Dibattito_fra_Eugenio_Giani_e_Susanna_Ceccardi_Luglio_2020

La Toscana è diventata una Swing-Region?

Forse è l’elezione regionale più attesa: vuoi per il poco margine prospettato tra i due principali candidati dalle ultime rilevazioni, vuoi per l’inedita prospettiva di un cambio colore in quella che è una delle Regioni più rosse d’Italia.

Stiamo parlando della Toscana, anch’essa al voto Domenica 20 e Lunedì 21 Settembre per il rinnovo del Presidente della Giunta e del Consiglio regionale.

Si delinea un testa a testa tra il candidato del centrosinistra, Eugenio Giani, e quella del centrodestra Susanna Ceccardi.

Forse qui più che altrove il COVID e la conseguente affluenza saranno l’ago della bilancia: si stima, infatti, che l’elettorato dem in regione sia costituito per il 44% da over 55, una fascia più esposta alle conseguenze negative del coronavirus, pari a circa 200.000 voti.

I candidati e le liste

  • Eugenio Giani: Partito Democratico, Sinistra Civica Ecologista (Articolo Uno), Orgoglio Toscana (PSI, civici), Svolta! (Italia in Comune, Volt, Toscana nel cuore), Europa Verde, Italia Viva/+Europa
  • Susanna Ceccardi: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia/UDC, Toscana civica per il cambiamento
  • Irene Galletti: Movimento 5 Stelle
  • Tommaso Fattori: Toscana a Sinistra (Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, Potere al Popolo)
  • Salvatore Catello: Partito Comunista
  • Tiziana Vigni: Movimento 3V
  • Marco Barzanti: Partito Comunista Italiano

La legge elettorale

La normativa in vigore prevede l’elezione diretta a Presidente per il candidato che riesce a ottenere più del 40% dei consensi e l’elezione dei consiglieri regionali con metodo proporzionale.

Se nessun candidato supera detta soglia, si ricorrerà a un ballottaggio tra i due più votati entro i 14 giorni successivi.

Sono previsti due tipi di premi di maggioranza: se il candidato Presidente vincitore ottiene al primo turno almeno il 45% dei voti, vengono assegnati alla sua lista/coalizione da 24 a 26 seggi dei 40 a disposizione (uno è riservato al Presidente eletto). Se invece ottiene tra il 40% e il 45%, avrà 23 seggi. Anche in caso di ballottaggio la maggioranza vincente potrà contare su 23 seggi.

La soglia di sbarramento è fissata al 5% per le liste in solitaria oppure al 3% se parte di una coalizione, che dovrà contestualmente superare il 10%.

Le circoscrizioni elettorali corrispondono alle province di Arezzo, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia, Prato e Siena, alle quali vanno aggiunte 4 circoscrizioni per la città metropolitana di Firenze.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi?

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La Valle d’Aosta torna al voto dopo due anni

Un’elezione regionale straordinaria si aggiunge alle tornate ordinarie del 20 e 21 Settembre ed è quella del rinnovo del Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

Lo scioglimento anticipato è la conseguenza della mancata formazione di una nuova maggioranza e di un nuovo governo pienamente funzionante entro i 60 giorni dalla data di presa d’atto delle dimissioni dell’ex Presidente Antonio Fosson, coinvolto nell’indagine Egomnia sul voto di scambio politico-mafioso insieme ad altri politici che siedono e sedevano in Consiglio regionale.

Il Presidente ad interim Renzo Testolin non è riuscito difatti a consolidare attorno a sè una coalizione capace di far proseguire la legislatura.

L’indizione di elezioni anticipate a seguito delle dimissioni del Governatore non è automatica in Valle d’Aosta, dove il Presidente non è eletto direttamente dal popolo ma dal Consiglio regionale, quest’ultimo eletto a suffragio universale (si parla quindi di elezione indiretta).

Una forma di governo quella valdostana condivisa a livello regionale in Italia soltanto dal Trentino-Alto Adige.

Le liste in campo

  • Centro destra Valle d’Aosta (Forza Italia, Fratelli d’Italia)
  • Lega
  • Movimento 5 Stelle
  • Vallée d’Aoste Unie (MOUV’, VdA Ensemble)
  • Progetto Civico Progressista (Partito Democratico, Europa Verde, Rete Civica, Area democratica, Possibile)
  • Alleanza Valdostana (Italia Viva, Stella Alpina)
  • Pour l’Autonomie (Union Valdôtaine Progressiste)
  • Union Valdôtaine
  • Rinascimento
  • Pays d’Aoste souverain
  • Valle d’Aosta Futura
  • VdALibra-Partito Animalista Italiano

La legge elettorale

La normativa prevede l’elezione dei 35 consiglieri con un sistema proporzionale a turno unico.

Ogni lista deve essere composta da un minimo di 18 nomi a un massimo di 35. L’elettore può indicare una sola preferenza.

È previsto un premio di maggioranza sottoposto però ad una stringente condizione: la lista o il gruppo di liste che raggiunge il 42% dei voti ha diritto a 21 seggi.

La soglia di sbarramento opera a due livelli: il primo esclude le liste che non abbiano raggiunto il ‘quoziente’ minimo (dato dalla divisione tra la somma dei voti totali e il numero dei seggi da assegnare).

Si ripartono quindi i seggi tra le liste sopravvissute e si applica poi il secondo sbarramento: vengono escluse tutte le liste che non hanno ottenuto almeno due seggi, che vengono riassegnati alle altre liste.

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Il centrodestra all’assalto delle Marche

Una sfida al limite dell’ordinario attende il centrosinistra, quella di mantenere la Regione Marche.

Da sempre governata dal centro-sinistra, prima quello organico della Prima Repubblica (DC-PSI-PSDI-PRI) e poi l’attuale nelle svariete coalizione susseguitesi, “rischia” stavolta di cambiare colore.

Colore tendente al blu, quello più scuro per intendersi. Perchè il centrodestra è in netto vantaggio nelle ultime rilevazioni e a capo della coalizione c’è Francesco Acquaroli, ex Sindaco di Potenza Picena e deputato di Fratelli d’Italia, già candidato nel 2015.

Dall’altra parte il PD, in qualità di guida dello schieramento di centrosinistra, sceglie di non candidare il governatore uscente Luca Ceriscioli e puntare tutto sul sindaco di Senigallia Maurizio Mangialardi.

