Kosovo

San Valentino alle urne per il Kosovo

La situazione in Kosovo

Il 14 febbraio in Kosovo si tornerà a votare. Infatti, dopo il verdetto della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegale l’elezione del governo di Avdullah Hoti dello scorso giugno, la presidente ad interim Vjosa Osmani ha sciolto il parlamento e ordinato alla commissione elettorale di iniziare i preparativi per il voto. Alla base della decisione della Corte vi è Etem Arifi, assegnatario dell’unico seggio parlamentare riservato alla minoranza Ashkali. Arifi, aveva votato in favore della formazione del governo Hoti ma era stato precedentemente incarcerato per reati di corruzione.

Il problema rischia di ripresentarsi a breve perché Vetëvendosje! (Autodeterminazione!, nazionalismo di sinistra) ha affermato che intende candidare Albin Kurti alle prossime elezioni. Kurti, già Primo ministro dal febbraio al giugno 2020, insieme ad altri tre parlamentari, ha a suo carico una condanna per aver lanciato gas lacrimogeno nell’aula del parlamento nel 2015 durante una protesta. L’eleggibilità di Kurti sarà uno dei punti focali della campagna elettorale, dato che il leader di Vetëvendosje rimane tra i politici più popolari del Paese.

Una lunga crisi politica

Lo scioglimento del governo Hoti prolunga la lunga crisi del governo di Prishtina. Il 19 luglio 2019,  il Primo Ministro Ramush Haradinaj è stato convocato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia de L’Aia. A seguito di questo, rassegna le dimissioni.

Il successivo governo Kurti, una coalizione tra Vetëvendosje e la Lega Democratica del Kosovo (conservatore), si formò dopo quattro mesi di negoziati. Una delle prime decisioni dell’esecutivo guidato da Kurti fu quella di abrogare l’impopolare aumento di stipendio per i membri del Governo stesso.

Kurti riteneva anche che per difendere al meglio il Paese, fosse necessario introdurre una leva militare obbligatoria di tre mesi.

Il 18 marzo 2020, Kurti “licenzia” il ministro dell’Interno Agim Veliu (della Lega Democratica) per il suo supporto all’istituzione dello stato di emergenza in risposta alla pandemia. Questo avrebbe dato potere al Consiglio di sicurezza del Kosovo guidato da Hashim Thaçi (del Partito Democratico del Kosovo).

In risposta a questo, il 25 marzo la Lega Democratica del Kosovo ha votato una mozione di sfiducia al Governo. Con il voto favorevole di 82 membri dell’Assemblea del Kosovo, il Governo Kurti è diventato il primo esecutivo a cadere in merito a disaccordi su come contrastare la pandemia.

Il governo Hoti

Al posto dello sfiduciato esecutivo Kurti, si è avuta l’elezione di Hoti della stessa Lega Democratica, supportata da altri tre partiti. Inoltre, a novembre 2020 il Presidente della Repubblica Hashim Thaçi si è dimesso dopo essere stato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla corte de L’Aia, fatto che ha portato alla nomina ad interim della presidente del Parlamento Vjosa Osmani. Ai problemi istituzionali si sommano inoltre le polemiche legate agli accordi commerciali stretti con la Serbia con la mediazione degli Stati Uniti, i quali potrebbero essere rivisti in seguito all’elezione di Biden.

nuovo leader CDU

La CDU incorona Laschet nuovo Leader

Armin Laschet, 59 anni, è il nuovo leader della CDU. Il presidente del Land Nord-Reno-Vestfalia riesce a trionfare in un’elezione rimasta incerta fino all’ultimo.

La corsa alla presidenza di Laschet non è stata priva di ostacoli. All’annuncio della candidatura, sembrava avere buone probabilità di successo. In seguito, lo scoppio della pandemia ha a lungo offuscato la sua stella e posto più di qualche interrogativo sulla sua capacità di leadership. Laschet, infatti, è finito sul banco degli imputati della gestione della epidemia nel suo Land, uno dei più duramente colpiti negli ultimi mesi. Alla fine, tuttavia, è riuscito a spuntarla.

I 1001 delegati al voto, previsto nei mesi scorsi ma poi rimandato, hanno votato per la prima volta a distanza, tramite una piattaforma online.

Dopo il primo turno che ha visto 385 voti per Friedrich Merz, 380 per Laschet e 224 per Norbert Röttgen, il ballottaggio ha incoronato Laschet quale nuova guida dei cristiano-democratici con 521 delegati a suo favore, a fronte dei 466 per Merz.

 

Chi è Armin Laschet

Tra i tre candidati, Laschet era considerato senza ombra di dubbio il più vicino ad Angela Merkel. Se Merz e Röttgen hanno proposto la linea politica della discontinuità, al contrario Laschet è il leader della continuità.

Una linea politica fatta di europeismo, cooperazione internazionale, apertura sui temi migratori. Qualcuno, per denigrarlo, lo ha chiamato Armin il turco. Un nomignolo utilizzato per sottolineare la sua posizione sul tema migratorio, dato che la comunità turca è la più numerosa comunità straniera in Germania.

Sono stati due i punti di forza della sua candidatura. Da un lato, Laschet si posiziona al centro nello spettro della CDU. Le sue posizioni non sono troppo conservatrici e questo ha probabilmente attirato i voti dei più progressisti. Inoltre, le sue posizioni economiche a favore degli imprenditori, anche più liberali di quelle del governo Merkel, sembrano soddisfare una parte della base del partito. Dall’altro, Laschet ha potuto contare sull’appoggio dell’attuale ministro della salute Jens Spahn, che ha fin da subito sposato la sua candidatura. I più maligni sussurrano per puri interessi personali.

Cosa succede adesso nella CDU

La nomina di Laschet verrà ufficializzata il prossimo 22 gennaio. Poiché il voto si è svolto in digitale, per prevenire eventuali frodi o contestazioni, la CDU ha deciso di far tenere anche una contemporanea votazione via posta, per certificare l’esito del voto oltre ogni dubbio.

Si apre adesso un’importante fase di riflessione per il partito. Insieme con il partito gemello bavarese CSU, la CDU dovrà decidere chi sarà il candidato alla cancelleria. Laschet ha più volte dichiarato che il leader della CDU deve anche essere il candidato alla cancelleria. Tuttavia, nessuno scenario può essere escluso. A maggior ragione se la CSU farà quadrato intorno al presidente della Baviera Markus Söder, i cui indici di gradimento sono schizzati alle stelle nei mesi della pandemia.

Anche l’attuale ministro della salute Jens Spahn studia con attenzione la situazione. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, proprio di recente Spahn avrebbe sondato l’umore dei membri del partito per una sua eventuale candidatura come cancelliere.

Portogallo

Il Portogallo assume la guida del Consiglio UE: “Tempo di agire”

Per i prossimi sei mesi, nel mezzo di una crisi sanitaria ed economica con pochi precedenti, il Portogallo sarà alla guida del Consiglio dell’Unione Europea. Il Paese ha assunto la Presidenza di turno semestrale del Consiglio il 1° gennaio 2021, succedendo alla Germania. È la quarta volta che Lisbona svolge il ruolo da quando è entrata a far parte dell’allora Comunità Economica Europea (CEE) nel 1986.

L’agenda della presidenza portoghese

Secondo il Primo Ministro portoghese António Costa, che ha recentemente presentato il programma per i prossimi mesi, l’azione complessiva della nuova Presidenza ruoterà attorno a cinque linee d’azione minori, imposte principalmente da fattori esterni: un’Europa resiliente, verde, digitale, sociale e globale. In questo contesto, l’UE è chiamata a garantire la ripresa economica e sociale dal COVID-19. Sotto l’attuale Presidenza, l’Europa inizierà ad utilizzare il nuovo budget per il periodo 2021-2027, lo strumento di ripresa economica “Next Generation EU”, nonché il piano di vaccinazione contro il COVID-19. Quest’ultimo è stato elevato al rango di alto livello di priorità, in quanto un insuccesso minerebbe ulteriormente la fiducia dei cittadini nell’UE. La ripresa del blocco sarà “basata sulla transizione verde e digitale”, e dovrà assicurare che, tramite il pilastro europeo dei diritti sociali dell’UE, nessun cittadino sarà lasciato indietro.

Continuità con il passato

Saranno portati a termine alcuni dei lavori svolti sotto la precedente Presidenza tedesca, come la definizione delle future relazioni UE-Regno Unito. Verranno inoltre sostenuti i progressi sull’azione per il clima (Climate Law) per consentire all’UE di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. La Presidenza sarà anche la prima a rapportarsi con la nuova amministrazione statunitense, guidata dal Presidente eletto Joe Biden. L’obiettivo è di rivitalizzare le relazioni transatlantiche nel campo del digitale, dell’ambiente, della sicurezza, del commercio e del multilateralismo e molto altro ancora. Parallelamente, le relazioni con l’Africa e l’India riceveranno un nuovo impulso. La Presidenza intende contribuire attivamente alla preparazione del 6° vertice UE-Unione africana e organizzare una riunione dei leader europei con il Primo Ministro indiano, nel tentativo di consolidare partenariati reciprocamente fruttuosi.

