Incontro per un nuovo rinascimento europeo tra Salvini, Orbán, Morawiecki

Il primo aprile, Salvini a Budapest per “un nuovo rinascimento europeo”

Dar vita a una nuova alleanza europea, questo lo scopo dell’incontro trilaterale di Budapest dello scorso primo aprile tra Viktor Orbán (Primo Ministro dell’Ungheria), Mateusz Morawiecki (Primo Ministro della Polonia) e Matteo Salvini.

Punti programmatici “per un nuovo rinascimento europeo”

Tra le proposte dei tre molti i punti di contatto. Alcune questioni, quelle più divisive, sarebbero rimaste fuori dalla discussione, su tutte i rapporti con la Russia.

Stiamo lavorando perché i popoli d’Europa escano dal loro periodo più buio, più oscuro (…) rimettendo al centro speranza, famiglia, lavoro, diritti, libertà”, così Salvini nella conferenza stampa tenutasi a chiusura del vertice nella capitale ungherese.

Quella che i tre auspicano è un’impostazione di Europa sicuramente diversa da quella attuale: un ritorno alle radici giudaico-cristiane (per i tre l’UE sbagliò in partenza, non menzionandole nella Carta costitutiva); una maggiore difesa dei confini (“l’Europa unico argine all’islamismo alle porte“); una difesa delle vite e della famiglia.

E poi un ritorno al nazionalismo, vero fattore accomunante le proposte dei tre leader: “l’Europa non deve utilizzare l’arma del ricatto per scelte nazionali; non dev’essere un organismo che da patenti di democrazia e di bontà”.

Una strana alleanza nel Parlamento europeo

La neonata alleanza ha anche l’obiettivo di spezzare il “predominio europeo della sinistra“, con un’alternativa politica ed europarlamentare di destra e di estrema destra.

Tuttavia, nel Parlamento europeo, i gruppi parlamentari dei tre non sembrano così politicamente limitrofi.

Il partito di Orbán, Fidesz, dopo diverso tempo e prima di esserne espulso a causa delle note posizioni ungheresi su Stato di diritto, libertà, democrazia,  ha lasciato sia il partito sia il gruppo europarlamentare del PPE ed è ora alla ricerca di una nuova sistemazione. Può contare su 12 seggi.

Il PiS, il partito di Morawiecki, può contare invece su 24 seggi nel Parlamento europeo e su una collocazione per ora stabile: è nel Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei e nell’europarlamento nell’ECR (Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei) che comprende, tra gli altri, Fratelli d’Italia.

Quello leghista è invece lo schieramento più nutrito: 28 seggi. La Lega è in ID (Identità e Democrazia), partito e gruppo del quale fanno parte anche il partito tedesco Alternative für Deutschland e quello francese Rassemblement National, il partito di Marine Le Pen. Dal sostegno della Lega al Governo Draghi si era parlato di una possibile adesione al PPE, prospettiva che l’incontro di Budapest sembra aver allontanato.

Le prospettive future

L’alleanza per un “rinascimento europeo” punta soprattutto alle prossime elezioni europee, quelle del 2024.

Salvini, Morawiecki e Orbán a Budapest hanno già annunciato che vi saranno altri successivi incontri per consolidare l’alleanza e allargare lo schieramento “ad altre capitali europee, ad altri governi, partiti, famiglie”.

Non una passeggiata, viste le problematiche nazionali e le alleanze, comode o scomode, già in essere.

Parlamento europeo

Stato di diritto, battaglia tra Parlamento e Commissione

I membri del Parlamento europeo si sono dichiarati pronti ad intraprendere un’azione legale contro la Commissione per la difesa dello Stato di diritto.

Giovedì 25 marzo, gli eurodeputati hanno ricordato che il mancato rispetto dello Stato di diritto da parte degli Stati membri può compromettere l’integrità del bilancio UE. Hanno quindi chiesto l’applicazione immediata del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto sul bilancio.

Il testo è stato adottato con 529 voti favorevoli, 148 contrari e 10 astensioni.

I deputati del Parlamento europeo hanno anche sottolineato che se la Commissione non adempierà ai suoi obblighi ai sensi del Regolamento di condizionalità e non attuerà tutte le misure necessarie per difendere gli interessi finanziari e i valori dell’UE, il Parlamento porterà la Commissione in tribunale.

L’applicazione del Regolamento sulla condizionalità dello Stato di diritto non può essere subordinata all’adozione degli orientamenti attualmente in preparazione da parte della Commissione. Secondo gli stessi eurodeputati infatti, qualora l’Esecutivo dell’UE ritenesse comunque necessarie tali linee guida, queste dovrebbero essere adottate entro il 1° giugno 2021.

In caso di ulteriori ritardi nell’applicazione del meccanismo? Il Parlamento è pronto ad utilizzare l’articolo 265 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per intraprendere un’azione legale contro la Commissione.

La norma del TFUE stabilisce infatti che “qualora, in violazione dei trattati, il Parlamento europeo, il Consiglio europeo, il Consiglio, la Commissione o la Banca centrale europea si astengano dal pronunciarsi, gli Stati membri e le altre istituzioni dell’Unione possono adire la Corte di giustizia dell’Unione europea per far constatare tale violazione”.

Il quadro

Facciamo un passo indietro. La risoluzione è la conclusione del dibattito tenutosi nella precedente sessione plenaria, lo scorso 11 marzo. I deputati hanno interrogato il commissario Hahn sul perché la Commissione non avesse ancora utilizzato il meccanismo per proteggere il bilancio dell’UE dalle violazioni dei principi dello Stato di diritto. In occasione di questo confronto, gli europarlamentari hanno ricordato che il Regolamento è già in vigore dal 1° gennaio 2021.

Nel dibattito, quasi tutti i deputati hanno ribadito che il Regolamento è giuridicamente vincolante. Questo a prescindere dalla posizione adottata dal Consiglio europeo, che non ha effetto giuridico.

Il caso della Polonia e dell’Ungheria

Proprio in occasione del dibattito dell’11 marzo, i due Stati hanno lanciato una sfida legale contro la regola che collega i fondi UE al rispetto dello Stato di diritto.

Già lo scorso dicembre i due governi avevano minacciato di porre il veto al bilancio dell’UE e al fondo di recupero Covid-19 a causa della condizionalità della regola di diritto.

Al vertice dei leader dell’UE prima di Natale, Varsavia e Budapest hanno accettato il bilancio e il fondo di recupero assicurando garanzie su come le nuove regole saranno attuate. Anche se la legislazione stessa non è stata modificata.

