Cos'è il COPASIR

Cos’è il COPASIR: storia, compiti e polemiche attuali

La presidenza del COPASIR sta facendo litigare i due storici alleati Lega e Fratelli d’Italia. Entrambi sostengono con forza la propria posizione ma solo una può avere ragione. Ma cos’è il COPASIR e perché è così importante da far litigare due partiti solitamente alleati?

Cos’è il COPASIR?

Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica è l’organo del Parlamento che vigila sull’operato dei nostri servizi segreti. In concreto si assicura che i servizi segreti operino nei confini delle leggi e della Costituzione.

Per adempiere a questo compito, il COPASIR gode di poteri in materia di controllo e consultivi. Svolge audizioni periodiche al Presidente del Consiglio e dei ministri facenti parte del Comitato Interministeriale per la sicurezza della Repubblica (CISR), oltre che dei responsabili del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza.

I poteri del COPASIR

Il COPASIR può richiedere al Presidente del Consiglio di avviare delle inchieste interne per verificare la bontà della condotta dei membri (presenti e passati) degli organismi di informazione e sicurezza. Inoltre, il comitato può acquisire documenti, informazioni e atti dalla pubblica amministrazione, dall’Autorità giudiziaria e anche in deroga al segreto di indagine.

Un altro dei principali poteri del COPASIR, seppur non vincolante, è quello di fornire un parere preventivo sugli schemi di attuazione delle leggi di riforma.

Perché il COPASIR ha fatto litigare Lega e Fratelli d’Italia?

Per capire il motivo della diatriba, è necessario andare a vedere come si compone il comitato. Il COPASIR è un organo bicamerale composto da dieci membri, equamente divisi tra le due Camere. Questi vengono nominati dai presidenti delle rispettive Camere in modo da rappresentare proporzionalmente le forze politiche che compongono il Parlamento.

L’eccezione è il presidente: questo deve essere eletto tra i componenti dei gruppi di opposizione. E qui nasce il problema.

I tre governi di questa legislatura hanno visto un continuo ricambio di maggioranza e opposizione, con due eccezioni. Il Movimento 5 Stelle è sempre stato alla maggioranza e Fratelli d’Italia sempre all’opposizione.

Il COPASIR con il Governo Draghi

All’inizio della legislatura, il presidente del COPASIR era Lorenzo Guerini del PD. Una volta caduto il Conte I però, Guerini è stato nominato ministro della Difesa (riconfermato nell’attuale governo) e si è quindi dimesso.

A succedergli è stato il deputato leghista ed ex sottosegretario alla Difesa, Raffaele Volpi. Ma ora anche la Lega fa parte della maggioranza e quindi FdI rivendica la presidenza del COPASIR essendo de facto l’unica opposizione al governo.

La Lega però non vuole mollare la presidenza e si fa forza su un precedente più o meno simile.

Il COPASIR con il Governo Monti

Per spiegare le ragioni della Lega, dobbiamo tornare indietro al 2011. Berlusconi si dimette e Napolitano conferisce l’incarico a Mario Monti. Il presidente del COPASIR fino a quel momento era Massimo D’Alema del Partito Democratico. E dopo l’insediamento del governo tecnico, pure.

Il PD, fino a quel momento all’opposizione, entra in maggioranza ma tutti i partiti decisero di respingere le dimissioni di D’Alema con la motivazione che il governo era totalmente tecnico. La Lega, pur non sostenendo il governo, condivise questa interpretazione.

Questa la motivazione per cui la Lega ritiene di non dover “riconsegnare” la presidenza del COPASIR.

Le ragioni di Fratelli d’Italia

Oltre a svariati giuristi, a dare ragione al partito di Giorgia Meloni c’è anche la profonda differenza strutturale tra i governi Monti e Draghi.

Il primo, come dicevamo, era totalmente tecnico. Il secondo invece, è un ibrido dove i ministeri sono divisi tra nomi tecnici e politici scelti tra i membri della maggioranza.

Secondo il presidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassare, ha ragione Fdi dato che “c’è una legge che si deve applicare”. Sul precedente di D’Alema ha inoltre affermato che esso si trattava “non si trattò cioè di una prassi conforme alla norma ma di una prassi contraria alla norma. E quindi nulla.”

Ai posteri l’ardua sentenza.

Com'è fatto Fratelli d'Italia

Com’è fatto Fratelli d’Italia?

Il partito Fratelli d’Italia nasce sul finire del 2012 come Fratelli d’Italia – Centrodestra Nazionale (FdI-CN). Prende poi il nome di Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale (FdI-An) ed oggi è comunemente noto come Fratelli d’Italia (FdI).

Il partito nasce da una scissione a destra dell’allora Popolo della Libertà (PdL), il partito unico che per il suo presidente, Silvio Berlusconi, avrebbe dovuto federare tutti i partiti del centro-destra. Ambizione che entra in forte crisi quando cade il governo Berlusconi IV e durante il successivo Governo Monti. In quell’ultima fase della XVI legislatura diversi parlamentari del PdL manifestano malumori; Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa guidano la scissione.

Il partito FdI si presenta per la prima volta alle elezioni politiche nel 2013: elegge nove deputati e nessun senatore. Capogruppo alla Camera è la deputata Giorgia Meloni. Alle ultime elezioni politiche, quelle del 2018, nella coalizione di centro-destra, elegge trentadue deputati e diciotto senatori, confermandosi il terzo partito della coalizione dietro la Lega e Forza Italia (FI).

Il consenso di FdI aumenta considerevolmente – sondaggi alla mano – nel corso della XVIII legislatura, specie per la forte opposizione ai due governi guidati da Giuseppe Conte. Attualmente il partito è all’opposizione anche del Governo Draghi.

L’attività congressuale e le finalità del partito

Il Congresso Nazionale discute e determina l’indirizzo politico del movimento, elegge il Presidente e l’Assemblea nazionale, modifica lo Statuto o delega a ciò altri organi nazionali (Assemblea o Direzione).

Del Congresso Nazionale fanno parte tutti gli iscritti; si riunisce, di norma, ogni tre anni.

Le finalità del partito sono, da Statuto, “attuare un programma politico che, sulla base dei principi di sovranità popolare, libertà, democrazia, giustizia, solidarietà sociale, merito ed equità fiscale, si ispira a una visione spirituale della vita e ai valori della tradizione nazionale, liberale e popolare, e partecipa alla costruzione dell’Europa dei Popoli”, promuove “nel rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’unità nazionale, la pacifica convivenza di Popoli, Stati, etnie e confessioni religiose”.

Il Presidente Nazionale

Ha la rappresentanza politica del partito, ne dirige l’organizzazione e coordina tutte le attività necessarie alla vita stessa del partito.

Il Presidente è eletto dal Congresso Nazionale. Primo presidente del Partito è stato Ignazio La Russa, dall’aprile 2013 al marzo 2014. Ha preso poi il suo posto Giorgia Meloni il 9 marzo 2014, che è stata riconfermata all’unanimità alla guida del partito nel dicembre del 2017, durante il secondo e ultimo congresso di FdI (a Trieste).

L’Assemblea Nazionale

L’Assemblea Nazionale indirizza l’azione politica, organizzativa e di funzionamento del movimento secondo le determinazioni del Congresso Nazionale.

E’ composta da 450 membri eletti dal Congresso. Ulteriori 50 membri possono essere, invece, nominati dal Presidente Nazionale. Il presidente dell’Assemblea Nazionale è eletto all’interno della stessa; dal 2014 questa carica è ricoperta da Ignazio La Russa. È convocata, in via ordinaria, ogni sei mesi.

La Direzione e l’Esecutivo Nazionale

La Direzione Nazionale è l’organo esecutivo del partito. Ha il compito di eseguire gli indirizzi dell’Assemblea Nazionale in materia di attività politica e organizzativa, di determinare le linee politiche e parlamentari, di stilare i programmi elettorali, di approvare le liste dei candidati alle elezioni maggiori (politiche, europee, regionali…).

È composta dal Presidente Nazionale e dai membri eletti dall’Assemblea Nazionale. Ne fanno inoltre parte i presidenti dei gruppi parlamentari e altri membri di diritto. Attuale coordinatore è Edmondo Cirielli. È convocata in via ordinaria ogni tre mesi.

