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UE, la Commissione presenta lo Stato dell’Unione 2020

Mercoledì 16 settembre si è svolto l’annuale discorso del presidente della Commissione Europea al Parlamento Europeo, dove è stato presentato lo Stato dell’Unione 2020. Negli anni precedenti il discorso si è tenuto a Strasburgo dove il Parlamento si riunisce in sessione plenaria, ma causa Covid-19, questa volta si è tenuto nell’altra sede del Parlamento a Bruxelles.

La Commissione ha presentato il suo piano di azione e le sue priorità al Parlamento in sessione plenaria. Questo tradizionale evento è stato istituito nel 2010 per rendere il ruolo della Commissione più democratico e trasparente agli occhi dei cittadini europei.

Si tratta di un evento simile allo State of the Union americano, nel quale il Presidente degli Stati Uniti si presenta al Congresso ogni inizio dell’anno per annunciare le condizioni generali del Paese e gli obiettivi futuri da raggiungere.

Nel corso del proprio intervento, la Presidente Ursula Von der Leyen, ha trattato numerosi temi cruciali.

CRISI SANITARIA

Il primo tema è ovviamente legato alla attuale crisi sanitaria, annunciando riforme per creare un’unione sanitaria europea, volta a potenziare la preparazione ad eventuali prossime crisi ed a rafforzare l’European Medicines Agency, centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. In questo ambito, inoltre, verrà creata una agenzia biomedica di ricerca e sviluppo e verranno ridiscusse le competenze in materia sanitaria fra UE e Stati Membri, in quanto quest’ultimi hanno la prerogativa sull’adozione di politiche in questo settore. Per quanto concerne i vaccini, Von der Leyen ha affermato che “i vaccini nazionalisti mettono vite a rischio. Una cooperazione le salva“.

MONDO DEL LAVORO

In secondo luogo, la Presidente della Commissione si è mostrata soddisfatta del programma SURE che porterà 90 miliardi di euro nelle casse di 16 Stati Membri per aiutare le piccole e medie imprese europee. Inoltre, la Commissione avanzerà una proposta per supportare gli Stati Membri ad introdurre un salario minimo nella propria legislazione, al fine di contrastare il fenomeno del social dumping all’interno del Mercato Unico e garantire una competizione equa fra le industrie europee.

UNIONE BANCARIA

Uno degli obiettivi della Commissione Europea è quello di completare l’Unione Bancaria Europea, di cui al momento sono stati realizzati 2 pilastri su 3, e il mercato dei capitali in modo da incrementare la crescita e gli investimenti all’interno dell’Unione Europea.

AMBIENTE

La Commissione ha deciso di aumentare il target dal 40% al 55% per la riduzione di emissioni di Co2 entro il 2030. In aggiunta, ha annunciato che il 37% di Next Generation EU (il piano da 750 miliardi di euro che comprende anche il Recovery Fund) sarà investito per obiettivi ambientali, come ad esempio la creazione di “valli dell’idrogeno europeee un milione di stazione di ricarica per veicoli elettrici.

POLITICA ESTERA

Per quanto riguarda la politica estera, la Commissione ha l’obiettivo di rafforzare la cooperazione nelle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Inoltre, l’Unione Europea deve promulgarsi per affermare l’importanza di avere accordi multilaterali invece che bilaterali. Per quanto riguarda la Cina, la Von der Leyen ha annunciato che Pechino è “un nostro partner commerciale, un nostro competitor economico e un nostro rivale sistemico“. In aggiunta, ha affermato il sostegno dell’Unione Europea al popolo bielorusso in protesta contro Lukashenko. Secondo la Presidente le elezioni tenute in Bielorussia non sono state libere ed eque e la brutale reazione del governo bielorusso alle proteste di piazza è stata vergognosa. La Von der Leyen non ha risparmiato critiche per la Russia, per il caso Navalny, e per la Turchia, definendola come “un vicino importante” ma allo stesso tempo intimidatorio verso i propri vicini.

COMUNITA’ LGBTQI

Infine, la Presidente si è rivolta alla comunità LGBTQI, auspicando ad una Europa fatta di uguaglianze, dove ciascun individuo abbia dei diritti. “Le free-zones per i LGBTQI sono free-zones per l’umanità. E nella nostra Unione non hanno posto.”, così la Presidente ha attaccato apertamente la Polonia che ha instaurato zone vietate alla comunità LGBTQI perché considerata una minaccia per l’identità del popolo polacco.

LE REAZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO

Alla fine dell’intervento ha seguito il dibattito fra i membri del Parlamento Europeo. Il capogruppo del Partito Popolare Europeo Weber si è soffermato sulla priorità della creazione di posti di lavoro e sulla necessità di non avere una “generazione perduta”, citando come esempio la disoccupazione giovanile al 40% in Italia. La capogruppo dei socialisti Garcia Perez ha apprezzato il piano di transizione ecologica promossa dalla Commissione, auspicando, però, una maggiore attenzione per le fasce povere della popolazione. I liberali di Renew per voce di Dacian Ciolos hanno rimarcato l’importanza del principio dello stato di diritto quando si tratta di concedere fondi agli Stati. Nicolas Bay di Identity and Democracy ha lamentato la mancanza di misure a protezione del mercato durante la crisi, così come ha criticato le rigide norme ambientali in quanto nocive per la competizione delle industrie europee.  La capogruppo dei Verdi Ska Keller ha accolto la proposta della Commissione di alzare il target al 55% per la riduzione delle emissioni ma ha criticato le scelte europee in termini di immigrazione. I Conservatori e Riformisti europei guidati da Legutko hanno criticato il fatto che ogni anno vengono fatti proclami nel discorso dello Stato dell’Unione che vengono puntualmente disattesi. Manon Aubry di Sinistra Unitaria Europea ha criticato la mancata menzione della crisi di solidarietà presente in Europa e ha considerato insoddisfacente l’incremento al 55% delle riduzioni di Co2.

Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli nell’intervista post-evento ha dichiarato di esser soddisfatto delle parole della Von der Leyen, soffermandosi sul concetto di salario minimo europeo e lotta alla precarietà.