Una di queste garanzie stabilisce che la Commissione europea elaborerà delle “linee guida” su come sarà usata la condizionalità, prima che l’esecutivo europeo proponga delle misure per sanzionare uno Stato membro.

Groenlandia alle elezioni legislative

Elezioni legislative in Groenlandia: si va verso il voto anticipato

Perché si vota anticipatamente?

Le elezioni legislative in Groenlandia si terranno il prossimo 6 aprile. Sull’isola più grande del mondo si è reso necessario il ricorso al voto anticipato dopo l’uscita dei Democratici (Demokraatit, social-liberali unionisti) dal governo di coalizione con Avanti (Siumut, socialdemocratici indipendentisti) e i Discendenti della Nostra Terra (Nunatta Qitornai, populisti indipendentisti). Il premier Kim Kielsen (Avanti) ha fallito nel tentativo di formare un nuovo governo, così il Parlamento ha votato per una snap election.

L’assemblea legislativa della Groenlandia (Inatsisartut o Landsting) si è rinnovata l’ultima volta nel 2018. In questa tornata i partiti storici e più rappresentativi, Avanti e Comunità Inuit (Inuit Ataqatigiit, socialisti indipendentisti), hanno perso rispettivamente 2 e 3 seggi. Sono cresciute formazioni minori come i Democratici e il Punto di Orientamento (Partii Naleraq, centristi). Per la prima volta, inoltre, hanno fatto il loro ingresso nel Landsting il Partito della Cooperazione (Suleqatigiissitsisut, centrodestra) e Nunatta Qitornai.

I temi della campagna elettorale

Perché è stato necessario sciogliere l’Inatsisartut? Lo scorso novembre il primo ministro Kielsen ha perso le primarie per la leadership del Siumut in favore di Erik Jensen. La coabitazione tra i due si è rivelata burrascosa e tra i motivi che hanno portato uno dei partner di governo ad abbandonare la maggioranza c’è sicuramente la controversia relativa all’apertura della miniera di Kvanefjeld.

Situata a sud della capitale Nuuk, la cava è una delle maggiori risorse mondiali di uranio e terre rare. Queste ultime sono elementi chimici utilizzati per numerose applicazioni tecnologiche civili e militari. Le preoccupazioni per un eccessivo sfruttamento della miniera e per le conseguenze ambientali connesse all’attività estrattiva hanno condotto l’isola del Regno di Danimarca ad una crisi politica. Pechino e Washington osservano con attenzione l’evolversi della situazione. Fra i proprietari della cava, infatti, c’è la società cinese Shenghe Resources. Non a caso nel 2019 l’allora Presidente degli Stati Uniti Donald Trump lanciò la provocazione di voler comprare la Groenlandia. È dunque sotto gli occhi di tutti che la nazione artica stia diventando un elemento di scontro geopolitico per la presenza di importanti giacimenti di minerali come scandio, ittrio e lantanio.

I leader in campo

I principali sfidanti che si confronteranno il 6 aprile sono:

Il leader di Avanti Erik Jensen ad un appuntamento elettorale

Erik Jensen: nuovo leader di Avanti, partito di maggioranza relativa, è il ministro uscente del Lavoro e delle Risorse minerarie del governo Kielsen. Rispetto al suo primo ministro è a favore di una più rapida separazione dalla Danimarca. È disponibile ad instaurare rapporti commerciali con Cina e Stati Uniti, tra i quali rientra anche la questione della miniera di Kvanefjeld. Rispetto a Kielsen, però, intende coinvolgere maggiormente i cittadini riguardo al progetto estrattivo. Jensen auspica, infine, che il governo groenlandese acquisisca competenze esclusive come la politica estera, il commercio e l’immigrazione, al momento in carico a Copenaghen.

Múte Bourup Egede, leader della comunità Inuit

Múte Bourup Egede: 34 anni, dal 2018 guida il partito della comunità Inuit e dal 2015 è membro del Landsting. Socialista, è un forte promotore dell’indipendenza della Groenlandia. Diversamente dagli avversari di Siumut, il partito dei nativi si è schierato nettamente contro l’apertura della miniera. A preoccupare gli Inuit non sono solo i rischi per la natura: il fatto che dietro gli scavi ci siano imprenditori stranieri non è visto di buon occhio dalla popolazione locale.

Jens-Frederik Nielsen, presidente dei Democratici

Jens-Frederik Nielsen: classe 1991, è un campione di badminton e presidente dei Demokraatit. Nel 2020 ha fatto parte del governo Kielsen con delega alle Materie prime. Si è impegnato a non introdurre nuove tasse ed è favorevole al progetto minerario di Kvanefjeld. Uno dei punti principali del suo programma è la riduzione delle imposte per le imprese. A questo si aggiungono la costruzione di nuovi aeroporti per incrementare il turismo e le esportazioni verso l’estero.

Il sistema elettorale

L’isola artica si governa da sola dal 1979 e il sovrano della Danimarca, capo di Stato della Groenlandia, è rappresentato da un Alto Commissario di sua nomina. La politica della Groenlandia si svolge in un contesto di democrazia rappresentativa parlamentare sotto dipendenza danese.

L’Inatsisartut elegge ogni 4 anni i propri 31 membri con una legge elettorale proporzionale. I collegi sono plurinominali a lista aperta e i seggi assegnati attraverso l’utilizzo del metodo d’Hondt. Durante le elezioni parlamentari vengono eletti anche due rappresentanti per il parlamento danese (Folketing). Il primo ministro è eletto dal Parlamento per un mandato di 4 anni che coincide con la durata dell’Assemblea.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi?

Gli ultimi sondaggi registrano un trend in crescita costante per il partito della Comunità Inuit. I nazionalisti di sinistra, che a livello europeo aderiscono all’Alleanza della Sinistra Verde Nordica, stanno appoggiando i movimenti nati dal basso e contrari all’apertura della miniera di uranio. Le loro posizioni favorevoli ad un rapido processo d’indipendenza dalla Danimarca potrebbero portare ad un’ulteriore devolution.

Staccati di quasi dieci punti invece i socialdemocratici di Avanti a causa delle divisioni interne tra capo del governo e leader del partito.

Stabili, ma in caduta rispetto al voto del 2018, i Democratici, sorpassati dal Partii Naleraq dell’ex premier Hans Enoksen.

Lottano per mantenere una rappresentanza al Landsting Solidarietà (Atassut, conservatori unionisti), il Cooperation Party e Nunatta Qitornai. Stando alle proiezioni potrebbero formarsi maggioranze a favore dell’indipendenza in grado di accelerare questo processo.

