Una nuova controversa legge sulla sicurezza in Turchia

Fa già discutere la nuova legge in materia di sicurezza approvata dal governo turco il 7 gennaio. Il nuovo provvedimento facilita la polizia (EGM), i servizi segreti (MİT), le forze armate (TSK), la Gendarmeria e la Guardia Costiera nello scambio di equipaggiamento militare. Inoltre la polizia e l’intelligence avranno il via libera all’uso di tali dispositivi ogniqualvolta in caso di pericolo per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico.

La legge si inserisce a pieno titolo nel solco di due fenomeni che stanno interessando la Turchia. Il primo è il montare delle proteste contro il Presidente Erdogan, che proprio in questi giorni ha visto gli studenti dell’Università del Bosforo scendere in piazza per manifestare contro la nomina del nuovo rettore, considerato un suo fedelissimo. Il secondo è il progressivo potenziamento di tre agenzie di sicurezza considerate fedeli al Presidente: la polizia, la polizia ausiliaria e il MİT.

Da quando alcune componenti dell’esercito hanno tentato un colpo di stato il 15 luglio 2016, la lealtà dell’esercito nei confronti di Erdoğan è considerata dubbia. La conseguenza più importante, oltre ai numerosi arresti di militari di ogni grado, è stata un ridimensionamento dei suoi compiti di polizia a favore di corpi ritenuti più leali. Di conseguenza oggi la polizia pattuglia le strade e lavora in contatto con i servizi segreti. La creazione di un corpo di polizia ausiliaria dotato di armi da fuoco nel giugno 2020 e le recenti autorizzazioni in termini di armamenti accordate a polizia e MİT sono quindi l’ultima espressione di questa tendenza.

Voci di critica si sono sollevate dall’opposizione, che teme sia l’ingresso degli 007 nelle questioni di ordine pubblico sia la possibilità che vengano usati mezzi come carri armati e aerei da guerra contro tutte le future proteste, violente o pacifiche che siano. Quasi inutile a dirsi, la nuova legge è stata criticata anche perché è considerata un ulteriore passo nella fidelizazione delle istituzioni portata avanti dal Presidente.

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Le elezioni in Uganda in una campagna elettorale incandescente

Le modifiche costituzionali, volte ad eliminare limite d’età e limite di mandati, hanno consentito a Musuveni di diventare uno dei presidenti più longevi ancora in carica. L’iniziale impegno verso la costruzione della democrazia ugandese è stata disattesa. La campagna elettorale si sta svolgendo in un clima di tensione crescente.

Il contesto

L’Uganda, ex protettorato britannico, è un paese dell’Est Africa guidato dal presidente Musuveni dal 1986. Ottenuta l’indipendenza nel 1962, il colpo di stato di Milton Obote pose fine al regno tribale ugandese. Nel 1971, il leader militare Idi Amin prese il potere dando inizio ad un regime sanguinario. Portò avanti una violenta persecuzione razziale verso diversi gruppi etnici e religiosi come lango, acholi, indiani, induisti e cristiani. Dopo la pesante sconfitta nella guerra contro la Tanzania, nel 1979 fu costretto all’esilio. Obote tornò al potere nel 1980 ma non riuscì mai a controllare un esercito così profondamente diviso. Nel 1986 la National Resistance Army di Yoweri Musuveni conquistò Kampala e pose fine al colpo di stato dell’anno precedente, guidato dai generali Bazilio Olara-Okello e Tito Lutwa Okello. Da quel momento in poi, Musuveni restò sempre al potere anche grazie a diverse modifiche costituzionali.

Il grande merito di Musuveni è sicuramente stato quello di riportare stabilità e crescita economica. Il paese est-africano, durante gli ultimi due decenni, è riuscito a ridurre notevolmente la povertà soprattutto nella regione settentrionale; la situazione rimane drammatica, però, soprattutto nel Karamoja dove solo il 30% della popolazione ha accesso all’acqua potabile e l’80% si trova in condizioni di insicurezza alimentare.

Nonostante i risultati ottenuti, l’indice di Povertà Multidimensionale resta molto alto e riguardo poco più della metà della popolazione mentre il 41.7% vive sotto la soglia di povertà. L’Uganda occupa il 159° posto nella classifica dello Human Development Index, mostrando una crescita costante ma decisamente molto lenta tra il 1990 e il 2020. Uno dei problemi principali rimane l’istruzione: 11,4 anni rappresentano l’aspettativa di scolarizzazione e solo il 32,2% della popolazione ha completano il ciclo di educazione secondaria. L’abbandono scolastico, dovuto principalmente alla povertà e alla scarsa qualità del sistema d’istruzione, è al 64.5%. La malnutrizione colpisce 1/3 dei bambini sotto l’età di 5 anni mentre la popolazione è in continua crescita; si stima che nel 2050 si arriverà a 100 milioni dagli attuali 42 milioni.

Anche l’economia ha mantenuto una crescita stabile grazie all’agricoltura (caffè, mais, patate), rallentata solo dagli effetti della pandemia di Covid-19, oltre che da un’invasione di locuste e da alluvioni.  Nel 2019 il GDP è cresciuto del 6.1 % con una stima, disattesa per i motivi suddetti, del 6.5% per il 2020. Il paese è classificato a basso reddito dalla Banca Mondiale.

Nonostante la povertà diffusa, l’Uganda è uno dei paesi che accoglie il più alto numero di rifugiati al mondo, in particolare sud sudanesi. Attualmente nei cosiddetti refugee settlements sono circa 1.4 milioni. Una politica di accoglienza tra le più aperte e progressiste che garantisce l’accesso ai servizi essenziali, la possibilità di movimento sul territorio nazionale e la possibilità di lavorare.

 

Le precedenti elezioni

Nel febbraio del 2016 si sono svolte le elezioni generali che hanno confermato come presidente Yoweri Musuveni del National Resistance Movement (NRM). L’attuale presidente ha ottenuto il 60.62% dei voti. Lo sfidante principale, candidato e leader del Forum for Democratic Change (FDC) Kizza Besigye, ha ottenuto il 35.61%.

Il NRM ha ottenuto la maggioranza nel parlamento con 293 seggi mentre l’FDC solo 36. Gli altri partiti rappresentati sono il Democratic Party con 15 seggi, l’Uganda People’s Congress con 6 e l’Uganda People’s Defence Force con 10.

Le elezioni del 2016 non furono le prime in cui Besigye e Musuveni si confrontarono. Già nel 2001, 2006 e 2011 il leader dell’FDC venne sconfitto. Le presidenziali del 2006 furono molto particolari. Nonostante la valutazione positiva da parte degli osservatori internazionali, si arrivò alla Corte Suprema che espresse diversi dubbi sulla regolarità delle elezioni, confermandone però il risultato.

La competizione elettorale

La riforma costituzionale del 2017 ha modificato in maniera importante la costituzione del 1995. Il limite d’età per il presidente, fissato a 75 anni, è stato rimosso. Come fa notare l’UE nel report sul processo elettorale in Uganda dopo la missione del marzo 2018, “the removal of the age limit for the office of president is, from the perspective of international law, not legally objectionable”. Una mossa che però ha consentito a Musuveni di correre nuovamente come candidato presidente per le elezioni del 2021. La precedente riforma del 2005, invece, fu finalizzata ad eliminare il limite dei mandati presidenziali.

Il partito di governo, NRM, ha la maggioranza assoluta nel parlamento e detiene il controllo, di fatto, di tutti gli apparati dello stato. Le opposizioni sono strettamente controllate e marginalizzate. I media tradizionali sono nelle mani del partito di governo ma i social media sono riusciti a dare un’importante voce ai membri dell’opposizione, soprattutto a Wine.