 

Lo Stato dell’Unione tenuto quest’anno ha avuto il compito di rispondere a una delle maggiori crisi avvenute in Europa dal dopo guerra. Il piano presentato dalla Presidente della Commissione avrà l’obiettivo di contrastare la crisi economica che susseguirà alla crisi sanitaria attualmente in corso. Nel caso in cui dovesse riuscire nei propri intenti, ciò potrebbe rilanciare il processo di integrazione europea.

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La Legge della memoria democratica divide la Spagna

Lo scorso 15 settembre, il governo di Pedro Sánchez, ha approvato la bozza preliminare della cosiddetta “legge della memoria democratica”. Il dettagliato progetto di legge ha l’obiettivo di affrontare il tormentato passato della Guerra Civile e della dittatura franchista, terminata nel 1975. Le norme contenute nella bozza includono la chiusura di tutte le associazioni che facciano apologia del franchismo, l’invalidità delle sentenze emanate dagli “organi di repressione franchisti”, “l’attualizzazione dei programmi scolastici riguardanti la Guerra Civile e la dittatura” e l’impegno del governo a esumare dalle fosse comuni decine di migliaia di combattenti repubblicani, per dar loro degna sepoltura.

La legge dovrà ora passare dal vaglio degli organi consultivi e andrà alla discussione parlamentare intorno alla metà del 2021, ma il dibattito è già incandescente. La vicepresidente socialista Carmen Calvo ha dichiarato che è tempo che la Spagna si adegui agli altri Paesi europei con un passato dittatoriale e che “i nostri figli conoscano le origini del Paese“. Le opposizioni accusano invece il governo di voler creare una legge totalitaria che non aiuta la conciliazione nazionale. Il Partito Popolare ha poi sostenuto che Sánchez “parla di Franco tutte le volte che il suo governo ha un problema”. Il riferimento è all’esumazione del dittatore dalla Valle dei Caduti dello scorso anno, avvenuta in un periodo di difficoltà per i socialisti. L’esecutivo teme ora di non riuscire a far approvare la legge di bilancio, trovandosi obbligato a chiedere il sostegno dei liberali di Ciudadanos o degli indipendentisti catalani. Gli osservatori vedono nella norma che dichiara invalide le sentenze sommarie franchiste una mano tesa a questi ultimi, in quanto la sentenza più importante che risulterebbe invalidata è quella che condannò a morte nel 1940 Lluis Companys, presidente della Generalitat catalana repubblicano e indipendentista.

La Spagna torna quindi a fare i conti con la sua peculiare storia. A differenza degli altri Paesi europei, a Madrid la transizione democratica è stata attuata pacificamente da ex membri del regime. Inoltre, eredità del franchismo è anche la forma di stato monarchica. Per tale ragione, il distacco dai simboli e dai retaggi della dittatura è stato graduale e parziale. I partiti di sinistra chiedono dunque un definitivo stacco con il passato e una profonda riflessione storica. Al contrario, i partiti conservatori rivendicano la specificità della storia spagnola e il successo di una transizione democratica basata sul superamento della tragedia della Guerra Civile.

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Prima, durante e dopo: l’effetto Covid sui sondaggi britannici

Tra gli effetti dell’epidemia da Covid-19, vi è anche quello di aver lasciato ai cittadini una maggiore consapevolezza dell’importanza del ruolo della politica nelle loro vite. Ad essere messa in discussione è la popolare idea dell’uno vale l’altro, dal momento che i governi si sono ritrovati a prendere decisioni vitali in campo sanitario ed economico, che hanno impattato in maniera dirompente sulla vita di tutti noi. Inevitabilmente, questo ha avuto conseguenze sul consenso di cui essi godono, provocando in alcuni casi significativi mutamenti rispetto al periodo pre-pandemia. Uno dei casi più evidenti di questo fenomeno, con cui si intersecano dinamiche politiche locali, è quello del governo britannico guidato dal conservatore Boris Johnson.

 

La situazione pre-Covid

Il 12 dicembre 2019, il Partito Conservatore vinse con il 43.6% dei voti (miglior risultato di ogni partito dal 1979) le sue quarte elezioni consecutive, superando di oltre 11 punti percentuali e di 163 seggi il Partito Laburista, che otteneva invece il suo peggior risultato in termini di eletti dal 1935. Johnson vinse le elezioni con lo slogan “Get Brexit done”: concludere la travagliata uscita del Paese dall’Unione Europea e concentrarsi su temi come il miglioramento del servizio sanitario nazionale, la sicurezza, il controllo dell’immigrazione e la definizione di una nuova politica commerciale nel segno della Global Britain erano gli obiettivi della sua campagna.

Il 31 gennaio 2020, il Regno Unito uscì ufficialmente dall’Unione Europea, sebbene sia stato concordato un periodo di transizione durante il quale Londra e Bruxelles stanno cercando (sia pure faticosamente) di raggiungere un accordo per evitare il temuto no deal. L’immediato mantenimento della promessa Brexit, insieme alle difficoltà nella leadership laburista, con Jeremy Corbyn che prendeva tempo sulle proprie dimissioni, portarono i Conservatori nelle rilevazioni di febbraio al 47% dei consensi, mentre i laburisti scivolavano al 31% e i Lib-Dem, persa ormai la battaglia sulla Brexit, al 9%. 

 

Sondaggio febbraio 2020, Fonte: Savanta

La gestione della pandemia

Nelle prime settimane di marzo, il Regno Unito sembrava prendere una strada differente da quella della maggior parte dei Paesi europei. Il governo aveva fatto capire di voler evitare chiusure generalizzate per non danneggiare eccessivamente l’economia, affidandosi a generiche indicazioni di comportamento per il contenimento dell’epidemia. Tuttavia, il rapido aumento dei contagi e la malattia dello stesso Johnson (che ha rischiato la vita finendo in terapia intensiva) portarono il governo a una rapida marcia indietro, con Londra che ha vissuto il lockdown più lungo d’Europa, sia pur meno severo rispetto a quello italiano.