I candidati e le liste a loro sostegno

  • Francesco Acquaroli – Fdi, Lega, Forza Italia, UDC , Civici con Acquaroli, Movimento per le Marche

 

  • Maurizio Mangialardi – Partito Democratico, IV-PSI-Demos-Civici Marche, Marche Coraggiose (Art.1-Italia in Comune-dissidenti M5S), Le nostre Marche e il Centro, Rinasci Marche (+Europa, civici, Verdi), Lista Mangialardi Presidente

 

  • Gian-Mario Mercorelli – Movimento 5 Stelle

 

  • Roberto Mancini – Dipende da Noi (Sinistra Italiana-Rifondazione Comunista)

 

  • Fabio Pasquinelli – Comunista! (Partito Comunista-PCI)

 

  • Anna Rita Iannetti – Movimento 3V

 

  • Sabrina Paola Banzato – Vox Italia

 

  • Alessandra Contigiani – FSI/Riconquistare l’Italia (non presente nella circoscrizione di Ancona)

 

La legge elettorale

Datata 2015, la normativa in vigore per questa tornata prevede l’elezione diretta a Presidente per il candidato che riesce a ottenere anche un solo voto in più rispetto ai suoi avversari e l’elezione dei consiglieri regionali con metodo proporzionale.

Per garantire la governabilità, al candidato vincitore verrà assegnato un premio di maggioranza pari a 16 seggi con una percentuale tra il 34% e il 37%, 17 seggi tra il 37% e il 40% e 18 seggi se oltre il 40%. Per poter accedere alla ripartizione dei seggi, una coalizione deve superare la soglia di sbarramento del 5% eccezion fatta se un gruppo di liste che la compongono abbia preso almeno il 3% a livello regionale.

Ogni circoscrizione (corrispondenti alle cinque province) concorrerà all’elezione dei 30 consiglieri in forza di un numero stabilito in base alla popolazione.

  • Ancona – 9 seggi
  • Pesaro – 7 seggi
  • Macerata – 6 seggi
  • Ascoli – 4 seggi
  • Fermo – 4 seggi

Sono esprimibili fino a due preferenze purchè di sesso opposto. Non è ammesso il voto disgiunto.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi

 

scheda elettorale

Referendum costituzionale: le ragioni del SI e del NO

Il 20 e 21 Settembre gli italiani saranno chiamati al voto per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Non sarà necessario il raggiungimento del quorum, ma basterà ottenere la percentuale maggiore affinché ne sia deciso l’esito. Nel caso in cui vincesse il SI i parlamentari della Camera si ridurrebbero dagli attuali 630 a 400 e in Senato da 315 a 200. Nel caso in cui vincesse il NO tutto rimarrebbe invariato. Nonostante inizialmente partita sottotraccia, la discussione sul referendum sembra prendere quota con seppur tradiva risonanza mediatica. Tutti sembrano avere un’idea a riguardo; molti esprimono pubblicamente la loro preferenza, non solo politici, giuristi e costituzionalisti, ma anche la società civile.

Cosa alimenta le rispettive posizioni?

 

Le ragioni del SI

Tre sono le ragioni maggiormente sostenute dai sostenitori del SI, vi è anzitutto quella legata al risparmio che ne deriverebbe dal taglio dei 345 parlamentari. Tale risparmio è stato quantificato in 80 milioni l’anno, sebbene l’Osservatorio sui conti pubblici abbia fatto notare che in realtà il risparmio netto sarebbe di circa 64 milioni. A sostegno di tale motivazione è intervenuto  il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Oggi spendiamo 300mila euro al giorno in più degli altri Stati Europei per mantenere 345 parlamentari che non ci servono, 345 parlamentari che gli altri Paesi non hanno». In secondo luogo, per i sostenitori del SI, la diminuzione dei parlamentari darebbe vita ad una composizione più snella nonché una maggiore efficienza delle Camere cosi come sostenuto dal leader della Lega Matteo Salvini:«Abbiamo votato per quattro volte per il taglio dei parlamentari e non cambiamo idea adesso. Era e rimane un’iniziativa finalizzata a rendere più snello ed efficace il lavoro delle Camere». In ultima istanza, a braccetto con l’idea di una maggiore efficienza, vi è la ragione per cui nel post referendum con la vittoria del SI, e quindi in virtù del cambiamento, possa iniziare una stagione riformista. A sostegno di tale ragione è il segretario del PD Nicola Zingaretti, che all’uscita della direzione PD dove si è deciso per il SI ha dichiarato: «Ho proposto un si per cambiare, finalmente per fare le riforme».

Le ragioni del NO

Sul fronte opposto, il punto a sfavore dell’iniziativa referendaria è il taglio lineare dei parlamentari, senza che siano state disposte le misure che ne conseguirebbero: cosa ne è della rappresentanza territoriale? Come sarà organizzato il lavoro delle commissioni? Sembrano domande senza alcuna risposta. Difatti il leader di Azione, Carlo Calenda, sostiene che il Parlamento «risulterà molto meno efficiente in termini di rappresentanza, in particolare al Senato, ma anche in termini di funzionalità delle commissioni». In contrasto alla paventata maggiore efficienza derivante dal taglio, vi è la ragione per cui il problema non sia di tipo numerico ma riconducibile al bicameralismo perfetto presente in Italia. Ovvero le identiche funzioni esercitate da Camera e Senato, che rimarrebbero tali anche con l’eventuale taglio. A corroborare questa tesi vi è la dichiarazione del primo esponente di Italia Viva Matteo Renzi: «non è uno svolta, è uno spot: taglia i parlamentari, ma lascia i problemi del bicameralismo perfetto». In ultimo, il proiettato risparmio che ha alimentato le ragioni del si, a parere dei contrari non scaglia, in una analisi di costi benefici, una  lancia a favore del taglio.

Costituzionalisti divisi tra il SI e il NO

Come detto inizialmente, oltre al dibattito tra le forze politiche, la proposta di modifica costituzionale non poteva che non coinvolgere coloro i quali se ne occupano a livello sostanziale: i costituzionalisti. Non sono mancate le sorprese. Difatti, alcuni nomi di spicco schieratisi contrari in occasione del referendum del 2016, oggi si sono espressi a favore del taglio dei parlamentari, o comunque lasciano presagire questa scelta di campo. Si tratta di De Siervo, Onida, Zagrebelsky e Carlassare. Quest’ultima si è dichiaratamente schierata per il Si: «Ritengo che ci possa essere maggiore efficienza, spero in una selezione più accurata delle candidature». D’altro canto, alcuni sostenitori del precedente referendum  hanno espresso un parere contrario. Tra loro, Maria Elisa D’Amico: «Colleghi scatenati per il No nel 2016 minimizzano una serie di ricadute che invece ci sono e non si accorgono che la riforma è il primo atto di una demolizione della democrazia rappresentativa». Quest’ultima, insieme a 182 costituzionalisti sono i firmatari di un appello in cui dicono No al taglio dei parlamentari: «Non può trascurarsi lo squilibrio che si verrebbe a determinare qualora, entrata in vigore la modifica costituzionale, non si avesse anche una modifica della disciplina elettorale».