Le notizie che arrivano, nei pochi giorni che ci separano dall’apertura delle urne, sono preoccupanti: l’OHCHR ha riportato numerosi casi di arresti arbitrari, detenzione e tortura. Inoltre, almeno 55 persone sono morte tra il 18 e 20 novembre durante le proteste successive all’arresto di Wine e del leader dell’FDC, Patrick Oboi Amuriat. Inoltre, Wine ha dichiarato di essere stato vittima anche di diversi attentati alla sua vita; uno degli ultimi proprio durante le manifestazioni di fine dicembre in cui la sua macchina è stata colpita da proiettili. È di questi giorni la decisione di Musuveni di bloccare i social network e applicazioni di messagistica; lo strumento principalmente utilizzato dall’opposizione. Una decisione scaturita dalla chiusura di alcuni account, ad opera di Facebook, di profili falsi tutti riconducibili al Ministero dell’Informazione Ugandese che facevano propaganda per Musuveni.

Il sistema elettorale

Per quanto riguarda le presidenziali, il presidente viene eletto per un mandato di 5 anni se ottiene la maggioranza di almeno il 50% al primo turno. Se ciò non avviene, si procede al ballottaggio con i due candidati che hanno ottenuto più voti.

Il parlamento è unicamerale e i membri, eletti direttamente con sistema maggioritario semplice per le costituencies e indirettamente per i restanti componenti, hanno un mandato di 5 anni. L’articolo 78, comma 1 della Costituzione ne descrive la composizione: membri eletti direttamente a rappresentanza delle costituencies (295); una donna per ogni distretto (124); rappresentanti dell’esercito (10), dei giovani (5), dei lavoratori (5), delle persone con disabilità (5) e altri gruppi; vice- presidente e ministri come membri ex-officio (13). Attualmente i membri sono 457.

I candidati in corsa

Yoweni Musuveni guida la classifica dei presidenti più longevi. È il fondatore del National Resistance Movement, protagonista della lotta per spodestare il regime di Obote. Divenuto presidente nel 1986, non ha mai lasciato il potere. Venne confermato nel 1996, nel 2001 e nel 2006 grazie alla riforma costituzionale promossa nel 2005 che eliminò il limite per i mandati presidenziali. Grazie ad un referendum promosso nel 2005, le elezioni del 2006 furono le prime ad essere multipartitiche. Nelle tornate elettorali del 2011 e del 2016 venne confermato l’enorme potere del presidente. Durante il suo lunghissimo governo, Musuveni è stato in grado di dare stabilità all’Uganda, riuscendo ad ottenere importanti risultati dal punto di vista economico. Molto importante è stato l’impegno, e il successo, nella lotta contro l’AIDS oltre alla nota politica di accoglienza. Nella lotta contro il terrorismo islamico ha un ruolo da protagonista. In politica estera, si è sempre mostrato molto attivo. Appoggiò Paul Kagame nella conquista del potere in Ruanda. Intervenne prima a sostegno delle milizie di Laurent Désiré Kabila nella prima guerra del Congo tra il 1996-1997 e in un secondo momento, durante la seconda guerra del Congo tra il 1998-2003, contro Kabila. Sostenne la guerriglia sudsudanese dell’SPLA di John Garang. Uno dei grandi fallimenti riguardò lo scontro con il gruppo ribelle chiamato Lord’s Resistance Army guidato da Joseph Kony. Un conflitto interno che causò più di 500 mila vittime.

Dopo aver posto fine a decenni di oppressione e violenza, Musuveni generò aspettative molte alte sulla tanto agognata svolta democratica. Il percorso intrapreso è proceduto al rilento ed è stato più volte ostacolato dalla modalità di gestione del potere del presidente.

 

Robert Kyagulanyi Ssentamu, meglio conosciuto come Bobi Wine, sarà lo sfidante principale. Musicista molto famoso, ha ottenuto un seggio da parlamentare nel 2017. Rappresenta il partito progressista National Unity Platform (NUP), precedentemente noto come National Unity, Reconciliation and Development Party (NURP). Grazie all’utilizzo dei social media, Wine è riuscito a creare nuovo fermento nelle opposizioni ugandesi. È stato arrestato più volte dalle forze di polizia negli ultimi mesi.

Saranno in tutto 10 i candidati a sfidare Musuveni, tra cui diversi indipendenti oltre a Patrick Oboi Amuriat dell’FDC, Mugisha Muntu dell’Alliance for National Transformation e Norbert Mai del Democratic Party. La vittoria per Musuveni non sembra più così scontata, visto il crescente sentimento di opposizione e sfiducia all’interno del paese.

 

Corea del Nord

In Corea del Nord la rielezione di Kim è una novità

L’ottavo Congresso del Partito del Lavoro, lo schieramento egemone in Corea del Nord, ha eletto Kim Jong-un quale nuovo Segretario generale.

Una scelta non meramente formale, come può sembrare a primo impatto, dal momento che il titolo era precedentemente detenuto da suo padre Kim Jong-il, deceduto nel 2011.

Terminata l’esperienza terrena di quest’ultimo, difatti, il giovane leader era succeduto anche alla guida del Partito ma con un appellativo diverso, quello di “Primo Segretario”, divenuto poi “Presidente” con la celebrazione del 7° Congresso nel 2016 e che cambia nuovamente, così, la denominazione.

Corea del Nord

Ciò non scalfisce di certo la memoria del suo predecessore, confermato alla carica di “Segretario generale eterno”. Un ossequio rilevato anche durante la celebrazione della kermesse di questi giorni: il nonno Kim Il-sung (Presidente eterno della Repubblica Democratica Popolare di Corea) e il padre Kim Jong-il erano infatti stati riconosciuti, comunque, come delegati del Congresso.

Immediate sono state le felicitazioni da parte della Cina. Il Presidente Xi Jinping ha accolto benevolmente la notizia e ha espresso la sua volontà di “rafforzare le relazioni tra i due Paesi e i due Partiti per promuovere lo sviluppo della causa socialista”.

Perchè è importante per la Corea del Nord (e non solo)

Kim ha tutte le intenzioni di mostrare mostrare al mondo (e alla Nazione) la solidità del suo potere.

Il periodo cruciale che stiamo vivendo vede l’imperversante pandemia a livello mondiale e l’ammissione di alcuni fallimenti dal punto di vista strategico interno.

A questi si aggiunge il sempre più vicino insediamento di Joe Biden, nuovo numero uno dello stato considerato “acerrimo nemico”.

Fare suo il titolo di una figura sacra nel Paese significa mostrare i muscoli anche a potenziali dissidenti all’interno del Partito.

Una risposta anche alle voci che durante il 2020 lo davano per morto?

E la sorella di Kim?

I riflettori erano tutti puntati su di lei: Kim Yo-jong ha acquisito una posizione di maggior rilievo all’interno del Partito?

La risposta è No.

La sorella minore del leader nordcoreano, confermata nel Comitato Centrale, è stata tuttavia esclusa da una possibile promozione nel Politburo.

A dirla tutta, non figura nemmeno tra i suoi membri supplenti, tra i quali aveva fatto invece accesso nel 2017.

Una notizia significativa, considerato che nel corso degli ultimi anni sembrava essere diventata de facto la numero due del regime.

Una conferma del mono-volto del Partito, saldamente nelle mani del fratello?

Secondo alcuni analisti, non è ancora certo.

Ha stupito, per esempio, che durante il Congresso Kim si sia mostrata per la prima volta sul palco al fianco dei 38 dirigenti più importanti del partito.

Students chant slogans and hold placards on January 4, 2021 in front of the Bogazici University in Istanbul during a protest against the direct appointment of the new rector to Bogazici university by Turkish President Recep Tayyip Erdogan. (Photo by Ozan KOSE / AFP)

La nomina del nuovo rettore dell’Università del Bosforo scatena la rabbia degli studenti

La nomina di Melih Bulu come nuovo rettore dell’Università del Bosforo ha suscitato un’ondata di proteste da parte degli studenti turchi. Centinaia di manifestanti sono scesi in strada per contestare contro quello che considerano un tentativo di limitare la libertà accademica. Melih Bulu è ritenuto un uomo molto vicino al Presidente Erdoğan; il neo-rettore dell’Università del Bosforo ha infatti partecipato come candidato del partito governativo AKP alle elezioni politiche del 2015.