Questa gestione ondivaga della situazione sanitaria, insieme ai dati che danno al Regno Unito il triste primato di Paese con più decessi da Covid del Vecchio Continente, hanno fermato la crescita di consensi del Partito Conservatore, che ha toccato punte del 52% mentre Johnson lottava per la vita all’ospedale St. Thomas di Londra. In quegli stessi giorni, il Partito Laburista elesse come nuovo segretario Keir Starmer, percepito come più pragmatico e moderno rispetto a Jeremy Corbyn, cui è stato imputato il disastroso risultato elettorale dello scorso dicembre. Con la segreteria Starmer, il Labour è passato dal 28% di aprile al 38% delle ultime rilevazioni, mentre i Conservatori sono scesi al 40%. 

 

Scenari futuri

Dopo i mesi difficili della pandemia, il Regno Unito sta faticosamente tornando alla normalità, sebbene mantenga norme molto caute (di pochi giorni fa è il divieto di riunirsi in più di 6 persone) nel timore di una seconda ondata. Nonostante il trend decrescente dei sondaggi, il Partito Conservatore mantiene ancora consensi da record e ha una salda maggioranza parlamentare con cui, salvo imprevisti, governerà fino alla fine del 2024. Al contrario della gestione sanitaria poi, la gestione economica della pandemia da parte del governo Johnson è stata generalmente accolta con favore dalla popolazione. La leadership di Keir Starmer sembra invece aver dato nuova verve al Partito Laburista, che sta tornando a contendere i voti moderati ai Conservatori che si stanno muovendo in maniera quantomeno spregiudicata nei negoziati sulla Brexit. I Lib-Dem hanno invece abbandonato la battaglia europeista con la nuova leadership di Ed Davey, cercando di guadagnare voti al centro in uno scenario che resta fortemente polarizzato. Infine, preoccupa i Conservatori la costante crescita dello Scottish National Party in una Scozia che, in larghi settori, sogna un nuovo referendum sull’indipendenza per allontanarsi definitivamente da Londra e riabbracciare Bruxelles.

Internal Market Bill: contenuti e reazioni

Aumentano le tensioni fra il Regno Unito e l’Unione Europea a causa di una proposta di legge del governo di Boris Johnson.

L’Internal Market Bill è il pomo della discordia in un clima di negoziazioni già teso. Da tempo, infatti, le trattative per un accordo sul commercio post-Brexit avevano raggiunto un punto di stallo. Adesso, con la nuova legge, la possibilità di una soluzione appare sempre più lontana.

Ma andiamo con ordine: che cosa prevede l’Internal Market Bill e perché ha creato così tante tensioni?

Per poter rispondere a questa domanda, è necessaria una digressione.

Gli Antefatti

Prima dell’inizio delle trattative per un trattato sul commercio, Regno Unito e Unione Europea hanno firmato un accordo: il Withdrawal Agreement.

Questo prevede, tra le altre cose, delle disposizioni specifiche per l’Irlanda del Nord, che rappresenta l’unico confine di terra fra l’Unione Europea e il Regno Unito. La questione Irlandese è estremamente delicata e ha rappresentato l’ostacolo principale per le trattative.

La storia della regione è stata infatti caratterizzata dallo scontro (spesso violento) fra i Protestanti Unionisti, cioè coloro che vogliono restare nel Regno Unito, e i Cattolici Repubblicani, ovvero coloro che chiedono la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda (stato membro dell’Unione Europea).

La pace fu ristabilita solamente nel 1998 con l’Accordo del Venerdì Santo, grazie anche alla mediazione del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Le trattative per la Brexit hanno dunque sempre avuto come obiettivo quello di non tradire lo spirito dell’accordo, e di impedire un confine con controlli e dogane (“hard border”) fra le due “Irlanda”. La sua presenza potrebbe infatti far riemergere le tensioni che hanno macchiato di sangue la storia dell’isola.

Per questa ragione il Withdrawal Agreement prevede che, finite le trattative per un accordo commerciale e concluso il periodo di transizione, l’Irlanda del Nord continuerà a seguire i regolamenti europei sugli standard dei prodotti esportati: questo impedirà la necessità di un “hard border”. Al contrario, il resto del Regno Unito smetterà di dipendere dai regolamenti europei, il che significa che -anche qualora un trattato commerciale venisse firmato- alcuni prodotti provenienti dalla Gran Bretagna (Scozia, Galles e Inghilterra) dovrebbero comunque essere sottoposti a controlli prima di giungere in Irlanda del Nord, in quanto entrerebbero di fatto in un’area sottoposta alle regole del mercato unico europeo.

Si creerebbe, in altre parole, una situazione in cui la regione rimarrebbe politicamente parte del Regno Unito, ma avrebbe anche un confine con dogane e controlli (anche se molto limitati) col resto del Paese, causando malumori fra gli Unionisti. Questo però garantirebbe l’assenza di un “hard border”.

La Proposta

L’Internal Market Bills è una proposta di legge volta a definire i poteri del governo centrale di Scozia, Galles e Irlanda del Nord in merito a diverse aeree di competenza. La necessità della legge è abbastanza comprensibile, in quanto dopo la Brexit le competenze Europee andranno redistribuite fra il governo centrale e i governi locali.

Il problema risiede però nel testo della legge che entra esplicitamente in contraddizione con il “Withdrawal Agreement”. Essa, infatti, consente al governo Britannico di portare avanti azioni che garantiscano il commercio di beni all’interno del Regno Unito anche se in violazione del diritto internazionale. Attraverso questa clausola, il governo vuole impedire la formazione di barriere al commercio fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito nel caso in cui non si raggiunga un accordo commerciale con l’Unione Europea.

La proposta prevede l’istituzione di un ente indipendente che si occupi di monitorare il funzionamento del mercato interno, oltre che alcuni chiarimenti sul fatto che la Gran Bretagna non seguirà più le normative Europee sugli aiuti di stato.

Johnson ha difeso la sua proposta affermando che essa proteggerà gli Accordi del Venerdì Santo, garantendo l’assenza di dazi o barriere commerciali fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna anche nel caso in cui un accordo commerciale con l’Europa non venga trovato. Il governo ha anche voluto ribadire il ruolo sovrano del Parlamento per giustificare la propria azione unilaterale.