 

Portogallo

Il Primo ministro del Portogallo, Antonio Costa

Di seguito sono riportate tre grandi aree di lavoro su cui la presidenza si concentrerà maggiormente nei prossimi sei mesi:

Un’Unione più forte nel settore della sanità

Al fine di promuovere una cooperazione rafforzata tra gli Stati membri dell’UE nel settore della sanità, il governo portoghese mira a sostenere le misure necessarie per aumentare la capacità di risposta dei servizi sanitari alle minacce per la salute pubblica. Da un lato, la Presidenza sarà impegnata a lavorare per la produzione e la distribuzione di un vaccino sicuro e accessibile per il blocco europeo. Dall’altro, a promuovere partenariati internazionali volti ad ottenere risultati per lo sviluppo umano, con particolare attenzione al settore della salute. Nella pratica, la nuova Presidenza cercherà di concretizzare l’ambizione della Commissione Europea di creare un’Unione più vera, migliore e rafforzata nel settore della sanità. Questo in contrasto con le forme tradizionali di cooperazione rafforzata che, il più delle volte, rappresentano nient’altro manifestazioni di volontà.

Accelerare la trasformazione digitale

Un’altra priorità fondamentale per il governo portoghese è quella di accelerare la trasformazione digitale al servizio dei cittadini e delle imprese. Nel contempo, si vuole promuovere la leadership europea nell’economia digitale. In quest’ottica, rientrano le proposte legislative per la regolamentazione dei servizi digitali – Digital Services Act (DSA) e Digital Markets Act (DMA) – pubblicate nel dicembre 2020 dalla Commissione Europea, che mirano ad aggiornare la ventennale Direttiva sul commercio elettronico.

La Presidenza dovrà realizzare la difficile ambizione di avvicinare le diverse posizioni degli Stati membri sul pacchetto all’interno del Consiglio, stabilendo così parità per le imprese digitali. Nel programma, troviamo anche (i) le leggi sulla governance dei dati, (ii) la legislazione sulla cybersecurity, (iii) gli investimenti nella connettività e (iv) il regolamento sulla privacy elettronica.

Inoltre, il Paese cercherà di incoraggiare nuove soluzioni e strategie digitali nei settori della salute, della ricerca e dell’innovazione (R&I), della proprietà industriale, della giustizia e della mobilità. Come prima mossa, all’inizio di gennaio la Presidenza ha inviato agli stati membri il nuovo compromesso proposto per il regolamento sulla privacy elettronica. In questo contesto, i prossimi mesi saranno incredibilmente importanti per definire il modo in cui l’Europa inquadrerà il mondo digitale in futuro.

Una nuova spinta alle politiche sociali

Le politiche sociali saranno la pietra angolare della Presidenza portoghese, che mira a guidare la transizione digitale e verde senza trascurare alcun segmento della società. Il governo si è impegnato a prestare un’attenzione trasversale alla parità di genere e alla lotta alla discriminazione. Avranno spazio anche le politiche contro la povertà e l’esclusione sociale, inclusa la protezione specifica dei gruppi più vulnerabili. A tal fine, a maggio sarà organizzato un vertice (in persona) – il vertice sociale di Porto, che riunirà le parti sociali, la società civile e le istituzioni, dando impulso all’attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali e del relativo piano d’azione della Commissione Europea. In questo senso, nel 2020 il governo portoghese ha annunciato il suo piano per elaborare una “Carta dei diritti digitali” nel giugno 2021, che si concentrerà sui diritti fondamentali nell’era digitale.

Il Portogallo vuole un’Unione più presente nel mondo

Mentre il motto della Presidenza tedesca era “Insieme per la ripresa dell’Europa”, il Portogallo propone“Tempo di agire: una ripresa equa, verde e digitale”. segna il passaggio alla fase successiva, che si concentrerà sulla materializzazione della ripresa: “Tempo di agire: una ripresa equa, verde e digitale”. Così facendo, la Presidenza agirà sulla falsariga di una linea guida recentemente consolidata: trasformare l’Europa in un attore globale. Secondo Costa “Un’Europa che può essere più presente nelle diverse catene del valore, ma che rifiuta il protezionismo e rimane aperto al mondo“. Alla seconda Presidenza del Trio, che succede a quella della Germania cominciata nel giugno 2020, seguirà la Slovenia nella seconda metà del 2021.

Gibilterra

La Rocca contesa tra UE e UK nel post-Brexit

Il giorno della viglia di Natale, il Regno Unito e l’Unione Europea sono riusciti a trovare un’intesa definitiva sul loro divorzio. Mentre 26 Stati membri tiravano un sospiro di sollievo, nella penisola Iberica le acque non si erano affatto calmate, specialmente nel territorio d’oltremare di Gibilterra. Spagna e UK dovevano, infatti, scongiurare la creazione di un “confine rigido” tra la rocca britannica e la Spagna e regolare i futuri rapporti post-Brexit. E il tempo a disposizione era di una sola settimana.

Dopo serrate trattative durate sette giorni e sette notti, il 31 dicembre 2020 le due delegazioni, guidate dai rispettivi ministri degli Esteri Dominic Raab e Arancha González Laya, hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di principio in extremis. “Oggi è un giorno di speranza! – ha affermato la González Laya – Nella lunga storia delle nostre relazioni con il Regno Unito, legate a Gibilterra, oggi siamo di fronte a una svolta“. La bozza si trova ora nelle mani della Commissione UE, la quale dovrà avviare con Londra un negoziato specifico che probabilmente si concluderà entro la prima metà del 2021. Durante il periodo di transizione, ha promesso González Laya, verrà garantita “la più fluida mobilità possibile” di persone e merci tra i due territori.

I termini dell’accordo

In primo luogo, l’accordo prevede la scomparsa della Verja, l’attuale frontiera esistente tra Gibilterra e La Línea de la Concepción, città spagnola di confine in provincia di Cadice, entro sei mesi.

Il confine tra Gibilterra e Spagna chiamato “Verja”

Il governo spagnolo ha, inoltre, aggiunto che Gibilterra si unirà a Schengen, cioè lo spazio europeo che prevede la libera circolazione delle persone e che include 22 paesi dell’Unione Europea, oltre a Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein. Il porto e l’aeroporto gibiliterrini diventeranno, quindi, la frontiera esterna dell’UE, con controlli effettuati dall’agenzia europea Frontex per un periodo iniziale di quattro anni. Alla domanda se ciò comporterebbe la presenza delle forze di sicurezza spagnole a Gibilterra – un punto che si è rivelato critico nei negoziati – fonti del ministero degli Esteri spagnolo citate da El País rispondono affermativamente, trovando sicuramente la ferma opposizione del governo locale presieduto da Fabian Picardo.

Da ultimo, è stato stabilito che le regole europee in materia di concorrenza, finanza, ambiente e lavoro rimarranno pienamente in vigore nel territorio della Rocca.

Contesa tra due Corone

Il testo, invece, non si è avventurato nella questione della sovranità sull’exclave britannica, una disputa tra Londra e Madrid che risale alla Guerra di Successione Spagnola dei primi del Settecento. Pur essendo mutato lo scenario geopolitico mondiale, Gibilterra rimane strategica e, proprio per questo motivo, nessuna delle due Corone intende rinunciare al controllo dell’accesso all’intero Mar Mediterraneo. I Borbone hanno cercato a lungo di reclamare il minuscolo territorio sulla punta meridionale della Penisola Iberica ma, gli abitanti locali hanno sempre affermato la propria volontà di restare nell’Impero Britannico. Ne è un esempio il referendum sulla sovranità del 2002, in occasione del quale il 98,97% dei gibilterrini si sono opposti alla condivisione di sovranità con la Spagna.

Tuttavia, la luna di miele tra le due nazioni è finita con il referendum sulla Brexit del 2016. Ben il 95,91% ha optato per il “remain”, convinti che una “hard Brexit” avrebbe creato enormi problemi all’economia locale. Per questa ragione, in questi quattro anni il primo ministro Picardo si è impegnato a garantire la libera circolazione delle persone e l’esistenza di un regime doganale speciale favorevole. Obiettivo raggiunto con l’intesa dell’ultimo giorno del 2020.

Il primo ministro di Gibilterra Fabian Picardo

Post-Brexit

Di fronte ai toni trionfali del governo di Pedro Sànchez, stridono le parole più realistiche di Picardo: “Penso che sia importante temperare questo momento comprendendo che quello che abbiamo è un accordo di principio, non un trattato” – ha confessato ai giornalisti.