Dal 2016 Recep Tayyip Erdoğan ha il potere di nominare i rettori delle università turche, tuttavia poche nomine hanno suscitato reazioni come quella di Melih Bulu. I manifestanti contestano a Bulu di non essere stato membro dello staff accademico dell’Università e richiedono di tornare al precedente sistema di nomina del rettore tramite elezioni. Il sistema in vigore prima del 2016 non era scevro da critiche. I candidati e i risultati delle elezioni erano infatti sotto lo stretto controllo del Consiglio di Educazione Superiore, organo responsabile della supervisione delle università turche.

L’Università del Bosforo, fondata nel 1863 come American Robert College, è stata la prima università americana al di fuori dagli Stati Uniti. È considerata una delle più prestigiose università nel paese ed è tradizionalmente associata a movimenti di sinistra. Nel passato i suoi studenti hanno spesso dato vita a manifestazioni, tra cui quelle del 2018 contro l’intervento militare turco nel nord della Siria.

Gli scontri e le accuse di Erdoğan

Le proteste sono iniziate lunedì scorso e sono anche sfociate in scontri con la polizia. Le forze di sicurezza hanno fatto uso di lacrimogeni e idranti per respingere i tentativi di entrata nell’Università. La polizia ha arrestato decine di persone, accusate di aver violato il divieto di manifestazione imposto mercoledì dal governatore di Istanbul.

Sia Erdoğan che Devlet Bahçeli, a capo del partito ultra-nazionalista MHP, hanno sostenuto che tra i manifestanti si nascondono terroristi e separatisti. Bahçeli ha inoltre dichiarato che è in atto un tentativo di replicare le proteste del 2013.

Grazia - Trump

In grazia di Trump: i federal pardons del presidente uscente

Come spesso accade, negli ultimi giorni del suo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha concesso la grazia a numerosi individui. Questo potere presidenziale, ha spesso dato vita ad accese polemiche sul merito di certi “salvataggi”. Non ultimi, i recenti provvedimenti presi da Donald Trump. Ma partiamo dal principio.

Cos’è la grazia presidenziale?

Come nel nostro ordinamento, la grazia è un provvedimento che cancella totalmente (o in parte) le conseguenze legali risultanti da una condanna. Secondo la Costituzione americana, questo potere è garantito al presidente dall’Articolo II, Sezione 2, Clausola 1. La grazia è una delle forme con cui si manifesta il potere di clemenza del presidente. In sintesi, questi sono:

  • Grazia: provvedimento esecutivo che concede la “clemenza” per la condanna subita. Il presidente può concederla in qualunque momento, purché il crimine sia stato commesso.
  • Commutazione della pena: “alleggerimento” della pena che la persona sta attualmente scontando ma senza cancellarla
  • Annullamento della sanzione o restituzione
  • Sospensione della condanna: pospone la pena ma essa rimane intatta

Va fatta un’importante precisazione: possono ricevere la grazia solo coloro che sono stati condannati per reati federali. Se il reato è contro lo Stato (nel senso di reato commesso contro Texas, California e via dicendo) questo “rimane” a livello statale e non federale (cioè contro gli Stati Uniti, intesi come la repubblica federale).

Infine, perché la grazia abbia effetto deve essere accettata dal ricevente.

Un presidente americano può concedersi la grazia?

La grazia presidenziale si porta dietro numerose controversie e numerosi punti di domanda. La possibilità che un POTUS (President of the United States) possa concedersi la grazia è stata studiata dai costituzionalisti americani ma mai messa in atto finora.

Durante lo scandalo Watergate, i legali del presidente Nixon sostennero che tale operazione fosse legale. Il Dipartimento di Giustizia tuttavia si espresse in maniera contraria, con un memorandum datato 5 agosto 1974.

Ma Nixon e la grazia rimangono due anime legate. Messo alle strette dallo scandalo, Nixon fece quello che nessuno prima (o dopo) di lui ebbe mai fatto: si dimise. A succedergli fu il vice-presidente Gerald Ford che subito lo graziò. Ma da cosa?

Tecnicamente Nixon non era accusato di nulla e con le sue dimissioni, il Congresso aveva interrotto le procedure per l’impeachment. Rimaneva tuttavia la possibilità che Nixon venisse indagato a livello federale. Con questa grazia, Ford, sostanzialmente garantiva l’immunità a Nixon per qualunque crimine potesse aver commesso, o meno, nella sua veste di presidente.

Questo atto viene visto come la causa della sconfitta di Ford alle successive presidenziali e più un favore fatto tra amici che a un gesto nell’interesse della nazione.

Come si è comportato Trump?

La presidenza Trump è stata controversa sotto molti punti di vista. Non sorprende quindi che anche la sua gestione del potere di grazia abbia creato polemiche.

Per 125 anni, il principale consigliere del presidente per il tema grazie è stato l’Office of Pardon Attorney del Dipartimento di Giustizia. Trump ha tuttavia spesso e volentieri bypassato questo ufficio e preso le decisioni di suo pugno. Questo ha generato critiche perché alcuni dei “graziati”, non possedeva i requisiti per ottenere tale beneficio.

Un altro aspetto che ha generato scandalo, è il fatto che le persone graziate da Trump siano suoi alleati o supporters.

I numeri delle grazie di Trump: panoramica generale

Dal momento della sua inaugurazione al 23 dicembre, Trump ha concesso 70 grazie e 24 conversioni della pena.

Come si vede dal grafico, dopo la sconfitta alle elezioni, il numero di grazie concesse è schizzato in alto. Per quanto riguarda le pene commutate, il totale di quelle post elezioni è otto. Tuttavia non si registra un boom come per le grazie concesse. Vediamo chi sono i principali beneficiari.

Le grazie post election day

Dato il gran numero di grazie concesse recentemente da Trump, ci concentreremo su alcuni tra i nomi più di spicco.

Michael Flynn

Tenente generale dell’esercito, ha svolto il ruolo di Consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Trump. Incarico svolto per sole tre settimane prima di dimettersi.

Già prima della sua nomina, Flynn era una figura controversa: l’ex presidente Obama aveva sconsigliato a Trump di affidare a uno come lui un tale livello di potere e sia il The Washington Post che l’Associated Press lo avevano criticato per i suoi presunti legami con la Russia.

Durante il suo breve mandato da Consigliere, si è prodigato per implementare un canale di comunicazione tra le truppe statunitensi e russe in Siria, per evitare potenziali scontri non voluti e per coordinare la lotta a Daesh.

Cominciano i guai

Nel gennaio 2017, l’allora direttore del F.B.I. James Comey decide di interrogare Flynn in merito a sue presunte conversazioni con l’ambasciatore russo negli States, Sergey Kislyak. In questi dialoghi, Flynn avrebbe chiesto a Kislyak di convincere il suo Governo a non reagire troppo duramente nei confronti delle sanzioni statunitensi.

Queste indagini rientravano nel merito della più grande investigazione sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. Nonostante le smentite del caso, le prove dell’avvenuta conversazione tra Flynn e Kislyak furono portate alla luce dal The New York Times, con la rivelazione che esisteva una trascrizione della stessa.

Poco dopo, Trump “chiese” a Flynn di dimettersi per aver tradito la fiducia della sua Amministrazione. Infatti secondo il presidente, le dimenticanze di Flynn riguardo a tale conversazione, avevano creato una situazione insostenibile per la presidenza.

Alla fine, Flynn si dichiarò colpevole di falsa testimonianza al F.B.I. e fu condannato. Tuttavia non sconto mai la pena per via di continui rinvii legali che trascinarono la cosa fino al recente pardon presidenziale.

George Demetrios Papadopoulos

Altro nome legato al Russiagate, ex membro del team di consulenti per la politica estera della campagna presidenziale di Trump. Come membro dello staff per gli esteri, Papadopoulos aveva continui contatti con agenti di altre nazioni. Nel maggio 2016, durante una visita a Londra, avrebbe detto all’ambasciatore australiano nel Regno Unito, Alexander Downer, che il team di Trump aveva ricevuto notizie su un possibile aiuto russo per la campagna. Questo sarebbe consistito nell’aiuto nella divulgazione anonima di informazioni dannose sia per la candidata democratica Hillary Clinton che per il presidente Obama.