La proposta è stata apprezzata dagli Unionisti Nord-Irlandesi del DUP, che l’hanno definita un “passo avanti”, e dalla frangia più Euroscettica dei Conservatori: L’European Research Group.

Opposizione su più fronti

Le critiche alla proposta non sono certo venute a mancare.

Da un lato, diversi parlamentari Conservatori, tra cui spiccano i nomi degli ex-Primi Ministri Theresa May e John Major, si sono opposti esplicitamente alla proposta, dichiarando che sarebbe dannosa per la reputazione del Regno Unito. La divisione del Partito Conservatore sull’UE non è però particolarmente sorprendente, tanto che ben tre Primi Ministri Conservatori (Thatcher, Cameron e May) si sono dimessi per questioni legate a questo tema.

Keir Starmer, leader del Partito Laburista

Dall’altro lato non sono mancate le accuse da parte del Partito Laburista, il cui leader, Keir Starmer, ha dichiarato, rivolgendosi a Johnson: “se fallirà nel tentativo di trovare un accordo, Primo Ministro, questo fallimento le apparterrà.” Starmer, che in precedenza aveva supportato la proposta di un secondo referendum, ha ora spostato il suo partito verso l’accettazione della Brexit, indirizzando la sua opposizione contro la possibilità di un’uscita senza accordo commerciale.

Critiche forti sono arrivate anche dai Repubblicani Nord-Irlandesi di Sinn Féin, dal Primo Ministro Irlandese Micheál Martin e da Nicola Sturgeon, Primo Ministro Scozzese, la quale non ha escluso la possibilità di un’azione legale contro il governo centrale. La Sturgeon sembra essere infatti preoccupata per le nuove regole sul commercio interno, in quanto la nuova legge potrebbe comportare maggiore uniformità negli standard dei prodotti commerciati nel Regno Unito. Ciò toglierebbe potere alla Scozia nel definire i propri standard (soprattutto sui prodotti agricoli), dando maggiori poteri al governo centrale.

In opposizione alla proposta, si è dimesso Sir Jonathan Jones, segretario permanente al Dipartimento Legale del Governo. Jones è l’ultimo di ben sei burocrati di alto livello che si sono dimessi dall’insediamento del governo Johnson.

La risposta dell’UE non si è fatta attendere, lanciando un ultimatum al governo Britannico: la proposta di legge va ritirata entro la fine del mese o si potrebbe procedere per vie legali. Le tensioni emerse hanno anche portato a un crollo della sterlina rispetto al dollaro.

Anche la Democratica Nancy Pelosi, Presidente della Camera degli Stati Uniti, è intervenuta condannando l’azione di Johnson: “se il Regno Unito violerà i trattati internazionali e se la Brexit minerà l’accordo del Venerdì Santo, non ci sarà alcuna possibilità che un trattato commerciale fra USA e UK venga approvato dal Congresso”.

C’è chi definisce la proposta un bluff da parte del Regno Unito per spingere le trattative in proprio favore. Certo è che, al momento, la prospettiva di un accordo sembra più lontana che mai.

 

 

 

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Regno Unito, i liberaldemocratici rinunciano alla causa anti-Brexit

Il partito liberaldemocratico inglese, per voce del nuovo leader Ed Davey, decide di voltare pagina e di abbandonare l’intensa campagna anti-Brexit. I Lib Dem negli ultimi anni si sono contraddistinti come il più attivo partito contrario all’uscita dall’Unione Europea, raccogliendo ancora le speranze dei Remainers. Dopo queste dichiarazioni, lo Scottish National Party resta l’unico partito britannico a combattere apertamente la Brexit.

Ed Davey, nel suo discorso inaugurale, ha chiaramente affermato che per i britannici la Brexit non è più una priorità al momento e che bisogna essere aperti a tutti i votanti, anche ai Brexiters. Nel suo discorso ha utilizzato una forte espressione tipica inglese “Wake up and smell the coffee“, che sta a significare rivolgere una maggiore attenzione a tutto quello che succede intorno in modo da essere più realistici. Il partito nelle ultime tre elezioni generali ha perso molti consensi, scivolando all’11,5% nelle ultime del 2019 e la battaglia monotematica anti-Brexit non ha fatto che allontanare molti sostenitori.

Secondo gli ultimi sondaggi realizzati dal The Observer (28 agosto) e da YouGov (25 agosto), il partito liberaldemocratico si assesterebbe al 6% delle preferenze, registrando, di fatto, la più bassa percentuale di voti raggiunta dal partito nella sua storia. Il nuovo corso dell’ex segretario di Stato per l’Energia e Climate Change nel governo Cameron mira a ripristinare un alto consenso, toccando tematiche che siano esterne alla Brexit e che siano di interesse prioritario per i cittadini.

Il nuovo approccio dei liberaldemocratici arriva dopo la vittoria di Ed Davey alle primarie del partito nella quale si è assicurato 42.756 preferenze, battendo la sfidante Layla Moran che ha ottenuto 24.564 voti. Primarie che si sono svolte dopo le dimissioni dell’ex segretario Jo Swinson a seguito delle fallimentari elezioni generali del 2019, in cui lei stessa perse il proprio seggio nell’East Dunbartonshire.

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Josep Borrell invita ad agire contro il “nuovo Impero” cinese

Il diplomatico “numero uno” dell’Unione Europea ha etichettato la Cina come un “nuovo impero” al pari della Russia, invitando i membri del blocco a “correggere” gli squilibri economici con Pechino prima che sia “troppo tardi”.

Josep Borrell, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, ha delineato la sua valutazione in due articoli di opinione su pubblicazioni francesi e spagnole nel fine settimana, proprio mentre il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi è giunto in Francia nel suo tour europeo. Le osservazioni arrivano anche solo una quindicina di giorni prima che il Presidente cinese Xi Jinping partecipi a un vertice ospitato dai leader dell’Ue, e la visita in Italia dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Russia, Cina e Turchia hanno tre caratteristiche comuni: sono sovranisti all’esterno e autoritari all’interno“, ha affermato Borrell al “Le Journal de Dimanche”.

“Dopo 30 anni in cui la visione europea sembrava guadagnare terreno, la visione sovranista ha ripreso il sopravvento con questi nuovi imperi”.