È bene ricordare che l’isola riceve sussidi danesi per circa 526 milioni di euro all’anno. Un ulteriore passo verso l’autonomia senza un progetto di rilancio complessivo potrebbe mettere a serio rischio il bilancio di Nuuk.

I Laburisti e il "Partito Ombra"

“Ombre” e purghe nel Partito Laburista Inglese dopo un anno di Starmer

È passato quasi un anno dall’insediamento del nuovo leader laburista, Keir Starmer. Il suo messaggio d’insediamento era semplice: bisogna unire il partito. Eppure oggi la Sinistra è più divisa che mai. Fra sospensioni e purghe, il Partito Laburista rimane secondo nei sondaggi. Sono ben 13 i punti percentuali di distanza dai Conservatori di Boris Johnson, forti del successo sui vaccini. Starmer stesso ha dichiarato che le elezioni amministrative di maggio saranno una sfida “molto dura”, abbassando le aspettative riguardo una possibile rimonta.

Come se non bastasse, nuovi “partiti laburisti ombra” stanno nascendo a livello locale. Di che cosa si tratta? E perché stanno emergendo proprio ora?

Il Partito Laburista: fra Corbyn e Starmer

Per comprendere l’attuale status del Partito Laburista bisogna fare un passo indietro. Alle ultime elezioni, i Conservatori hanno vinto con il 43.6%, la più alta percentuale dai tempi della Thatcher. I Laburisti, guidati dall’ala sinistra del socialista Jeremy Corbyn, hanno invece raggiunto il loro peggior risultato dal 1935: una catastrofe per il partito.

Le ragioni di questa schiacciante vittoria dei “Tories” sono da identificare nel loro abile utilizzo del tema “Brexit” e nella loro capacità di conquistare il voto della classe lavoratrice. L’ambiguità di Corbyn sull’uscita dall’Europa, le accuse di anti-semitismo e un programma percepito come troppo di sinistra, hanno creato una combinazione letale per i Laburisti.

Jeremy Corbyn (Sinistra) e Keir Starmer (Destra)

Dopo le dimissioni dell’ormai ex leader, le redini del partito sono andate nelle mani di Keir Starmer. L’ex-ministro “ombra” per l’Uscita dall’Europa, ha conquistato la leadership con un messaggio di rottura rispetto al passato.

Accettazione della Brexit, tolleranza zero per l’anti-semitismo e una riscoperta del patriottismo: questi i temi della nuova agenda del partito. Keir Starmer viene immediatamente visto come un “ponte” fra la corrente più centrista e quella più radicale di Corbyn. Un’apparenza completamente smentita dagli ultimi avvenimenti.

Corbyn e anti-semitismo

Dopo l’insediamento di Starmer, la “Commissione per l’Uguaglianza e per i Diritti Umani” ha presentato un rapporto desolante sul problema dell’anti-semitismo nel Partito Laburista. Il tema è molto controverso. Se alcuni laburisti sostengono di aver semplicemente criticato Israele, altri li accusano di essersi spesso macchiati di dichiarazioni a sfondo razzista.

Il rapporto avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per Starmer di rilanciare il partito con una condanna unitaria e senza mezzi termini contro gli anti-semiti. Purtroppo per lui, un post su Facebook di Jeremy Corbyn ha ribaltato completamente le aspettative. Pur ammettendo che “anche un anti-semita è di troppo”, l’ex-leader dei Laburisti ha fatto capire di non essere d’accordo con il rapporto della Commissione. Ha infatti dichiarato:

Il tema dell’anti-semitismo nel Partito Laburista è stato enormemente esagerato per ragioni politiche dai nostri oppositori e da buona parte dei media”.

Una dichiarazione infelice, che ha destato diverse critiche. La decisione di Corbyn di non scusarsi, ha forzato la mano alla nuova dirigenza laburista che ha deciso di sospenderlo dal partito e di dare inizio ad un’investigazione ufficiale. Al momento, Corbyn fa di nuovo parte dei laburisti, ma è ancora fuori dal gruppo parlamentare. Siede infatti alla Camera dei Comuni come indipendente.

Purghe e Partiti “Ombra”

La decisione di Starmer, secondo i sondaggi, è stata supportata dalla maggioranza degli Inglesi e dei laburisti. Nonostante ciò, l’ala sinistra del partito non ha approvato la sospensione. Critiche al leader sono arrivate dal “Corbynista” John McDonnell, dai sindacati e dal gruppo di sinistra radicale “Momentum” affiliato coi Laburisti.  

Le divisioni non sono ancora state sanate e diverse mozioni pro-Corbyn sono state approvate nei Consigli Locali dei Laburisti. Il segretario generale del partito, David Evans, di orientamento centrista, ha supportato e ottenuto la sospensione di coloro i quali hanno permesso l’accettazione di queste mozioni. La mossa è stata vista come un attacco alla libertà di parola e la dirigenza Starmer è stata accusata di aver realizzato delle vere e proprie “purghe”.

I membri sospesi, quasi tutti appartenenti all’ala sinistra dei Laburisti, stanno formando dei “gruppi ombra” a livello nazionale e locale. L’obiettivo non sarebbe quello di creare un nuovo partito, ma delle associazioni che si oppongano dall’interno alla leadership di Starmer. Il nuovo “partito ombra” avrebbe le sue radici nella “Rete dei Laburisti in Esilio”, un gruppo politico che unisce tutti i Laburisti espulsi e sospesi.

Starmer si trova in una condizione di chiara difficoltà. La sinistra del partito non appare intimorita dai suoi attacchi, e sembra avergli dichiarato guerra aperta. L’ala centrista sta invece prendendo sempre di più il controllo della dirigenza.

Johnson e Starmer si scontrano durante un “Question Time” alla Camera

I Conservatori, nonostante le divisioni sui lockdown, godono in Parlamento di una maggioranza schiacciante e continuano a crescere nei sondaggi grazie al successo del piano vaccinale. Come se non bastasse, il Consiglio Comunale di Liverpool (a maggioranza laburista) si trova sotto i riflettori per accuse di corruzione.

Vista la situazione, i dirigenti laburisti non fanno mistero del loro pessimismo nei confronti delle amministrative di maggio, in cui si aspettano un risultato deludente. Le purghe “Starmeriane” non sembrano essere riuscite a compensare la mancanza di unità e di proposte forti. Il declino del partito continua.

Adesione della Bosnia in Europa

L’adesione della Bosnia in Europa è ancora un miraggio

Sarajevo e Bruxelles sono geograficamente abbastanza vicine. L’adesione della Bosnia all’Europa, tuttavia, rimane lontana.