In vena di chiacchere, Papadopoulos raccontò all’allora ministro degli esteri greco, Nikos Kotzias, che i russi erano in possesso di mail relative a Hillary Clinton.

In seguito lo stesso Papadopoulos affermò di essere pentito di non aver subito informato del fatto l’intelligence americana ma di aver utilizzato queste notizie per fare del gossip.

L’arresto e la dichiarazione di colpevolezza

Papadopoulos viene interrogato dagli agenti del F.B.I. a fine gennaio 2017, per chiarire se ci fossero stati contatti tra la campagna presidenziale di Trump e la Russia. Subito dopo, il suo legale gli suggerisce di disattivare il suo account Facebook, attraverso il quale aveva avuto contatti con agenti russi.

Sei mesi dopo, il 27 luglio, viene arrestato ma successivamente scarcerato senza cauzione. Da qui inizia a collaborare con il consulente speciale Robert Mueller nelle sue indagini sul Russiagate.

Le cose non si mettono per il meglio però: il 5 ottobre, davanti alla Corte distrettuale del D.C., si dichiara colpevole di falsa testimonianza al F.B.I.. Questo era parte dell’accordo con Mueller, in cambio del suo aiuto nelle indagini.

Aiuto che però non viene ritenuto di grande valore e Papadopoulos viene condannato, nel settembre 2018, a 14 giorni di prigione, 12 mesi di libertà vigilata e 200 ore di servizi sociali oltre a una multa di 9500 Dollari. La motivazione data è che le ripetute menzogne da lui dette agli investigatori hanno ostacolato le indagini e il suo aiuto non ha portato a nessuna scoperta rilevante.

Dal 26 novembre 2018 al 7 dicembre 2018, sconta la sua pena al FCI Oxford di Oxford in Wisconsin. Sconta dodici giorni dei 14 totali. Il 22 dicembre 2020 riceve la grazia dal presidente Trump.

Paul Manafort

Passiamo a un altro graziato coinvolto nel Russiagate: Paul Manafort. Lobbista, avvocato, consigliere politico, evasore fiscale ed esperto di frodi bancarie. Manafort ha avuto una lunga carriera come consigliere nelle campagne presidenziali repubblicane, da Ford fino a Trump.

Nella sua carriera di lobbista, ha spesso portato avanti gli interessi di dittatori o politici controversi: dai dittatori Ferdinand Marcos (Filippine) e Mobutu Sese Seko (Congo) fino al leader ucraino Viktor Yanukovych.

Il coinvolgimento nel Russiagate

Proprio per il suo lavoro per il governo filo-russo di Yanukovych, il 27 ottobre 2017, Manafort e il suo socio Rick Gates vengono accusati di vari reati da Robert Mueller e il primo finisce ai domiciliari. Nel giugno 2018, Manafort viene colpito da altri capi d’accusa tra cui cospirazione contro gli Stati Uniti e subornazione di testimone. Questo secondo reato sarebbe stato commesso durante i domiciliari e viene quindi disposto il suo trasferimento in carcere.

Nell’agosto 2018, viene processato alla Corte distrettuale dell’Eastern Virginia per: cinque capi d’accusa per evasione fiscale; due per frode bancaria; uno per aver nascosto un conto bancario all’estero.

Manafort si dichiara colpevole di cospirazione contro lo Stato e accetta di cooperare con gli investigatori. Ma anche questa volta, a novembre 2018, si trova contro Mueller che lo accusa di aver ripetutamente mentito agli investigatori. Il febbraio successivo, il giudice distrettuale del D.C. Amy Berman Jackson conferma le accuse di Mueller e l’accordo tra le parti viene annullato.

Nel giro di una settimana tra il 7 marzo 2019 e il 13, viene condannato prima a 47 mesi di prigione e poi ad ulteriore 43.

Ad agosto 2020, la commissione sull’intelligence del Senato (controllata dai repubblicani), conclude che le azioni di Manafort hanno creato un grave pericolo per il Paese e un’opportunità per la Russia di ottenere informazioni delicate su Trump.

Dopo essere stato rilasciato nel maggio 2020 per il pericolo della diffusione del COVID-19, Manafort riceve la grazia da Trump il 23 dicembre.

Escludendo gli arresti domiciliari, per i suoi crimini Manafort ha scontato circa due anni di carcere tra il giugno 2018 e il maggio 2020.

Roger Stone

Per capire chi sia Roger Stone, tornate qualche riga più in alto e rileggete l’inizio del paragrafo su Paul Manafort. I due sul finire degli anni ’80, hanno anche fondato insieme (e con Charles R. Black Jr) una società di lobbying. In dieci anni, la società diventa una delle principali vie di lobbying per le più grandi aziende americane e non.

Come membro del team della campagna presidenziale di Trump, Stone si è reso protagonista della diffusione di fake news e teorie del complotto. Il suo modus operandi è “Attaccare, attaccare, attaccare e mai difendere”. Amico storico di Trump, già nel 1998, suggerì al futuro presidente di candidarsi. In quel periodo Stone era il principale lobbista di Trump a Washington, per il suo business nel settore dei casinò.

Stone e Wikileaks

Nel corso della campagna presidenziale del 2016, il capo del team di Hillary Clinton, John Podesta, ha accusato Stone di essere stato a conoscenza dell’hackeraggio e successiva pubblicazione da parte di Wikileaks di sue mail private. Questa accusa faceva leva su una serie di tweet dello stesso Jones dove oltre a dichiarare l’imminente fine (politica) della Clinton, utilizzava ripetutamente l’hashtag #Wikileaks.

Nonostante questo, Stone ha negato di fronte alla Commissione sull’intelligence della Camera, di aver avuto notizia delle mail prima della loro pubblicazione o di aver avuto contatti con l’intelligence russa. In seguito dichiara di aver avuto contatti indiretti con il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per avere informazioni su Hillary Clinton.

Agli inizi del 2017, The New York Times e The Washington Times pubblicano notizie che provano contatti diretti tra Stone e uno degli hacker responsabili del furto di mail di Hillary Clinton.

Nei due anni successivi si susseguono le accuse e le nuove rivelazioni sui legami tra Stone, Wikileaks e agenti russi. A gennaio 2019, Roger Stone viene arrestato dal F.B.I. nell’ambito delle indagini condotte da Robert Mueller. Le accuse di falsa testimonianza, ostacolo alle indagini e subornazione di testimoni.

L’accusa chiede una pena tra i sette e i nove anni e mezzo ma il Dipartimento di Giustizia, su apparente richiesta del presidente, chiede una revisione della severità della condanna.

Nel febbraio 2020, Stone viene condannato a 40 mesi di carcere dal giudice Amy Berman Jackson. Tuttavia a luglio, pochi giorni prima dell’inizio della sua incarcerazione, Trump commuta la sua pena ed elimina la detenzione in carcere. Il 23 dicembre il presidente concede la grazia completa a Roger Stone.

Charles Kushner

L’ultimo graziato “famoso” su cui facciamo un focus è un membro della famiglia Trump allargata. Charles Kushner è infatti il consuocero del presidente, essendo il padre di Jared, marito di Ivanka Trump e consigliere del presidente.

I primi problemi legali di Kushner risalgono al 2004, quando viene multato dalla Commissione elettorale federale per donazioni prive delle corrette autorizzazioni. Ironicamente, le donazioni erano al Partito Democratico.

Per questo reato, accetta un accordo con il procuratore generale del New Jersey e futuro governatore repubblicano dello Stato, Chris Christie. L’accordo prevedeva l’ammissione di colpevolezza per diciotto capi d’accusa per finanziamenti illegali, evasione fiscale e subornazione di testimoni. Quest’ultimo reato riguardava il cognato dello stesso Kushner. William Schulder, marito della sorella di Kushner, stava collaborando alle indagini. Per cercare di fargliela pagare, Kushner pagò una prostituta per avere un rapporto sessuale con Schulder, registrare il tutto e poi inviare il video a sua sorella.

Kushner fu condannato a due anni di prigione che finì di scontare nel 2006. Il 23 dicembre riceve la grazia dal consuocero.