Sicuramente, i prossimi mesi saranno decisivi per sciogliere i nodi ancora irrisolti da entrambe le parti coinvolte. C’è da dire, però, che i contenuti finora definiti favoriscono nettamente Gibilterra e Spagna. Come osserva El País[…] si è creato il paradosso per cui Gibilterra potrà ritrovarsi più integrata all’Unione Europea rispetto a quando il Regno Unito era ancora uno stato membro”.

Grecia

La Grecia approverà l’espansione delle proprie acque territoriali

L’11 gennaio 2021, il parlamento greco approverà l’espansione delle acque territoriali. Già a dicembre il Consiglio di Stato greco aveva approvato l’estensione da 6 a 12 miglia nautiche delle acque territoriali nel Mar Ionio. La motivazione di questa scelta, secondo i media locali, va attribuita a una disputa con la Turchia. La Grecia, infatti, ha spesso avuto problemi a risolvere controversie sulla delimitazione territoriale con lo Stato governato da Erdogan e questa estensione servirà a mandare un segnale per risolvere questa disputa. Ankara aveva avvertito già ad agosto che questa azione rappresenta “un casus belli”. Sempre ad agosto, sia il presidente americano Trump, sia il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas, puntavano sul dialogo tra le nazioni.

La disputa tra Grecia e Turchia

La questione tra Turchia e Grecia nasce per i diritti di sfruttamento delle risorse di idrocarburi nel Mediterraneo orientale. Le due nazioni hanno diverse opinioni sull’estensione delle piattaforme continentali. La Turchia ritiene di avere la costa più lunga del Mediterraneo orientale ma ha un’estensione delle acque territoriali stretta a causa delle isole Greche. L’esempio più rappresentativo secondo la Turchia è l’isola di Kastellorizo. L’isola si trova a 2km dalla costa meridionale della Turchia e a 570km dalla Grecia continentale, e la Turchia rivendica quelle acque territoriali come proprie. La Grecia rivendica le acque territoriali intorno all’isola di Kastellorizo come proprie. Infatti, secondo la convenzione di Montego Bay del 1982, un trattato marittimo delle Nazioni Unite, attribuisce quelle acque alla Grecia, anche se la Turchia non lo riconosce.

La reazione albanese

Il governo albanese di Edi Rama ha sempre sostenuto il diritto della Grecia a raddoppiare le proprie acque territoriali. Dopo questa decisione presa da parte della Grecia, in Albania sono aumentate le domande per il primo ministro Rama su cosa comporterà questa decisione. Da parte dell’opposizione, non solo aumentano i dubbi sugli effetti che questa scelta del governo scaturirà, ma anche su quale sia il piano per la delimitazione marittima con la Grecia. Le due nazioni hanno scelto che la decisione finale la prenda la Corte internazionale di giustizia. La Grecia, prima che la questione arrivasse di fronte alla Corte, ha però approvato l’estensione. L’Albania potrebbe presentare un reclamo presso le nazioni unite ma, secondo il primo ministro, la Grecia ha tutto il diritto di estendere le proprie acque territoriali e la questione non riguarda l’Albania.

Il presidente dell’Albania Meta, invece, ha dichiarato di aver chiesto informazioni esaustive al governo greco per qualsiasi sviluppo correlato alla delimitazione dello spazio marittimo tra i due Paesi.

Le polemiche interne in Albania

Secondo il primo ministro Rama, il presidente ha chiesto informazioni pubblicamente solo per far guadagnare punti politici per il suo ex partito ora all’opposizione, LSI. Rama ha poi ribadito nuovamente che questo processo di delimitazione marittima non riguarda l’Albania. Anche il più grande partito d’opposizione del paese, il PD, ha fatto pressioni a Rama per essere più trasparente. Inoltre, il PD ha chiesto al primo ministro di informare l’opinione pubblica sui negoziati per la delimitazione marittima che proseguono dal 2013. Ha poi chiesto se la Grecia in questi negoziati abbia richiesto questa nuova estensione. Infine, ha domandato se il governo prima di appoggiare questa decisione abbia analizzato i risvolti legali di questa scelta.

Monarchia

Nuovo sondaggio premia la monarchia spagnola nonostante gli scandali

L’opinione pubblica spagnola cambia radicalmente idea in merito ad un ipotetico referendum tra monarchia parlamentare e repubblica rispetto a tre mesi fa. È questo il risultato che emerge dal sondaggio svolto da La Sexta. Nonostante lo scandalo fiscale che sta riguardato l’ex monarca Juan Carlos, gli spagnoli sono tornati ad avere fiducia nella monarchia. Nel caso in cui ci dovesse essere un referendum, il 54.3% sosterrebbe la monarchia rispetto al 30.3% che invece sarebbe favorevole alla repubblica.

La rapida crescita della monarchia

Risultati totalmente opposti rispetto a 3 mesi fa. A settembre lo stesso sondaggio svolto da La Sexta vedeva il sostegno alla Corona al 34.3%. Una crescita di ben 20 punti percentuali in soli 90 giorni. Al contrario, i difensori della repubblica sono passati dal 43,8% al 30,3%.

Un altro elemento che emerge dal sondaggio è che gli spagnoli non vedono la necessità di un referendum. Il 67.1% degli spagnoli non reputa necessario indire un referendum di questo tipo al momento.

Cosa dicono i partiti?

L’opinione dei partiti riguardo una consultazione popolare vede gli elettori di Vox come i più contrari. Ben il 97.1% non reputa necessario dover andare alle urne. Seguono gli elettori del PP (94,9%) e dei Ciudadanos (87%). Solo i sostenitori di Unidas Podemos, con l’88,7%, risultano ampiamente favorevoli a questa possibilità.

I più divisi sono gli elettori del PSOE, che tuttavia sono anche loro ampiamente contrari ad un referendum, con il 57,9% che non lo ritiene necessario.

Oltre ad essere i principali promotori di un referendum di questo tipo, i sostenitori di Unidas Podemos sono anche quelli che più fortemente appoggiano la repubblica con l’88,7%, mentre tra i socialisti il ​​sostegno alla repubblica raggiunge il 44,7%, superando quello della monarchia costituzionale, che ottiene il 36,1%.

Il rifiuto del voto coincide con il supporto alla monarchia, ed è l’elettorato Vox che più sostiene questa opzione con il 95,6% dei suoi elettori, seguito dal 94,2% dai sostenitori del PP e dal 74,1% dei Ciudadanos.

La posizione di Juan Carlos

Questi sondaggi avvengono in un momento in cui il dibattito pubblico sul ruolo della monarchia in Spagna è all’ordine del giorno, a causa degli scandali usciti riguardo alle accuse di evasione fiscale nei confronti dell’ex Re Juan Carlos.

Le prime notizie risalgono al 2018, quando emersero delle intercettazioni in cui si parlava di due conti corrente in Svizzera associati alla famiglia reale e dai quali partivano trasferimenti di denaro verso paradisi fiscali. Tra questi spostamenti monetari, è stata scoperta anche una donazione di 65 milioni di euro all’ex amante di Juan Carlos, Corinne Larsen.

Più recente, la decisione da parte dell’ex Re, da agosto si è stanziato negli Emirati Arabi Uniti, di versare 678mila Euro per regolarizzare la propria posizione con il Tesoro. Proprio questi sviluppi hanno permesso a Unidas Podemos, ora nel governo di coalizione, di tentare di aprire il dibattito sulla monarchia parlamentare, istituita nel 1978. Tuttavia, il Presidente Pedro Sánchez ha respinto qualsiasi proposta di cambiamento del modello attuale, nonostante le pressioni degli alleati di governo.

Le accuse di Podemos

Per il portavoce di Podemos, il deputato Rafael Mayoral, queste azioni “non possono essere risolte con la regolarizzazione” e ha chiesto un trattamento più approfondito. Mayoral ha messo in dubbio l'”inviolabilità e impunità assoluta” del Capo dello Stato all’interno della Costituzione e ha sottolineato “la vergogna a livello internazionale” che le azioni dell’emerito hanno provocato. Podemos si era già pronunciata più volte in questi anni contro Juan Carlos I.

Queste posizioni del membro di Unidas Podemos si scontrano con la visione moderata di Pedro Sánchez. In un’intervista a Tele Cinco, il Presidente ha assicurato che il governo difenderà il patto costituzionale del 1978, il quale sancisce che la forma di governo è la monarchia parlamentare. “Dobbiamo rispettare la monarchia parlamentare, quest’ultima non è in pericolo in Spagna“, ha detto.

Il PP è intervenuto in questi giorni, tramite il suo vicesegretario Antonio González Terol, per elogiare il “lavoro inestimabile” che Juan Carlos I ha fatto nel “recupero delle libertà“.