Nelle ultime settimane l’UE ha criticato la Cina per aver introdotto la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, la Russia per aver offerto sostegno militare alla Bielorussia per frenare le proteste e la Turchia per le attività militari contro gli Stati membri dell’UE, Grecia e Cipro. Ma questa è la prima volta che l’UE ha definito ufficialmente la Cina come un “nuovo impero”, un passo avanti rispetto al “rivale sistemico” che ha usato per la prima volta l’anno scorso.

A differenza del principio di sovranità che si basa sulla volontà popolare, la sovranità mette in evidenza la sola sovranità dello Stato, che è una questione completamente diversa”, ha detto Borrell, sostenendo anche che  “per poter negoziare e risolvere pacificamente i conflitti con questi nuovi imperi, costruiti su valori diversi dal nostro, anche noi dobbiamo necessariamente imparare a parlare quello che ho chiamato il linguaggio del potere“.

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Spagna, tensioni nel governo Sanchez dopo apertura a Ciudadanos

Emergono tensioni all’interno del governo Spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez in vista dell’approvazione dei Presupuestos Generales del Estado (ovvero, la legge di bilancio).

Lo scontro è avvenuto fra i due partner di maggioranza: il Partito Socialista di Sanchez (PSOE), e Unidas Podemos, movimento di sinistra populista. L’origine della discordia è stato il tentativo di apertura da parte del PSOE verso il partito liberale e unionista Ciudadanos per la stesura e l’approvazione della legge di bilancio.

In una fase iniziale i rappresentanti di Unidas Podemos hanno lanciato un ultimatum a Sanchez, affermando che possibili alleanze e forme di collaborazione fra il movimento di sinistra e Ciudadanos sarebbero impensabili, e che un eventuale legge di bilancio scritta insieme al partito liberale non verrebbe votata dal movimento. I due partiti infatti portano avanti posizioni molto differenti, specialmente sull’economia. In particolare, lo scontro si avrebbe sulla questione delle tasse: Unidas Podemos chiede un aumento della tassazione per i ceti più benestanti, mentre Ciudadanos è generalmente ostile ad innalzamenti della pressione fiscale.

Pedro Sanchez (a sinistra), leader del PSOE e capo del governo, discute con Pablo Iglesias, leader di Unidas Podemos

Le ragioni per cui Sanchez ha deciso di aprire alla collaborazione sono prevalentemente due: da un lato, vi è il tentativo di creare un clima di collaborazione con tutte le forze politiche vista la situazione di crisi, e dall’altro vi è la preoccupazione per la maggioranza risicata che appoggia il suo governo. In particolare, il partito di sinistra e indipendentista Catalano Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), che ha generalmente mantenuto un dialogo e una forma di collaborazione col governo del Paese (pur non avendo ministeri), ha ora cominciato a irrigidirsi nelle sue posizioni, probabilmente in vista delle elezioni in Catalogna. Da qui la preoccupazione di Sanchez e il suo tentativo di cercare un appoggio al di fuori della maggioranza.

In risposta l’ERC ha dichiarato, per bocca della segretaria generale Marta Vialta: “Se quello che vogliono è andare dalla parte di Ciudadanos, o addirittura del PP, che lo facciano, purché non ci usino come scusa.” Nonostante ciò, ha dichiarato anche che manca il clima di collaborazione necessario per portare avanti un progetto comune, soprattutto a causa dalla crisi Catalana.

La leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, si è detta disposta a collaborare col governo, definendo le intenzioni del proprio partito come “esigenti, ma costruttive”. La leader liberale ha però posto alcune condizioni, come la riforma e il rinnovo del “Consejo General del Poder Judicial” (organo costituzionale alla testa del potere giudiziario in Spagna). Gli analisti affermano che questa scelta di collaborare sia anche dovuta al tentativo di ridurre l’influenza di Podemos sul governo del Paese.

Negli ultimi giorni, la posizione di Unidas Podemos si è ammorbidita, portando le due forze di maggioranza ad un accordo. Unidas Podemos ha infatti rimosso il veto sull’apertura a Ciudadanos, a condizione che il testo della legge di bilancio sia prima discusso fra le forze di maggioranza, e solo in una fase successiva con il partito centrista. La trattativa coi liberali avverrà con i rappresentanti di entrambe le forze di maggioranza e il testo della legge sarà presentato alle negoziazioni come testo della coalizione, e non del PSOE.

Le trattative fra il PSOE, rappresentato dal ministro delle finanze María Jesús Montero, e Unidas Podemos, rappresentata dal segretario di stato per i diritti sociali Nacho Alvarez, è già iniziata. Il nodo da sciogliere rimane quello della tassazione, ma il PSOE sembra avere fiducia nel fatto che Podemos rivedrà le sue posizioni per far in modo che il bilancio venga approvato anche da Ciudadanos. Questa possibilità è però condizionata dal fatto che l’aumento delle tasse non sia completamente eliminato dall’agenda di governo, ma semplicemente rimandato a dopo la crisi.

 

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Catalogna, l’ex Presidente Puigdemont abbandona il Pdecat

Lunedì 31 agosto, tramite il proprio profilo Twitter, Carles Puigdemont ha annunciato la sua uscita dal Partito Democratico Europeo Catalano (Pdecat). L’ex presidente della Generalitat, nello stesso tweet, ha affermato di voler rimanere al comando del neo-partito politico Junts per Catalunya, da lui stesso fondato lo scorso 25 luglio. In seguito alla fuoriuscita di Puigdemont, anche 5 senatori dell’area metropolitana di Barcellona e altri esponenti hanno deciso di seguire l’ex presidente nel nuovo partito.

Dietro questa rottura ci sarebbero le divergenze fra gli esponenti del Pdecat e l’ala facente capo a Puigdemont, riguardanti le strategie da attuare nei confronti del governo spagnolo. Queste tensioni risalgono alla dichiarazione di indipendenza catalana del 2017 e alla successiva fuga di Puigdemont a Bruxelles.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, provocando la scissione, è stata la battaglia legale promossa dal Pdecat per reclamare la titolarità del simbolo Junts per Catalunya con il quale l’ex presidente in esilio ha fondato un partito e vorrebbe concorrere in solitaria alle prossime elezioni regionali in Catalogna. Il Pdecat vorrebbe proibire l’utilizzo di questo marchio dato che è stato utilizzato nelle scorse elezioni come simbolo di coalizione, la quale riuniva i partiti indipendentisti catalani, fra cui lo stesso Partito Democratico.