L’Esecutivo Nazionale, tra gli organi di maggior rilievo del partito, coadiuva il Presidente Nazionale nella rappresentanza politica e nel coordinamento delle attività del partito.

Ne fanno parte, di diritto, i presidenti e i coordinatori dei maggiori organi del partito nonché i presidenti dei gruppi parlamentari. Possono essere invitati a prenderne parte anche i componenti del Governo e i Presidenti di Regioni iscritti a FdI. Il Presidente Nazionale può, inoltre, nominare altri 25 membri e designare all’interno dell’Esecutivo un coordinatore e un Ufficio di Presidenza.

Gli organi amministrativi e di garanzia

Vi sono poi organi amministrativi (come il Segretario amministrativo e il Vice Segretario, il Revisore dei Conti) che curano la gestione amministrativa, patrimoniale e contabile del partito.

Tra gli organi disciplinari e di garanzia troviamo, invece, la Commissione Nazionale di Garanzia (e le Commissioni di Garanzia regionali e provinciali). La Commissione è eletta dal Congresso Nazionale ed è composta da sei membri, uno dei quali è nominato presidente. La Commissione Nazionale di Garanzia è competente per le azioni disciplinari nei confronti dei componenti i maggiori organi del partito e delle assemblee elettive nazionali ed europee. Può esprimere: pareri di congruità allo Statuto delle deliberazioni degli organi del partito; pareri di compatibilità alle finalità del partito di iscritti imputati in processi penali; accerta ipotesi di incandidabilità.

Organizzazione territoriale

Il Partito si articola a livello territoriale in circoli regionali, provinciali, comunali. Possono essere formati anche circoli nazionali in ogni paese estero.

Tali circoli hanno un’assemblea e un presidente che determinano l’azione politica nel territorio e negli organi istituzionali.

In Europa

Nel Parlamento europeo FdI è nel Partito dei Conservatori e Riformisti (Ecr), di cui Giorgia Meloni è diventata presidente lo scorso settembre, la prima italiana a guidare un partito europeo.

Gioventù Nazionale

Il movimento giovanile di FdI è Gioventù Nazionale. Ne fanno parte gli iscritti al partito con un’età compresa tra i 14 e i 32 anni. Attuale Presidente è Fabio Roscani.

I simboli  

Dall’art. 4 dello Statuto, il simbolo di FdI è un “cerchio contornato da margine di colore blu, contenente al proprio interno, al centro della parte superiore, la scritta “FRATELLI d’ITALIA”, in carattere stampatello bianco su sfondo blu, su due righe; la parte inferiore di colore bianco, è separata da quella superiore da tre linee di colore verde, bianco e rosso, dal margine sinistro al margine destro del cerchio. In basso al centro, sovrapposto in parte centrale al tricolore, è raffigurata su fondo bianco una Fiamma Tricolore (verde, bianco, rosso) su base blu”.

Il CDA di UniCredit si appresta a cambiare

Il CDA di UniCredit si appresta a cambiare

Nonostante l’accordo con Mps si faccia sempre più lontano, il cda di UniCredit guidato da Pier Carlo Padoan e Andrea Orcel si appresta a cambiare volto e a farsi più snello.

Sono infatti 13 gli esponenti – attualmente 14- che andranno a comporre il nuovo cda, tra questi, due verranno scelti da Assogestione.

Gli uscenti dell’attuale cda sono: Cesare Bisoni, Jean Pierre Mustier, Diego De Giorgi, Stefano Micossi, Sergio Balbinot, Mohamed Hamad Al Mehairi.

I nomi presenti nella lista e che andranno a comporre il nuovo organico, invece, sono: il Presidente Pier Carlo Padoan, l’Amministratore Delegato Andrea Orcel, Lamberto Andreotti, Elena Carletti, Jayne-Anne Gadhia, Jeffrey Hedberg, Beatriz Lara Bartolomè, Luca Molinari, Maria Pierdicchi, Renate Wagner, Alexander Wolfgring.

La lista, quasi per metà formata da donne, verrà votata dall’assemblea degli azionisti nella riunione in programma il prossimo 15 aprile

Nel comunicato rilasciato, il Consiglio di Amministrazione “ringrazia Cesare Bisoni, Presidente del Consiglio di Amministrazione e Stefano Micossi, Presidente del Comitato Corporate Governance Nomination and Sustainability e i componenti dello stesso, per la professionalità con cui hanno gestito i processi di successione legati al Presidente, all’Amministratore Delegato e al rinnovo dell’intera Lista del Consiglio”.

Viene inoltre spiegato che la lista “assicura complementarietà in termini di esperienza e competenze, garantisce una comprensione collettiva delle principali aree di business e i principali mercati in cui opera UniCredit e riflette le priorità strategiche che la Banca affronterà nei prossimi anni; valorizza il profilo internazionale del Consiglio accompagnato ad una profonda comprensione dei mercati in cui la Banca opera; riflette una particolare attenzione alla diversity in tutte le sue declinazioni a partire dal genere (il 45% dei Consiglieri appartiene al genere meno rappresentato), dalle culture di provenienza e dall’età; valorizza significative esperienze in ruoli apicali in aziende rilevanti nel loro settore di appartenenza, oltre a una consolidata conoscenza di tutti gli aspetti della corporate governance; riflette una rinnovata attenzione su competenze in ambito financial services ed un particolare focus su tematiche legate alla Sostenibilità e alla Tecnologia come leva abilitante dei processi di trasformazione; valorizza l’importanza di esperienze rilevanti nella gestione del “capitale umano” e di politiche di diversity and inclusion”.

IL NODO MONTE PASCHI

UniCredit, che si prepara dunque alla sua nuova era con al vertice il duo Padoan-Orcel, sarà chiamata soprattutto a sciogliere il nodo riguardante Mps, tra i dossier che stanno sconvolgendo l’attuale governo Draghi e tutto il mondo politico.

Il 3 marzo, il Consiglio Regionale della Toscana ha approvato una risoluzione che chiede di rinviare la privatizzazione della banca senese con una maggioranza di favorevoli che vede esclusi solamente i consiglieri di FdI che si sono astenuti.

Il Consiglio ha condiviso il testo che impegna la Giunta regionale a proseguire il confronto istituzionale con il Governo per ricercare le migliori soluzioni possibili per garantire un solido futuro a Mps. Il rinvio della privatizzazione è l’obiettivo principale che si vuole ribadire al Governo che dovrà intervenire per la banca e per il territorio salvaguardando il marchio Mps, l’occupazione e la permanenza del cuore direzionale di Mps a Siena.

Il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani si è detto “estremamente perplesso per l’operazione che potrebbe portare a fusione per incorporazione”. Spiega che “soci privati vivrebbero alla stregua di una boccone amaro e quindi con estrema riottosità l’integrazione di MPS in un colosso bancario oggi orientato da soci diffusi prevalentemente internazionali. E loro stessi hanno espresso riottosità”, ha aggiunto, “si parla di 6 miliardi che lo Stato metterebbe a disposizione del potenziale acquirente di MPS, lo leggo dai giornali e mi suscita sconcerto. Mi auguro che il nuovo Governo riesamini tutta la questione”.

Giani ha chiesto chiaramente allo Stato di ricapitalizzare la banca.

“Oggi MPS è una banca controllata dallo Stato che può ricapitalizzare una banca il cui piano strategico approvato dall’attuale consiglio prevede una perdita per quest’anno, una situazione di leggera perdita o pareggio tra il 2022 e 2023 – ha aggiunto il governatore toscano – Occorre una potenzialità di ricapitalizzazione da parte dello Stato con una cifra più modesta di quella che lo Stato dovrebbe assicurare se volesse imboccare altre strade di incorporazione con altre banche. Una realtà assolutamente fattibile che risponde all’interesse generale”.

La risoluzione unitaria è stata sottoscritta dai capigruppo Vincenzo Ceccarelli (Pd), Stefano Scaramelli (Iv), Irene Galletti (Movimento 5 Stelle), Elisa Montemagni (Lega) e Marco Stella (Forza Italia).