Sei Paesi europei hanno chiesto all’Unione Europea di aumentare il sostegno alla Bosnia-Erzegovina. Il gruppo, guidato dalla Croazia, ritiene che Bruxelles debba aiutare lo Stato balcanico a promuovere riforme strutturali che possano facilitare l’ingresso di Sarajevo nell’Unione e alleviare le tensioni regionali.

Croazia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Ungheria e Slovenia hanno preparato un documento informale in vista della riunione del Consiglio Affari Esteri dell’UE-27. Il documento sottolinea come il Paese stia ancora affrontando sfide significative nel cammino verso la democrazia e la piena funzionalità istituzionale.

Un diplomatico europeo, intervistato da Euractiv, ha dichiarato che l’atto vuole “mobilitare il sostegno degli Stati membri per le cruciali riforme che dovrebbero essere completate nel 2021, tra cui la legge elettorale”.

Nonostante il tentativo dei sei Paesi di riavvicinare le parti, tuttavia, l’adesione della Bosnia all’Europa non avverrà a breve.

Un complicato percorso di adesione

Il processo di adesione di Sarajevo all’Unione Europea è ben lontano dal concludersi. Ad oggi la Bosnia è solamente una candidata potenziale e il suo status non sembra poter mutare a breve.

La struttura istituzionale del Paese balcanico è complessa e disfunzionale e ciò rende impossibile soddisfare i requisiti di pre-adesione alla Comunità Europea.

Lo stato di diritto rimane una delle preoccupazioni maggiori di Bruxelles. Sarajevo deve dotarsi di una Corte Suprema e garantire un equo esercizio della giurisprudenza in entrambe le metà del Paese. La divisione in una Federazione bosniaco-croata e una Repubblica Serba rende complicata l’approvazione di modifiche costituzionali.

La Bosnia-Erzegovina dovrebbe anche introdurre una “clausola di sostituzione” che consentirebbe allo Stato federale, al momento dell’adesione, di esercitare temporaneamente le competenze di altri livelli di governo per prevenire violazioni del diritto dell’UE.

La struttura federale, ma soprattutto le fratture esistenti tra i partiti dominati dai diversi gruppi etnici (serbi, croati, bosniaci), rendono improbabile che lo stallo creatosi sulle rifome possa sbloccarsi a breve. “L’organizzazione dello Stato richiede che le riforme e le misure vengano realizzate a livelli di governo inferiori” – ha dichiarato Admir Čavalić a Emerging Europe.

Finchè gli elettori continueranno a votare su linee etniche, il processo di ristrutturazione statale continuerà ad essere lento e inefficiente.

Segnali di speranza

In mezzo alle tante carenze statali si intravedono comunque dei segnali di miglioramento. 

Nel 2020 i cittadini della città di Mostar si sono recati alle urne per la prima volta in 14 anni. Sia il commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Olivér Várhelyi, che Josep Borrell hanno accolto positivamente il regolare svolgimento della tornata elettorale.

Un programma nazionale per l’adozione dell’acquis dell’UE, la piattaforma di diritti ed obblighi che vincolano l’insieme dei Paesi europei membri dell’Unione, dovrebbe presto essere introdotto.

Zoran Tegeltija, Presidente del Consiglio dei Ministri della Bosnia-Erzegovina

Zoran Tegeltija, presidente del Consiglio dei Ministri della Bosnia-Erzegovina

Zoran Tegeltija, presidente del Consiglio dei Ministri, ha inoltre dichiarato che in passato diversi Paesi sono diventati membri nonostante il mancato soddisfacimento degli standard imposti da Bruxelles nel campo dello stato di diritto. Bulgaria e Romania, per esempio, rimangono tutt’ora soggette al meccanismo di cooperazione e verifica (CVM).

Sarajevo e Bruxelles restano lontane

Bruxelles richiede sostanziali cambiamenti costituzionali in cambio di una modifica dello status di candidatura. La prospettiva sulla futura adesione di Sarajevo è tuttavia poco chiara” – sostiene Nedim Hogić.

L’iniziativa dei sei Paesi membri è finalizzata a smuovere le acque. Il documento chiede all’Unione di trovare il giusto equilibrio tra condizionalità e incentivi e di incrementare il sostegno nei confronti del Paese balcanico.

Benché nei prossimi mesi i ministri degli esteri europei saranno chiamati a discutere della regione balcanica, è improbabile che il processo di adesione della Bosnia-Erzegovina subisca un mutamento.

Sarajevo è bloccata dalla bonaccia, ma il vento europeo non sembra per il momento poter aiutare la nave bosniaca.

Il referendum scozzese

Il referendum scozzese e l’indipendenza sono a rischio?

Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon è al centro di forti polemiche che potrebbero mettere in serio pericolo il referendum scozzese. La leader del partito nazionale scozzese è infatti stata messa sotto accusa da Alex Salmond, ex primo ministro della Scozia e da sempre suo rivale interno al partito per aver ordito una cospirazione nei suoi confronti.

La commissione d’inchiesta, guidata dall’investigatore indipendente James Hamilton, ha alla fine appurato che il primo ministro in carica non ha commesso nessun reato. Il calo di popolarità improvviso in seguito alla scandalo, però, può avere delle ripercussioni per il progetto di indipendenza della Scozia.

Le accuse di Salmond, la risposta di Nicola Sturgeon e il verdetto finale

Salmond che, ha accusato direttamente il primo ministro, si dimise nel 2018 in seguito ad accuse di molestie sessuali da cui è stato assolto. Egli recrimina il modo in cui la Sturgeon ha gestito lo scandalo tre anni fa. Secondo lui c’è stato un tentativo da parte della classe dirigente scozzese di estrometterlo dalla vita pubblica britannica.

Le accuse mosse da Salmond si concentrano sul fatto che Nicola Sturgeon avesse mentito in parlamento. In particolare fa riferimento al fatto che la Sturgeon ha omesso di essere a venuta a conoscenza delle accuse qualche giorno prima di quanto ha affermato di fronte al parlamento scozzese. Secondo il codice di condotta ministeriale scozzese, però, obbliga i membri del governo che hanno mentito a rassegnare le dimissioni.

In risposta alle pressanti accuse, Nicola Sturgeon nega la ricostruzione di Salmond. Potrebbe essere vero che la Sturgeon abbia riferito una data sbagliata in parlamento, ma è un errore di soli tre giorni e comunque non era a conoscenza delle accuse di molestie nel dettaglio fino alla data riferita in parlamento.

Una commissione d’inchiesta indipendente guidata da James Hamilton ha effettuato un’indagine al riguardo. Il verdetto finale ha dato ragione al primo ministro in carica e ha ritenuto l’omissione nel discorso in parlamento un errore irrilevante e dunque ha scagionato la Sturgeon dalle accuse.