L’udienza del tribunale era prefissata per martedì 1 settembre salvo poi essere stata rinviata dal giudice al 25 settembre.

Il portavoce di Pdecat, Marc Solsona, ha affermato che non si tratta di una battaglia personale nei confronti di Puigdemont, ma di far rispettare alcuni accordi societari che sono venuti meno fra le parti in modo da garantire la sicurezza legale dei gruppi comunali e istituzionali catalani. Nello stesso intervento, il portavoce ha stimato che dalla nascita di Junts per Catalunya il partito ha perso circa il 7% dei propri associati.

Nonostante la scissione, il presidente del Partito Democratico Europeo catalano David Bonvehí, in un tweet ha assicurato che i due partiti continueranno a negoziare. “Il mio massimo riconoscimento e rispetto è quello del Pdecat per Puigdemont, compagno e amico. Continueremo a lavorare, ciascuno secondo la propria visione, per raggiungere l’indipendenza della Catalogna. Continuiamo a parlare.

Se a livello regionale questo terremoto politico avrà pesanti ripercussioni in vista delle imminenti elezioni, a livello nazionale le forze indipendentiste continueranno ad essere un blocco unito nel Congresso spagnolo.

 

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2° turno delle municipali in Francia: storica ondata verde

È stata una domenica sera di grandi colpi di scena, quella vissuta oltralpe. L’onda verde ha conquistato grandi città come Lione, Marsiglia e Strasburgo. A Marsiglia, l’ambientalista Michèle Rubirola, a capo di una coalizione di sinistra arriva davanti al candidato LR Martine Vassal. A Parigi, la favorita della vigilia, Anna Hidalgo viene riconferma a discapito della candidata del centrodestra, Rachida Dati. Il grandissimo sconfitto di questa seconda tornata elettorale delle municipali francesi è sicuramente il partito dell’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, che non è riuscito ad ottenere nessuna grande città: magra consolazione la riconferma del premier Édouard Philippe nella città di Le Havre con il 58,8% dei voti. La Rassemblement national di Marine Le Pen conquista per la prima volta una città sopra i 100 mila abitanti: a Perpignan, Louis Aliot diventa sindaco con il 53% dei voti.
Il grande “vincitore” di questa seconda tornata di elezioni municipali è l’astensione record, con il 58,4%, tre francesi su cinque chiamati a votare hanno evitato le urne.


PARIGI: La riconferma della Hidalgo

Anne Hidalgo : cette pensée émue à son père disparu après sa ...
Nella “ville lumière”, il tandem socialisti-ecologisti ha portato alla riconferma della sindaca del Parti Socialiste Anne Hildago, con il 49% dei voti. “Avete scelto voi il raduno. Avete scelto una Parigi che respira, una Parigi più piacevole, vivere una città più solidale che non lascia nessuno sul ciglio della strada”, ha dichiarato Anne Hidalgo dal sagrato dell’Hotel de Ville di Parigi, dopo i primi risultati già molto chiari.
«Sperimenteremo durante questo mandato altri modi per far vivere la democrazia», ha proseguito Anne Hidalgo. Questa vittoria ha senso perché è collettiva e voglio salutare tutti i nuovi eletti parigini. Questo mandato di eletto locale è la più bella delle responsabilità.»
A Parigi, l’elezione avviene per distretti (come a Lione e Marsiglia) e non a suffragio universale diretto, come nel resto del paese. Bisognerà quindi attendere un “terzo giro” per ufficializzare la rielezione del sindaco di Parigi.
Nicolas Marly (@nico_mly) | Twitter
Dietro la socialista, al 31,7%, la candidata di “Les Républicains” Rachida Dati: “Insieme a tutti i miei compagni, abbiamo raddrizzato la destra a Parigi. Non abbiamo dato vita a un partito, abbiamo dato vita a valori”, ha affermato la repubblicana, sottolineando di aver “così rotto con l’odio, i rancori, le divisioni che hanno indebolito e fatto perdere la destra parigina dal 2001”.
La macroniana Agnès Buzyn si è fermata al 13,7% dei voti.


LILLE: Per soli 227 voti, vince Aubry

Municipales à Lille : la victoire de Martine Aubry est saluée par ...
Il secondo turno nella Cité nordiste è sintetizzabile in due numeri: 4 e 227. La sindaca socialista di Lille, Martine Aubry, è riuscita per 227 voti ad essere rieletta per la quarta volta contro il candidato ecologista, Stéphane Baly. Una suspense a cui nessuno avrebbe creduto qualche mese fa, Lille è una roccaforte socialista inespugnabile dal dopoguerra. Martine Aubry esce vincente ma indebolita per la sua quarta elezione (con il 40% dei voti), di fronte a una strategia offensiva dei suoi ex alleati verdi. Inoltre, l’altra candidata l’Hotel de Ville della città del Nord, Violette Spillebout, per La République en Marche, era sua ex direttrice di gabinetto. La candidata dell’Eliseo ha raccolto solo il 20% dei voti nonostante una campagna sul campo iniziata molto a monte.
Municipales à Lille : Martine Aubry l'emporte de justesse devant ...
“Ho sentito il messaggio ovunque in Francia sulla necessità di questa transizione ecologica”, ha detto al momento della proclamazione dei risultati, pur deplorando il livello massiccio dell’astensione. Un livello che fa dire al suo rivale Stéphane Baly che “Martine Aubry è stata eletta dal 12% degli iscritti, ossia il 7% delle Lillois”.