 

partiti

Quali intermediari per la democrazia

Sin dalla loro nascita, i partiti politici sono stati il principale collegamento fra le istituzioni e il popolo. In Italia i partiti hanno visto la loro età d’oro durante l’epoca della cosiddetta Prima Repubblica fino al 1992. Da lì in avanti, i partiti hanno iniziato un lento e inesorabile declino, non tanto politico, quanto di reale collegamento fra le persone, facendosi trovare impreparati alla nascita di due forze che oggi dominano il panorama politico italiano: Lega e il Movimento 5 Stelle.

I partiti vedono la loro nascita, almeno nella loro forma organizzata, all’interno dell’assemblea costituita durante la rivoluzione francese. Già all’interno del parlamento inglese erano iniziati a nascere degli embrioni di queste strutture. La vera era d’oro dei partiti politici però si può identificare con il XX secolo con l’affermarsi all’interno delle istituzioni dei grandi partiti di massa. L’esempio Italiano può ritenersi emblematico avendo avuto come partito di governo per più di quarant’anni la D.C. e al contempo il più grande partito comunista del mondo occidentale.

Con la fine del cosiddetto “compromesso storico”, si può identificare la fase del declino politico dei partiti italiani che avrebbe portato quel sistema a concludersi con la questione di tangentopoli del 1992. Forse più importante di tangentopoli, per l’attuale situazione italiana, è il successo elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi, un partito nato dall’unione delle diverse leghe nate nelle regioni del Nord-Italia che nel corso degli anni ha raggiunto una connotazione nazionale con l’avvento alla Segreteria Federale dell’attuale Leader Matteo Salvini.

L’altro elemento deflagrante per la politica Italiana è stata la nascita del Movimento 5 Stelle. Sin dalla sua nascita il M5S si è contraddistinto per la propria ideologia populista anti-partitica e anti-sistema. Un movimento considerato come marginale all’interno del panorama politica Italiano, nel 2013 ottenne più del 25% dei voti, giungendo al suo livello più alto nelle elezioni politiche del 2018 con il 35% dei votanti, diventando di fatto la prima forza politica italiana.

Questi due percorsi possono vedere il proprio punto di arrivo comune con la nascita del governo denominato Conte I, nato dal “contratto di governo” fra i due partiti. Con la nascita di questo governo, che lo stesso presidente del consiglio definì populista, si poteva considerare raggiunto l’apice di questa lunga marcia populista italiana. I due partiti che più avevano incarnato il sentimento anti-sistema e anti-partito dilagante in Italia, erano riusciti a trovare un’intesa comune che facesse nascere un governo.

La domanda che però doveva nascere in quel momento doveva essere: le due forze avrebbero cambiato il sistema o sarebbero finite per essere “corrette” dal sistema stesso? Bisogna a questo punto analizzare due momenti salienti per identificare come le logiche del sistema abbiano sensibilmente modificato le due forze.

Il primo si può identificare con la nascita del governo Giallo-Rosso, il governo Conte II. La nascita di questo governo fu dovuta dall’accordo fra il M5S e il Partito Democratico di Nicola Zingaretti, un movimento e un partito politico che fino a pochi giorni prima era da considerarsi agli antipodi dell’arco politico Italiano.

Il secondo è da identificarsi invece con la nascita, della nuova segreteria Federale della Lega. Una segreteria che, almeno nella sua formazione, si svincola definitivamente dalla logica della Lega Nord di Bossi, inserendo al suo interno sindaci e amministratori di varie realtà nazionali.

Possiamo quindi dire che i due partiti sono diventati oramai parte di quel sistema di potere nato dopo la fine della prima repubblica?

Per certi versi, la risposta a questa domanda è da definirsi positiva.

Il M5S ha dovuto svincolarsi dai suoi ancestrali paradigmi per giungere ad alleanze e compromessi con due delle forze che storicamente aveva osteggiato. Uno sforzo non senza conseguenze: il consenso del M5S è crollato facendo giungere il movimento dal 35% al 15% e durante l’ultima tornata amministrativa quasi nessuno fra i candidati governatore e sindaco del movimento è riuscito a imporsi come vincitore.

La Lega ha dovuto indossare l’abito istituzionale del partito classico, almeno nella sua struttura dopo quello che taluni considerano il “suicidio politico” di Matteo Salvini con l’uscita del suo partito dal governo Conte I. Durante la tornata amministrativa del 2020, la maggioranza degli osservatori è concorde nel vedere Matteo Salvini come il grande sconfitto, poiché i suoi candidati non sono riusciti a imporsi in nessuna regione e quelle 3 vinte dal CDX hanno visto vittoriosi Giovanni Toti (leader del Movimento Cambiamo!), Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia) e Luca Zaia (iscritto alla Lega, ma la cui lista personale si è imposta come prima forza politica Veneta).

Il caso italiano dimostra che i movimenti e le leghe nazionali hanno bisogno di interfacciarsi ai modelli dei classici partiti per poter raggiungere un ruolo di potere nel sistema. Quindi si potrebbe anche dire che i partiti sovranisti e populisti che si sono posti come anti-sistema hanno fallito la loro missione di modificare sostanzialmente il sistema nei quali si sono sviluppati.

Il caso italiano però al contempo dimostra anche come la democrazia per rimanere ancorata ai suoi classici interlocutori deve finire per identificarsi non tanto nei suoi valori, quanto nelle istituzioni. Soprattutto il Movimento 5 Stelle ha tentato di rompere i classici schemi, indirizzandosi verso una forma di partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni attraverso la Piattaforma Rousseau.

Senza voler indagare sulla vera o meno incidenza che la piattaforma ha avuto sulla democrazia, possiamo tranquillamente sostenere che è in corso all’interno del paese una ricerca di interlocutori adatti a sviluppare un canale diretto con le istituzioni. Se definiamo la Lega e il Movimento 5 Stelle come non come partiti, ma come movimenti in cui la partecipazione diretta delle persone (intesa come populismo) è alla base di una forza anti sistema, si può identificare nel Partito Democratico l’ultimo partito italiano, inteso come una forza che mantiene una struttura ramificata in tutto il territorio nazionale.

Quindi, se la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno iniziato a trasformarsi in veri e propri partiti e il Partito Democratico rimane l’unico partito strutturato, ma al contempo soffre una crisi elettorale che non gli permette di poter vincere un’elezione al livello nazionale, quale è l’intermediario vero fra la democrazia/istituzioni e il popolo?

La risposta non deve essere identificata in nuove forme di corpi intermedi, ma nel cambiamento della forma di partecipazione che i partiti possono offrire. Attualmente solamente la Lega e (almeno a livello di dichiarazioni) il PD hanno intrapreso questa strada. La prima con l’apertura ai territori della propria segreteria, il secondo con la volontà di aprire i propri organi decisionali nazionali alla società civile (Sardine e FridayForFuture). Il M5S rimane l’unica grande forza che al livello nazionale non ha ancora deciso una direzione intrapresa dagli altri due grandi partiti italiani.

La democrazia ha quindi dimostrato come per poter funzionare ha ancora necessità di avere un riferimento partitico. Tutte quelle forze che hanno tentato di tentato di porsi come forze alternative, sono finite nel doversi piegare alle “regole del gioco” per poter esercitare il loro potere. La risposta alla crisi dei partiti quindi deve essere ritrovata non tanto in nuovi sistemi, ma nell’apertura dei movimenti ad una platea decisionale sempre più amplia, in modo tale che i partiti possano diventare degli intermediari credibili. La vera sfida che i partiti devono affrontare non è se aprirsi o meno, ma il quanto per poter trovare l’equilibrio che continui a caratterizzarli come forze politiche con una identificazione ideologica.

commesse all'Arabia Saudita

First reaction blocked: basta commesse all’Arabia Saudita?

L’Italia ha “bloccato” le commesse all’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il 29 gennaio ha dichiarato via Facebook:

“Vi annuncio che il governo ha revocato le autorizzazioni per l’esportazione di missili e bombe d’aereo verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti

In molti, tra partiti, associazioni per la pace e varie realtà affini hanno esultato alla notizia. Ma andando a leggere le carte appare chiaro che, in realtà, le cose non siano così definitive come le si vuole far passare.