Cosa cambierebbe per il referendum scozzese

I dati del mese di marzo parlano chiaro: allo stato attuale delle cose, gli scozzesi propenderebbero per rimanere parte del Regno Unito. In controtendenza rispetto all’ultimo anno, il coinvolgimento di Nicola Sturgeon nel caso Salmond sembra aver ribaltato la situazione per quanto riguarda il supporto all’uscita dal Regno Unito in un eventuale referendum.

Con le elezioni legislative in Scozia alle porte, si complica il progetto referendario delineato dal primo ministro attuale. La Sturgeon ha infatti bisogno di un forte consenso popolare alle elezioni di maggio per poter imporre nell’agenda politica di Downing Street un eventuale referendum. Non solo, questo calo di consenso può legittimare la linea politica intransigente delineata da Boris Johnson negli ultimi mesi, determinato a non concedere un secondo referendum.
In ogni caso, il partito nazionale scozzese ha annunciato di voler perseguire con il progetto referendario nell’eventualità che ci sia una maggioranza indipendentista a maggio. La campagna elettorale è appena iniziata in Scozia e potrebbe riservarci grandi sorprese.

La Spagna ha approvato la legge sull’eutanasia: è il sesto Paese al mondo

La Spagna ha approvato la legge sull’eutanasia denominata “Legge di regolamentazione dell’eutanasia”. Questo rende la Spagna uno dei pochi Paesi che permette a un paziente con una malattia incurabile di morire per porre fine alle sue sofferenze.

La legge è stata approvata dal Parlamento giovedì 18 marzo con 202 voti a favore, 141 contrari e due astensioni. La Spagna diventa quindi il quarto Paese in Europa ad autorizzare i medici a “porre deliberatamente fine alla vita di un paziente su richiesta di quest’ultimo” in caso di “sofferenza grave, cronica e invalidante, o di malattia grave e incurabile, che causa una sofferenza intollerabile”.

Hanno salutato l’approvazione con 4 minuti di applausi i parlamentari appartenenti a più fazioni. Dal Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) al partito liberale Ciudadanos, passando per la sinistra radicale Podemos e i vari partiti nazionalisti e regionalisti, tutti hanno votato a favore del testo. Le eccezioni sono state il Partito Popolare (PP) di destra e dell’estrema destra Vox. La legge entrerà in vigore fra tre mesi, a giugno.

Un giorno storico per la Spagna

Oggi siamo un Paese più umano, più giusto e più libero: la legge sull’eutanasia, ampiamente richiesta dalla società, sta finalmente diventando una realtà“, si è congratulato su Twitter il capo del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, prima di ringraziare “tutti coloro che hanno combattuto instancabilmente perché il diritto di morire con dignità fosse riconosciuto in Spagna“.

La relatrice della legge, l’ex ministro della salute del PSOE María Luisa Carcedo, ha dichiarato che il testo è “estremamente protettivo” perché è necessario “estendere l’espressione ‘beh, almeno non ha sofferto’- che si applica con sollievo a chi muore di infarto, per esempio, a tutte le malattie”.

Dopo una ventina di tentativi precedenti di legiferare sull’eutanasia, la Spagna chiude tre decenni di dibattito. Questo arriva più di 15 anni dopo l’uscita del film premio Oscar “Mar adentro” di Alejandro Amenabar. In esso l’attore Javier Bardem ha magistralmente interpretato Ramon Sampedro, un marinaio tetraplegico e scrittore la cui struggente lotta per ottenere il diritto di porre fine alla sua vita ha segnato un’intera generazione di spagnoli.

Iter garantista

La legge approvata permette sia l’eutanasia – dove il curante causa la morte del paziente – che il suicidio assistito dal medico – dove il paziente prende la dose prescritta del farmaco per uccidersi.

Essa prevede che qualsiasi persona con una “malattia grave e incurabile” o “un dolore cronico che la rende incapace” può chiedere l’assistenza dell’apparato medico per morire ed evitare “sofferenze intollerabili”.

I requisiti per usufruirne

Sono previste tuttavia condizioni rigorose che  regolano l’operazione:

  • la persona, spagnola o residente nel Paese, deve essere “capace e cosciente”
  • quando fa la richiesta, che deve essere fatta per iscritto “senza pressione esterna” e rinnovata quindici giorni dopo.
  • Il medico può sempre rifiutare la richiesta se ritiene che questi criteri non siano soddisfatti o può invocare “l’obiezione di coscienza”.
  • Infine l’approvazione deve essere fatta da un secondo medico, dando quindi il via libera da una commissione di valutazione.

Questo per mettere il paziente nelle condizioni psico-fisiche di poter decidere liberamente, rispettando pienamente le sue intenzioni.

Rutte vince le elezioni nei Paesi Bassi

Elezioni Paesi Bassi: vince Rutte, ma cambiano gli equilibri della coalizione

Mark Rutte vince le elezioni nei Paesi Bassi e sarà nuovamente Primo Ministro, ma la sua maggioranza sarà più progressista e meno “frugale”. Questo è l’esito delle elezioni conclusesi lo scorso 17 marzo che, nonostante la pandemia, hanno visto un’affluenza dell’82.6%, la più alta dal 1986. Record di partiti rappresentati in Parlamento: in 17 hanno superato la soglia di sbarramento fissata al 0,67%.

Il successo dei liberal-progressisti

Il risultato di D66 (secondo posto dietro il VVD di Rutte con il 14.9% dei voti e 23 seggi), previsto solo in parte dai sondaggi, è la vera notizia di queste elezioni. Il partito è risultato il più votato tra i giovani e nelle principali città: Amsterdam, Rotterdam e L’Aia. La sua leader è Sigrid Kaag, 60enne con una lunga esperienza nelle agenzie ONU, per le quali è stata anni in Siria per la trattativa con Assad sulle armi chimiche. Sposata con un ex ambasciatore palestinese un tempo vicino ad Arafat, Kaag è molto attenta alle tematiche della discriminazione razziale e all’ambientalismo, fattori che le hanno permesso di portare via voti alla sinistra, che invece ha raccolto un risultato molto negativo.

L’ideologia di D66 si può definire come liberal-progressista ed è difficilmente riscontrabile in Italia, mentre ha una tradizione radicata nei Paesi Bassi. In economia è piuttosto liberista, riconosce i successi del capitalismo anche se si impegna a smussarne gli eccessi. Molto progressista invece per quanto riguarda i temi etici e l’integrazione, è poi un partito profondamente europeista e ambientalista.