STRASBURGO: L’Hotel de Ville si colora di verde

Résultats municipales à Strasbourg : l'écologiste Jeanne ...
Doveva essere “la” città del partito di Emanuel Macron, La République en Marche, ma così non è stato: l’ecologista Jeanne Barseghian è la nuova sindaca della città “europea”, con il 41,7%; nettamente davanti al candidato dell’LREM, Alain Fontanel, sostenuto anche dalla destra (34,9%), e alla socialista Catherine Trautmann (23,3% dei voti).
«È un segnale molto forte di vedere Strasburgo passare ecologista per di più con una donna», ha dichiarato la neoeletta ai suoi sostenitori riuniti al caffè del Théâtre National de Strasburgo.
La candidate écologiste Jeanne Barseghian s'empare de Strasbourg ...
Durante i due turni c’è stato un tentativo di alleanza PS-ecologisti, come nel caso di Parigi, ma nonostante ciò Jeanne Barseghian, 39 anni, bretone da sua madre e armena da suo padre, è riuscita a vincere le elezioni. Questo mentre il candidato LREM aveva trovato un accordo con il candidato LR, Jean-Philippe Vetter.


BORDEAUX: Gli ecologisti prendono il posto di Juppé

Elections municipales 2020, les résultats en direct – Victoire ...
Dopo 73 anni, l’ecologista (con l’appoggio socialista) Pierre Hurmic ha conquistato l’importante roccaforte della destra francese con il 46,48% dei voti, il candidato della destra Nicolas Florian si è fermato al 44,12%. La delusione dello storico sindaco uscente della città, Alain Juppé è davvero palpabile: “Sono molto triste. Non ho nulla da dire (…). Cosa volete, è la democrazia. C’è un’onda verde ovunque in Francia”, dichiara commosso, lasciando il municipio di Bordeaux alle 21:40.

TV7 Bordeaux (@tv7bordeaux) | Twitter
Il nuovo sindaco ha dichiarato: “Io non sono un uomo di partito o dell’apparato. Sarò un sindaco a tempo pieno. La gente di Bordeaux se lo merita, non vi deluderò.” La delusione della destra è doppia, poiché nei sondaggi Florian era dato primo al 49% con 9 punti di vantaggio.


LIONE: La caporetto per Collomb

Élection municipale à Lyon : abstention, élus... Les résultats du ...
È uno dei principali colpi di scena di questo secondo turno delle elezioni municipali. A Lione, l’ecologista Grégory Doucet (sostenuto anche dalla sinistra) ha superato di gran lunga il candidato sostenuto da Gérard Collomb, Yann Cucherat, raccogliendo il 52% dei voti contro il 29%. L’ex ministro degli interni di Emmanuel Macron aveva lasciato il governo per riuscire a preservare la capitale della Gaules, che aveva amministrato per quasi vent’anni.

Pochi minuti dopo la sua vittoria, il nuovo sindaco di Lione ha voluto rassicurare “agli attori del tessuto economico, la cui preoccupazione è grande dopo i suoi mesi infelici che li hanno piegati, diciamo loro che l’ecologia non è il nemico dell’economia, è la sua migliore alleata”.


MARSIGLIA: Una vittoria a metà per Rubirola

Résultats des municipales à Marseille : Mais c'est quoi ce bazar ...
Solo all’una meno venti del mattino la situazione a Marsiglia è iniziata ad essere più chiara. Proprio a quell’ora Michèle Rubirola, la candidata della Printemps marseillais (coalizione di sinistra), comparire davanti ai giornalisti nella sua sala elettorale, per la sua dichiarazione dopo la sua vittoria durante il secondo turno delle elezioni municipali a Marsiglia. Nonostante la sua grande vittoria in termini di voti, Michèle Rubirola è prima con il 38,28% dei voti espressi (contro il 30,75% di Martine Vassal, la candidata Les Républicains) ma non ha ottenuto la maggioranza assoluta nel consiglio comunale.

La candidata repubblicana ha espresso tutte le sue perplessità: “Stasera non ho perso, stasera non c’è maggioranza a Marsiglia. C’è un punto morto che temevo. Come governeremo Marsiglia?“. Sabato prossimo sarà il consiglio municipale ad essere il vero banco di prova per vedere se ci sono possibilità per una maggioranza, ruolo fondamentale svolgeranno i candidati minori. Michèle Rubirola avrà 42 consiglieri comunali, rispetto ai 39 di Martine Vassal, mentre la maggioranza assoluta ne richiede 51.

NIZZA: La grande riconferma per Estrosi

Municipales à Nice : le maire sortant Christian Estrosi réélu avec ...
Nella perla della Costa Azzurra non c’è stata storia: il sindaco del Les Républicains, Christian Estrosi è stato rieletto per la terza volta. “Alla fine di questo secondo turno, spetta a me proclamare i risultati quasi finali (…). La lista che ho avuto l’onore di guidare è arriva in testa”, ha annunciato sul piazzale del municipio. Ed i risultati finali confermano la sua vittoria con il 59,3% dei voti – il 21,39% per il candidato di RN Philippe Vardon e il 19,3% per la lista ecologica Jean-Marc Governatori.

Tra i due turni, i due avversari dell’ex ministro di Nicolas Sarkozy avevano denunciato l’esposizione mediatica di Christian Estrosi a causa del coronavirus. “Quando è in diretta nelle 20 ore di TF1, è il sindaco o il candidato che parla? “, si era così chiesto su France Info l’ecologo Jean-Marc Governatori.


BASTIA: I nazionalisti corsi restano alla guida dalla città

Résultats des municipales à Bastia : Le maire nationaliste Pierre ...
A differenza di Ajaccio, dove al primo turno ha vinto il candidato di destra, Bastia si conferma nazionalista corsa con il successo del sindaco uscente Pierre Savelli. Il candidato nazionalista è riuscito nella riconferma ottenendo il 49,4% dei voti, è stato forte il supporto del presidente del Consiglio esecutivo della Corsica Gilles Simeoni, tra l’altro ex sindaco della città. La vittoria di “Femu a Corsica” con la lista “Bastia Piu Forte Inseme” (in cui hanno confluito tutte le anime nazionaliste e autonomiste corse) è stata agevolata anche delle divisioni dei candidati della sinistra: Jean-Sébastien de Casalta di “Unione per Bastia” (39,73%) e Julien Morganti di “Un futur pour Bastia” (10,89%).