Prima di procedere all’analisi del coinvolgimento italiano, facciamo un passo indietro.

La guerra civile in Yemen

Descrivere minuziosamente la guerra in corso in Yemen richiederebbe un articolo a sé e forse anche di più. Questa di seguito è una breve ma necessaria sintesi per contestualizzare le vicende raccontate in questo pezzo.

Introduciamo i protagonisti di questa storia:

  • il governo yemenita del presidente Abdrabbuh Mansur Hadi
  • il Movimento Houthi di Abdul-Malik al-Houthi
  • Al-Qaeda e i suoi spinoff
  • l’ISIS della penisola yemenita
  • la coalizione guidata dall’Arabia Saudita

Tutto inizia il 16 settembre 2014 con la Battaglia di Sana’a (la capitale del Paese), quando le milizie Houthi si scontrano per la prima volta con le truppe governative. Il 21 settembre i ribelli occupano la capitale e il mondo arabo viene shockato dalla rapidità di tale conquista. Il Primo ministro Basindawa si dimette in quello che sembra essere il primo passo verso una pacificazione del Paese ma invece risulta in un nulla di fatto. Gli Houthi si rifiutano di restituire i territori conquistati e le loro armi e dichiarano guerra totale ad Hadi.

L’inizio dell’intervento saudita

Siamo a marzo 2015, la guerra tra Houthi e forze governative non accenna a fermarsi e nel frattempo il presidente Hadi si è rifugiato in Arabia Saudita. Nel complesso scacchiere geopolitico medio-orientale che vede Iran e sauditi contrapposti, Hadi è un fedele alleato della monarchia saudita.

I sauditi cedono alle richieste di aiuto di Hadi e il 26 marzo 2015, inizia l’Operazione Decisive Storm (Tempesta decisiva). Questa operazione si dimostra così decisiva che dopo tre settimane è già finita, per essere sostituita dall’Operazione Restoring Hope (Ridare/ripristinare la speranza). A febbraio 2021, questa offensiva è in corso da cinque anni e nove mesi.

In realtà, la prima operazione viene dichiarata conclusa in quanto, secondo il ministro della Difesa saudita, era stata eliminata con successo la minaccia rappresentata dalle armi pesanti degli Houthi. Ma anche questa teoria sembra poco veritiera considerando che la guerra è ancora in corso.

commesse all'Arabia Saudita

Posizione dello Yemen nel mondo

I risultati della coalizione

L’intervento della coalizione inizia con cento aerei da guerra e 150000 soldati sauditi, affiancati da elementi dall’aviazione di tutti i Paesi alleati. Inoltre, l’Arabia Saudita aiutata da quattro navi da guerra egiziane, impone un blocco navale contro lo Yemen.

Sia chiaro, in una guerra non ci sono stinchi di santo da nessun parte e qua ci concentriamo sui sauditi solo per il tema dell’articolo. Il pezzo non vuole sminuire, sottostimare o nascondere i crimini dell’altra parte.

Nel complesso, questa guerra ha provocato circa 230000 vittime e oltre venti milioni di persone con urgente bisogno di assistenza umanitaria. Venti su un totale

Il business delle armi

Quello degli armamenti è, per ovvi motivi, un settore industriale particolare. Questo tipo di business coinvolge sia la politica estera che la Difesa italiana ed è per questo un’azienda può esportare i suoi prodotti solo previa autorizzazione dello Stato. Queste vengono concesse oltre che in base ai rapporti che l’Italia ha con il Paese compratore, anche nel rispetto di eventuali embarghi imposti dall’U.E. o dall’O.N.U.. In Italia la principale esportatrice di armi è la Leonardo (già Finmeccanica), il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia con il 30%.

Se vendere le armi non è anomalo, del resto i Paesi hanno bisogno di munizioni per gli eserciti e via dicendo, c’è un’altra questione che si apre. Se l’Italia ripudia la guerra, come mai rifornisce l’Arabia Saudita che è coinvolta in una guerra? Presto detto.

Le commesse dell’Italia all’Arabia Saudita

Secondo la legge 185 del 90 (poi integrata nel 2012 per facilitare le vendite intra-Unione), è vietata la vendita di armi a Paesi in guerra ed è inoltre vietato il transito di questi armamenti nel territorio italiano. Eppure nel Sulcis-Iglesiente, in Sardegna, c’è una fabbrica che produce parti di ordigni che sono stati ritrovati tra le macerie delle città yemenite.

Questa società è la RWM Italia, sita a Domusnovas e controllata al 100% dalla tedesca Rheinmetall AG. Ed è proprio questa fabbrica al centro delle polemiche. Nel dicembre 2018, il governo tedesco ha imposto il blocco delle esportazioni verso l’Arabia Saudita, dopo l’omicidio Khashoggi ma la RWM ha continuato a produrre ed esportare attraverso la sua controllata. Inoltre, le conseguenze del blocco non si riflettono neanche sulla sudafricana Denel Munition, di cui la Rheinmetall detiene il 51%.

Come mai la legge 185 è stata bypassata? La questione ha la sua risposta nella “semantica” politica della legge. L’Italia non può esportare armamenti verso Paesi coinvolti in guerre ma

  • l’Arabia Saudita non ha dichiarato guerra a nessuno
  • non sta tecnicamente combattendo contro un Paese ma contro una milizia, gli Houthi appunto

Il problema della RWM in Sardegna

La questione RWM è molto sentita in Sardegna, specie perché la fabbrica si trova nella zona più povera della regione. Varie associazioni pacifiste stanno portando avanti battaglie per chiedere una riconversione o chiusura della fabbrica e in generale per offrire un’alternativa più etica ai lavoratori. Questo ovviamente ha portato a scontri sia tra le associazioni e la fabbrica che a livello politico tra chi è a favore della presenza della stessa e chi ne denuncia la partecipazione nelle stragi in Yemen.

In un territorio che offre poche alternative, la fabbrica riesce a procurarsi facilmente manodopera. In totale nello stabilimento di Domusnovas risultano impiegati circa 230 lavoratori.

E proprio il tema del lavoro è uno dei motivi di scontro: meglio chiudere la fabbrica e provare a costruire nuove imprese o mantenere un lavoro che può non essere visto come etico ma (al momento) sicuro?

E in questo dilemma si inseriscono i blocchi alle esportazioni implementati dai governi Conte.

Primo blocco alle commesse all’Arabia Saudita

Siamo nel luglio 2019 è il vicepresidente del Consiglio e pluri-ministro Luigi Di Maio, dichiara:

«Vi ricordate le foto di bombe che dalla Sardegna partivano per esser usate nel conflitto in Yemen? Ci abbiamo lavorato un anno e oggi in Consiglio dei Ministri si è concluso l’iter che d’ora in poi dirà all’Autorità nazionale che si occupa di export di armamenti di bloccare qualsiasi contratto in essere o nuovo contratto che vede l’esportazione di bombe ad aria o missili o strutture di armamento che possano andare verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi ed essere utilizzate per il conflitto in Yemen”

Nonostante le parole scelte da Di Maio, il blocco aveva già in partenza un orizzonte temporale di diciotto mesi.

A questa azione del governo fa seguito la protesta dei vertici della fabbrica che lamenta la mancata correttezza del Governo, visti i contratti in vigore. Come ulteriore carta, la fabbrica pone il problema dei lavoratori a cui non sarà possibile rinnovare il contratto e quelli che dovranno essere messi in Cassa Integrazione. In totale i lavoratori coinvolti saranno circa duecento.

Il blocco definitivo (ma non troppo)

Siamo a inizio 2021: Luigi Di Maio è ancora ministro (ma non più vicepresidente), Giuseppe Conte è ancora presidente del Consiglio e abbiamo un altro blocco delle commesse all’Arabia Saudita. Anche questo annunciato come definitivo ma a ben vedere più congelato che altro.

Lo scenario politico è particolarmente intrecciato perché Matteo Renzi ha appena staccato la spina al Governo Conte 2 ed è nei giornali anche per aver avuto un colloquio a pagamento con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman Al Sa’ud.