È della stessa linea di Mayoral il leader di Podemos Pablo Iglesias Turrìon. Quest’ultimo ha proposto di aprire a livello politico “un tranquillo dibattito sulla possibilità che i cittadini possano controllare le istituzioni pubbliche senza alcuna eccezione” per esaminare il grado di accettazione dell’attuale Monarchia Parlamentare.

Olaf Scholz

Il destino della SPD passa per le mani di Olaf Scholz

Il 2021 sarà un anno cruciale per la Germania. Il 26 settembre, gli elettori saranno chiamati al voto per le elezioni nazionali. Una tornata elettorale che, salvo clamorosi colpi di scena, metterà fine al lunghissimo cancellierato di Angela Merkel (CDU).

Le incognite intorno a questa elezione sono moltissime. Tuttavia, una delle principali riguarda certamente la SPD (Partito dei socialdemocratici tedeschi), attuale azionista di minoranza del governo di Große Koalition con la CDU/CSU (Unione dei cristiano democratici tedeschi).

Con un’emorragia di consensi che dura ormai da diversi anni, il destino della SPD passa soprattutto per le mani di un uomo: Olaf Scholz.

SPD

Chi è Olaf Scholz

62 anni, attuale vicecancelliere e ministro delle finanze, lo scorso 10 agosto 2020 Olaf Scholz è stato ufficialmente nominato candidato della SPD alla Cancelleria.

La sua carriera politica inizia nel 1975 nella Jusos, l’organizzazione giovanile della SPD. Negli anni precedenti alla caduta del muro, scala le gerarchie dell’associazione, rifacendosi a un orientamento marxista molto marcato.
Dopo il 1989, entrato definitivamente nella SPD, inizia a farsi conoscere nel distretto di Amburgo, città al quale la sua carriera rimarrà sempre legata.

Nel 2002 diventa segretario della SPD, sostenuto dall’allora cancelliere socialista Gerhard Schröder. Nel 2007, subentra a Martin Schulz come Ministro del lavoro nel primo governo Merkel, rimanendo in carica fino al 2009.

Per due anni, fino al 2011, la sua stella politica sembra in discesa. Molti ne iniziano a pronosticare una lenta ma inesorabile caduta. Invece, Scholz diventa sindaco di Amburgo, rimanendo in carica fino al 2018. Grazie ai buoni risultati ottenuti nella città anseatica, riesce a rilanciare la sua carriera politica, entrando nel governo Merkel IV in qualità di ministro delle finanze.

 

Olaf Scholz - Merkel

Olaf Scholz con la cancelliera Angela Merkel

Il candidato (im)perfetto

Il quotidiano amburghese Handelsblatt ha scritto di Scholz che pochi politici hanno un’immagine dai contorni così definiti come la sua. Questo vale sia per i suoi punti forti che quelli deboli.

Da un lato, Scholz si è costruito la fama di essere un politico affidabile, in grado di imporre le sue idee e la sua agenda, un maestro del compromesso. Una qualità quest’ultima, è utile ricordarlo, ritenuta fondamentale per ogni aspirante Cancelliere in Germania. Inoltre, viene considerato un abile calcolatore, in grado di pensare velocemente e di reagire con determinazione agli imprevisti.

Dall’altro lato, l’attuale Vicecancelliere è considerato un pessimo comunicatore, non in grado di ispirare gli elettori al di fuori della sua base, a tratti saccente e pignolo nelle discussioni. Inoltre, la sua eccessiva sicurezza gli farebbe perdere di vista le sue debolezze. Un parere condiviso da diversi analisti dalle parti di Berlino.

Quel che è certo, è che non si può mai dare nulla per scontato quando si parla di Scholz. Sempre l’Handelsblatt ha scritto che l’aspetto più sorprendente è uno: Scholz è ancora lì, nonostante la sua fine sia stata pronosticata più volte. L’ultima volta nel dicembre 2019, quando era stato battuto nella corsa alla segreteria nazionale del partito.

Il programma elettorale di Olaf Scholz

Come inevitabile, il programma elettorale di Scholz e della SPD per le elezioni di settembre sarà dominato dalla reazione alla crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19.

Scholz ha dichiarato più volte ai media tedeschi che la pandemia di Covid-19 rimette al centro del dibattito, in primo luogo, i temi di natura sociale. A un evento ufficiale del partito, nello scorso dicembre, l’attuale ministro delle finanze ha dichiarato che “Bisognerà lottare per ottenere maggiore rispetto nella società”. E ancora: “Tutti i lavoratori devono poter contare su una cosa: che il lavoro sarà in cima alle priorità del prossimo governo”.

Se diventasse Cancelliere, Scholz ha promesso di battersi per l’introduzione di un salario minimo orario di 12 euro. Inoltre, ritiene fondamentale che si torni a investire sui giovani, a partire da un salario minimo anche per i tirocinanti impegnati nei programmi di apprendistato.

Altro tema centrale, che potrebbe rappresentare un punto di convergenza con i Verdi, è quello della lotta ai cambiamenti climatici. La SPD si impegna ad attuare riforme più stringenti fin da subito.

Altro tema caro a Scholz, sin dai tempi del suo impegno politico ad Amburgo, è quello del prezzo degli alloggi. Costruire nuovi appartamenti e introdurre politiche di sostenibilità economica per gli affitti sarà una delle principali sfide lanciate dalla SPD nel programma elettorale.

Cosa dicono i sondaggi: la rincorsa della SPD

Tuttavia, Scholz deve fare i conti con i sondaggi e soprattutto con l’emorragia di consensi che il partito vive da diversi anni a questa parte. Alle elezioni del 2017, la SPD raggiunse il 20,5%. All’epoca, il risultato peggiore dal dopoguerra. Dopo quella tornata le cose non solo non si sono messe meglio, ma sono addirittura peggiorate.

Secondo un sondaggio di Yougov del 6 gennaio, la SPD si aggira intorno al 15%. Altri istituti demoscopici rilevano dati simili, e in tutti i casi mai superiori al 17%.

La crisi della SPD è aggravata dall’afflusso di voti verso due competitor. Da un lato, la sinistra radicale die Linke, che mantiene una percentuale del 9% in linea con le elezioni del 2017. Dall’altro, i Verdi, che apparentemente drena la maggior parte dei suoi voti proprio dalla SPD.

Infatti, i Verdi sembrano riuscire ad attirare un elettorato variegato, che prima votava soprattutto per la SPD. Se per certi versi i due partiti hanno alcune convergenze tematiche, che ne potrebbero favorire un’eventuale alleanza, è altrettanto vero che sembra difficile che la SPD riesca a riconquistare gli elettori perduti in pochi mesi.

L’ultima speranza

In un’elezione che si preannuncia tra le più imprevedibili di sempre, Scholz ha una sola speranza. Una speranza che, paradossalmente, risiede proprio nei suoi competitor a sinistra. Qualora SPD, Verdi e die Linke ottenessero insieme il 50% dei consensi, potrebbero aprirsi degli spiragli per una coalizione di governo che la stampa tedesca ha già battezzato rot-rot-grün (rosso-rosso-verde, dai colori dei tre partiti).

In questo scenario, ad oggi del tutto ipotetico, Scholz potrebbe far valere la sua lunga esperienza e il suo peso politico, a livello nazionale e internazionale. D’altronde, come rilevato in un sondaggio dall’istituto Kantar lo scorso agosto, Scholz è considerato dall’elettorato tedesco come il secondo politico più adeguato a ricoprire la carica di Cancelliere.

Sarà sufficiente per ottenere la cancelleria?

Cina

La Cina controlla direttamente i media dell’area balcanica?

Uno studio presentato da Vladimir Shopov, membro dell’ECFR ed esperto di relazioni internazionali, documenta come la Cina stia accrescendo la propria presenza all’interno di diversi media sparsi nell’area balcanica. Questa ricerca analizza dettagliatamente in che modo la Cina sia riuscita nel corso del tempo ad infiltrarsi all’interno di diversi Paesi dell’Europa sudorientale (SEE), consolidando la sua presenza in settori come l’economia, la politica e la cultura. Parallelamente ai suoi enormi investimenti in quest’area, Pechino starebbe altresì implementando una strategia granulare di sviluppo e coltivazione di relazioni con individui chiave ed istituzioni statali.