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Il decreto legge

Il decreto-legge: natura, scopo, limiti ed evoluzioni

Il periodo emergenziale ha incrementato la produzione normativa d’urgenza anche per far fronte alla crisi pandemica. Il dibattito politico degli ultimi mesi ha avuto, quindi, ad oggetto lo strumento del decreto-legge, i suoi limiti, le sue – lamentate – criticità ed alcuni aspetti tecnico procedurali che è utile ripercorrere e spiegare. Al di là dei concetti di necessità e urgenza, dell’iter di conversione, dei contenuti minimi (o massimi), il contributo si propone di chiarire elementi propri del decreto-legge, quali la responsabilità delle scelte, cosa un decreto-legge possa (o non possa) fare e, infine, quali profili evolutivi la giurisprudenza costituzionale e la prassi abbiano delineato.

 

Il decreto-legge è lo strumento normativo principale del Governo. In un ordinamento in cui al Parlamento – e solo ad esso – è riconosciuto il potere legislativo, la Costituzione ha previsto uno strumento particolare per assicurare, come previsto dall’articolo 77, al Governo di poter adottare “sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge”.

È bene sottolineare innanzitutto che, nel corso dei lavori che hanno portato alla redazione finale e approvazione della Costituzione, una grande attenzione fu dedicata proprio al decreto-legge e, in generale, alla potestà legislativa del Governo.

Qui è utile far presente che, al netto delle differenti posizioni, i costituenti decisero di prevedere uno specifico articolo ad esso dedicato, nella consapevolezza che un eventuale silenzio della Costituzione avrebbe prodotto più danni che benefici, tenuto conto che sarebbe stato impossibile “negare” l’esistenza di casi di necessità e urgenza, chiudendosi gli occhi per così dire.

Per dirla con le parole di Carlo Esposito, “i provvedimenti di necessità e urgenza del Governo sono un fatto cui la Costituzione vuole dare disciplina, ma non un istituto che da essa tragga nascimento”[1].

 

Diversamente dall’Italia, alcuni Paesi e alcuni ordinamenti (anche estinti) hanno viceversa previsto meccanismi a rilevanza costituzionale volti a riconoscere poteri speciali in capo al Governo.

In tal senso, la nostra Carta costituzionale – nella sua veste di unicum – ha introdotto regole e procedure difficilmente paragonabili ad altri e diversi ordinamenti.

Ogni tentativo di esame comparato del decreto-legge è, quindi, sostanzialmente foriero di errori, teorici e pratici.

 

La definizione offerta dall’articolo 77 mostra alcune delle caratteristiche salienti del decreto-legge: (i) è adottato dal Governo, (ii) in casi di necessità e urgenza, (iii) sotto la sua responsabilità, (iv) è provvisorio e (v) ha forza di legge.

Dalla “adozione” discendono effetti specificamente disciplinati dal nostro ordinamento. Il testo del decreto-legge viene proposto in Consiglio dei Ministri, da uno o più Ministri “proponenti” e dal Presidente del Consiglio stesso e approvato in quella sede. Il testo, poi, segue un iter particolarmente contingentato: viene trasmesso al Quirinale per la firma del Capo dello Stato, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e, “il giorno stesso”, presentato alle Camere per la sua conversione entro sessanta giorni.

 

Venendo agli elementi di necessità e urgenza, non si può che tenere in considerazione il tenore letterale dell’articolo 77 e degli altri articoli della Costituzione, ove non è possibile leggere un elenco esaustivo di casi in cui al Governo è riconosciuta la facoltà di intervenire normativamente.

A bene vedere, e come i costituenti avevano ben chiaro, non esiste interesse perseguito dallo Stato che non possa – a seconda delle vicissitudini dei tempi – perseguito in maniera necessaria e urgente e, quindi, con tempistiche diverse da quelle necessarie ad un normale iter parlamentare di esame e approvazione di una legge.

La conseguenza è che tutti i fini dello Stato (necessità assoluta) o del Governo (necessità relativa) possono, astrattamente, essere raggiunti tramite decreto-legge, a meno che non sia possibile (e qui, in diversa accezione) “necessario” procedervi con legge ordinaria.

 

Necessario riguarda la circostanza per cui, per il raggiungimento di un determinato scopo (introdurre una regola, una norma, una prescrizione), è inevitabile l’utilizzo dello strumento del decreto-legge.

È, quindi, assolutamente necessario che con decreto-legge, ad esempio, si abiliti alla professione il laureato in medicina, a causa della carenza di medici nel periodo di una pandemia (DL 18/2020).

Può essere inteso come relativamente necessario modificare la normativa in materia di abuso d’ufficio, perché convinti che lo spettro dell’azione penale impedisca ai grandi cantieri di essere avviati (DL 76/2020).

 

Più semplice appare la definizione di urgenza, anche perché il fatto stesso che il decreto-legge possa essere convertito o meno in legge entro un tempo determinato (pena la decadenza di tutti gli effetti) aiuta a comprendere come il concetto di urgenza debba essere inteso in senso temporale.

Farlo adesso perché serve adesso, e non c’è il tempo materiale per attendere che le due Camere approvino un testo identico, è il principio alla base – ad esempio – del decreto-legge che autorizza il cittadino a inserire nella buca dell’urna elettorale le schede, onde evitare il contatto e la possibile trasmissione di virus Covid (DL 103/2020, approvato il 14 agosto per il voto del 20-21 settembre).

Urgente è la proroga di termini in scadenza, spina dorsale dei cosiddetti “decreti milleproroghe” di dicembre.

 

La natura collegiale del Consiglio dei Ministri si lega a doppio filo con il concetto di “responsabilità”. È il Governo – generalmente inteso e nella accezione “ampia”, che comprende anche il Presidente della Repubblica – ad essere responsabile delle norme, quanto meno sino al momento della conversione in legge da parte del Parlamento.