Anche se il blocco potrebbe sembrare uno schiaffo indiretto all’ex alleato, le procedure nell’apposita Commissione alla Camera, fanno capire che non è certo un gesto d’impulso. Nonostante questo, divampano le polemiche tra Italia Viva e Movimento 5 Stelle.

Ma torniamo a noi.

Il testo della risoluzione della Commissione

La risoluzione della Commissione Affari Esteri, a prima firma Yana Chiara Ehm (M5S) e co-firmataria Lia Quartapelle (PD) è stata approvata a fine 2020 e ufficializzata dall’UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) a inizio 2021.

Il testo approvato (non riportato interamente per motivi di sintesi), impegna il Governo

  • ad adottare gli atti necessari per revocare le licenze in essere, relative alle esportazioni verso i Paesi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti di bombe d’aereo e missili, che possono essere utilizzate per colpire la popolazione civile, e della loro componentistica
  • a mantenere la sospensione della concessione di nuove licenze per i medesimi materiali e Paesi e a valutare la possibilità di estendere tale sospensione anche ad altre tipologie di armamenti, sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace.

Qui appaiono le prime discrepanze tra la risoluzione e i toni vittoriosi espressi da vari partiti, associazioni e altre realtà.

Un testo ambiguo

La revoca delle licenze in essere di per sé non significa che non possano esserne autorizzate altre in futuro. La risoluzione non obbliga il Governo in modo perpetuo, specie se si considera che non si sa quale sarà il prossimo Governo e quali politiche adotterà.

Secondo, gli armamenti a cui si fa riferimento sono quelli che possono essere utilizzati contro la popolazione civile. Posto che qualunque arma potrebbe essere utilizzata contro un civile, questo pare escludere ad esempio, i missili anticarro. Questi missili hanno la funzione di distruggere carri corazzati o altri tipi di veicoli simili, come ad esempio i Puma impiegati dal nostro esercito.

commesse all'Arabia Saudita

Un Puma, veicolo corazzato in dotazione al nostro esercito

Ma la parte che lascia più dubbi sull’effettiva possibilità di definire il blocco definitivo è quella che chiede di mantenere la sospensione sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace.

Pur non mettendo in dubbio la buona volontà di intenti della risoluzione, il concetto di “sviluppi concreti” appare quantomeno ambiguo. Come possono essere valutati tali sviluppi in maniera oggettiva? Alla luce di questo, appare anche chiaro che non si voglia chiudere definitivamente la porta al commercio all’Arabia Saudita.

Conclusioni

Per quanto il blocco della vendita di armi all’Arabia Saudita appaia come il gesto più ovvio per un Paese che promuove la pace, il blocco pare essere tutto meno che definitivo.

L’unico fatto certo e definitivo è che mentre in Europa discutiamo di bloccare le esportazioni di armi e per quanto, sulla popolazione yemenita continueranno a piovere bombe. Magari non vendute da noi ma di sicuro letali.

Com'è fatto il Partito Democratico?

Com’è fatto il Partito Democratico?

Il Partito Democratico è il punto di riferimento in Italia per gli elettori di centro-sinistra, un partito nato nel 2007 che in virtù della sua esplicita natura maggioritaria, è stato al governo del paese per quasi 8 anni. Nasce come fusione tra diversi partiti ed esponenti di centro e della sinistra italiana, principalmente dal partito Democrazia è Libertà – La Margherita e i Democratici di Sinistra, ma vi parteciparono pure esponenti dell’Unione di Centro, dei Socialisti Democratici Italiani e membri della società civile.

Comprendere il funzionamento di un partito non è semplice, soprattutto nel caso del PD che ha una struttura complessa e l’obiettivo di questo articolo è proprio comprendere com’è fatto il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte.

Gli organi nazionali

Il Congresso Nazionale è un organo molto importante in quanto si scelgono i candidati alla leadership del Partito Democratico. E’ formato da due fasi: nella prima fase, che si conclude con lo svolgimento dell’Assemblea nazionale, si discutono le piattaforme politico-programmatiche dei candidati a Segretario mentre nella seconda fase si procede al voto degli iscritti nei circoli locali sulle candidature che determineranno i tre candidati con più voti. I primi tre parteciperanno a delle primarie nazionali aperte a tutti gli elettori in seguito al pagamento di una piccola quota contributiva e dovranno stilare una lista di candidati per l’Assemblea Nazionale che tenga in considerazione l’alternanza di genere e la pari rappresentanza. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni regionali viene effettuata in proporzione alla popolazione residente e al numero dei voti ricevuti dal Partito Democratico nelle più recenti elezioni per la Camera dei Deputati e i membri saranno eletti attraverso il metodo proporzionale. Il Presidente della Commissione nazionale per il Congresso, all’apertura della prima seduta dell’Assemblea stessa, proclama eletto Segretario Nazionale quello, tra i tre candidati, che ha ottenuto più delegati eletti in Assemblea.

L’Assemblea Nazionale funge da vero e proprio parlamentino interno al partito che si esprime mediante il voto di mozioni, ordini del giorno e risoluzioni, sia attraverso riunioni plenarie, sia attraverso Commissioni. Le competenze dell’Assemblea riguardano soprattutto l’indirizzo della politica nazionale del Partito Democratico oltre che l’organizzazione e il funzionamento di tutti gli organismi nazionali del partito. Essa è composta da 600 membri eletti per un mandato della durata di quattro anni mediante liste collegate direttamente alle candidature a Segretario nazionale alle primarie, i segretari fondatori del PD, gli ex segretari nazionali del PD iscritti, gli ex Presidenti del Consiglio iscritti, i segretari regionali, i segretari provinciali, i segretari delle federazioni all’estero, delle città metropolitane e regionali, la Portavoce della Conferenza nazionale delle donne, i coordinatori PD delle ripartizioni estero, il segretario dei Giovani Democratici. Ci sono anche 100 deputati, senatori ed europarlamentari indicati dai loro Gruppi, i sindaci delle città metropolitane, dei capoluoghi di provincia e regioni e i presidenti di regione iscritti in carica. In caso di mozioni di fiducia o di sfiducia al Segretario nazionale partecipano i 600 eletti mediante liste e i segretari regionali e se la sfiducia ottiene la maggioranza, anche l’Assemblea si scioglie. Il presidente dell’Assemblea funge anche da Presidente del Partito Democratico ed è eletto a scrutinio segreto in due turni: se al primo turno nessun candidato consegue la maggioranza dei voti, si svolge un ballottaggio tra i primi due. L’Assemblea è convocata ordinariamente dal suo Presidente almeno una volta ogni sei mesi.

La Segreteria Nazionale è l’organo atto a sostenere una delle figure più importanti: il Segretario nazionale. La Segreteria ha funzioni esecutive ed è nominata direttamente dal Segretario che deve rispettare la parità di genere quando ne decide i membri. Di rilevanza assoluta in questo organo è la figura del segretario nazionale che è il leader del partito che nel Partito Democratico coincide anche con la figura di candidato all’incarico di Presidente del Consiglio. Oltre a rappresentare il PD, il Segretario è responsabile della leadership elettorale e istituzionale indicando l’indirizzo politico del partito. Sceglie anche i due Vicesegretari che svolgono le funzioni di delegato ed ha un limite massimo a ricoprire suddetta carica di due mandati.

La Direzione Nazionale è l’organo di esecuzione degli indirizzi dell’Assemblea Nazionale e di controllo del Segretario e della Segreteria. Per esprimersi fa uso di mozioni, ordini del giorno e risoluzioni politiche, oltre che interpellanze e interrogazioni per svolgere le sue funzioni di controllo. I membri della Direzione sono 124 e sono eletti da diversi organi: l’Assemblea Nazionale ne elegge 60 alla prima riunione successiva alle elezioni dell’Assemblea e ne elegge altri 4 dai delegati della Circoscrizione estero; altri 60 membri sono indicati dalle rappresentanze locali e regionali del partito rispettando il pluralismo politico e la rappresentanza di genere; infine ne fanno parte di diritto il Segretario, il Presidente dell’Assemblea nazionale e l’Ufficio di Presidenza, i Vicesegretari, il Tesoriere, la Portavoce della Conferenza nazionale delle donne, il Segretario nazionale dei Giovani democratici, i Presidenti dei gruppi parlamentari del Partito Democratico italiani ed europei, i Segretari Regionali, il Coordinatore dei Sindaci e i cinque componenti indicati dall’Assemblea nazionale dei Sindaci; infine il Segretario può indicare fino a 20 personalità del mondo del lavoro, civico e dell’associazionismo se lo vuole. Il presidente della Direzione nazionale è il Presidente dell’Assemblea nazionale che deve convocarla almeno una volta ogni due mesi.