Un cambio di strategia

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad alcune trasformazioni significative relative alla politica estera ed all’approccio diplomatico perpetuato dalla Cina. Questi mutamenti stanno gradualmente rivelando le aspirazioni internazionali del paese asiatico in tutta la loro grandezza. La crescente presenza cinese all’interno dei media balcanici può essere considerata l’ennesima dimostrazione di queste ambizioni. La tanto dibattuta strategia del “nascondi e aspetta” ha lasciato spazio ad un atteggiamento più espansivo ed intraprendente. In questo contesto i media e la presenza pubblica della Cina su scala internazionale assumono una particolare importanza, data la necessità di acquisire strumenti che consentano alle sue autorità di influenzare percezioni e narrazioni politiche. In altre parole, le istituzioni cinesi stanno operando seguendo una strategia che prevede il mutamento rapido ed efficace del loro approccio verso l’esterno del paese. Il tutto sarebbe finalizzato a migliorare la capacità di influenzare l’opinione pubblica in specifiche aree geografiche, promuovendo la propria immagine pubblica in funzione dei propri obiettivi politici.

L’analisi della presenza cinese nell’area balcanica

Lo studio sopracitato offre una panoramica molto dettagliata della situazione odierna. Difatti, viene esaminata la presenza mediatica cinese paese per paese all’interno dell’area balcanica. Ecco un estratto di questa analisi:

Albania

A partire dal 2012, ci sono stati segnali di una crescente cooperazione tra l’Agenzia telegrafica albanese e l’agenzia di stampa cinese Xinhua. Verso la fine del 2019 la televisione e la radio di stato albanese hanno firmato un accordo di cooperazione ad ampio raggio con controparti cinesi, che prevede lo scambio di contenuti come film e cartoni animati. L’accordo prevede inoltre la trasmissione di documentari volti a promuovere il sistema di governance cinese. Gli esperti non hanno identificato nel comportamento dei media albanesi una chiara politica editoriale pro-Cina, anche se sono state notate alcune attività sospette su alcuni portali web. La mancanza di trasparenza rimane comunque un grosso problema per il paese, soprattutto in relazione alle piattaforme web. Recentemente si è assistito ad un aumento delle narrazioni legate alla Cina nei media statali rispetto ai media privati; questa potrebbe essere una probabile conseguenza degli accordi di cooperazione firmati. Ad eccezione di Huawei, le società cinesi non hanno una presenza significativa nel mercato pubblicitario del paese. Anche le vicende legate al COVID – 19 hanno amplificato la copertura mediatica statale relativa alla Cina, soprattutto nelle fasi iniziali della pandemia. A livello locale, l’ambasciatore e l’ambasciata cinese hanno gradualmente incrementato le loro attività mediatiche. Sebbene non ci sia uno schema particolare, l’ambasciatore si è impegnato a relazionarsi con i giornalisti albanesi anche attraverso incontri informali. In alcuni casi, diverse testimonianze dirette hanno riportato l’utilizzo di un linguaggio piuttosto aggressivo da parte dei diplomatici cinesi nelle suddette interazioni con i giornalisti locali. Questi comportamenti sarebbero stati adottati in riferimento a pubblicazioni di contenuti non graditi dal regime di Pechino.

Bosnia Erzegovina

A causa della frammentata struttura comunitaria e politica della Bosnia, una cooperazione istituzionale omogenea in materia di media è di difficile applicazione. In questo contesto, l’attore cinese principalmente attivo sul territorio è Xinhua. Questa agenzia di stampa, che possiede un ufficio di rappresentanza nel territorio bosniaco dal 2012, ha firmato accordi di cooperazione con la Federal News Agency (FENA) e con l’agenzia che gestisce Radio e Televisione statale (BHRT). In termini generali, all’interno dell’ecosistema mediatico bosniaco i media delle differenti comunità sono considerati vicini alle rispettive élite politiche e la loro indipendenza è ritenuta discutibile da molti esperti. L’altro attore principale attivo nel territorio è kina-danas.com, portale web incentrato sulla Cina con sede fisica nel paese dal 2014. Questo portale opera con l’assistenza della locale “Associazione per l’amicizia bosniaco-cinese” e dell’ambasciata cinese. Il suo compito è quello di fungere da hub di notizie per un pubblico molto ampio, sfruttando l’elevato grado di comprensione reciproca tra le diverse lingue locali. Il contenuto divulgato viene estrapolato da fonti cinesi e riflette pienamente i punti di vista del governo centrale di Pechino. Attraverso questo sito istituzioni locali come la Camera per il commercio estero della Bosnia e l’Agenzia per la promozione degli investimenti esteri della BiH promuovono annunci pubblicitari. Inoltre, l’ambasciata cinese a Sarajevo ha recentemente aumentato la propria presenza nella sfera pubblica del paese. Anche l’ambasciatore è molto attivo nell’organizzazione di incontri e colazioni di lavoro con giornalisti ed esperti di politica. Oltre a ciò, l’ambasciata organizza periodicamente visite studio per giornalisti di varie organizzazioni. I partecipanti sono invitati a scrivere storie positive in riferimento alle esperienze vissute al loro rientro in patria. In termini generali, sembra essere prediletto lo sviluppo e la coltivazione dei rapporti con i singoli giornalisti piuttosto che lo sviluppo di una cooperazione a livello istituzionale. È stato riscontrato un notevole aumento della presenza cinese in termini di contenuti propagandati all’interno del paese. In aggiunta, lo studio denuncia un basso livello qualitativo del giornalismo investigativo nazionale. In questo modo verrebbe garantito un ambiente mediatico piuttosto favorevole ad interferenze estere.

Bulgaria

La cooperazione istituzionale bulgaro-cinese nel campo dei media è una realtà solida e consolidata da diverso tempo. La Bulgarian Telegraph Agency (BTA, di proprietà statale) ha un accordo di cooperazione con Xinhua. Il partner cinese è una delle sue principali fonti di informazione. In aggiunta, esistono rapporti di cooperazione contrattuale decennali tra la Radio Nazionale Cinese e la Radio Nazionale Bulgara e, ancora, con la Televisione Nazionale Cinese e la Televisione Nazionale Bulgara. Nello studio viene inoltre riferito che l’ufficio bulgaro di Huawei ha organizzato alcuni viaggi per diversi giornalisti presso la sede dell’azienda a Shenzhen. In termini di contenuti diffusi, 24 Hours (un importante portale bulgaro di notizie web) ha creato un segmento ad hoc chiamato “Focus China”, incentrato sul paese asiatico. Le fonti utilizzate sono di origine cinese e la maggior parte delle notizie presentate sembra essere semplicemente tradotta dall’originale. Questo portale condivide periodicamente una vasta gamma di informazioni, che spaziano da notizie economiche ad annunci del presidente Xi. Nel corso del tempo, all’interno del paese anche altri media si sono uniformati a questo trend. Kitajdnes.com, ad esempio, è un portale web esclusivamente dedicato alla Cina; il contenuto che divulga è in linea con le opinioni e le posizioni ufficiali delle istituzioni statali cinesi. Dunque, la quantità di contenuti relativi alla Cina nel paese sembra essere visibilmente in aumento. Inoltre, da sottolineare è un importante sviluppo relativo alla possibile influenza cinese in termini di proprietà: il Central Europe Media Group è stato acquisito recentemente da uno dei fondi di investimento di Petr Kellner, un miliardario ceco. Quest’ultimo possiede all’interno del paese un’ampia rete di media che include anche bTV (un importante canale televisivo bulgaro privato). Kellner è noto per i suoi interessi commerciali legati alla Cina; in futuro la politica editoriale dei suoi spazi sarà esaminata attentamente da diversi studiosi per intercettare qualsiasi possibile cambiamento nell’approccio a questioni cinesi.

Croazia

La collaborazione tra organizzazioni dei media croate e cinesi sembra essere piuttosto scarsa. Non sussistono particolari accordi di cooperazione tra l’Agenzia di stampa croata (HINA) e controparti cinesi. L’Associazione dei giornalisti croati, fondata nel 1910, è impegnata nel mantenimento di un codice etico e concentra i suoi sforzi su questioni legali, normative e di giornalismo investigativo. Non ci sono indicazioni che fanno pensare ad accordi di cooperazione con l’Associazione dei giornalisti cinesi. Inoltre, nessun media croato ha un proprio corrispondente stanziato in Cina. Tuttavia, i contenuti mediatici relativi al paese asiatico sono in aumento. L’interesse verso la Cina tra il pubblico più ampio rimane comunque piuttosto basso. Come in molti altri Paesi della regione, la mancata trasparenza della proprietà di alcune organizzazioni mediatiche rimane un problema serio. Nel caso dei web media spesso vige una totale mancanza di informazioni a riguardo. Lo studio riferisce anche che, secondo rapporti non confermati, una società cinese avrebbe tentato di acquisire il più grande gruppo di media del paese (Hanza Media), senza successo. Inoltre, alcune fonti suggeriscono che un’altra società cinese sia attualmente interessata ad acquisire una serie di stazioni radio in tutto il paese. L’ambasciata locale non è tra le più attive nella regione. Apparentemente l’interazione con i media avviene ancora in maniera piuttosto tradizionale, dunque inviando a quest’ultimi dichiarazioni ufficiali ed organizzando interviste programmate con l’ambasciatore.