E non potrebbe essere diversamente. Prima di tutto, per assicurare l’aderenza dell’ordinamento all’articolo 1 della Costituzione, tutelando quindi il precipitato logico del principio in virtù del quale solo il Parlamento è responsabile (politicamente) di fronte ai cittadini delle leggi approvate. Ogni diverso atto, se costituzionalmente previsto, deve avere un altro e diverso responsabile.

In secondo luogo, per la natura stessa dei decreti-legge.

Si tratta di “provvedimenti” che – se rispettato il dettato costituzionale – hanno necessità di essere trasformati formalmente in altro (in legge), ma non per questo sono illegittimi.

Provengono, insomma, da una autorità che ha la possibilità pratica di provvedere in conseguenza della sua posizione e dei suoi poteri (il Governo), ma necessitano comunque di una “sanatoria” (il voto e la conversione in legge da parte del Parlamento).

 

Come già anticipato, il decreto-legge è provvisorio.

Le disposizioni che contiene, se non convertite entro 60 giorni, decadono sin dal giorno in cui erano entrate in vigore, fatti salvi gli effetti che hanno prodotto.

Questa definizione, parzialmente costruita dalla giurisprudenza costituzionale, è il punto di caduta tra opposte esigenze: da un lato, (i) assicurarsi che, ove il Parlamento non intenda convertire in legge, al decreto-legge venga tolto ogni potere dispositivo, sempre in ragione di quel ruolo di garante supremo delle Camere, e dall’altro, (ii) assicurare un principio cardine degli ordinamenti moderni, e cioè la certezza del diritto.

Se agisco in un determinato tempo, e la mia azione produce effetti che vanno oltre i 60 giorni di vigenza del decreto, è ben possibile rimuovere la norma alla base, ma non è possibile cancellare con un colpo di spugna gli effetti prodotti sui rapporti giuridici.

 

Sul perché della provvisorietà, al netto della ovvia considerazione circa il carattere di limite ad un potere, è utile far presente che l’indeterminatezza costituisce il vero strumento di controllo parlamentare sull’attività governativa.

La mancata conversione di un decreto-legge è il messaggio del Parlamento al Governo circa la non necessità di dare corso ad una norma, che magari era stata necessaria e urgente.

 

A corollario di questo sta l’ultimo comma dell’articolo 77, ove prevede che le Camere possano “regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti”. Un richiamo, sostanziale, di responsabilità al Parlamento, che non può disinteressarsi di cosa è accaduto e come regolarlo.

 

Forza di legge.

Questo è, forse, il tema che maggiormente ricorre nel dibattito politico, non solo recente.

La forza di una legge consiste, tecnicamente, nella sua esecutorietà e nella sua applicabilità da parte dei giudici.

Parimenti, ogni legge ha una sua forza attiva (modificare, abrogare, sopprimere) e passiva (non essere modificata, non essere abrogata, non essere soppressa).

La formulazione dell’articolo 77, nella sua chiarezza, offre – anche in considerazione delle altre caratteristiche del decreto-legge – una chiave di lettura.

Se al primo comma si fa esplicitamente riferimento alla “legge ordinaria”, il secondo comma parla di sola “legge”. O meglio: di “provvedimenti provvisori con forza di legge”.

Tenuto conto della necessità di dare riconoscimento ad un fatto reale (intervento necessario e urgente, non prevedibile e non affrontabile con lo strumento della ordinaria legislazione), sarebbe stato infatti illogico ridurre alla sola “legge ordinaria” la forza del decreto-legge.

Ne deriva che il limite, più o meno chiaro, della forza di legge del decreto-legge consiste nella costituzione medesima, o meglio nella struttura costituzionale dello Stato, e nei principi costituzionali, che non possono essere modificati se non con una legge c.d. costituzionale.

Fuori da questo perimetro, non esistono limiti – scritti nell’articolo 77 – a quanto il Governo possa, sempre se necessario e urgente – disporre con proprio provvedimento (temporaneo e soggetto alla conversione parlamentare).

Al netto, ovviamente, di un successivo, ed eventuale, giudizio della Corte Costituzionale, chiamata a verificare la stretta aderenza del provvedimento governativo ai limiti dell’articolo 77.

 

La formulazione dell’articolo 77 costituisce la base sulla quale si sono costruite molte pronunce della Corte Costituzionale che hanno contribuito a delineare un quadro di legittimità del decreto-legge.

 

Tra i molti aspetti chiariti dalla Corte, ve ne sono alcuni che – nel dibattito – appaiono particolarmente rilevanti.

Il primo di questi è la cosiddetta omogeneità di materia, ossia quella stretta aderenza tra titolo e contenuto dei decreti.

E così, nel recente passato e a titolo esemplificativo, abbiamo potuto osservare decreti-legge recanti “misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale”, dove norme di semplificazione in materia di appalti e procedimenti sono seguite da disposizioni volte ad assicurare l’adozione di protocolli digitali nella PA e applicazione uniforme della identicità digitale per professionisti, cittadini e imprese.

 

Ancora, decreti-legge recanti “misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, articolati per titoli che intervengono sulle aree identificate dal titolo stesso del decreto.

Il legame tra titolo e contenuto, se può sembrare ovvio e privo di criticità, costituisce un elemento fondamentale, ad esempio, nel caso in cui per via emendativa si intenda ampliare la portata di un originario decreto, dovendo per l’effetto intervenire sul titolo stesso per inserire temi e ambiti di applicazione non originariamente contemplati.

 

Altro tema di particolare rilevanza è quello della ammissibilità degli emendamenti parlamentari in sede conversione e, quindi, coerenza tra legge di conversione e originario decreto.

Pur nella consapevolezza che il Parlamento, sovrano, decide se e come convertire in legge un decreto-legge, la giurisprudenza ha chiarito come e quanto la modificazione parlamentare possa incidere.

L’esempio principe è quello della incostituzionalità della c.d. “legge Fini-Giovanardi”, ossia la revisione dell’impianto normativo concernente le droghe.

Con emendamento parlamentare si trasformò il decreto-legge recante “misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché’ la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi” in un provvedimento volto, anche, a modificare il “testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309”.

Tra il decreto-legge e la legge di conversione deve esistere un “necessario legame logico-giuridico”, tale da consentire “di mantenere entro la cornice costituzionale i rapporti istituzionali tra Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica nello svolgimento della funzione legislativa” (Corte Costituzionale, Sentenza n. 32, 12 – 25 febbraio 2014).