Trump ha usato la grazia più dei suoi predecessori?

La risposta è no e addirittura Trump non è neanche tra i presidenti che hanno utilizzato più spesso il potere di grazia. In questa grafica possiamo vedere il confronto tra gli ultimi cinque presidenti.

Se però togliamo dalla “sfida” i tre POTUS che hanno servito per due mandati, Trump perde il confronto con Bush 41. Da notare che prima di dicembre 2020, anche Bush aveva concesso più grazie del presidente uscente.

Borsa di New York

La borsa di New York cambia idea sulle società cinesi

La Borsa di New York decide a sorpresa di non procedere alla rimozione, all’interno del New York Stock Exchange, di tre imprese cinesi di telecomunicazioni, invertendo la decisione presa solo pochi giorni prima.

Il NYSE ha dichiarato di aver abbandonato il piano di delisting dopo “ulteriori consultazioni con le autorità di regolamentazione competenti e dopo aver consultato l’Office of Foreign Assets Control“.

La decisione da parte del NYSE riguardava le seguenti società: la China Telecom, la China Mobile e la China Unicom, le quali, dopo la notizia che non ci sarebbe stato alcun delisting nei loro confronti, hanno registrato una crescita delle loro azioni, dopo che nei giorni precedenti avevano perso un totale di 5.6 miliardi di dollari.

 

 

Crescita delle azioni della China telecom tra il 4 e il 5 gennaio

L’ordine esecutivo di Trump per la Borsa di New York

Il NYSE ha annunciato il piano di delisting il primo giorno dell’anno, con la decisione senza precedenti di rimuovere le American Depositary Shares (la possibilità che le azioni di tali società possano essere negoziate all’interno dei mercati finanziari statunitensi) delle tre società cinesi per conformarsi all’ordine esecutivo firmato da Trump a novembre.

Questa ordinanza vieta a qualsiasi soggetto americano di investire in società con legami con l’esercito cinese. Tutte e tre le società sono entità di proprietà statale, gestite da manager nominati dal Governo.

L’ordinanza vieta sia alle società che ai singoli cittadini americani di possedere azioni – a titolo definitivo o tramite fondi di investimento – in società che, secondo l’amministrazione, aiuterebbero il progresso dell’Esercito Popolare di Liberazione (nome ufficiale delle forze armate della Repubblica Popolare Cinese e del Partito Comunista Cinese).

“La Repubblica popolare cinese sta sempre più sfruttando il capitale degli Stati Uniti come risorsa per consentire lo sviluppo e la modernizzazione dei suoi apparati militari, di intelligence e di altri sistemi di sicurezza”, ha affermato il Presidente nell’ordine esecutivo.

La China Securities Regulatory Commission ha dichiarato qualche settimana fa che l’ordine esecutivo sarebbe basato su “scopi politici” e che “ignora completamente la reale situazione delle società in questione, i diritti legittimi degli investitori globali e ha gravemente danneggiato la stabilità del mercato“.

Il Ministro del Commercio cinese ha annunciato, il giorno successivo alla decisione del NYSE, che la Cina avrebbe adottato le misure necessarie per salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi delle imprese nazionali: “Gli Stati Uniti stanno usando il potere statale per reprimere le imprese cinesi” e ha affermato che l’ordine esecutivo “non è in linea con le regole e la logica del mercato, il che danneggia non solo i diritti legittimi delle società cinesi, ma anche gli interessi degli investitori di altri paesi, inclusi gli Stati Uniti. ”

L’inversione di marcia del NYSE è avvenuta subito dopo l’annuncio da parte di FTSE Russell (società britannica specializzata nella creazione e gestione di indici di borsa) di rimuovere Unicom, Panda Electronics Group e Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) dai suoi benchmark azionari globali, per conformarsi alle indicazioni di novembre.

FTSE Russell ha rimosso otto società dai suoi indici a dicembre per conformarsi all’ordine esecutivo originale. Tra queste vi sono China Railway Construction Corporation, società produttrice di telecamere di sorveglianza, Hangzhou Hikvision e il produttore di supercomputer Dawning Information, noto anche come Sugon.

Le rimozioni sono state eseguite anche da parte di altri importanti fornitori di servizi finanziari. MSCI e S&P Dow Jones hanno escluso diverse società cinesi dai loro indici globali in conformità all’ordinanza.

Inoltre, Trump ha firmato separatamente un disegno di legge a dicembre che richiederebbe al NYSE e ad altre borse di rimuovere le società straniere che non forniscono una documentazione contabile completa entro tre anni.

Qual è la posizione di Biden?

Il divieto di investimento di Trump entrerà in vigore lunedì 11 gennaio, una settimana prima della cerimonia di inaugurazione del neopresidente eletto Joe Biden.

È improbabile che Biden apporti cambiamenti immediati al rapporto USA-Cina. Il neopresidente ha deciso di non commentare ciò che sta accadendo alla Borsa di New York. Tuttavia, il leader Dem ha affermato che lavorerà con gli alleati statunitensi affinché si rispettino le regole del commercio globale.

In tal caso, questo tipo di approccio sarebbe in contrasto con quello dell’amministrazione Trump, che spesso ha perseguito azioni aggressive e unilaterali con l’intento di sfidare la Cina su questioni economiche.

 

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Google: i lavoratori formano il primo sindacato

Lunedì 4 gennaio 2021, i lavoratori di Google si sono uniti per dare vita al primo sindacato interno all’azienda.

Sono in più di 200 i dipendenti che hanno formato il sindacato di Google, il primo gruppo di un’azienda tecnologica in crescita continua. Il neo-sindacato è composto dai dipendenti di Google e della sua casa madre, Alphabet.

Alphabet Workers Union, nome dell’organizzazione, ha come scopo quello di garantire che i dipendenti lavorino con un salario equo, senza timore di abusi, ritorsioni o discriminazioni. Diretto da Parul Koul e Chewy Shaw, presidente e vicepresidente esecutivo, l’Alphabet Workers Union è affiliato al Communications Workers of America. Il C.W.A. è il sindacato che rappresenta i lavoratori delle telecomunicazioni e dei media negli Stati Uniti e in Canada.

I leader del sindacato hanno dichiarato al New York Times “Vogliamo che Alphabet sia un’azienda in cui i lavoratori abbiano voce in capitolo nelle decisioni che riguardano noi e le società in cui viviamo”.

 

La struttura

A differenza di un sindacato tradizionale, che richiede che un datore di lavoro si presenti al tavolo delle trattative per concordare un contratto, l’Alphabet Workers Union è un sindacato di minoranza che rappresenta una frazione degli oltre 260.000 dipendenti e appaltatori a tempo pieno dell’azienda.

I sindacati tradizionali di solito iscrivono la maggioranza della forza lavoro e presentano una petizione ad un consiglio di lavoro statale o federale, come il National Labor Relations Board, per tenere un’elezione. Se vincono il voto, possono contrattare con il loro datore di lavoro su un contratto. Al contrario, un sindacato di minoranza permette ai dipendenti di organizzarsi senza prima ottenere un voto formale della N.L.R.B.

La struttura dà al sindacato il permesso di includere tutti i lavoratori statunitensi e canadesi della società madre di Google, compresi i dipendenti a tempo pieno, i lavoratori temporanei, i fornitori e gli altri appaltatori. Questi dipendenti non ufficiali costituiscono un’enorme forza lavoro “ombra” di Google, che supera di circa 135.000-115.000 unità i dipendenti diretti di Google. Se si fosse formato un sindacato tradizionale, questi lavoratori sarebbero stati esclusi.

Coloro che scelgono di diventare membri contribuiranno con l’1% del loro compenso totale al fine di finanziare il sindacato.

Gli esperti del lavoro hanno detto che, anche se non sarà in grado di negoziare un contratto, l’Alphabet Workers Union può usare altre tattiche per fare pressione su Google affinché cambi le sue politiche. I sindacati delle minoranze spesso si rivolgono a campagne di pressione pubblica e fanno pressione sugli organi legislativi o normativi per influenzare i datori di lavoro.