Kosovo

Il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Cina, unito al sostegno all’integrità territoriale della Serbia, determinano il contesto politico delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. Queste circostanze lasciano poche opportunità ad azioni cinesi. Tuttavia, l’ufficio di collegamento di Pechino a Pristina mantiene comunicazioni informali con le autorità del paese. L’ambasciata cinese a Tirana, in Albania, è stata rafforzata per migliorare anche la sua capacità diplomatica e analitica nei confronti del Kosovo. Le relazioni commerciali e turistiche stanno migliorando ed alcune aziende cinesi hanno espresso interesse a partecipare a progetti energetici statali su larga scala. Nel campo tech, Kosovo Telecom ha recentemente ricevuto un’offerta di prestito cinese in cambio di apparecchiature 5G a prezzi molto competitivi. Tuttavia, la presenza della Cina nei media del paese sembra destinata a rimanere scarsa. Questa predizione però, suggerisce lo studio, dovrà necessariamente fare i conti con alcune delicate vicende: La prima è relativa al problema (molto sentito) del riconoscimento del Kosovo da parte di Pechino. La seconda si rifà ad alcune ricadute delle relazioni serbo-cinesi, che potrebbero avere grande rilevanza sia per il Kosovo che ad un livello regionale più ampio.

Montenegro

Lo studio suggerisce che la presenza mediatica della Cina in questo paese sta gradualmente aumentando. Le modalità e gli strumenti che favoriscono questa tendenza rimangono però alquanto ambigui. I media statali montenegrini non hanno accordi formali di cooperazione con le loro controparti cinesi. Inoltre, i principali network nazionali di informazione non hanno corrispondenti in Cina. Tuttavia, i media cinesi mettono a disposizione regolarmente contenuti gratuiti. Questi vengono tendenzialmente percepiti come inadeguati da molti giornalisti di Podgorica. Mentre i media locali finanziariamente indipendenti ricorrono raramente alla pubblicazione di tali contenuti, molti dei media meno stabili (soprattutto sul web) trasmettono regolarmente questo tipo di notizie. Gli esperti locali ritengono che i rapporti di questo paese con la Cina stiano diventando costantemente più amichevoli. L’ambasciata cinese a Podgorica è il principale nodo di collegamento delle relazioni con giornalisti ed organi di stampa locali. Inoltre, vengono organizzate periodicamente visite studio per giornalisti locali nel paese asiatico. In generale, l’ambasciata non è particolarmente attiva nella sua interazione con i giornalisti. In conclusione, è importante sottolineare come la mancata trasparenza relativa alle organizzazioni di media all’interno di questo territorio alimenti una grossa incognita. Molti siti web di informazione mancano chiaramente di modelli di business fattibile, ricorrendo periodicamente a dirette sovvenzioni provenienti dai loro proprietari (in)formali.

Macedonia

Esistono relazioni istituzionali di lunga data tra l’Associazione macedone per l’informazione (MIA), istituita nel 1997, e le sue controparti cinesi. Già nel 2004, la MIA aveva firmato un accordo di cooperazione con Pechino che promuoveva, fra le altre cose, anche la condivisione di contenuti forniti. Questo accordo bilaterale è ancora oggi attivo ed in costante sviluppo. La MIA possiede anche un accordo di cooperazione con Xinhua. Le relazioni bilaterali tra i media di queste due nazioni risalgono addirittura a metà anni ’90. Il partner locale di riferimento è da sempre l’associazione locale dei giornalisti, fondata originariamente nel 1946. Negli ultimi anni, l’associazione è stata contattata alcune volte da alcune controparti cinesi che proponevano rapporti di cooperazione intensificata (di sostegno finanziario e di contenuto); in risposta, la controparte macedone ha sempre rifiutato di approfondire queste possibili relazioni. Tuttavia, alcuni membri dell’associazione locale hanno iniziato a coltivare legami più profondi con la Cina. I contenuti relativi al paese asiatico stanno crescendo in termini di importanza all’interno del territorio statale, pur rimanendo periferici nell’ambiente dei media. La maggior parte delle notizie filocinesi riguarda l’economia o si riferisce a progetti bilaterali (in corso o potenziali), con pochissimi spunti riguardo gli aspetti più profondi della relazione bilaterale tra questi Paesi. In termini generali, l’ambasciata locale è piuttosto attiva nei suoi rapporti con i giornalisti. Vengono organizzati incontri occasionali con alcuni diplomatici e colazioni di lavoro con l’ambasciatore. Sebbene l’attenzione dell’ambasciata sia tendenzialmente concentrata sui media tradizionali, è stato osservato anche un crescente interesse riguardo alcuni strumenti social. L’ambasciatore e l’ambasciata hanno account attivi su Facebook e Twitter. In particolare, talvolta i singoli diplomatici dell’ambasciata cinese utilizzano i propri account personali in modo piuttosto aggressivo, pubblicando contenuti critici e antioccidentali su varie questioni, che spaziano dalla risposta alla pandemia al tema Hong Kong. Infine, lo studio sottolinea come non ci siano indicazioni di un coinvolgimento cinese nella struttura proprietaria dei media del paese.

Serbia

Nel paese si è assistito ad un’intensificazione della cooperazione cinese con i media a livello istituzionale a partire dal 2016, quando è stato firmato un accordo di cooperazione tra l’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato cinese e il Ministero della Cultura serbo. L’accordo, sancito durante il viaggio del presidente Xi a Belgrado, prevede vari tipi di scambi e condivisione di informazioni. In particolare, in questa occasione è stato istituito un dialogo permanente tra i media di Cina e Serbia. Nel 2017, il China Economic Information Service, un’agenzia affiliata di Xinhua, ha istituito una “via della seta dell’informazione” e ha concluso accordi di cooperazione con varie organizzazioni dei media di tutto il mondo, inclusa l’agenzia di stampa serba Tanjug. Questo evento ha permesso il completamento di una “Piattaforma della via della seta” di Xinhua, istituita a partire dal 2015. Nei media serbi le notizie relative alla Cina sono aumentate in modo significativo negli ultimi anni. Il contenuto comunicato è tendenzialmente positivo e dal tono amichevole. La maggior parte dei contenuti filocinesi diffusi è direttamente controllato dal governo e percepito dagli studiosi come di natura promozionale. Come in altri Paesi della regione, la trasparenza della proprietà dei media rimane un grande problema, in particolare per quanto riguarda le piattaforme web. La sensazione principale è quella di una crescente vicinanza al governo centrale cinese, che si riflette in termini di politica editoriale ed assenza di critiche statali. L’ambasciata cinese nel Paese non è molto aperta ai giornalisti; la comunicazione verso quest’ultimi avviene principalmente tramite comunicati stampa e dichiarazioni ufficiali. Recentemente è stata organizzata una campagna mediatica di altissimo profilo a sostegno dell’attività della Cina nella lotta al COVID-19. A marzo è stato pubblicato anche un video in cui si vede il presidente Vucic baciare la bandiera cinese. Nello stesso periodo sono stati apposti anche diversi cartelloni pubblicitari in tutta Belgrado, recitanti la frase “Grazie, fratello Xi”.

Le traiettorie future di questo studio

Cina

Da due anni a questa parte l’atteggiamento internazionale della Cina è cambiato sensibilmente. In riferimento a questa analisi, a mutare è stato soprattutto l’uso e la tipologia di strumenti impiegati per influenzare i diversi ecosistemi mediatici. In Europa, questa trasformazione non ha ricevuto molta attenzione da parte dell’opinione pubblica. Ad ogni modo, lo studio sottolinea come il vecchio continente sia stato oggetto di attenzione da parte della Cina, che ha mosso le sue pedine ad ampio raggio. Inoltre, anche a livello globale sono state individuate tendenze alquanto preoccupanti. Queste includono campagne di disinformazione e manipolazione dei risultati di ricerca su piattaforme digitali, utilizzo di vasti strumenti di censura, la soppressione della copertura critica ed ampi sforzi per promuovere sul web narrazioni specifiche volte a rappresentare la Cina come modello da seguire.

La propaganda filocinese sarebbe uno strumento utilizzato per espandere l’influenza del governo di Pechino su diversi media statali; il partito centrale si starebbe sempre di più cimentando nell’acquisto di organizzazioni di media stranieri per produrre e trasmettere contenuti favorevoli. Queste operazioni richiedono obbligatoriamente un’infrastruttura operativa istituzionale e finanziaria alquanto elaborata. In effetti, il grado di investimento e di organizzazione dell’ecosistema nei media cinesi rimane una tematica sottovalutata, sostiene lo studio. Sebbene tali politiche potrebbero non essere immediatamente percettibili, questa analisi afferma ripetutamente una severa previsione: la Cina si starebbe preparando a gestire un enorme sistema multimediale transnazionale.