 

Da ultimo, la reiterazione.

Specie nel corso della c.d. “prima Repubblica”, era prassi la riproposizione ciclica di decreti-legge identici, anche al fine di superare strumenti parlamentari volti ad ostacolare la formazione di talune leggi.

Questa prassi, quella della reiterazione dei decreti-legge appunto, ha subito una censura netta da parte della Corte Costituzionale, nel presupposto che la riproposizione di un identico provvedimento al fine di aggirare il vaglio parlamentare, non potesse ritenersi legittima nella misura in cui pareva evidente la mancanza di requisiti di necessità e urgenza (intesi nel senso di “unico atto idoneo a raggiungere un determinato obbiettivo”).

 

La produzione normativa del periodo febbraio – agosto 2020 ha rinnovato un dibattito già noto in merito al decreto-legge, strumento costituzionalmente previsto e normato.

Come tutti gli strumenti, inidoneo a far vacillare o attentare – di per sé – l’impianto dell’ordinamento.

Come tutti gli strumenti, idoneo ad usare usato e strumentalizzato.

Come ogni previsione costituzionale, tuttavia ed in conclusione, dotato di sistemi di controllo e – ove necessario – correzione.

 

 


[1] Diritto costituzionale vivente – Capo dello Stato ed altri Saggi, Giuffrè editore, Milano – 1992. In capitolo IV, Decreto-legge, pag. 189.

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L’alleanza giallorossa alla prova del voto in Liguria

Domenica 20 e Lunedì 21 settembre i cittadini liguri sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente e il Consiglio regionale. Una legislatura consiliare conclusasi senza particolari intoppi per il Governatore uscente Giovanni Toti e la sua maggioranza di centrodestra, chiamati alla riconferma del risultato di cinque anni fa.

A fronteggiarlo saranno 8 candidati, tra i quali spicca il nome di Ferruccio Sansa, che con Toti condivide la carriera giornalistica.

È attorno al nome dell’inviato del Fatto Quotidiano che si è costruita la coalizione PD-Movimento 5 Stelle, l’unica di questa tornata che vedrà ben 7 Regioni al voto.

I candidati e le liste a loro sostegno

  • Giovanni Toti – Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Unione di Centro, Cambiamo/Toti Presidente
  • Ferruccio Sansa – Partito Democratico-Articolo Uno, Movimento 5 Stelle, Europa Verde-DemoS-Centro Democratico, Sansa Presidente, Linea Condivisa
  • Aristide Massardo – Lista Massardo (+Europa-PSI-Italia Viva)
  • Marika Cassimatis – Base Costituzionale
  • Carlo Carpi – Lista Carpi (appoggiata dal Partito Radicale)
  • Giacomo Chiappori – Grande Liguria
  • Gaetano Russo – Il Popolo della Famiglia-Democrazia Cristiana
  • Alice Salvatore – Il Buonsenso
  • Davide Visigalli – FSI-Riconquistare l’Italia (nei soli collegi di Genova e La Spezia)
  • Riccardo Benetti – Ora rispetto per tutti gli animali

La legge elettorale

Le circoscrizioni elettorali della Liguria sono 4, corrispondenti alle province di Imperia, Savona, Genova e La Spezia.

La legge elettorale è la Legge Tatarella e risale al 1995. Prevede un unico turno dove il vincitore è il candidato che riesce a ottenere anche un solo voto in più rispetto agli sfidanti.

I 30 seggi del consiglio regionale sono ripartiti per l’80% in base a liste provinciali e per il restante 20% in maniera variabile come premio di maggioranza oppure ripartito tra le liste di minoranza qualora il vincitore possa contare su un numero superiore a 18 seggi. La soglia di sbarramento è posta al 3% ed è previsto infine il voto disgiunto.

Ciascun elettore può esprimere due preferenze, purché a candidati di sesso opposto. Indicando due candidati dello stesso sesso, il voto va al primo.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi

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Cosa sta succedendo nel Movimento 5 Stelle

L’avvento del M5S è stato uno dei fenomeni più dirompenti sul nostro assetto partitico. Dopo il successo alle politiche del 2018, che lo hanno visto attestarsi primo partito con circa il 32% dei suffragi, il Movimento si è dovuto confrontare con una serie di problematiche emerse in primis all’interno del partito, in seguito ai notevoli contrasti sulla leadership dello stesso, ma anche all’esterno, avendo registrato un significativo ridimensionamento dei consensi, testimoniato dai sondaggi, dalle elezioni europee e da quelle amministrative. Una prima reazione a questa crisi è stata rappresentata dalle dimissioni da capo politico di Luigi Di Maio e l’affidamento di questo ruolo, in funzione di “reggente”, a un grillino della prima ora, Vito Crimi.

 

Le tensioni attuali: l’emendamento sull’intelligence

L’argomento più caldo in seno al movimento riguarda un emendamento posto al decreto che proroga lo stato di emergenza fino al 15 Ottobre. La norma in questione, inizialmente passata sotto silenzio, modifica i limiti alla proroga degli incarichi direttivi dei servizi segreti, le agenzie AISI e AISE e l’organo di coordinamento, il DIS: l’emendamento permette di fatto di prolungare la carica degli attuali dirigenti, persone di fiducia della presidenza del consiglio. Ha suscitato polemiche anche che il premier Conte abbia in questi due anni mantenuto per sé l’autorità sulle intelligence, laddove i presidenti del consiglio precedenti avevano generalmente sfruttato la possibilità, prevista da una recente legge, di delegare questo potere (di norma ad un altro ministro). La base del Movimento ha reagito con un controemendamento firmato da ben 50 deputati, vanificato però dalla questione di fiducia posta dal governo sulla conversione del decreto-legge. Il decreto è stato sì approvato, ma il fronte 5 stelle ha registrato 28 defezioni, tra assenze giustificate e non.