Utilizzeremo ogni strumento possibile per usare la nostra azione collettiva per proteggere le persone che pensiamo siano discriminate o oggetto di ritorsioni”, ha detto Shaw.

 

Perché nasce il sindacato all’interno di Google?

L’annuncio della creazione di questa organizzazione è arrivato in seguito ad anni di attivismo e proteste interne. Questo è il segno più evidente di quanto l’attivismo dei dipendenti abbia travolto la Silicon Valley negli ultimi anni.

Mentre in passato gli ingegneri del software e i lavoratori del settore tecnologico hanno mantenuto il silenzio su questioni sociali e politiche, i dipendenti di Amazon e altri si sono fatti sentire su questioni come la diversità, la discriminazione salariale e le molestie sessuali. Quello che è quasi certo, è che la creazione di questo sindacato probabilmente aumenterà le tensioni con i vertici della dirigenza.

 

La storia

Nel 2018, i lavoratori hanno creato un’importante campagna nei campus di Google a livello globale per la presunta cattiva gestione delle accuse di molestie sessuali. Sempre quell’anno, furono scritte lettere pubbliche in cui denunciava il ruolo dell’azienda nella costruzione di un motore di ricerca censurato in Cina, progetto poi abbandonato.

Nel 2019, i dipendenti di Google hanno scritto una lettera pubblica all’azienda invitandola a ridurre tutte le emissioni di gas serra entro il 2030. I lavoratori hanno anche firmato una petizione che condannava un contratto di cloud computing. Si trattava di un contratto che Google aveva con la dogana e la protezione delle frontiere degli Stati Uniti. Questo era utilizzato dall’agenzia nella separazione delle famiglie di immigrati alla frontiera. Anche il trattamento dei lavoratori temporanei e a contratto presso Google è stato un punto di riferimento per i dipendenti. Centinaia di dipendenti hanno firmato una lettera di solidarietà con questi lavoratori nel 2019.

E nel dicembre 2020, i lavoratori hanno chiesto delle scuse a Google dopo il licenziamento della Dott.sa Timnit Gebru, ricercatrice e co-leader del team di etica per l’intelligenza artificiale di Google. Il licenziamento è seguito alla firma di un articolo che metteva in guardia dallo sviluppo di modelli intelligenti di elaborazione del linguaggio.

Alex Gorowara, membro del sindacato, ha detto “Abbiamo visto Google perdere la sua etica. Allo stesso tempo è diventato più ostile alle persone che cercano di comportarsi in modo etico. Abbiamo visto ritorsioni, abbiamo visto carriere deragliate”.

In una dichiarazione, la direttrice delle risorse umane di Google, ha detto che l’azienda ha “sempre lavorato duramente per creare un luogo di lavoro gratificante per i suoi dipendenti”.

 

Quali sono i valori del sindacato all’interno di Google?

Per concludere, è possibile individuare i valori cardine che Alphabet ha identificato, i quali hanno lo scopo di governare l’attività stessa del sindacato.

Innanzitutto, viene stabilito che tutti i lavoratori di Alphabet hanno una voce, essendo un’organizzazione aperta a tutti i membri della società. In secondo luogo, si pone come obiettivo quello della giustizia sociale ed economica. In seguito, è stato ribadito come tutti debbano avere il diritto di lavorare in un ambiente accogliente. All’interno del quale non ci siano discriminazioni di nessun genere. Infine, tutte le decisioni devono essere prese democraticamente, ascoltando i lavoratori.

Kirghizistan

Elezioni presidenziali e referendum cruciali in Kirghizistan

Si torna alle urne in Kirghizistan: il 10 gennaio prossimo circa tre milioni di cittadini saranno chiamati a scegliere il proprio presidente, ma anche a esprimere la propria preferenza in un referendum riguardo alla forma di governo da adottare.

Le elezioni di ottobre

Facciamo prima un passo indietro, anche perché dal 4 ottobre scorso, quando si tennero le elezioni parlamentari, il clima è decisamente cambiato. Avevamo presentato il voto autunnale come una possibilità per confermare un trend di transizione pacifica del potere e, a differenza dei vicini (Il Kazakistan andrà al voto lo stesso 10 ottobre), come l’esempio di un embrione di democrazia nella regione.

Al contrario, è andato tutto storto: la tornata fu seguita da accuse di compravendita di voti e uso improprio di denaro pubblico destinato a finanziare le campagne elettorali dei partiti vicini al Presidente filo russo Sooronbai Jeenbekov. Questi, infatti, risultarono vincitori di 107 seggi su 120 disponibili e solo 5 partiti, tutti filorussi, superarono la soglia di sbarramento del 7%. Bishkek, la capitale, fu teatro di proteste di piazza che arrivarono perfino a dare alle fiamme l’edificio del Consiglio Supremo. La Commissione Elettorale Centrale (BShK) dichiarò nulli i risultati (è stata fissata una data a giugno 2021) mentre Jeenbevok e il suo premier Kubatbek Boronov furono costretti alle dimissioni.

Le proteste davanti alla sede del Consiglio Supremo lo scorso ottobre

L’ascesa di Sadyr Japarov

Nazionalista, entrato in Parlamento dopo la Rivoluzione dei Tulipani del 2005, il giorno delle elezioni si trova in carcere, condannato per sequestro di persona ed estorsione. Solo una settimana dopo, siede contemporaneamente come Primo Ministro e Presidente ad interim. Una riabilitazione rapida che ha dato adito ad accuse di collusione tra i gruppi criminali che operano nel Paese e la maggioranza di Jeenbekov. Secondo le denunce delle opposizioni, questa presunta alleanza ha reso possibile la liberazione di Japarov. In cima alla sua agenda, comunque, ci sarebbe stata la volontà di metter mano alla Costituzione. Tuttavia, viene anticipato dal BKhS che il 24 ottobre fissa le elezioni presidenziali per cercare di dare al Paese una guida legittima. A questo punto Japarov fa un passo indietro, lasciando la carica di presidente a Talant Mamytov per partecipare alla competizione elettorale.

Il referendum

Le modifiche che Japarov intendeva fare alla Costituzione, vertevano sulla forma di governo. Secondo il suo pensiero, il sistema parlamentare attuale è estremamente inefficace, così come il limite di un mandato concesso al presidente. Ha provato quindi a emendare il testo per rinforzare i poteri presidenziali, eliminare la figura del Primo Ministro e marginalizzare il ruolo del Consiglio Supremo. Secondo la sua visione, questi ultimi dovrebbero essere sostituiti da un Kuriltai. Questo è un concilio politico militare dell’aristocrazia mongola ed altaica di epoca medievale, che avrebbe funzioni di controllo e supporto al Presidente. Japarov presenta questa transizione come temporanea, e si aspetta che il Kirghizistan potrebbe tornare ad essere una repubblica parlamentare tra una trentina d’anni. I cittadini hanno poi conosciuto il quesito referendario il 12 dicembre scorso: la scelta è tra sistema parlamentare, presidenziale o nessuno dei due.

Il sistema elettorale kirghizo per l’elezione del Presidente si costruisce come un uninominale maggioritario a doppio turno. Se prima del 2010 il mandato era di cinque anni rinnovabile per una seconda volta, dopo la rivoluzione il mandato è appunto unico e della durata di 6 anni.

L’altro lato della medaglia

I problemi evidentemente erano nascosti: per guadagnare credibilità, appena avuto accesso al potere Japarov ha cercato di stigmatizzare le accuse di collusione con le organizzazioni criminali. In primo luogo, incarcerando il magnate Raimbek Matraimov, legato al partito Mekenim Kyrgyzstan (che è arrivato secondo alle elezioni di ottobre), sospettato di essere uno dei criminali più influenti della regione. Matraimov è stato poi liberato perché, come dichiarato da Japarov “metterlo in prigione non risolve i problemi“. Il 10 dicembre scorso, il procuratore generale Kurmankul Zulushev ha annunciato che era in corso un’inchiesta per fare luce sulle frodi elettorali. Inoltre, il Dipartimento del Tesoro statunitense Matraimov ha inserito nella lista delle persone sanzionate attraverso il Magnitsky Act.