1200px-Praha,_Magistrát,_protest_proti_ČSSD

Social-democratici all’orientale: la sinistra in Europa dell’Est

Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, lo scenario politico al di là di quella che era la cortina di ferro è sempre più sbilanciato a destra. Con poche eccezioni, i partiti socialisti e social-democratici nati in Europa orientale dopo la fine del comunismo sono oggi marginalizzati. Da Varsavia a Budapest, da Praga a Vilnius, la sinistra in questa parte d’Europa sembra essere scomparsa. Perché? Cosa è successo dalla caduta dei regimi socialisti ad oggi?

La nascita dei partiti social-democratici

La formazione dei partiti di sinistra in Europa orientale ha conosciuto dinamiche profondamente diverse da quelle conosciute ad occidente. Se è vero che dei partiti socialisti furono fondati in questi paesi prima dell’avvento del comunismo, bisogna ammettere che questi non ebbero la stessa rilevanza delle loro controparti a Parigi o Berlino. Nella maggior parte dei casi, infatti, il successo e la popolarità dei partiti di sinistra nel primo Novecento fu legata all’industrializzazione delle economie europee. Con la notevole eccezione della Repubblica Ceca, l’Europa orientale non visse un processo di trasformazione economica comparabile a quello occidentale; per questo, i partiti socialisti qui furono spesso “importati” dal pensiero politico occidentale, e non ebbero una base politica reale nella popolazione.

La caduta dei regimi comunisti

Questa debolezza riemerse con la caduta dei regimi comunisti. Dal 1989, lo scenario politico dell’Europa centrale e orientale ha conosciuto una trasformazione profondissima e particolare. Se il comunismo era considerato un regime “di sinistra”, allora la maggior parte dell’opposizione anti-comunista si identificò come “di destra”. Lo spazio politico a sinistra si trovò quindi con un vuoto che cercò di essere occupato da due attori. Da una parte, i vecchi partiti di sinistra pre-comunisti cercarono di rivendicare il proprio ruolo alternativo, ma a sinistra, rispetto al regime comunista. Dall’altra parte, gli ex-partiti comunisti di governo si trasformarono, almeno apparentemente, in “social-democratici”: questo benché ideologicamente avessero ben poco di social-democratico.

 

Le prime tornate elettorali non sorrisero ai vecchi partiti di sinistra: con una storia debole e senza strutture adatte, nella maggior parte dei casi furono travolti alle elezioni. Gli ex-partiti comunisti, invece, grazie alla propria forza istituzionale riuscirono non solo a sopravvivere, ma a diventare velocemente la principale forza politica di sinistra.

Le posizioni politiche dei partiti di sinistra

Rispetto alla socialdemocrazia occidentale, quella dell’Europa orientale conosce molte peculiarità. Abbiamo già sottolineato come, di fatto, questi partiti siano spesso gli eredi di politici poco vicini ai corrispettivi ad Occidente. Gli ex-partiti comunisti erano molto conservatori in termini sociali. Inoltre, l’Europa centrale e orientale non conobbe i movimenti di protesta che animarono le democrazie occidentali, come quelli del ’68, i primi movimenti ambientalisti o quelli femministi. Per questo, tematiche che sono diventate centrali nell’ideologia e nel posizionamento politico dei partiti socialisti ad occidente non fanno parte dei manifesti a oriente.

 

Anche economicamente le differenze tra occidente e oriente sono profonde. Con la caduta dei regimi comunisti, i paesi dell’Europa orientale videro salire al potere coalizioni ampie e variegate, unite solo dallo spirito “anti-comunista”. Queste coalizioni non avevano un vero e proprio piano economico, se non quello di creare economie di mercato. Come ha sottolineato Piotr Zuk, questo avvenne secondo le tendenze economiche del periodo: quelle neo-liberali. Il neo-liberalismo in Europa orientale si impiantò senza però gli anni di welfare state e rivendicazioni economiche conosciute ad occidente. Questo portò ad anni di grandi privatizzazioni, di indebolimento sindacale e di liberalizzazione del mercato del lavoro. In questo contesto, i partiti socialisti dell’Europa orientale non potevano predicare un “ritorno al comunismo”: finirono quindi per accettare il nuovo sistema economico, e ne diventarono anzi protettori una volta al governo.

 

L’ascesa e il declino

Le fragili coalizioni anti-comuniste crollarono velocemente nella maggior parte dei paesi. Di conseguenza, i partiti socialisti ritornarono al governo durante gli anni ’90 e 2000. Privi di limitazioni ideologiche, con più esperienza politica alle spalle, con un ciclo economico internazionale favorevole e con il supporto occidentale, le economie dell’Europa orientale furono sempre più liberalizzate, e crebbero sempre più velocemente. Questa crescita migliorò certamente la vita dell’intera popolazione di questi paesi, ma fece anche scoppiare le disuguaglianze.

 

Tutte le debolezze dei sistemi economici dei paesi dell’ex-blocco emersero chiaramente con la crisi del 2008: l’assenza di reti di sicurezza sociale adeguate, la crescita insostenibile del ventennio precedente, le enormi disuguaglianze esposero i limiti del modello neo-liberale. Le principali vittime di questo furono proprio i partiti di sinistra, che avevano dominato la scena politica negli anni precedenti e che si trovavano al governo in molti paesi. Il successo di questi partiti, inoltre, aveva portato anche a diffusi episodi di corruzione, erodendone ulteriormente la fiducia.

 

Quali speranze per il futuro?

Oggi, le condizioni dei partiti di sinistra nell’Europa orientale e centrale rimangono critiche. Il grafico qui sotto riassume la performance nei sondaggi e nelle elezioni dei partiti di sinistra nei quattro paesi del gruppo di Visegrad. Per chiarezza, con partiti “di sinistra” si intendono quelli membri o associati ai Socialisti e Democratici europei (S&D).

Analizziamo la situazione dei partiti social-democratici nei vari Paesi:

Polonia

Il declino del principale partito social-democratico (l’Alleanza della Sinistra Democratica – SLD) è cominciato in anticipo rispetto al resto della regione. A Varsavia infatti, dal 2005 in poi, si è delineato un bipolarismo tra il partito liberal-conservatore PO (Platforma Obywatelska, Piattaforma Civica) e il partito nazional-conservatore PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia). Di fatto, i partiti di sinistra hanno perso influenza, e alle elezioni del 2015 non hanno eletto nessun deputato. Oggi la coalizione di sinistra conta quattro partiti: SLD, Wiosna (Primavera), Razem (Insieme) e il piccolo Partito Socialista Polacco. Alle ultime elezioni, è riuscita a conquistare 49 dei 460 seggi del Sejm, il Parlamento polacco. Tuttavia, alle presidenziali di quest’anno i social-democratici hanno ricevuto solo il 2% dei voti.

 

Ungheria

Il Partito Socialista Magiaro (MSZP) è stata la principale forza di governo dal 2002 al 2010. Alle elezioni di quell’anno, il MSZP perse oltre il 23% dei voti, in seguito uno scandalo che travolse l’allora primo ministro Gyurcsany. Da allora, il partito conservatore Fidesz, guidato da Viktor Orban, ha egemonizzato la scena politica. Oggi oltre a MSZP esiste un altro partito social-liberale (DK, Coalizione Democratica) e un piccolo partito verde (LMP). Questi hanno recentemente dichiarato l’intenzione di costituire una coalizione anti-Orban insieme al partito liberale Momentum e al partito conservatore Jobbik in vista delle elezioni del 2022.

 

Repubblica Ceca

Il Partito Socialdemocratico (ČSSD) ha avuto un ruolo importante in un sistema pressoché bipolare fino al 2017, guidando numerosi governi dopo la caduta del regime comunista nel 1991. Tuttavia, la crisi del governo Sobotka nel 2017 ha fatto sì che il partito perdesse la fiducia degli elettori. Oggi è al governo, ma alle elezioni europee del 2019 non ha eletto nessun eurodeputato.

Slovacchia

Il partito Smer ha visto una curva diversa da quella degli altri partiti, governando dal 2012 fino al 2020. Questo si spiega anche alla luce dell’ideologia di questo partito, spiccatamente conservatrice su temi sociali e anti-immigrazione. Tuttavia, il partito ha vissuto una crisi in seguito alla caduta del governo Fico, e ha perso le ultime elezioni. Oggi Smer sembra essere sempre più in crisi, mentre un nuovo partito socialdemocratico e progressista (Hlas – Voce, guidato dall’ex primo ministro Pellegrini) sembra guadagnare consensi.