 

Le correnti interne nel M5S

Tali vicende parlamentari evidenziano malumori nella compagine pentastellata. Già di recente l’ala più euroscettica si era distaccata, con l’espulsione del senatore Paragone e il suo annuncio di voler creare un nuovo partito volto all’uscita dell’Italia dall’UE. Ad ogni modo, permangono una serie di correnti interne, particolarmente in conflitto per la leadership del movimento. Il gruppo più influente è sicuramente quello dei c.d. “governisti”, caratterizzati da un sostegno costante al governo e da volontà di dialogo con gli alleati. Oltre ovviamente a Luigi di Maio, figure di spicco sono il ministro dei rapporti con il parlamento Fraccaro, il ministro della giustizia Bonafede e il reggente Crimi. Parimenti favorevole al governo è l’ala di sinistra dei 5 stelle: il fronte progressista vede nel presidente della camera Fico la figura più rilevante, insieme con i ministri Patuanelli e D’Incà.

La preoccupazione maggiore per l’attuale establishment del Movimento consiste nel terzo polo, guidato da Alessandro Di Battista. Quest’ultimo, che dopo le elezioni aveva abbandonato la politica attiva, spinge per riconquistare un posto di primo piano nel movimento, facendo leva sulle originali istanze dei 5s.

Per tornare ai fasti di un tempo, il M5S ha deciso di organizzare degli “Stati Generali”: l’evento, previsto per il 4 ottobre (significativamente giorno del “rivoluzionario” San Francesco) è figlio della kermesse di Villaggio Rousseau, e testimonia la volontà del M5S di ristabilire un dialogo con la piazza.

 

Il Movimento 5 Stelle oggi

I pentastellati dovranno a breve fare i conti con i risultati delle votazioni che si terranno il 20 e 21 Settembre. Per quanto concerne il referendum sul taglio dei parlamentari, provvedimento di bandiera del Movimento, la base si è tutto sommato consolidata e, nonostante l’assenza di una convinta adesione degli alleati di governo, i sondaggi sono favorevoli ai 5s. Diverso è il discorso sulle amministrative, storicamente il tallone d’Achille del movimento, alle quali difficilmente i 5 stelle riusciranno a conquistare regioni. La maggioranza di governo, ad ogni modo, è unita nel negare qualsiasi tipo di effetto degli esiti regionali sulla tenuta del governo. Effetti potranno certamente esserci internamente al movimento, e si comprende anche sotto questo aspetto la decisione di convocare gli Stati Generali successivamente alle votazioni.

Intanto, i sondaggi sulle intenzioni di voto non sono particolarmente positivi per i 5 stelle: quello di SWG, per La7, al 31 agosto li attesta sul 16.4%, perdendo più di mezzo punto dall’ultima rilevazione dello stesso istituto. Per Ipsos prospettiva leggermente più favorevole, con il movimento al 18.9%. Significativa è la “Supermedia”, elaborata da Youtrend sulla base dei risultati dei principali istituti di sondaggistica, che indica una perdita di quasi un punto percentuale dei 5s rispetto alla rilevazione precedente, collocando il Movimento al 15.8%.

 

 

Caldoro-Stefano-DeLuca-Vincenzo

Regionali in Campania: è sfida De Luca/Caldoro?

Il 20 ed il 21 settembre ci sarà la prima tornata elettorale post-lockdown. Oltre al referendum sul taglio dei parlamentari in 7 regioni italiane ci sarà il voto per il rinnovo dei consigli regionali, tra queste la Campania è l’unica che vede il candidato del centro sinistra in netto vantaggio.

I candidati

Vincenzo De Luca, 71 anni, lucano di nascita è noto alle cronache per le sue dichiarazioni spesso radicali. Laureato in Filosofia, è un politico di lungo corso da sempre nell’ala di centro sinistra. Ha ricoperto più volte la carica di primo cittadino di Salerno e, dopo una parentesi come deputato, nel 2015 è arrivato alla guida della Campania. Seppur divisivo “ Sceriffo” De Luca, è sostenuto da 15 liste e gode di notorietà nazionale, ma, recentemente risulta (secondo Repubblica) indagato dalla Procura di Napoli per falso e truffa, i suoi quattro autisti infatti sarebbero stati promossi indebitamente nello staff delle relazioni istituzionali, pur non possedendo nessuna qualifica.

Lo sfidante principale è Stefano Caldoro, nato a Campobasso nel 1960 e rappresentante della coalizione di centro destra che può contare sull’appoggio di 6 liste. Laureato in Scienze Politiche e di estrazione socialista, fu il predecessore di De Luca alla guida della Campania. I due sfidanti si sono già incrociati due volte per la carica di Presidente di Regione la prima nel 2010 e la seconda nel 2015 e contano una vittoria a testa.

Anche la candidata del Movimento 5 Stelle non è nuova alla corsa per la Presidenza della Regione, Valeria Ciambrino compaesana del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è nata nel 1973 a Pomigliano D’Arco dove risiede tuttora e nel 2015 raccolse il 17,5% dei consensi assicurandosi uno scranno come Consigliera regionale.

Gli altri quattro candidati sono: Luca Saltalamacchia, avvocato ambientalista di 47 anni impegnato nella difesa dell’ambiente e volto, assieme a Stefania Fanellil, della lista Terra, Giuliano Granato il candidato più giovane, 34 anni esponente di Potere al Popolo e vicino alle lotte sindacali, Sergio Angrisano rappresentante della lista Terzo Polo, giornalista di destra che guida i Movimenti Identitari, e Giuseppe Cirillo sessuologo, fondatore del Partito Buone Maniere.

La legge elettorale

La norma con la quale i campani eleggeranno il prossimo Presidente è in vigore dal 2009, è la legge elettorale della Regione Campania numero 4 che prevede 5 Circoscrizioni: Napoli (27 seggi), Avellino (4 seggi), Benevento (2 seggi), Caserta (8 seggi) e Salerno (9 seggi) e delinea un sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza al 60% per il candidato che ha preso più voti. La legge inoltre prevede la possibilità di esprimere il voto disgiunto e due preferenze purchè di sesso opposto.

Gli ultimi sondaggi

Secondo le ultime rilevazioni di SWG il candidato favorito è il governatore uscente Vincenzo De Luca che conquisterebbe la maggioranza assoluta dei voti, assicurandosi il sostegno di una percentuale di elettori che oscilla tra il 51 ed il 54%, seguito da Stefano Caldoro che si attesterebbe tra il 29 ed il 33% e Valeria Ciarambino che come nel 2015 si confermerebbe come terza forza politica.

Anche l’istituto Ixè sembra confermare i risultati, con la differenza che in questo caso il distacco tra De Luca e Caldoro sarebbe ancora più ampio (De Luca 54,4%; Caldoro 26,9%).

