di violenza e la penalizzazione della tortura.

Nel secondo asse vi sono misure volte ad un “rafforzamento della separazione e dell’equilibrio dei poteri”, tra cui il limite di due mandati presidenziali e la possibilità per il Presidente della Repubblica di nominare un Vicepresidente.

Il terzo e quarto asse riguardano l’ “indipendenza della giustizia” e “la Corte costituzionale”. Vi troviamo proposte tese a rafforzare l’indipendenza del potere giudiziario della magistratura e ad estendere il potere di controllo della Corte costituzionale, che va a sostituire il Consiglio costituzionale.

Trasparenza, prevenzione e lotta alla corruzione” è il titolo del quinto asse, che si prefigge di costituzionalizzare l’Autorità di contrasto alla corruzione nel paese e di adottare emendamenti all’insegna della trasparenza, come il divieto di cumulo tra funzioni pubbliche e attività private.

Il sesto ed ultimo asse riguarda l’inserimento all’interno della Costituzione dell’“Autorità elettorale nazionale indipendente”, un organo con il compito di assicurare la trasparenza elettorale e garantire il rispetto della volontà dei cittadini.

L’appoggio della Francia

Un progetto di revisione costituzionale che sembrerebbe dunque ambizioso e che ha incontrato anche il parere favorevole della Francia, da sempre legata all’Algeria per la sua storia coloniale. Infatti, come dichiarato dal Ministro degli affari esteri francese Jean-Yves Le Drian, il referendum voluto dal presidente Abdelmadjid Tebboune rivela un tentativo di riforma delle istituzioni statali volto a “rafforzare la governance, l’equilibrio dei poteri e le libertà”.

Il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian (a sinistra) e il suo omologo algerino Sabri Boukadoum.

L’endorsement francese non è piaciuto però ad Abderrazak Makri, leader del partito islamico Movimento per la società per la pace, che ha denunciato l’interferenza nella politica algerina. L’appoggio di Parigi alle riforme, secondo Makri, costituisce già di per sé un valido motivo per votare contro.

Il sostegno dell’Esercito

Ma un importante appoggio a Tebboune è arrivato anche dall’interno. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino Said Chengriha ha invitato i cittadini a prendere parte alla votazione referendaria e a sostenere le modifiche costituzionali, sottolineandone l’importanza per il paese in ottica di crescita economica e culturale.

L’esortazione di Chengriha è stata anche quella di sostenere la nuova costituzione con l’obbiettivo di fronteggiare presunti “cospiratori”. Un intervento che mette in evidenza la forte ingerenza dell’esercito nella politica algerina e il suo sostegno al presidente Tebboune.

I sostenitori del “sì” e i partiti per il “no”

Forti promotori del “sì” al referendum sono naturalmente i partiti al governo: il Fronte di Liberazione Nazionale e il Raggruppamento Nazionale Democratico, che sono anche i due principali partiti del paese. Favorevoli all’approvazione del progetto di revisione anche il Fronte dell’Avvenire, il partito islamista El-Bina e il Raggruppamento per la speranza algerina, guidato dalla leader donna Fatma-Zohra Zerouati.

Si sono espressi invece apertamente contrari al progetto di riforma il Movimento della Società per la Pace e il Fronte della giustizia e dello sviluppo, entrambi di orientamento islamista. Hanno invitato a votare “no” anche il Fronte delle forze socialiste e il Raggruppamento per la cultura e la democrazia di Saïd Sadi. Quest’ultimo ha duramente attaccato la nuova costituzione definendone i provvedimenti “ricette medievali di corruzione, repressione e censura”.

Le proteste della popolazione e il movimento Hirak

Abdelmadjid Tebboune è stato eletto alla guida del paese nel dicembre 2019. Il suo predecessore, Abdelaziz Bouteflika, grazie a frequenti modifiche costituzionali era riuscito a rimanere ininterrottamente in carica dal 1999.

Nel febbraio 2019, alla fine del suo quarto mandato, Bouteflika, che versava anche in gravi condizioni di salute, aveva annunciato di voler correre per il suo quinto mandato consecutivo. Ciò ha scatenando la rabbia dei cittadini, scesi in centinaia di migliaia in piazza e nelle strade del paese per protestare pacificamente chiedendo un cambiamento.

Queste manifestazioni di protesta sono state canalizzate nel Movimento Hirak, che ha portato l’ultraottantenne Bouteflika, pressato anche dall’Esercito, a rinunciare alla candidatura e a dimettersi.

Il progetto di revisione promosso dal neo eletto presidente Tebboune non ha però affatto convinto gli algerini, che non hanno percepito nella nuova Costituzione un reale cambiamento. In effetti, dal punto di vista del diritto a manifestare e della libertà di stampa, la tendenza sembra essere rimasta quella abituale.

Il caso più eclatante è la condanna a due anni di carcere di Khaled Drareni, uno dei giornalisti più noti del paese, per “minaccia all’integrità del territorio nazionale” e “istigazione a manifestazione non armata”. Ma sono molti i giornalisti e gli attivisti arrestati con accuse imprecise per aver seguito o appoggiato le proteste dell’Hirak.

Anche per quanto riguarda gli emendamenti relativi agli organi di potere permangono molti dubbi. Secondo l’Hirak, ma secondo anche molti esperti, nel progetto di revisione non è stato infatti inserito alcun cambiamento significativo verso un reale processo di democratizzazione.

L’Hirak sostiene che la riforma, redatta dal governo con un comitato di esperti, voglia da una parte accontentare le richieste del movimento di protesta, ma dall’altra mantenere invariato l’attuale sistema di potere.

Il Presidente della Repubblica algerino Abdelmadjid Tebboune.

Tebboune, ex primo ministro durante la presidenza di Bouteflika, manterrebbe in sostanza tutti i poteri del suo predecessore. Egli continuerà per esempio a nominare e rimuovere il primo ministro, a presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura e a guidare la politica estera.

Il cambiamento più rilevante inserito nella riforma risulta forse essere la possibilità, per la prima volta dal 1973, di utilizzare l’esercito anche al di fuori dei confini nazionali in un quadro di accordi bilaterali con altri paesi e per operazioni di pace.

Le previsioni sull’esito

Gran parte della popolazione algerina considera il progetto di revisione proposto non coerente con le richieste di democrazia, di contrasto alla corruzione e di indipendenza della magistratura, e non percepisce una reale rottura con il regime iper-presidenziale di Bouteflika.

L’Autorità di regolamentazione audiovisiva ha vietato la diffusione di sondaggi relativi al referendum. Il clima che si respira nel paese e il tasso di astensione registrato alle presidenziali del 2019 che hanno portato all’elezione di Tebboune, il più alto mai registrato nel paese (oltre il 60%), lasciano però presagire uno scenario di boicottaggio generale, che potrebbe di fatto spianare la strada per la vittoria del “sì”.

 

 

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