I social-democratici oggi

I partiti social-democratici oggi in Europa orientale e centrale sembrano quindi in crisi in modo più acuto che rispetto al resto del continente. Il successo nei sondaggi di Hlas però, così come altri casi nella regione (il risultato inatteso della coalizione di sinistra in Polonia alle elezioni europee del 2019, la crescita nei sondaggi dei socialdemocratici in Slovenia, ecc.) dimostrano che uno spazio a sinistra c’è anche qui. Spesso questi partiti hanno adottato posizioni che ideologicamente sono lontane dai valori socialdemocratici, soprattutto in campo economico. Un posizionamento più a sinistra su questi temi potrebbe forse essere la chiave di volta per uscire dalla crisi elettorale?

Regno Unito

“A special status”: la parabola di Londra nell’Unione Europea

“L’Inghilterra è una potenza marittima…ha un’economia, degli interessi e delle tradizioni troppo diverse dai sei Stati continentali che compongono la Comunità Economica Europea”. Con queste parole, Il 14 gennaio 1963, il Presidente francese Charles de Gaulle annunciava il suo veto all’ingresso del Regno Unito nella CEE. L’ex generale, che bloccò la richiesta d’ingresso britannica anche nel 1967, temeva la vicinanza di Londra a Washington, da cui voleva mantenere un’orgogliosa distanza. Il Regno Unito entrò nella CEE solo il 1 gennaio 1973, quattro anni dopo la dipartita dall’Eliseo di De Gaulle.

Il referendum del 1975

La CEE era allora fondamentalmente una grande area di mercato unico e in quanto tale interessava più i conservatori dei laburisti. I Tories avevano formalizzato la richiesta d’ingresso nel 1961 e ne avevano condotto le negoziazioni sotto la premiership di Edward Heath. Al contrario, il Labour temeva che l’Europa business-oriented potesse minare le conquiste sindacali e sociali ottenute dal partito. Nel 1975 il premier laburista Harold Wilson, che faticava a mantenere il controllo su un partito sempre più critico verso la CEE, indisse un referendum sulla permanenza nel mercato unico. A favore del “Remain” si schierò lo stesso Wilson e l’opposizione conservatrice della neo-leader Margaret Thatcher, mentre per il “Leave” c’erano larghi settori del Partito Laburista (tra cui un giovane Jeremy Corbyn) e l’influente deputato di destra Enoch Powell. L’esito fu plebiscitario: il 67% degli elettori votò per la permanenza nella Comunità.

La premiership di Margaret Thatcher

Nel 1979, Margaret Thatcher vinse le elezioni e divenne il primo premier donna del Regno Unito. Al suo primo Consiglio Europeo, la leader conservatrice si esibì in un deciso intervento che passò alla storia per l’espressione I want my money back. Thatcher criticava il fatto che i contributi britannici alla CEE fossero superiori a quanto Londra riceveva. La “battaglia del budget” della Lady di Ferro ebbe successo: negli anni successivi venne rimodulato il sistema dei contributi europei a vantaggio del Regno Unito.

Il rapporto di Thatcher con l’Europa non fu certo facile: la leader conservatrice rimarcò più volte la sua ostilità a qualsiasi tipo di unione politica. Tuttavia, finì per accettare il maggior utilizzo della maggioranza qualificata e l’aumento di competenze del Parlamento Europeo decisi con l’Atto Unico Europeo del 1986. L’opposizione laburista era però ancora più anti-europeista di Thatcher: alle elezioni del 1983, il loro programma prevedeva l’uscita dalla CEE senza referendum. Dopo la netta sconfitta, il partito cambiò rotta e si spostò su posizioni più europeiste. L’esperienza di governo della Thatcher si concluse per questioni europee. La Lady di Ferro si dimise nel 1990 per divergenze con il suo partito, che a differenza della premier appoggiava l’ingresso britannico nel Sistema Monetario Europeo.

L’adozione del trattato di Maastricht

La questione europea fu tra i dossier principali del successore di Thatcher, il conservatore John Major. Il nuovo premier negoziò prima l’ingresso e poi la traumatica uscita della sterlina dal Sistema Monetario Europeo, di cui era un convinto sostenitore. Soprattutto, fu Major a negoziare il Trattato di Maastricht, che trasformò la CEE in Unione Europea, sanciva la nascita dell’unione monetaria e allargava di molto le competenze comunitarie. Il successore di Thatcher negoziò un “opt-out” che esentava il Regno Unito dall’adozione della moneta unica e dall’adottare il capitolo sociale del trattato. La ratifica avvenne non senza difficoltà: alcuni deputati conservatori rifiutarono di approvare il trattato in parlamento. Molti “Maastricht Rebels” (tra cui Nigel Farage) lasciarono il Partito Conservatore per fondare UKIP, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, movimento che aveva come unico obiettivo l’uscita del Paese dall’Unione Europea.

Il periodo del New Labour

Alle elezioni del 1997, il dominio conservatore che durava da 18 anni venne interrotto dal netto successo di Tony Blair, giovane nuovo leader laburista. Blair aveva rivoluzionato il proprio partito in senso centrista e chiaramente europeista, assumendo una posizione quasi unica nella storia di un grande partito britannico. Tra i primi atti dell’amministrazione Blair ci furono la revoca dell’opt-out sul capitolo sociale di Maastricht e l’adozione del Trattato di Amsterdam. In quest’ultimo, venne però ufficializzata l’esclusione del Regno Unito dal sistema Schengen, a cui Londra poteva decidere di aderire caso per caso, previa approvazione di tutti gli altri Stati Membri.

Blair era anche un fautore dell’ingresso del suo Paese nell’Euro: il suo governo decise che, qualora l’adozione della moneta unica avesse portato benefici in cinque punti chiave, avrebbe sottoposto la questione a referendum. Tuttavia, questo non avvenne mai e l’idea fu accantonata. Il suo successore, l’ex “gemello” Gordon Brown, negoziò nel 2007 il Trattato di Lisbona, da cui ottenne l’opt-out per la Carta dei Diritti Fondamentali e un “opt-in caso per caso” per l’Area di Libertà, Sicurezza e Giustizia. L’ulteriore allargamento dei poteri comunitari approvato a Lisbona, unito alla crisi economica e finanziaria aumentarono l’euroscetticismo britannico, che era stato ai minimi nel periodo blairiano.

Verso la Brexit

Negli anni di opposizione ai governi del “New Labour”, la posizione sull’UE del Partito Conservatore si fece via via più dura. Nel 2009, i Tories lasciarono il Partito Popolare Europeo e fondarono il gruppo euroscettico dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR). La vittoria elettorale di David Cameron del 2010 non portò però a stravolgimenti con Bruxelles, in quanto il leader conservatore fu costretto a un governo di coalizione con i liberal-democratici, il partito più europeista del panorama britannico. Le elezioni europee del 2014 diedero tuttavia un segnale chiaro: UKIP divenne il primo partito con il 27.7% dei voti. Il montante euroscetticismo dell’opinione pubblica, insieme al successo oltre le aspettative di Cameron alle politiche del 2015, portarono il Primo Ministro, ormai libero dall’alleanza con i lib-dem e pressato da un Partito Conservatore sempre più euroscettico, ad indire un nuovo referendum sulla permanenza nell’Unione Europea.

Lo status speciale

Prima del referendum, Cameron negoziò per il suo Paese “uno status speciale all’interno dell’Unione”. Il Regno Unito avrebbe potuto frenare flussi migratori “eccezionali” dai Paesi UE e ottenne di rifiutare ufficialmente la formula di “Unione sempre più stretta tra i popoli europei”. L’accordo fu approvato da Bruxelles, ma essendo formalmente legato al successo del “Remain” nel referendum non entrò mai in vigore. Il successo del “Leave” portò alle dimissioni di Cameron che, come Wilson 41 anni prima, si era speso per il “Remain”, pur guidando un partito composto principalmente da “Leavers”.

Gli ultimi sviluppi

Il resto è storia recente. Theresa May sostituì Cameron e negoziò un accordo per cui il Regno Unito rimaneva di fatto nell’unione doganale europea. Ciò era considerato irricevibile per i Brexiteers, che bocciarono l’accordo in Parlamento per ben tre volte. May venne perciò sostituita dal più radicale Boris Johnson, che ha negoziato prima un accordo politico, con cui Londra usciva dall’unione doganale, lasciando uno status speciale all’Irlanda del Nord. Lo scorso 24 dicembre, Londra e Bruxelles hanno raggiunto al fotofinish un accordo commerciale.

Nei quattro anni e mezzo successivi al referendum, i cittadini britannici sono andati alle urne tre volte. Le politiche del 2017 e del 2019 sono state vinte dai conservatori, mentre le europee del 2019 hanno visto l’affermazione del “Brexit Party”. Non si può dunque dire che Brexit sia avvenuta contro la volontà dei cittadini britannici. Per valutarne le conseguenze, è ancora decisamente presto. Time will tell, come si dice Oltremanica.