Il futuro del governo

Nonostante un risultato leggermente inferiore alle attese (21.9% dei voti e 35 seggi), i liberali del VVD sono stabilmente il primo partito olandese e riescono anche a migliorare il risultato del 2017, impresa molto rara per un partito di governo. Ci sono dunque pochi dubbi che il prossimo Primo Ministro sarà ancora il loro leader Mark Rutte, che si appresta così al suo quarto mandato. Gli elettori olandesi hanno premiato la stabilità in un periodo di difficoltà e in molti sono ormai affezionati allo stile frugale del loro Primo Ministro.

Deludente invece il risultato dell’altro partito di governo, il centrodestra di Appello Cristiano Democratico (CDA). La compagine ha ottenuto il 9.6%, scivolando così al quarto posto. Questo potrebbe avere importanti conseguenze anche per l’Italia. Il leader di CDA è infatti Wopke Hoekstra, attuale Ministro delle Finanze noto per le posizioni particolarmente rigoriste verso i Paesi del Sud Europa. Per una prassi della politica olandese, il secondo partito della coalizione di governo esprime il Ministro delle Finanze, che nel nuovo esecutivo dovrebbe così andare a D66. Il partito liberal-progressista è più morbido verso i partner europei, anche se è a sua volta molto attento ad evitare eccessi di spesa pubblica.

VVD, D66 e CDA dovrebbero essere parte del nuovo esecutivo Rutte. Tuttavia, mancano ancora una manciata di voti per arrivare alla maggioranza di 76 seggi in Parlamento. Attualmente il quarto partito sono i cristiano-sociali di CU, che però sono in cattivi rapporti con D66. Possibile a questo punto l’ingresso in maggioranza del partito europeista transnazionale di Volt (che ha ottenuto 3 seggi) o dei verdi, usciti però fortemente ridimensionati dalle urne.

Le opposizioni

L’opposizione di sinistra esce male dal voto, con molti consensi passati a D66. I laburisti eguagliano il pessimo risultato del 2017 (5.7% e 9 seggi), mentre verdi e socialisti perdono quasi la metà dei voti ottenuti quattro anni fa (oggi rispettivamente al 5 e al 6%, nel 2017 erano entrambi oltre il 9%). L’unico partito progressista a crescere è il Partito per gli Animali, che raccoglie il 3.8%. Entrano in Parlamento anche gli antirazzisti di Denk e di BIJ21, entrambi gruppi fondati da immigrati.

Per quanto riguarda l’opposizione di destra, il risultato del partito populista anti-islam PVV guidato da Geert Wilders è stato inferiore alle aspettative. Stimato come secondo partito, è stato invece superato da D66 e si ferma al 10.9% e 17 seggi. Salvo sorprese, sarà comunque il principale partito di opposizione. I suoi voti sono però rimasti a destra: il Forum per la Democrazia (FvD) di Thierry Baudet raggiunge il 5%, mentre entra in Parlamento anche JA21, partito fondato da ex membri del FvD dopo gli scandali su anti-semitismo e razzismo e una posizione ai limiti del negazionismo sul Covid da parte del partito di Baudet. Il risultato complessivo della destra è dunque piuttosto positivo, ma si presenta divisa ed è esclusa da ogni trattativa per la formazione del prossimo esecutivo.

Accordo Canada Germania sull'Idrogeno

Canada e Germania scommettono sull’idrogeno, siglato il nuovo accordo

Martedì 16 marzo è stato raggiunto un importante accordo tra Canada e Germania sullo sviluppo dell’idrogeno. I due paesi inizieranno una collaborazione per un programma di energia verde. L’intesa tra Ottawa e Berlino, firmata dal ministro dell’Economia e dell’Energia tedesco, Peter Altmaier, e da Seamus O’Regan, il ministro canadese delle Risorse naturali, rientra nell’obiettivo di realizzare la neutralità climatica entro il 2050.

Diverse risorse, comuni interessi

La Germania, con il suo enorme complesso industriale, intende introdurre nei suoi processi industriali, una fonte energetica alternativa ed eco friendly. Tuttavia, la produzione dell’idrogeno verde necessita della disponibilità di ampi spazi aperti, idonei all’installazione degli impianti di alimentazione. Se per il paese europeo questo può rivelarsi un problema, per quello nordamericano, invece, si tratta della soluzione.

Infatti, come afferma Seamus O’Regan, “il Canada ha il vantaggio delle risorse naturali” ma ha anche “bisogno di abbattere il livello di emissioni”. Per il Canada inoltre, l’accordo rientra in una più ampia strategia incentrata sul settore dell’idrogeno. Volta a mettere il paese uno dei primi produttori ed esportatori mondiali, ed alla creazione di numerosi posti di lavoro.

Dunque, la linea su cui si traccia l’accordo è quella di produrre l’idrogeno nel Canada e trasportarne parte in Germania. I termini, le quote e tutto il resto verranno discusse a livello intergovernativo, nel mese di maggio prossimo.

Non solo idrogeno e non solo Canada e Germania nell’accordo

La collaborazione tedesco-canadese potrebbe non esaurirsi solo sulla produzione ed esportazione di idrogeno. In prospettiva vi è anche un’ulteriore settore, spesso definito tecnologia ponte per l’idrogeno, ovvero il gas naturale liquefatto (GNL). Da quanto si apprende dalle dichiarazioni dei due ministri firmatari, è molto probabile che il programma energetico in comune comprenda anche il GNL.

I ministri tedeschi Peter Altmaier, dell’Economia e dell’Energia (sinistra) e Heiko Maas, per gli Affari Esteri (destra)

Al forum sull’energia di martedì, si sono uniti a Canada e Germania altri stati del G20. Tra i partecipanti vi era John Kerry (inviato speciale statunitense per il clima) che ha dichiarato di “sostenere la spinta di O’Regan verso soluzioni creative e collaborative, incluso l’interesse per l’idrogeno, come modo per governi e privati di lavorare insieme per abbandonare la forte dipendenza dai combustibili fossili.”

È anche da ricordare che pochi giorni prima dell’accordo Canada-Germania, Berlino ha avviato una cooperazione con il Regno Saudita, sempre sullo sviluppo dell’idrogeno.

La lunga e travagliata relazione tra il PPE e Fidesz

La lunga e travagliata relazione tra il PPE e Fidesz

Il 3 marzo, come già riportato da Election Day in questo articolo, si è consumata la rottura tra il PPE e Fidesz. Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán ha annunciato che i deputati del suo partito lasceranno il Partito Popolare Europeo. Questo segna l’ultimo capitolo nella lunga saga tra la più grande famiglia politica europea e la combattiva compagine ungherese.