L’Assemblea nazionale dei Sindaci è un organo molto recente essendo stato costituito nel 2019 ed è il luogo di confronto e coordinamento degli amministratori locali iscritti o sostenuti dal partito. La delegazione è formata da 5 sindaci che sono componenti di diritto della Direzione e un coordinatore che fa parte di diritto della Segreteria.

Il Partito Democratico nei territori

Il Partito Democratico garantisce ampia autonomia nei circoli e organi regionali, provinciali e comunali e riconosce i circoli come unità di base territoriale del Partito. In particolare per circoli, non si intendono solo quelli tradizionalmente radicati nei territori, ma anche quelli online a cui è possibile aderire indipendentemente dal luogo di residenza e che hanno la peculiarità di essere tematici.

L’elezione del presidente regionale e provinciale e dell’assemblea regionale e provinciale avviene nei circoli e l’elettorato passivo è riservato agli iscritti fino a 10 giorni dalla presentazione delle candidature. I membri dell’Assemblea regionale e provinciale vengono eletti sulla base dell’ordine di presentazione nella lista e la carica di componente dell’Assemblea regionale è incompatibile con quella di componente dell’Assemblea nazionale. Analogamente al livello nazionale vengono nominati in seguito alle elezioni un Segretario, un Tesoriere, una Direzione e una Assemblea.

Congresso del 2019

L’ultimo congresso del Partito Democratico è avvenuto nel 2019 per sostituire il segretario dimissionario Matteo Renzi. Maurizio Martina ha condotto la fase congressuale come segretario ad interim da cui sono emerse le candidature del governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti, dello stesso Maurizio Martina e di Roberto Giachetti. Il voto popolare si è tenuto il 3 marzo 2019 e ha decretato vincitore al primo turno col 66% delle preferenze Zingaretti in qualità del Segretario del Partito Democratico, mentre Martina e Giachetti si sono dovuti accontentare rispettivamente del 22% e del 12%. L’Assemblea Nazionale ha poi eletto l’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni Presidente del PD.

rifondazione comunista

Com’è fatto il Partito della Rifondazione Comunista

Il Partito della Rifondazione Comunista nasce nel 1991 in contrarietà alla svolta stabilita dall’ultimo Congresso del Partito Comunista, il XX. Già al XIX Congresso, l’anno prima, erano state presentate tre alternative mozioni: quella dell’allora segretario comunista Achille Occhetto, “per il Partito Democratico della Sinistra”, quella di Natta-Ingrao e infine quella di Armando Cossutta, “per la Rifondazione comunista”.

A prevalere è la mozione Occhetto. Il XX Congresso del Partito Comunista, a Rimini, sancisce definitivamente il nuovo corso della sinistra italiana. Dal PCI nasce il Partito Democratico della Sinistra (PDS). Cossutta e altri, in disaccordo con la linea prevalsa al Congresso, abbandonano il partito e fondano, nel dicembre del 1991, il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Sergio Garavini viene nominato primo segretario. Il I Congresso del Partito crea anche la figura del Presidente: è Cossutta a ricoprire tale carica. Garavini e Cossutta arrivano ben presto ai ferri corti: nuovo segretario è Fausto Bertinotti, sindacalista di lungo corso che ha da poco abbandonato polemicamente il PDS quando nel 1994 Cossutta lo chiama alla segreteria del PRC.

Alle prime elezioni politiche il PRC ottiene un discreto successo, circa il 6%. Numeri che conferma grossomodo fino alle elezioni politiche del 2006, eleggendo nelle varie tornate elettorali un discreto numero di senatori e di deputati (nonché di eurodeputati). Il Partito appoggia esternamente il Governo Prodi I, che poi sfiducia nel 1998. Partecipa con Ministri e Sottosegretari al Governo Prodi II e nel 2006 porta alla presidenza della Camera dei deputati Fausto Bertinotti, che si dimette da segretario.

Armando Cossutta e Fausto Bertinotti

Dal 2008 il PRC non entra più in parlamento e gradualmente si riduce il suo peso politico, complici anche una serie di scissioni. Anche il numero degli iscritti subisce un calo notevole: 93.196 nel 2006, 10.000 nel 2019.

Attualmente il PRC, all’opposizione extraparlamentare prima del Governo Conte II e ora del Governo Draghi, ha aperto alla possibilità di far politica anche non presentando direttamente il proprio simbolo alle elezioni.

Lo Statuto del Partito e l’attività congressuale

Nel novembre del 2020 avrebbe dovuto tenersi l’XI Congresso del PRC. Tuttavia, l’emergenza pandemica da Coronavirus ha reso impossibile l’avvio dei lavori congressuali, slittati quindi al 2021.

L’ultimo Congresso che si è tenuto, il X, è stato nel 2017 a Spoleto. Il Congresso precedente, il IX a Perugia, ha invece approvato nel 2013 la versione attuale dello Statuto del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.

Si legge nel Preambolo dello Statuto: il PRC è la “libera organizzazione politica della classe operaia, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle donne e degli uomini, dei giovani, degli intellettuali, delle precarie e dei precari, delle disoccupate e dei disoccupati dei cittadini tutti, che si uniscono per concorrere alla trasformazione della società capitalista al fine di realizzare la liberazione delle donne e degli uomini attraverso la costituzione di una società comunista”.

Il Congresso Nazionale è costituito dai delegati eletti dai congressi di federazione proporzionalmente al numero degli iscritti e di regola è riunito ogni tre anni,. Tra i principali compiti vi è quello di esaminare le proposte statutarie e decidere su di esse a maggioranza degli aventi diritto. Il Congresso elegge anche il Comitato Politico Nazionale e il Collegio Nazionale di Garanzia.

Il Comitato Politico Nazionale (CPN) e il Segretario 

Il Comitato Politico Nazionale, eletto dal Congresso Nazionale, detta la direzione politica del partito nell’intervallo tra due congressi. È il massimo organismo del Partito: determina gli indirizzi fondamentali e gli obiettivi dell’attività complessiva del Partito, ne verifica l’attuazione e ne risponde collegialmente al Congresso Nazionale. È attualmente costituito da circa 150 membri.

Il congresso del 2017 “C’è bisogno di rivoluzione” e il Comitato Politico Nazionale hanno eletto l’attuale Segretario e dato l’attuale conformazione dirigenziale al partito. Segretario è il pescarese Maurizio Acerbo. Acerbo, già deputato dal 2006 al 2008, è il quinto segretario del PRC; ha sostituito Paolo Ferrero, il quale aveva guidato il Partito dal 2008 al 2017.

Acerbo è stato eletto dal Comitato Politico Nazionale del Partito con 79 voti su 137 (45 i contrari, 13 gli astenuti).

L’elezione del segretario avviene a scrutinio segreto. La seduta di votazione è considerata valida quando vi partecipa la maggioranza degli aventi diritto. Risulta eletto il candidato che ottiene più voti. Il segretario non può svolgere più di tre mandati congressuali interi consecutivi, rappresenta il partito e presiede i vari lavori.

La Segreteria nazionale

La Segreteria Nazionale è il principale organo esecutivo del partito. Ne fanno parte dieci membri, tra gli altri il Segretario Nazionale, il Tesoriere e il Responsabile organizzazione

Attualmente la Segreteria risulta così composta: Maurizio Acerbo (Segretario), Vito Meloni (Tesoriere), Rosa Rinaldi (Responsabile organizzazione), Loredana Fraleone, Stefano Galieni, Tonia Guerra, Elena Mazzoni, Dimitri Palagi, Antonello Patta.