Principali candidati

Un totale di 63 persone avevano annunciato di voler partecipare alle elezioni, ma solo in 20 sono riusciti a passare il vaglio della BKhS. Seconde le sue regole, i candidati avrebbero dovuto raccogliere 30mila firme in supporto alla candidatura e presentare 1 milione di Som (12mila Euro) come “deposito”. Dopo ulteriori analisi, altri due candidati sono stati scartati per firme false. Sono quindi 18 i potenziali presidenti, ma solo tre sembrano giocarsi la posta in palio.

Nonostante questa querelle, infatti, Sadyr Japarov è in pole position. Secondo uno studio del Central Asia Barometer pubblicato il 22 dicembre, il 64% degli intervistati ha dichiarato di volere lui come prossimo presidente. Emerge che è anche il politico di cui i cittadini sembrano fidarsi di più, nonostante qui la percentuale scenda al 48%. Da notare che ben il 31% dica di non fidarsi di nessuno. I suoi trascorsi con la giustizia risalgono al 2013, quando, diventato figura di spicco del partito Ata-Jurt e in generale dei nazionalisti kirghizi, è a capo della campagna per la nazionalizzazione della miniera di Kumtor, più grande deposito aureo del Paese. La miniera in questione si trova nella sua regione natale, la orientale Issyk-Kul. In questo frangente scatenò dei disordini nella città di Karakol, culminati con il rapimento del governatore Emil Kaptagayev, usato poi come ostaggio durante uno scontro con la Polizia. Successivamente Japarov scappò dal Paese e quando fece ritorno, nel 2017, fu arrestato e condannato a undici anni di prigione. Oggi, redivivo, si candida con Mekenim Kyrgyzstan, guarda caso partito legato a Matraimov e all’ex presidente Jeenbekov.

Kirghizistan

La miniera d’oro di Kumtor

Gli altri candidati

Sempre secondo il CAB, Adahan Madumarov si trova in seconda posizione, con però solo il 3% dei consensi. È capo del partito Kirghizistan Unito, e anche lui è entrato nella vita politica nel 2005 con il filo russo Ata-Jurt. Dal 2010 è alla testa di Butun Kyrgyzstan, o Kirghizistan Unito, partito di influenze etno-nazionaliste. È considerato lo sfidante più credibile a Japarov, visto che gode di grande simpatia tra la popolazione e per aver già partecipato alle elezioni del 2011 e del 2017.

Kanatbek Isaïev si presenta invece con il partito centrista Kyrgyzstan, e anche a lui in passato ha avuto problemi con la giustizia. Nel 2018 è condannato a 12 anni per corruzione, pena poi commutata ai domiciliari e infine annullata per prescrizione. Nonostante queste difficoltà riesce a tenere il controllo del partito e a puntare il dito contro le istituzioni giudiziarie del paese, facendosi paladino dei diritti dei carcerati. Il 13 ottobre durante una sessione speciale del parlamento si fa eleggere presidente del Consiglio Supremo, carica che lascerà meno di un mese dopo per potersi candidare alle elezioni. È uno dei pochi candidati che si è schierato apertamente contro la modifica della Costituzione.

Sondaggi

È attesa un’affluenza abbastanza alta, intorno al 73%. Per quanto riguarda il referendum, ci si aspetta che la vittoria della forma di governo presidenziale senza particolari problemi, vista anche l’assenza di quorum. CAB riporta che addirittura l’80% dei kirghizi è a favore del cambio di sistema di governo. Ci si aspetta un plebiscito anche per l’elezione di Japarov, ma mai dire mai in un contesto che solo 3 mesi fa appariva tutto sommato solido e che adesso combatte con una lacerazione complessa e a tratti insanabile del potere. Quello che spaventa di più i cittadini dell’ex repubblica sovietica è infatti l’instabilità politica, con il 40% degli intervistati che dichiara di essere spaventato da ulteriori ribaltamenti, timori che ben si intrecciano con la volontà di vedere un uomo solo al comando.

Iowa

In Iowa è giallo sull’elezione nel 2° distretto

Dopo tre riconteggi, la vittoria delle elezioni del 3 novembre 2020 del 2° distretto dell’Iowa è stata assegnata alla repubblicana Mariannette Miller-Meeks.

Rita Hart, sconfitta per soli sei voti, ha presentato ricorso alla Commissione amministrativa della Camera e non ai tribunali dell’Iowa aprendo così una crisi governativa che terrebbe l’Iowa senza rappresentante per diverso tempo.

La vicenda del 2° distretto dell’Iowa

In lizza per il posto del Deputato Dave Loebsack sono le due ex Senatrici dello Stato: Rita Hart e la repubblicana Mariannette Miller-Meeks.

La Hart ha ricoperto il ruolo di Senatrice dello Stato dell’Iowa dal 2013 al 2019, mentre la Miller-Meeks ha fatto il Deputato dal 2019 dopo aver sfidato Dave Loebsack nel 2 ° distretto nel 2014 e aver perso con il 47%, contro il 53% dei voti.

Il 2 ° distretto è uno dei 30 del distretti detenuti dai democratici che Donald Trump ha vinto nelle elezioni presidenziali del 2016 con il 49% dei voti contro il 45% di Hillary Clinton.

Questo distretto copre Iowa City e la maggior parte della zona sud-orientale dello Stato. Le elezioni del 3 novembre hanno assegnato la vittoria a Miller-Meeks per sei voti. Hart fin da subito non ha accettato la sconfitta e ha presentato ricorso alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Il caos istituzionale

I Repubblicani, tra cui la stessa Miller-Meeks, hanno protestato contro la proposta di Hart considerandola una mossa politica. La Senatrice repubblicana sostiene che un appello alla giuria dell’Iowa sarebbe stato un passo più prudente rispetto ad un appello alla Camera, controllata dai Democratici.

La risposta di Hart non si è fatta attendere: il poco tempo a disposizione non è sufficiente per discutere il suo caso in un’aula di tribunale dello Iowa.

Secondo la legge degli Stati Uniti, infatti, le sentenze dei tribunali non sono ritenute vincolanti ma solo la Camera degli Stati Uniti ha l’ultima parola in merito a un’elezione contestata.

A stabilirlo è il Congressional Research Service che tramite il Federal Contested Elections Act del 1969 descrive le procedure per contestare l’elezione di un membro del Congresso.

Spetterà quindi alla Camera dei Rappresentanti controllata dai Democratici decidere se Miller-Meeks potrà sostituire Loebsack, nel frattempo il 2° Distretto dell’Iowa potrebbe non avere un rappresentante al Congresso per mesi.

 

Il Precedente in Indiana

Iowa

Una simile sfida è avvenuta in Indiana nel 1984 tra il democratico Frank McCloskey e il rivale repubblicano Rick McIntyre. McCloskey si è appellato al Federal Contested Elections Act contestando l’elezione che lo vedeva sconfitto per quattro voti.

Dopo aver chiesto un riconteggio, il democratico si è portato in testa per 418 voti escludendone altri migliaia a suo favore non conteggiati per motivi tecnici.

La Camera allora controllata dai Democratici, che si rifiutava di far eleggere ufficialmente l’uno o l’altro candidato prima della fine delle indagini, ha assegnato la vittoria a McCloskey nel maggio del 1985, cinque mesi dopo l’inizio delle indagini.

Cosa succede ora

Come insegna il precedente dell’Indiana, con l’appello alla Camera  potrebbe nascere un nuovo scenario con un risultato diverso. Anche se storicamente la maggior parte dei casi elettorali contestati sono stati archiviati dalla Commissione.

Su 107 casi elettorali contestati depositati tra il 1933 e il 2009, il candidato che ha contestato le elezioni ha vinto solo 3 volte. Il comitato elettorale di Hart non ha dichiarato quanto tempo sarebbe necessario per una simile indagine.

Intanto  Miller-Meeks ha fino a 30 giorni per presentare una risposta alla sfida lanciata da Hart e affidare tutto alla Camera che deciderà se aprire o meno un’indagine.

