Autonomia differenziata, a che punto siamo?

Fontana Zaia

Governo e regioni. Un rapporto lungo, instabile e travagliato nella storia del nostro paese. L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando costringe le istituzioni ad una costante ricerca di equilibrio, soprattutto in un paese come il nostro in cui la sanità è regionale. Quando però l’armonia viene a mancare, le criticità irrisolte che ci trasciniamo da tempo vengono a galla e rischiano di trasformarsi in problemi più consistenti.

Abbiamo assistito a più riprese ad uno scontro acceso tra il governo ed i Presidenti della Lombardia e del Veneto. Inizialmente sull’istituzione delle zone rosse, sui provvedimenti da adottare. Poi sui protocolli sanitari fino ad arrivare alla (tuttora irrisolta) questione della fornitura di presidi sanitari.

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, che oggi condividono la cattiva sorte di epicentro italiano del contagio, sono anche le tre regioni che per prime nel 2017 avanzarono la richiesta di attivazione della clausola prevista dall’articolo 116 della Costituzione, la famosa autonomia differenziata. Un tema che, in questi giorni, dopo l’ennesimo scontro tra governo e regioni, torna sommessamente sotto i riflettori.

Dal 2017 ci sono stati tre governi, ognuno ha fatto dei passi verso l’attuazione delle autonomie ma nessuno è arrivato alla meta. Dove siamo arrivati?
Ecco un breve focus sugli ultimi sviluppi di questo percorso.

L’autonomia differenziata

Innanzitutto, cos’è l’autonomia differenziata?

Come accennato poco fa, nasce da una possibilità prevista dalla nostra Costituzione a partire dal 2001. L’articolo 116 prevede infatti la possibilità di attribuire alcune competenze statali e concorrenti (di competenza sia di stato sia delle regioni) alle regioni che ne facciano richiesta. Per fare ciò occorrono tre passaggi:

  1. La richiesta da parte della regione interessata;
  2. La firma di un’intesa tra il governo e la regione;
  3. La ratifica dell’intesa con legge “rinforzata” approvata a maggioranza assoluta da Camera e Senato.

Diverse richieste di autonomia erano già pervenute a Palazzo Chigi poco dopo il 2001, successivamente arenate. Le richieste al vaglio del governo negli ultimi anni nascono da due referendum consultivi regionali che si sono svolto in contemporanea nell’ottobre del 2017 in Lombardia ed in Veneto (su proposta del centro-destra e del Movimento 5 Stelle). L’esito del referendum è stato allegato alle richieste delle due regioni al fine di aumentare il peso contrattuale di queste ultime, richieste concernenti tutte le materie previste come trasferibili.

Più cauta la richiesta dell’Emilia-Romagna che avanza contemporaneamente una richiesta di 15 delle 23 materie trasferibili. Nei mesi successivi, si sommano le richieste di altre 6 regioni sul tavolo di Palazzo Chigi: Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e, lo scorso luglio, Campania.

Gli accordi preliminari

Si apre il negoziato. Dopo una lunga serie di botta e risposta tra governo e regioni, sia arriva ad una tappa importante, il 28 febbraio 2018, con la firma di tre distinti “accordi preliminari” tra governo e le prime tre regioni che hanno avanzato la richiesta. La XVII Legislatura si chiude quindi con una “pre-intesa” volta a fissare alcuni paletti per la redazione dell’intesa definitiva con le tre regioni. In tutte e tre vengono ridimensionate le materie da trasferire, si stabilisce la durata decennale delle intese e le circostanza per una revoca unilaterale. Si demanda inoltre la valutazione in merito ai trasferimenti economici ad una commissione paritetica Stato-Regione. La commissione ha il compito di stabilire i “fabbisogni standard”, ovvero il criterio con cui si stabilisce l’ammontare di risorse da destinare alla singola regione per l’esercizio delle competenze trasferite.

Governo Conte I: la rivalsa delle regioni

Da un lato, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna vogliono alzare l’asticella. L’elenco delle competenze da trasferire va ampliato. Dall’altro, ci sono le richieste di Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Campania che arrivano a stillicidio nella capitale.

Il Presidente del Consiglio Conte interviene a più riprese negli organi di stampa nel tentativo di far digerire richieste particolaristiche di alcune regioni ai cittadini di tutte le altre. Ben presto però, più della metà delle regioni a statuto ordinario chiederanno maggiori poteri: si apre il dibattito, cala il sipario sull’esecutivo.

Governo Conte II: il “federalismo differenziato”

Il cambio di maggioranza non rallenta il processo, tutt’altro. Il dibattito però non è più un mero negoziato tra il governo e qualche regione ma coinvolge tutte le parti politiche ed i livelli di governo su un più generale rinnovo dell’assetto istituzionale, dei rapporti tra stato ed enti locali.
Le regioni del sud, dal canto loro, chiedono garanzie. Lo strumento previsto dalla Costituzione per evitare importanti disparità tra regioni nell’erogazione dei servizi è individuato nei “Livelli Essenziali delle Prestazioni” (LEP), un “minimo comune multiplo” da stabilire a livello nazionale, una soglia che in tutte le regioni dev’essere raggiunta.

Tutte queste istanze vengono recepite in un accordo che per la prima volta vede d’accordo tutti i governatori, da nord a sud. Il 28 novembre 2019, il Ministro per gli affari regionali Boccia presenta una bozza di legge-quadro sul “federalismo differenziato” che stabilisce alcuni criteri, sia per la definizione dei LEP, sia per la stesura delle intese governo-regione. Il governo istituisce un fondo perequativo per le regioni. Il testo della legge-quadro è approvato dalla Conferenza Stato-Regioni.

Le ultime settimane

Raggiunto l’accordo tra le regioni, lo scorso 3 dicembre viene nominata una “Commissione di studio” presso il Ministero degli Affari Regionali. In tutto 20 tra costituzionalisti ed economisti esperti. Tra i nomi di spicco, quello dell’ex governatore lombardo Maroni e quello dell’ipercritico prof. Viesti.

Parallelamente al lavoro della Commissione di Studio, il Ministro ha incontrato governatori e parti sociali per presentare e discutere punto per punto la bozza di legge-quadro. Terminata questa fase, sarebbe dovuto approdare in Consiglio dei Ministri per l’approvazione a fine febbraio.

Da qui in poi, sappiamo tutti com’è andata.

 

Lombardo DOC, appassionato di sistemi elettorali, movimenti sociali, geografia politica e studi sulle diseguaglianze.
Studia scienze politiche all'Università degli Studi di Milano e collabora con diverse testate online.
A tempo perso suona il violoncello e gira per scuole e bar per avvicinare i più lontani alla sua principale passione: la politica.

Se acquisti su Amazon (frequentemente o sporadicamente), puoi aiutare Election Day accedendo al popolare sito di e-commerce cliccando sul banner riportato di seguito

. Tu pagherai lo stesso importo per l’oggetto che intendi acquistare, Election Day potrà contare su una piccola (ma importante) percentuale sulla somma spesa a titolo di commissione.