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Presidenziali in Islanda, verso il trionfo del presidente uscente

In Islanda si sono tenute ieri le elezioni presidenziali. Al voto due candidati: il presidente uscente dell’Islanda Guðni Th. Jóhannsson e Guðmundur Franklín Jónsson. Un recente sondaggio ha mostrato un supporto del 90,5% per Guðni. La corsa “presidenziale” in Islanda si è virtualmente aperta con l’annuncio della ricandidatura del presidente islandese, Guðni Th. Jóhannesson, durante il discorso di Capodanno.

“Ora stiamo raggiungendo la fine del mio mandato di Presidente dell’Islanda”, ha detto il Presidente durante il discorso. “Sono trascorsi più di tre anni, ricchi di eventi memorabili. Quello che viene dopo? Solo il tempo potrà dirlo, ma è opportuno dichiarare che intendo darmi la possibilità di rimanere nella [residenza presidenziale di] Bessastaðir. “

Guðni è stato eletto con ampio sostegno nel giugno 2016. Da allora, ha dimostrato di essere un presidente molto popolare con alti voti di approvazione nel corso del suo mandato, dal 77% all’85% in un dato momento negli ultimi tre anni e cambiare.

Risultato delle precedenti elezioni del 2016



SISTEMA ELETTORALE

From Iceland — Not Everyone Delighted With Presidential Election ...
Il presidente islandese viene eletto con un voto popolare diretto per un mandato di quattro anni. Le elezioni si svolgono in un unico turno. Gli elettori devono indicare un candidato e viene eletto chi ottiene il maggior numero di voti. Il presidente è politicamente quasi impotente, ma tradizionalmente ha sempre esercitato il ruolo di autorità morale e ha rappresentato un simbolo per l’unità nazionale nel paese. Quindi, le elezioni presidenziali non sono sulla base di partiti politici ma piuttosto sulla personalità dei candidati. In particolare, le elezioni presidenziali di solito non sono molto “combattute” quando il presidente in carica desidera ricandidarsi. E’ la prima volta che qualcuno “osa” sfidare il presidente uscente che si ricandida.

Solo i cittadini islandesi di età pari o superiore a 18 anni (al giorno delle elezioni) possono votare alle elezioni presidenziali. I cittadini islandesi che soggiornano legalmente all’estero da più di otto anni devono presentare domanda per iscriversi ai registri elettorali islandesi. Gli elettori devono presentare un valido documento di identità per poter votare. La maggior parte dei seggi elettorali sono aperti dalle 9.00 alle 22.00, ma questo può variare in base al seggio.

SONDAGGI
Einvígi milli Guðna og Guðmundar - Skiluðu inn framboði í dag - DV
In un nuovo sondaggio da Gallup, condotto tra il 11 e il 18 giugno, il 93,5 per cento degli intervistati dichiara che intendono votare per il presidente Guðni Th. Jóhannesson alle elezioni presidenziali di sabato, mentre il 6,5% sostiene Guðmundur Franklín Jónsson. Il supporto per Guðni è aumentato del 3 per cento dall’ultimo sondaggio, pubblicato all’inizio del mese. Guðni gode di maggiore sostegno tra le donne rispetto agli uomini.

Quasi il 98 per cento delle donne lo sostengono e l’89 per cento degli uomini. La dimensione del campione del sondaggio è di 1.589 e il tasso di partecipazione è quasi il 52 per cento. Ci sono circa 250.000 elettori registrati in Islanda, 33.646 persone hanno già votato in anticipo per corrispondenza, sia in Islanda che all’estero.
A causa delle restrizioni sulle riunioni pubbliche, nessuno dei candidati presidenziali potrà radunare i propri sostenitori la notte delle elezioni, come da tradizione.

BIOGRAFIA DEL CANDIDATI

Dibattito tra i due candidati alla presidenza islandese (del 12 giugno)


Guðni Thorlacius Jóhannesson
Guðni Thorlacius Jóhannesson (26 giugno 1968) è storico, docente presso l’Università d’Islanda fino alla sua elezione. Il suo campo di ricerca è la storia moderna islandese, e ha pubblicato una serie di lavori sulle guerre del merluzzo, la crisi finanziaria islandese del 2008-11 e la presidenza islandese. Guðni ha giocato a pallamano durante la sua giovinezza (sia in Islanda che nel Regno Unito). Si è laureato presso Menntaskólinn í Reykjavík nel 1987 e ha conseguito una laurea in storia e scienze politiche presso l’Università di Warwick in Inghilterra nel 1991 e un master in Storia dell’Arte presso l’Università d’Islanda nel 1997.

Uutisvideot: Islanti, presidentti Guðni Thorlacius Jóhannesson ...
Guðni ha deciso di candidarsi alla presidenza il 5 maggio 2016. I primi sondaggi hanno mostrato un sostegno significativo, e dopo la decisione del presidente in carica Ólafur Ragnar Grímsson di ritirarsi dalla corsa lo storico islandese ha visto un aumento della sua popolarità in vari sondaggi, che lo hanno classificato primo con il 67%, molto più avanti di altri concorrenti. Guðni è stato eletto il 25 giugno dopo aver ricevuto il 39,1% dei voti. Il presidente dell’Islanda non era affiliato con nessun partito politico. Descrivendosi, dichiarò che sarebbe stato un “presidente meno politico” rispetto al suo predecessore Olafur Ragnar Grimsson. Guðni ha sottolineato più volte l’importanza dell’unità per la piccola nazione nordica.
All’incirca un mese dopo l’inizio del suo mandato, il neopresidente aveva un indice di approvazione del 68,6% in un sondaggio del MMR.

Guðmundur Franklín Jónsson
Guðmundur Franklín Jónsson (nato il 31 ottobre 1963) è un uomo d’affari e politico islandese. Ha studiato economia e commercio e ha lavorato come mediatore finaziario negli Stati Uniti, ma ora è direttore d’albergo in Danimarca. Guðmundur ha fondato il partito politico Right Green (di orientamento nazionalista), che si presentò alle elezioni parlamentari nel 2013 e guadagnando l’1,7%. Già in precedenza, aveva intenzione di correre nel 2016, ma non ha ricevuto le raccomandazioni richieste per la presentazione della candidatura.

Guðmundur Franklín á kjörstað í Menntaskólanum við Sund.