Concludendo, i campani sembra abbiano intenzione di confermare e premiare l’operato di De Luca durante gli ultimi 5 anni, Caldoro però potrebbe puntare sulla propria esperienza politica facendo leva sui nuovi guai giudiziari del governatore uscente, il risultato per quanto scontato secondo l’ultimo sondaggio, potrebbe riservare sorprese inaspettate, la partita è tutt’altro che chiusa e l’ennesimo duello De Luca/Caldoro può essere più incerto di quello che pensiamo.

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Il Veneto alla prova del voto regionale post-Covid

È periodo di elezioni anche in Veneto: i prossimi 20 e 21 settembre gli elettori veneti saranno chiamati a rinnovare il consiglio regionale e a scegliere chi sarà il prossimo governatore della regione e i compiti che attendono la prossima giunta non si preannunciano semplici. Primo fra tutti il traghettare il Veneto verso la ripresa economica dopo la crisi scaturita dalla chiusura forzata della maggior parte delle attività lavorative lo scorso marzo (incombenza per la quale servirà anche l’aiuto del governo centrale) a causa dell’epidemia del SARS-CoV-2; e in secondo luogo l’annosa questione dell’autonomia: sono ormai trascorsi più di mille giorni dal referendum consultivo senza che Venezia e Roma siano giunte ad un accordo soddisfacente, nonostante le promesse del governo centrale (prima gialloverde, poi giallorosso) di voler arrivare ad un compromesso politico che piaccia ad entrambi i fronti. La questione è complessa e per giungere ad una soluzione appagante allo stesso tempo per lo stato e la regione è necessario che soprattutto chi sarà chiamato a governare il Veneto lavori di fino, aggirando le opposizioni delle regioni del sud e di quello schieramento trasversale a Palazzo Chigi e a Palazzo Madama che è ostile all’autonomia delle regioni a statuto ordinario e, in un’ottica più ampia, al federalismo.

Le ultime due tornate elettorali hanno visto uno Zaia vincente, cavalcante l’onda della tradizione politica veneta – di destra ma moderata, tant’è che, come abbiamo già avuto modo di dire in un altro articolo, Luca Zaia rappresenta un’ala piuttosto liberale e libertaria del Carroccio; ma se nell’ormai lontano 2010, il centrodestra ha vinto a mani basse sul candidato del centrosinistra, cinque anni fa nell’agone veneto, e anche nazionale, è entrato a gamba tesa il Movimento Cinque Stelle, scompaginando le carte in tavola e difatti togliendo voti alla destra e alla sinistra per indirizzarli in quel voto scontento di protesta tanto agitato dagli stessi grillini.

 

 

Queste regionali, però, saranno il vero banco di prova per l’amministrazione leghista in Veneto, soprattutto dopo l’ondata epidemica del SARS-CoV-2 che ha, nelle primissime settimane dell’emergenza, decretato tale regione come la seconda più colpita dopo la Lombardia di Attilio Fontana. La riconferma dell’attuale governatore trevigiano, però, è molto probabile vista la popolarità che lo circonda.

Il centrodestra punta su Luca Zaia: il cavallo vincente della Lega veneta

Le prossime elezioni venete si rivelano quindi fondamentali per il futuro della regione. Non ci dev’essere alcuna possibilità di errore per alcun schieramento che scenderà nell’agone elettorale politico; il centrodestra è però in vantaggio: governa la regione incontrastato da diverse legislature e grazie a Luca Zaia ha ampliato il consenso nel corso degli ultimi dieci anni, arrivando a formare una base elettorale solida e ben consolidata sul territorio. Uno dei punti centrali dell’agenda politica è il problema dell’autogoverno, inserito nello statuto regionale richiamando alla storica tradizione politica che ha da sempre caratterizzato la regione e i territori che furono della Serenissima Repubblica di Venezia. Dimenticarsi di realizzare questo punto, tema caldo e altamente sentito nei veneti, segnerebbe la fine della carriera politica di chiunque ambisca a diventare presidente della regione, ma non è così per el Doxe, il quale durante le dirette televisive quotidiane nel corso dei giorni dell’emergenza sanitaria non ha mancato di far presente ai giornalisti che “il Veneto ha dimostrato, con la gestione dell’epidemia, di essersela guadagnata a pieno titolo perché significa soltanto assunzione di responsabilità“.

Il Presidente del Veneto, Luca Zaia (Lega). Foto di repertorio

Arturo Lorenzoni all’attacco del Doxe

Discorso diverso ovviamente per il centrosinistra: in seguito alla débâcle della coalizione guidata dall’avvocato Alessandra Moretti (Partito Democratico, oggi eurodeputata nei Socialisti Europei) nel 2015, il PD si è ritrovato in seria difficoltà nel cercare un candidato di peso che riuscisse a sfidare Zaia; la scelta per la prossima tornata elettorale è ricaduta su Arturo Lorenzoni, Professore associato di Economia Applicata all’Università di Padova e vicesindaco del capoluogo euganeo; guiderà lui la coalizione di centrosinistra, dentro alla quale sono confluite le diverse anime del progressismo, dal Partito Democratico ad Europa Verde, passando per i liberal-democratici di Più Europa (insieme a Volt) fino al movimento indipendentista Sanca Veneta (cioè Sinistra Veneta), vicino ad Esquerra Republicana, il movimento secessionista catalano nato in seguito al referendum svoltosi in Catalogna nel 2017. La scelta di puntare su Lorenzoni, però, non è stata unanime: proprio nel PD infatti si sono registrati diversi mal di pancia, pur se la maggioranza dei democratici è risultata favorevole nel lanciare il vicesindaco civico come l’anti-Zaia della sinistra. Per un breve periodo si vociferava che il Partito Democratico volesse in alternativa puntare su Andrea Crisanti, Professore ordinario di Microbiologia anch’egli all’ateneo patavino, rumors smentiti però dallo stesso docente universitario, sebbene Lorenzoni non abbia nascosto a maggio il suo endorsement nei confronti del collega (tenendosi stretta, però, la candidatura).

La frizione più consistente tra i due schieramenti si noterà soprattutto sulla gestione dell’emergenza sanitaria degli ultimi mesi, per la quale il Partito Democratico regionale ha chiesto che fosse istituita una commissione di inchiesta per vagliare le decisioni prese dalla giunta nelle scorse settimane, soprattutto per quanto riguarda le RSA.