Le origini di Fidesz

Il Fiatal Demokraták Szövetsége (Alleanza dei Giovani Democratici), da cui l’acronimo Fidesz, è stato fondato nella primavera del 1988. Nato in maniera semi-illegale grazie ad attivisti studenteschi liberali che si opponevano al regime comunista, il quale si stava ormai avviando verso il tramonto. Fino alla riforma del regolamento interno del partito del 1993, i suoi membri avevano un limite massimo di età di 35 anni. Fidesz rimane all’opposizione fino al 1998, quando entra nella coalizione di governo e, grazie al 29,4% dei voti ottenuto alle elezioni, riesce ad esprimere il nome del Primo ministro, il 35enne Viktor Orbán.

Il partito si era già spostato su posizioni via via sempre più conservatrici a seguito della deludente sconfitta nel 1994. Questo pur continuando però a rimanere nell’Internazionale Liberale. Soltanto nel 2000 Fidesz decide di abbandonare qualsiasi reflusso “liberista” ed abbracciare a pieno il conservatorismo tipico della destra europea, entrando a far parte del PPE.

La sconfitta e il ritorno al governo

Con la sconfitta elettorale del 2002 si innesca un cambiamento radicale del partito. Orbán dall’ opposizione lancia un movimento nazional-populista per sostenere Fidesz chiamato “Avanti, Ungheria”. Una seconda sconfitta elettorale per il partito nel 2006 porta soltanto ad un’accelerazione di tale cambiamento. In un discorso ormai famoso del 2009, pronunciato in una riunione del partito a porte chiuse, Orbán esprime la necessità di stabilità politica in Ungheria, chiedendo la creazione di un “campo di forza politico centrale” che avrebbe governato il Paese per i prossimi 20 anni. Una visione che pare realizzarsi con il ritorno al potere nel 2010 con una maggioranza tale da permettere a Fidesz di modificare la costituzione ungherese.

Il PPE dopo il crollo del Muro di Berlino

Per comprendere il rapporto tra il PPE e Fidesz si deve innanzitutto capire cosa diventa il partito europeo con i grandi riassestamenti politici post-1989 e poi guardare alla Germania.

Il PPE nasce dalla democrazia cristiana, che era una caratteristica prominente del panorama politico dell’Europa occidentale dopo il 1945. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta sono molti i sommovimenti che portano a cambiamenti nella politica nazionale dei vari Stati membri dell’Unione Europea, ai quali il PPE si adatta iniziando piano piano ad allontanarsi dalla sua “purezza” democristiana. Ad esempio, nel 1989 un riallineamento della destra in Spagna crea il Partito Popolare,  guidato da José Mariá Aznar, che si unisce al PPE. La caduta del Muro di Berlino, l’unificazione della Germania e il crollo dell’Unione Sovietica ne hanno poi accelerato l’espansione.

L’espansione del PPE dopo la fine della Guerra Fredda

Gli spiriti trainanti sono il cancelliere tedesco Helmut Kohl e il primo ministro belga Wilfried Martens, presidente del partito dal 1990 al 2013. Sotto la sua presidenza anche il nuovo partito Forza Italia di Silvio Berlusconi, entra a far parte del PPE, non senza remore però da parte di Kohl e Martens. Questo perché non si poteva ignorare il fatto che Berlusconi avesse creato un’alleanza di governo coi separatisti della Lega e i post-fascisti di Alleanza Nazionale.

Il PPE si sforza quindi per includere al suo interno partiti non democristiani, ma che alla fine portano avanti un’ideologia simile. Così nel giro di pochi anni si cerca di attirare tutti quei partiti conservatori, di centrodestra ed economicamente liberali di tutta l’Europa centrale e orientale, in previsione anche degli allargamenti dell’UE nel 2004 e nel 2007. Uno di loro era per l’appunto Fidesz.

Dal punto di vista dei numeri, il progetto è un successo. Il PPE, che nel 1989 era rimasto indietro di 60 seggi rispetto al gruppo socialista al Parlamento europeo, diventa la forza dominante a Bruxelles. Conquistando un quasi monopolio sulle nomine alle presidenze della Commissione (dal 2004 in poi tutti appartenenti al PPE) e del Consiglio europeo.

La CDU/CSU e Fidesz

L’ultimo grande partito di tradizione democristiana rimasto in Europa dopo il la fine della Guerra Fredda è l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (abbreviato CDU in tedesco) assieme alla gemella Unione Cristiano-Sociale in Baviera (CSU). La CDU/CSU è anche la principale forza del Parlamento europeo per numeri, nonché la spina dorsale del PPE. Niente si muove nel grande partito europeo senza l’avallo della compagine tedesca. Negli anni Fidesz ha potuto usufruire dello strapotere tedesco per non subire conseguenze concrete in seguito alle proprie azioni.

Ma perché la CDU/CSU ha sempre difeso il partito ungherese?

Non vi è una risposta univoca a questo quesito. Un motivo può essere la paura che una volta espulso, Fidesz possa creare un fronte sovranista/populista in grado di mettere in crisi la posizione dominante del PPE. Un’altra spiegazione può ritrovarsi negli stretti rapporti che intercorrono a livello economico-industriale tra l’Ungheria e la Germania, in particolare la Baviera. Le grandi aziende tedesche, come Audi e VolksWagen, sono tra i maggiori investitori nello Stato magiaro e rappresentano circa un terzo della produzione industriale ungherese, dando lavoro a migliaia di persone.

Per anni, i democristiani tedeschi hanno difeso Orbán, anche quando l’ungherese violava apertamente i valori europei per consolidare la sua presa sul potere. I legami sono molto profondi e risalgono a diversi anni fa. Helmut Kohl, padre della riunificazione tedesca e democristiano, considerava Orbán il suo protetto. Al funerale di Kohl nel 2017, non era originariamente previsto che parlassero né la cancelliera tedesca Angela Merkel né il presidente Frank-Walter Steinmeier, Orbán sì.

I bavaresi difendono Fidesz

Il leader magiaro ha sempre potuto contare soprattutto sui rappresentanti bavaresi, che hanno rappresentato per lui un baluardo contro le critiche del resto d’Europa. Anche quando Orbán si è scontrato apertamente con Angela Merkel sulla politica migratoria, all’ungherese è stata assicurata la fedeltà dei bavaresi, che sono stati anche apertamente critici nei confronti dell’approccio della cancelliera sulla migrazione. Soltanto il cambiamento nella leadership della CSU del 2019, che ha inaugurato una generazione più giovane sotto Markus Söder (già presidente della Baviera dal 2018), ha innescato una rivalutazione nei rapporti con Fidesz, di cui forse gli eventi del 3 marzo sono una conseguenza.