La Direzione Nazionale e il Collegio Nazionale Garanzia

La Direzione Nazionale opera su mandato del Comitato Politico Nazionale e a esso risponde. E’ composta attualmente da circa 40 membri. In conformità agli orientamenti fissati dal Comitato Politico Nazionale, la Direzione Nazionale “provvede – da Statuto – ad esaminare le problematiche inerenti la vita del Partito e delle sue relazioni esterne, discute gli orientamenti politici, esprime il parere sulla composizione delle liste per il Parlamento italiano e quello europeo, sulla proposta di indicazione per i capigruppo al Parlamento italiano ed europeo, discute e approva, in seduta allargata ai segretari e ai tesorieri dei comitati regionali, il bilancio preventivo e il rendiconto del partito.”

Il Collegio Nazionale di Garanzia (CNG) “assume come fine della propria attività la prevenzione dei conflitti interni di natura comportamentale e interpretativa delle norme statutarie nonché l’estensione ed il rafforzamento della cultura e della legalità statutaria nel Partito quale presupposto di garanzia per tutti gli iscritti di una reale democrazia interna. Il CNG procede all’esame dei bilanci e dei conti consuntivi a livello nazionale, mediante il Collegio dei revisori dei conti, eletto al proprio interno e composto da tre componenti.”

Organizzazione territoriale

Il Partito si articola a livello territoriale in circoli, federazioni e comitati regionali.

Il circolo è “l’istanza fondamentale del Partito”. Può essere territoriale, di lavoro, di studio, tematico. Organo fondamentale del circolo è l’Assemblea degli iscritti. Il circolo è diretto da un Comitato Direttivo e da un Segretario.

La federazione è di norma costituita su base provinciale, laddove in una stessa provincia insistano più circoli.

Nelle regioni con più federazione provinciali si può procedere alla formazione di un comitato regionale eletto da un Congresso regionale, rappresentativo delle Federazioni provinciali e dei Circoli.

Giovanili e forum permanenti

Il PRF ha una organizzazione giovanile: Giovani Comuniste e Comunisti, ne fanno parte tutte le iscritte e gli iscritti del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea che non abbiano ancora compiuto 30 anni e che, volontariamente, aderiscano al partito mediante la tessera dei giovani comunisti. I coordinatori della giovanile del Partito partecipano, come invitati permanenti, ai lavori della Segreteria nazionale. Attualmente coordinatore e portavoce nazionale è Andrea Ferroni.

Il Partito ha, da Statuto, dei forum permanenti, che si occupano di varie tematiche: tra questi il Forum permanente delle donne (sede di elaborazione e costruzione della politica di genere), la Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratici, la Conferenza sulle politiche migratorie, la Conferenza nazionale delle donne comuniste e la Conferenza Nazionale degli uomini comunisti

I simboli del partito

Come da art. 77 dello Statuto la bandiera del partito “è rossa e reca, in colore oro, la stella, la falce ed il martello. Un nastro con i colori nazionali è legato all’asta della bandiera. Il simbolo del partito è così descritto: «due cerchi eccentrici e tangenti internamente sulla destra. Il più grande a fondo rosso, in secondo piano, riporta nella porzione di cerchio visibile a sinistra, la scritta in bianco Sinistra Europea. Il secondo cerchio, in primo piano, è più piccolo e interno al primo, con fondo bianco e riporta: falce, martello e stella gialli sopra una bandiera rossa distesa ed inclinata a sinistra sormontato dalla scritta in nero Rifondazione, nella parte inferiore compare la scritta in nero Partito Comunista. Le due scritte sono separate da due settori circolari verde a sinistra e rosso a destra che, con il fondo bianco, compongono i colori della bandiera nazionale”.

Gli inni del partito sono: l’Internazionale, Bandiera Rossa, l’Inno dei lavoratori.

Leopolda 10

Come è fatta Italia Viva

Un partito leggero ma fortemente orientato al vertice. È ciò che emerge analizzando lo Statuto costitutivo di Italia Viva, il movimento politico fondato nel 2019 dall’ex segretario del Partito Democratico Matteo Renzi. Innanzitutto la prima diversità che si incontra rispetto ai partiti tradizionali è di carattere lessicale, ma che identifica la sostanza di quello di cui stiamo parlando.

In tutti i documenti si fa riferimento infatti alla denominazione “Associazione Italia Viva“, come a rimarcare una distanza dall’organizzazione tipica dei partiti novecenteschi e loro trasformazioni.

Gli iscritti diventano “associati” e scompaiono termini come “segretario”, “direzione”, “tesserati”. Dell’associazione riprende anche l’impianto presidenzialistico e una struttura complessivamente più snella. Ma vediamo prima l’assetto centrale del movimento politico e in seguito la sua ossatura sul territorio italiano.

La struttura nazionale

Gli organi che compongono la struttura nazionale di Italia Viva sono il Congresso, l’Assemblea Nazionale, il Comitato Nazionale, il Presidente e la Presidente, il Tesoriere e il Comitato di Tesoreria, i Comitati di garanzia di prima e seconda istanza.

Il Congresso, come avviene di solito all’interno delle organizzazione partitiche, è il massimo organo decisionale e di confronto. Nel caso di Italia Viva è il momento di espressione della volontà di tutti gli associati, che stabiliscono il progetto e gli obiettivi politici generali. Non sono previste partecipazioni per delega, bensì tutti gli aderenti possono partecipare sia in presenza che mediante voto sulla piattaforma telematica del partito.

Il Congresso, scegliendo tra varie candidature abbinate, elegge in ticket la Presidente Nazionale e il Presidente Nazionale, un assetto abituale per i partiti verdi, ma adottato anche dal Partito Socialdemocratico di Germania, solo per far un esempio. La parità di genere è prevista ad ogni livello e in ogni consesso. Le decisioni del Congresso sono prese a maggioranza semplice e determinano la linea dell’associazione in tutte le sue articolazioni territoriali.

Da notare che un vero e proprio congresso fondativo non si è mai tenuto. Tutte le caselle degli organismi dirigenti sono state ratificate durante la prima Assemblea nazionale che si è tenuta a febbraio 2020, mentre lo Statuto è stato firmato in diretta in occasione della Leopolda 10 nell’ottobre 2019. La convention prima appuntamento della corrente renziana del PD, adesso è diventata la manifestazione annuale di Italia Viva.

L’Assemblea Nazionale ha invece competenza in materia di indirizzo della politica nazionale dell’associazione, di organizzazione e funzionamento di tutti gli organismi dirigenti nazionali. È presieduta dai Presidenti ed è composta dai membri del Comitato Nazionale, dagli europarlamentari e parlamentari associati a Italia Viva, dai membri di IV che ricoprono la carica di Ministro, dai Presidenti di Regione, dagli assessori regionali e dai consiglieri regionali di Italia Viva. Ne fanno parte inoltre 150 amministratori locali e 150 associati ed esponenti della società civile individuati dai Presidenti nazionali. Ne sono membri anche il Tesoriere e gli ex Presidenti del Consiglio dei Ministri.

La Presidente e il Presidente nazionali sono eletti dal Congresso e rappresentano l’associazione in tutte le sedi istituzionali, elettorali e politiche. Sono ad oggi in carica Ettore Rosato e Teresa Bellanova. Essi convocano e presiedono le riunioni dell’Assemblea, del Comitato Nazionale e convocano e presiedono il Congresso. Dove in altri partiti questi compiti sono ripartiti tra segretario, presidente e altri organi collegiali, in questo caso sono concentrati tutti nella stessa carica. I Presidenti restano in carica 4 anni e possono essere rieletti. All’articolo 2 dello Statuto viene spiegato come “la gestione e l’utilizzo del simbolo sono attribuiti alla Presidente o al Presidente nazionali a cui è assegnata la rappresentanza legale, anche ai fini dello svolgimento di tutte le attività connesse alle tornate elettorali”. Sono inoltre affiancati da una “Cabina di regia” con funzioni esecutive, una sorta di segreteria politica. La Cabina di regia è un organo di partito a tutti gli effetti con mansioni operative, ma sullo Statuto non viene dato molto risalto a questo gruppo che in realtà dirige l’azione politica di Italia Viva e in cui ogni membro si occupa di una delega precisa.

Accanto alle figure dei presidenti, però, non è prevista una figura di leader o di fondatore come Matteo Renzi che traccia de facto la strategia politica di questo gruppo.

