William Evanina, direttore del National Cyber Security Centre.

L’influenza degli hacker nelle elezioni americane: un nuovo 2016?

Lo scorso 18 Agosto il Senato degli Stati Uniti ha pubblicato un report bipartisan, che indagava e confermava l’ingerenza di un gruppo di hacker russi nelle elezioni presidenziali del 2016. Nello specifico, a ridosso della tornata elettorale WikiLeaks diffuse delle mail compromettenti riguardanti conversazioni tra la candidata democratica Hilary Clinton e il presidente del comitato elettorale, John Podesta.

La pubblicazione di questo rapporto a meno di cento giorni dalle elezioni presidenziale non è stata casuale. Il Senato ha voluto infatti evidenziare la possibilità che tali azioni si ripetano e possano minare l’integrità del voto dei cittadini statunitensi.

Un particolare importante riguarda la natura bipartisan del rapporto. È infatti recente la denuncia di Microsoft riguardo numerosi tentativi di hackeraggio da parte di hacker russi, cinesi ed iraniani nei confronti dei comitati elettorali e di rappresentanti di spicco di entrambi i partiti. Secondo quanto diramato dalla azienda informatica, nessun attacco è andato a buon fine. Tuttavia, non è da escludere la possibilità che queste siano state delle incursioni esplorative, funzionali a successivi attacchi ravvicinati alle elezioni.

Le motivazioni dietro le interferenze

Il direttore del National Cyber Security Centre (NCSC) William Evanina, ha analizzato le informazioni fornite da Microsoft, unitamente all’attività di intelligence, per identificare le motivazioni alla base degli attacchi.

L’attività di hackeraggio russa assume le stesse caratteristiche che nel 2016. Il gruppo a cui furono imputate le ingerenze durante le scorse elezioni,  conosciuto come Fancy Bear, agirebbe sotto le indicazioni del G.R.U., la principale agenzia di intelligence militare russa. L’obiettivo consisterebbe nello screditare la candidatura del candidato democratico Joe Biden. L’ex vice presidente, infatti, durante il suo mandato con Obama era stato molto critico dell’amministrazione Putin ed in particolare dell’approccio aggressivo nei confronti dell’Ucraina. L’influenza russa tuttavia, non risiede esclusivamente negli attacchi informatici. L’intelligence ha infatti evidenziato il ruolo del parlamentare ucraino filo-russo Andriy Derkach, recentemente confrontatosi con Rudolph W. Giuliani, rappresentante legale di Trump, riguardo le presunte accuse di corruzione nei confronti di Biden.

Nella vicina Cina invece, si ritiene ci sia una preferenza nei confronti del candidato democratico, ritenuto meno imprevedibile rispetto al presidente in carica. Tuttavia, l’obiettivo delle incursioni cinesi non risiederebbe in un’ingerenza elettorale, quanto più in un tentativo di riequilibrare l’opinione pubblica nei confronti del Paese asiatico. Nonostante, infatti, Pechino osservi attentamente i rischi ed i benefici di un’eventuale aggressione informatica, il rapporto con gli Stati Uniti pare sempre più teso man mano che ci si avvicina alle presidenziali di Novembre. La chiusura del consolato di Houston, il ban nei confronti di Tik Tok e l’ostilità dimostrata verso il mercato 5G cinese sono alcuni dei temi che potrebbero modificare l’entità dell’intervento degli hacker cinesi.

L’obiettivo degli hacker iraniani consiste invece nell’alimentazione di tensioni e divisioni all’interno del panorama politico statunitense. La loro azione non è tuttavia indiscriminata. Il governo del Paese medio orientale ritiene la rielezione di Trump deleteria per gli interessi nazionali, a causa delle forti critiche e sanzioni emanate dal presidente in carica. L’intelligence americana ritiene che l’ingerenza di Teheran si svilupperà soprattutto attraverso i social network, con la diffusione e la promozione di contenuti fuorvianti e anti-statunitensi.

Le reazioni dei partiti

A seguito dell’investigazione del NCSC, entrambi i partiti si sono dimostrati molto critici nei confronti delle dichiarazioni di Evanina.

Thea McDonald ha commentato l’accaduto a nome del Partito Repubblicano. La responsabile stampa per la campagna di Trump ha dichiarato di essere consapevole della possibilità di incursioni nei confronti della campagna e dello staff vista la propria importanza. Ha contemporaneamente rigettato le accuse di collaborazione con i gruppi di influenza russi, evidenziando lo sforzo dell’amministrazione uscente per combattere i reati di cybersecurity.

Nancy Pelosi è invece intervenuta a difesa del Partito Democratico. La Speaker della Camera, ha invece criticato fortemente l’equiparazione delle ingerenze russe rispetto a quelle cinesi ed iraniane, ritenute di entità e capacità nettamente inferiori. Al contempo ha richiesto al direttore Evanina la diffusione di maggiori informazioni, al fine di evitare una qualsiasi tipologia di influenza nelle elezioni di Novembre.