Si deve, infine, evidenziare il fatto che tra il 2009 e il 2019 il partito magiaro ha rafforzato il proprio peso specifico all’interno del PPE. Infatti, a fronte di una perdita di seggi, passati da 264 a 185, Fidesz è riuscito a mantenere praticamente inalterato il proprio numero di parlamentari (da 14 a 13). In tutto ciò, il baricentro del PPE si è fortemente spostato verso est. Questo perché i grandi partiti, come i Repubblicani francesi e i moderati di Forza Italia, hanno perso negli ultimi anni gran parte dei loro consensi. 

L’escalation degli ultimi 10 anni tra il PPE e Fidesz

Dal ritorno al potere di Orbán in Ungheria nel 2010 all’uscita del suo partito dal PPE di qualche giorno fa, sono stati diversi i momenti di crisi tra Budapest e Bruxelles e, parallelamente, tra il partito europeo e la sua compagine magiara.

Nel gennaio 2011 Orbán tiene un discorso di fronte al Parlamento europeo, che marcava l’avvio della prima presidenza di turno del Consiglio dell’UE dell’Ungheria. Ma l’occasione viene oscurata dal dibattito sulla controversa creazione a Budapest di una potente autorità dei media, compreso un “consiglio dei media” i cui membri erano stati tutti selezionati da Fidesz.

In base alle nuove regole, i media dovevano registrarsi presso l’autorità ed erano tenuti a pubblicare contenuti ritenuti “equilibrati”. Diversi parlamentari si presentano in quell’occasione con del nastro adesivo sulla bocca, mostrando copie di un giornale ungherese, in segno di protesta. Tra quelli non vi è, però, l’allora leader del PPE, Jospeh Daul, che applaude Orbán alla fine del suo intervento.

Il PPE sottovaluta il fenomeno Orbán

Al momento delle elezioni del leader magiaro del 2010, molti politici europei lo vedevano ancora come un riformatore anticomunista. La sua vittoria elettorale aveva deliziato molti nella leadership del PPE, compreso per l’appunto Daul. Molti ritenevano in quegli anni che il fenomeno ungherese fosse ancora controllabile e che parte della dura retorica nazionalista e anti-europea fosse dovuta a motivi di politica interna.

Questo in contrasto a Jobbik, partito estremista di destra anti-UE, considerato anti-semita e anti-rom in quegli anni. Infine, le critiche di Budapest alle politiche europee non andavano mai a colpire l’edificio comunitario in quanto tale. L’Ungheria aveva forse una visione di un’Europa á la carte, ma pur sempre europeista rimaneva.

La crisi migratoria

La pazienza del PPE con Orbán continua così per anni, anche quando questi prende di mira i gruppi della società civile, attacca i media e tiene elezioni criticate dall’OSCE. Neanche quando nel 2015 l’Ungheria, assieme ai Paesi Visegrad, si rifiuta di prendere parte al sistema di redistribuzione dei migranti, il PPE è in grado di andare oltre delle mere dichiarazioni e intraprendere azioni nei confronti di Fidesz. Risale sempre al 2015 il video, diventato virale, in cui l’allora Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, accoglie Orbán chiamandolo “dictator” e dandogli un buffetto sulla guancia.

Il rapporto Sargentini

Una prima sfaldatura tra il PPE e Fidesz arriva nel settembre 2018, quando circa metà dei parlamentari appartenenti al PPE votano a favore del cosiddetto rapporto Sargentini, che avvia la procedura per l’attivazione dell’articolo 7 TFUE contro l’Ungheria. Una parte degli eurodeputati del PPE (che si presentano alla votazione  senza un’indicazione di voto da parte del gruppo) ritengono che si debba tenere una linea dura, votando a favore dell’art. 7 e procedendo all’espulsione di Fidesz dal gruppo parlamentare; altri, come l’allora Presidente dell’europarlamento Antonio Tajani, tengono una linea più morbida e minimizzano le violazioni ungheresi.

L’allora spitzenkandidat del PPE, Mark Weber, tiene invece una linea più flessibile. Vota a favore del rapporto, non negando che vi siano in Ungheria gravi problemi di Stato di diritto. Ritiene allo stesso tempo che essi vadano risolti con una discussione costruttiva all’interno del partito senza allontanare il leader ungherese dal PPE.

La campagna contro Juncker e Soros

I rapporti sono poi andati deteriorandosi, fino ad arrivare ad un primo punto di rottura nel 2019, quando il governo ungherese prende di mira uno dei politici più importanti del PPE: il Presidente della Commissione Juncker. In una campagna pubblicitaria finanziata dai contribuenti ungheresi, Juncker è stato accusato, insieme all’imprenditore ungherese-americano George Soros (che peraltro aveva finanziato gli studi di Orbán ad Oxford), di architettare i piani di migrazione che “minacciano la sicurezza dell’Ungheria”.

Per molti nel partito, criticare Juncker in questo modo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Perciò sono arrivate crescenti pressioni da parte dei membri per espellere Orbán dal partito. Ma ancora una volta la leadership bavarese è accorsa in difesa di Orbàn, riuscendo a mediare un compromesso in base al quale Fidesz è stato soltanto sospeso.

Dalla sospensione all’abbandono

La sospensione, che ha avuto scarso impatto sulla cooperazione quotidiana tra il partito ungherese e la famiglia conservatrice, è stata poi prolungata a tempo indeterminato nel febbraio 2020 su proposta del Presidente del PPE, Donald Tusk, per le preoccupazioni sullo Stato di diritto in Ungheria e per la retorica anti-UE. L’arrivo della pandemia da COVID-19 e la decisione del parlamento ungherese di conferire al premier Orbán i pieni poteri non hanno fatto altro che far aumentare le voci autorevoli, interne al Partito Popolare Europeo, a favore di una definitiva espulsione di Fidesz e l’avvio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Ungheria.

L’ultimo episodio risale, infine al dicembre 2020, quando Tamás Deutsch, capo delegazione di Fidesz a Bruxelles, ha paragonato i commenti di Weber agli slogan della Gestapo e della polizia segreta ungherese dell’era comunista. Molti parlamentari popolari a quel punto, stanchi delle continue provocazioni del partito di Orbán, hanno ritenuto non più sufficiente la semplice sospensione di singoli deputati. Ecco allora che ha preso campo l’idea di modificare il regolamento del PPE per poter agire su intere delegazioni nazionali. Tutti questi eventi hanno portato ai fatti del 3 marzo con la fine della relazione tra il PPE e Fidesz dopo 21 anni.