Il Comitato Nazionale è invece l’organo di indirizzo politico che dà esecuzione al progetto definito dal Congresso. Presieduto dai due Presidenti, è composto dalla delegazione di Italia Viva al governo, dai parlamentari nazionali ed europei, dalla Cabina di regia e da 50 membri eletti dall’Assemblea Nazionale.

Hanno inoltre diritto a partecipare al Comitato Nazionale con diritto di parola ma senza diritto di voto i Coordinatori regionali.

Il Tesoriere è il responsabile della gestione economico-finanziaria e patrimoniale dell’associazione e ad esso è affidata l’organizzazione amministrativa e contabile dell’associazione. Il Tesoriere è eletto dall’Assemblea a maggioranza, resta in carica per 4 anni e può essere rieletto. Presiede inoltre il Comitato di tesoreria, composto da 6 membri eletti dal Comitato nazionale. Il Comitato di tesoreria coadiuva il Tesoriere rispetto alla gestione contabile e valuta il bilancio consuntivo e preventivo, sottoponendoli al Comitato Nazionale per l’approvazione.

Un elemento di novità riguarda il comitato di garanzia. Nel caso di IV sono due, come a voler prendere ispirazione dai gradi di giudizio processuali. I Comitati di Garanzia di prima e seconda istanza hanno infatti il compito di risolvere conflitti tra gli iscritti e tra gli eletti riguardo l’applicazione dello Statuto e il corretto utilizzo delle risorse economiche.

I Comitati di Garanzia di prima e seconda istanza sono rispettivamente composti da 4 e 8 associati eletti dall’Assemblea Nazionale su proposta dei Presidenti. Le decisioni assunte dal Comitato di Garanzia di prima istanza possono essere impugnate per un ulteriore giudizio di fronte a quello di seconda istanza.

Gli assetti territoriali

Considerando infine le ramificazioni sul territorio, il movimento si articola complessivamente su tre livelli: quello nazionale che indica la strategia dell’associazione, i coordinamenti territoriali, circoscritti sulla base dei collegi elettorali, che coordinano e controllano l’attività degli associati, e i comitati territoriali e tematici, le unità di base di Italia Viva, che possono essere costituiti da associati e simpatizzanti.

La costituzione dei comitati di base può avvenire su iniziativa del singolo associato e possono parteciparvi altri associati e simpatizzanti. I comitati perseguono le finalità di Italia Viva nel rispetto delle direttive e sotto il coordinamento e la vigilanza del livello nazionale.

I coordinamenti territoriali attuano le indicazioni degli organi nazionali e fungono da supporto e coordinamento dei comitati e degli amministratori locali. I Presidenti nominano due coordinatori territoriali, ratificati con voto dal Comitato nazionale. I coordinamenti territoriali sono articolati su base regionale, provinciale o di città metropolitana, di zona e comunale.

Un presidenzialismo spurio

Si può concludere che, essendo IV un partito originato da una scissione del Partito Democratico, non si è data un’organizzazione articolata e strutturata tipica dei partiti di massa e di corrente. Grande peso è conferito ai due Presidenti Nazionali, che presiedono l’Assemblea, il Comitato Nazionale, la Cabina di regia, il Congresso, propongono i componenti dei Comitati di garanzia, vigilano sui comitati locali e propongono i nomi dei coordinatori territoriali al Comitato Nazionale. L’impianto verticistico di IV rende quindi superflua un’organizzazione di tipo federale ed una segreteria in cui il segretario si pone come primus inter pares. Per quanto riguarda invece la presenza di un leader-fondatore non eletto che affianca i Presidenti, Italia Viva presenta forti analogie con l’Unione di Centro a guida Casini: “Si è però consolidato, nella forma partito dell’Udc una sorta di presidenzialismo spurio, nella persona di Pier Ferdinando Casini, figura anomala di leader informale, extrastatutario e dotato di poteri politici attualmente sovraordinati al segretario Cesa, depositario dell’immagine e interprete autentico della linea del partito verso l’esterno, grazie alla notevole popolarità di cui gode” (Carlo Baccetti, I postdemocristiani, il Mulino, Bologna, 2007, pag. 359). Ettore Rosato ha chiarito fin da subito la necessità di una personalità come Matteo Renzi in prima linea: “Non un partito del leader, ma un partito con un leader. È una grande differenza. Un leader, che non è un leader eletto, è tale perché ce l’ha nel sangue. Un leader si afferma perché riesce a cambiare le cose, perché riesce a coinvolgere le persone, perché riesce a guidare i percorsi quando sono difficili” (Ettore Rosato, Leopolda 10, Firenze, 19 ottobre 2019).

copertina verdi3

Come sono fatti i Verdi

«L’ambiente è il mondo vitale del nostro pianeta, il sistema di relazioni fisiche e sociali che lega tra loro gli umani; le altre specie animali, la natura, le cose.» Con queste parole si apre lo statuto della Federazione dei Verdi, o più semplicemente Verdi, che dal 1986 fa parte del panorama politico italiano. Le finalità che muovono il partito sono certamente note; come, invece, sono strutturati i Verdi?

ORGANI DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE

Organi di direzione politica e decisionale dei Verdi sono: l’Assemblea, due Portavoce, l’Esecutivo e il Consiglio Federale Nazionale.

L’Assemblea, finalizzata alla discussione politico-programmatica, si riunisce almeno ogni due anni su richiesta del Consiglio Federale e convoca i delegati provinciali. Inoltre, elegge i due Portavoce e la metà dei Consiglieri Federali. Per la validazione dell’Assemblea deve essere presente almeno 1/3 degli aventi diritto. Le decisioni devono essere adottate dalla maggioranza dei votanti.

I due Portavoce hanno competenza generale d’iniziativa. Sono eletti dall’Assemblea a maggioranza semplice, e, nel caso in cui non sia raggiunta la soglia, si procede al ballottaggio. Le coppie di candidati devono essere di sesso diverso. I due Portavoce possono essere sfiduciati dai 2/3 del Consiglio Federale; cosi some nel caso delle dimissioni, pro tempore le loro funzioni sono assunte dall’Esecutivo che avvia il procedimento per le nuove elezioni. Alla carica di Portavoce è posto un limite di due mandati.

L’Esecutivo è l’organo di attuazione della linea politica. Ne fanno parte i due Portavoce e 12 componenti eletti dall’Assemblea nazionale. Nelle decisioni in cui non si raggiunge la maggioranza, prevale il voto dei due Portavoce. Ne fanno parte senza diritto di voto i rappresentanti della Federazione dei Verdi al Parlamento Italiano, Europeo e al governo.

Il Consiglio Federale Nazionale definisce la linea politica dei Verdi, stabilisce le regole democratiche di base. È composto da un massimo di 100 persone elette, metà su base regionale e metà dall’Assemblea Nazionale. Ne fanno  parte di diritto i due Portavoce, l’Esecutivo e i parlamentari senza diritto di voto. Presieduto e convocato dai due Portavoce, si riunisce almeno 3 volte l’anno.

Da Statuto, inoltre, è previsto un Giurì a tutela dei diritti inerenti allo status di iscritto ai Verdi che decide sulle controversie aventi ad oggetto l’applicazione o la violazione delle norme statutarie o regolamentari. È composto da 5 giuristi che ricoprono la carica per 3 anni, eletti dal Consiglio Federale su proposta dell’Esecutivo Nazionale.

ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE

L’organizzazione territoriale dei Verdi è articolata in Federazioni regionali, Federazioni provinciali ed eventualmente in Federazioni di comune metropolitano.

Le Federazioni territoriali, sono riconosciute dalla Federazione Nazionale. Tale riconoscimento è basato sul numero minimo di iscritti in rapporto alla popolazione e al consenso elettorale ottenuto.

CHI RICOPRE LE CARICHE

L’ultima Assemblea Nazionale, la XXXIV, svoltasi 1 e 2 dicembre 2018 a Chianciano Terme, ha eletto i due Portavoce nazionali Elena Grandi e Matteo Badiali. Nel gennaio 2019 l’Esecutivo Nazionale ha nominato come suo Coordinatore Angelo Bonelli.