Nel frattempo il 3 gennaio 2021 si è tenuto il 117 ° Congresso che ha visto la partecipazione di Miller-Meeks come rappresentante attuale del distretto alla Camera nel corso della controversia.

Il Presidente della Camera, Nancy Pelosi, ha sottolineato che per ora quello dell’Iowa è un seggio provvisorio fino a quando la Camera non deciderà cosa fare della sfida delle due ex senatrici.

Trump

Le 2 opzioni per rimuovere Trump

Dopo oltre 2400 anni, il Campidoglio è stato assaltato nel nome di Donald Trump. Questa volta, però, non siamo nella Roma antica ma nel District of Columbia, durante la ratifica formale della vittoria del Presidente-eletto. Alla guida dell’assedio, al posto di Brenno, c’era lo sciamano di QAnon.

Nessuna oca, però, è riuscita a salvare il Congresso.

Le ferite inferte nel pomeriggio più lungo d’America sono profonde. Il bilancio attuale è di 5 vittime e decine di feriti, oltre ai numerosi arresti e al danno enorme provocato alla democrazia occidentale.

Nei corridoi di Washington si rincorrono le voci di una possibile rimozione di “The Donald” dalla carica di Presidente per disinnescare il rischio di altri eventi del genere negli ultimi 12 giorni di mandato.

L’assalto a Capitol Hill – 6 gennaio 2021

 

IL XXV EMENDAMENTO

Nello scacchiere di moltissimi Democratici e di più di un Repubblicano la prima pedina da muovere è il XXV Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Adottato nel 1967, sulla scia dell’omicidio Kennedy, consta di quattro sezioni.

La prima chiarisce che la successione del Vicepresidente, in caso di morte, inabilità permanente o dimissioni del Presidente, avviene con pieni poteri e non come “Presidente facente funzioni”.

È stata applicata in occasione delle dimissioni di Richard Nixon, travolto dallo scandalo del Watergate.

La seconda afferma che, in caso di vacanza della Vicepresidenza, il Presidente procede a proporre un candidato che deve poi essere approvato dalla maggioranza di entrambe le Camere del Congresso.

La terza permette al Presidente di dichiararsi temporaneamente “inabile all’esercizio dei poteri e dei doveri della carica”, comunicandolo per iscritto allo Speaker della Camera e al Presidente del Senato, ossia il Vicepresidente degli Stati Uniti, che contestualmente ne assume la funzione; con lo stesso procedimento può riacquisire la carica. Attuata da Reagan e Bush Jr, temporaneamente sottoposti ad anestesia.

La quarta, quella oggetto dell’attenzione in queste ore, prevede che il Vicepresidente, con l’assenso della maggioranza dei Segretari del Gabinetto o di un altro organo designato con legge dal Congresso, comunichi per iscritto al Presidente pro tempore del Senato e allo Speaker della Camera dei Rappresentanti che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio, i quali vengono immediatamente assunti dal Vicepresidente in qualità di Acting President.

Anche in questo caso, il Presidente può riassumere i poteri come nella sezione precedente, ma la sua comunicazione può essere impugnata.

Di fronte all’impugnazione, Vicepresidente e il Gabinetto hanno quattro giorni di tempo per inviare una nuova dichiarazione di inabilità; il Congresso deve quindi riunirsi entro le 48 ore successive (se non è già in seduta) e ha ulteriori tre settimane per decidere sulla comunicazione (nel frattempo, i poteri presidenziali rimangono in capo al Vicepresidente).

Se i 2/3 dei membri di entrambe le Camere del Congresso ritengono che il Presidente non sia effettivamente in grado di adempiere al proprio ufficio, il Vicepresidente rimane Acting President; in caso contrario il Presidente riassume i poteri.

In 54 anni la sezione IV non è mai stata attivata.

 

L’IMPEACHMENT

La strategia per dare scaccomatto al Presidente non si limita al XXV Emendamento. La mossa decisiva, infatti, potrebbe essere l’impeachment, ovvero la rimozione di un funzionario di livello federale o statale (in quest’ultimo caso varia di Stato in Stato tranne in Oregon, dove non è prevista). La procedura si snoda tra Camera e Senato: la prima formula i capi di imputazione, il secondo giudica il Presidente.

L’iter ha inizio, su istanza di un deputato o di non-membri, presso le commissioni competenti della Camera dei Rappresentanti, che svolgono le dovute indagini e trasmettono quanto raccolta alla commissione Giustizia, che formula e approva l’accusa sotto forma di risoluzione. Lo step successivo vede un passaggio in aula: l’incriminazione è approvata a maggioranza semplice con un voto per ciascun articolo.

La risoluzione passa così al Senato, presieduto dal Chief Justice della Corte Suprema. Siamo innanzi a un vero e proprio processo, con la possibilità per le parti di presentare testimoni per esami incrociati. La Camera alta approva la rimozione a maggioranza dei 2/3 dei presenti, adducendo le relative motivazioni, che siano di condanna o di assoluzione.

I Presidenti sottoposti a procedura di impeachment sono stati tre: Andrew Johnson (1868, 11 capi d’accusa: assolto), Bill Clinton (1999, assolto dallo scandalo Lewinsky) e lo stesso Donald Trump (2020, assolto dalle accuse di abuso di potere e ostruzionismo al Congresso per le presunte pressioni operate nei confronti dell’Ucraina affinché aprisse un’indagine locale su Joe Biden e suo figlio).

 

IL DILEMMA DELLA RIMOZIONE DI TRUMP

Mentre l’Amministrazione continua a perdere pezzi e Trump riconosce la sconfitta promettendo una transizione ordinata e pacifica, l’ira del Congresso per quanto accaduto non sembra destinata a placarsi. I parlamentari Democratici non intendono perdonare l’assalto a Capitol Hill e chiedono a gran voce la rimozione del Presidente, in particolare Ilhan Omar e Alexandria Ocasio Cortez, alle quali si sono sommati il deputato repubblicano Adam Kinzinger, il governatore repubblicano del Vermont Phil Scott e quello del Massachusetts Charlie Baker. L’unico dissenso in casa Democratica proviene dalle due senatrici del Nevada, le quali preferirebbero evitare ulteriori tensioni e attendere l’insediamento del loro leader alla Casa Bianca.

Giovedì sera la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, e il leader dei Democratici al Senato, Chuck Schumer, hanno chiesto al Vicepresidente uscente Mike Pence di attivare il XXV Emendamento, senza tuttavia ricevere alcuna risposta. “Se Pence non dovesse rispondere positivamente alla richiesta di attivare il XXV Emendamento, avvieremo la procedura di impeachment per Donald Trump una seconda volta” hanno dunque avvertito i due capigruppo democratici.

Fonti vicine al Vicepresidente hanno fatto trapelare che Pence non ha intenzione di perseguire questa strada, poiché significherebbe di fatto rinnegare i quattro anni di governo. E per di più se Trump dovesse scoprire le intenzioni del suo Vice e dei membri del suo Governo non esiterebbe a licenziarli in tronco. L’unica alternativa sarebbe, quindi, l’impeachment, ma questo scenario pone il problema del tempo, visto che la messa in stato d’accusa e il conseguente processo durerebbero come minimo alcuni giorni.

Il Vicepresidente degli Stati Uniti e Presidente del Senato Mike Pence e la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi

A frenare l’istinto punitivo nei confronti del suo avversario è stato proprio Joe Biden. La CNN riferisce che il presidente eletto preferirebbe rimanere concentrato sul giuramento del 20 gennaio e considererebbe l’eventuale rimozione di Trump un atto che non aiuterebbe a unificare il Paese, ma piuttosto ad alimentare il caos da una costa all’altra.

I giorni passano e il dilemma della politica americana resta: se da un lato si teme l’imprevedibilità di Trump seduto per altri 12 giorni sullo scranno dell’uomo più potente del mondo libero, dall’altro The Donald furioso per una sua rimozione potrebbe portare a un’ulteriore escalation.

Insomma, secondo alcuni sarebbe il caso di dire: “non stuzzicar il can che dorme”.