L’avversario principale di Luca Zaia: Arturo Lorenzoni, vicesindaco di Padova e candidato di punta del centrosinistra (Photo Credits: La voce di Rovigo)

Non solo centrodestra e centrosinistra: gli altri candidati

Oltre a Luca Zaia e Arturo Lorenzoni, ovviamente, in tanti tentano l’assalto a Palazzo Ferro Fini: tra questi ci sono gli ex compagni di partito dei democratici, i renziani guidati da Daniela Sbrollini, supportata anche da una sua lista civica e da un movimento autonomista; poi il Movimento Cinque Stelle, con Enrico Cappelletti; la lista prosegue con Paolo Benvegnù di Solidarietà Ambiente Lavoro, Patrizia Bartelle di Veneto Ecologia Solidarietà, Simonetta Rubinato (che si presenta con la sua civica Veneto Rubinato) e Paolo Girotto di Movimento 3V Libera Scelta; senza dimenticarsi del fronte autonomista e secessionista del Partito dei Veneti capitanato dall’attuale consigliere regionale Antonio Guadagnini, eletto tra le file di Indipendenza Noi Veneto (in appoggio, nel 2015, a Luca Zaia) all’inizio della scorsa legislatura. Il 2020 è l’anno del fronte venetista unito con il Partito dei Veneti dopo più di vent’anni di divisioni tra le diverse sigle che compongono le linee indipendentiste venete. Un lavoro di fino, ottenuto grazie al compromesso dei diversi leader di partito e in particolare del coordinatore del PdV Giacomo Mirto, compromesso che, però, non è piaciuto a tutti visto che uno dei partiti fondatori, il Popolo di San Marco creato da Davide Lovat, ha abbandonato la compagine subito dopo la formazione.

Come si vota

Le elezioni si svolgeranno i prossimi 20 e 21 settembre, rispettivamente dalle 7 alle 23 e dalle 7 alle 15; prevede l’elezione diretta del Presidente di Regione, del secondo candidato Presidente di Regione con più voti e di 49 consiglieri (per un totale di 51 seggi) che comporranno il Consiglio Regionale del Veneto; le circoscrizioni sono sette come le provincie e prevederanno ciascuna nove seggi, a differenza di Belluno e di Rovigo che invece eleggeranno due consiglieri a testa. È prevista la preferenza di genere: si può votare uno o due candidati, ma in caso devono essere di sesso opposto perché la scheda sia valida, altrimenti la seconda preferenza verrà annullata.
Se la coalizione del candidato presidente vincente otterrà più del 40% dei voti validi conseguiti da tutte le coalizioni, allora l’alleanza vincitrice avrà in mano 29 seggi, viceversa se i voti risultassero meno del 40%, i consiglieri sarebbero 27. È possibile il voto disgiunto, mentre la soglia di sbarramento per le coalizioni non può superare il 5% mentre quella del gruppo di liste il 3%.

Progetto senza titolo

Guida al voto: le elezioni regionali in Puglia

Il 20 e il 21 settembre i pugliesi saranno chiamati alle urne per rinnovare il consiglio regionale ed eleggere il presidente di Regione. Domenica 20 settembre i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23, mentre lunedì 21 si potrà votare dalle 7 alle 15.

Candidati noti e centrosinistra spaccato

Il governatore uscente Michele Emiliano, in carica dal 2015, si candida per un secondo mandato con il sostegno del Partito Democratico e di 14 liste civiche. Il Movimento 5 Stelle ci riprova con Antonella Laricchia, avversaria di Emiliano anche nel 2015 quando ottenne il 18,4% dei consensi. Il centrodestra marcia compatto dietro al nome di Raffaele Fitto, già governatore pugliese dal 2000 al 2005. Italia Viva candida Ivan Scalfarotto, sostenuto da +Europa, Azione e Volt. Tra gli sfidanti anche Mario Conca del Movimento Cittadini Pugliesi, Pierfranco Bruni del Movimento Fiamma Tricolore, Nicola Cesaria di Lavoro Ambiente e Costituzione e Andrea D’Agosto di Riconquistare L’Italia.

I temi centrali della campagna elettorale saranno il turismo, lo sviluppo, la sanità e l’ambiente. Antonella Laricchia sottolinea l’importanza della green economy sviluppata su tre punti cardine: rifiuti, trasporti e qualità dell’aria. Raffaele Fitto insiste sul valorizzare la tradizione pugliese e rilanciare il commercio e l’industria. Michele Emiliano ha stilato un programma di 10 punti, in cui figurano tra gli obiettivi un patto per l’economia sostenibile, la costruzione di una Puglia 4.0, una legge regionale sull’omotransfobia e il dichiararsi una regione plastic free entro il 2021.

Fonte: La Repubblica

I sondaggi sono in disaccordo, la partita è tutta da giocare

Gli ultimi sondaggi mostrano il candidato di centrodestra leggermente in vantaggio sul governatore uscente. Secondo una stima realizzata da SWG, Raffaele Fitto guida con il 42% dei consensi, seguito da Michele Emiliano che si ferma al 41% (nel 2015 Emiliano era stato eletto con poco più del 47% dei voti). Al terzo posto Antonella Laricchia con il 15% dei voti. Scalfarotto si aggira intorno al 6%.

Un altro rilevamento, realizzato da BidiMedia, vede invece il governatore uscente in vantaggio su Fitto con uno scarto di poco più di un punto percentuale (40,2% contro 38,9%), con Laricchia indietro al 14,3%. All’incertezza si aggiunge la voce fuori dal coro di Roberto Baldassari, direttore generale di Lab2101, che fotografa una sfida elettorale a tre teste: Fitto al 30,09%, Laricchia al 30,8% ed Emiliano al 30,2%.

La partita è ancora aperta e tutto può cambiare. Michele Emiliano cercherà di chiamare a raccolta il popolo del centrosinistra, provando a intercettare anche il consenso grillino facendo leva sul voto disgiunto.

Fonte: Elezioni Puglia 2020

La legge elettorale

La legge elettorale della regione Puglia, varata nel 2015, stabilisce che il candidato governatore che ottiene anche un solo voto in più degli avversari sia eletto Presidente. È prevista la possibilità del voto disgiunto e quest’estate grazie all’intervento del governo è stata inserita la doppia preferenza di genere. La coalizione che esprime il presidente eletto ha diritto a un premio di maggioranza: dei 50 seggi in consiglio regionale, 29 saranno assegnati alle liste vincenti se il candidato otterrà più del 40% dei voti, 28 se più del 35% e 27 se il risultato è inferiore al 35%.