L’intelligence americana non esclude la possibilità che queste incursioni consistano solamente in spionaggio politico. Tuttavia, la sola possibilità di un’ingerenza straniera nelle elezioni presidenziali americane dimostra come il mondo informatico sia fondamentale nel mondo politico. Non solo a livello propagandistico, ma anche a livello di tenuta delle istituzioni nazionali.

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Non chiamatelo Presidente: arriva al Congresso la proposta anti Xi Jinping

Le relazioni tra Stati Uniti e Cina si fanno sempre più complicate. Dopo le accuse per la diffusione del Covid-19 e il recente blocco della popolare app TikTok, una proposta al Congresso statunitense rischia di congelare ancora di più i rapporti tra i due stati gettando le basi per la “Guerra Fredda” del XXI secolo.

La proposta di legge

La “bomba” viene sganciata dal repubblicano Scott Perry della Pennsylvania che il 7 agosto ha illustrato alla Camera dei Rappresentanti il “Name the Enemy Act“.

La bozza del disegno di legge proibisce al Governo federale di creare o diffondere documenti che appellino il capo di stato della Repubblica popolare cinese in modo diverso da “Segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista cinese” o “Segretario generale“. Perry infatti sostiene che rivolgendosi a Xi Jinping con il titolo di Presidente si presuppone che la sua elezione sia stata legittimata dal popolo cinese con mezzi democratici e che si accettino tutte le violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina nel corso dei decenni.

Negli ultimi due mesi l’operato di alcuni esponenti della Casa Bianca aveva già lasciato intendere questo cambiamento nella designazione. Il direttore dell’FBI Christopher Wray, il procuratore generale degli Stati Uniti William Barr, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il segretario di Stato Mike Pompeo si sono tutti riferiti a Xi in discorsi e dichiarazioni pubbliche con il titolo di Segretario generale. Proprio quest’ultimo inoltre ha provveduto a distinguere il PCC dai suoi cittadini muovendo svariate critiche alla retorica di Xi.

“La Cina non è una democrazia e i suoi cittadini non hanno il diritto di votare, riunirsi o parlare liberamente” ha affermato la Commissione di revisione economica e di sicurezza USACina (un comitato del governo statunitense) in un rapporto del 2019 al Congresso. “Dare al Segretario generale Xi il titolo immeritato di Presidente conferisce una patina di legittimità democratica al PCC e al governo autoritario di Xi“.

Per anni i critici hanno sostenuto il bisogno di una scissione nei titoli cinesi e inglesi di Xi sottolineando l’incongruenza tra l’immagine di apertura e leadership rappresentativa verso la comunità internazionale e l’autoritarismo che detiene in Cina.

I titoli di Xi

Xi detiene numerosi titoli che spesso sono stati oggetto di controversia e hanno destato un po’ di confusione. Nessuno dei suoi titoli cinesi ufficiali include o traduce la parola presidente, ma tutti i leader cinesi dagli anni ’80 – periodo di apertura sul fronte economico – hanno detenuto ufficialmente quel titolo inglese. Anche nei comunicati governativi in lingua inglese e nei media statali Xi viene indicato come “President”.

In Cina egli detiene tre titoli principali che vengono utilizzati a seconda del contesto. È il capo di Stato (guojia zhuxi ); è il comandante in capo dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) e presidente della Commissione militare centrale (zhongyang junwei zhuxi); è Segretario generale del PCC (zong shuji), unico partito politico al potere della Cina.

 

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USA, Facebook bandisce gruppo di estrema destra

Facebook ha deciso di bandire dal social le pagine del gruppo di estrema destra “Patriot Prayer” e del suo leader e fondatore, Joey Gibson.

Che cos’è Patriot Prayer?

Si tratta di un’organizzazione di estrema destra fondata nel 2016 per sostenere Donald Trump, nata a Portland, in Oregon, dove è molto attivo ancora tutt’ora. Questo gruppo si descrive come un movimento che difende gli interessi dei cristiani americani, che combatte per la libertà e si oppone alla presenza dello Stato nell’economia e nella società. Nonostante ciò, utilizza la provocazione e la violenza, infatti viene raccomandato ai suoi sostenitori di andare ai raduni armati.

La società di Mark Zuckerberg ha detto di aver rimosso le pagine come tentativo di chiudere altre pagine che portano alla violenza del mondo reale. Anche l’account Instagram di Gibson è stato rimosso.

Raduno del gruppo Patriot Player

Raduno del gruppo Patriot Player

Il portavoce di Facebook, Andy Stone , ha dichiarato che “Sono state rimosse come parte dei nostri continui sforzi per rimuovere le Violent Social Militias dalla nostra piattaforma”. Gibson ha contestato la decisione di Facebook in una dichiarazione inviata via e-mail, sostenendo che “I gruppi antifa hanno assassinato il mio amico mentre tornava a casa a piedi, e invece della società multimiliardaria che vieta le pagine antifa di Portland, hanno vietato Patriot Prayer, Joey Gibson, e diverse altre nonne che sono ammesse”.

Non solo Patriot Prayer

Non è la prima volta che Facebook decide di agire chiudendo questo tipo di pagine. Già a giugno infatti, centinaia di account associati a una rete violenta di seguaci del movimento di estrema destra Boogaloo erano stati rimossi, in quanto gli aderenti a questo movimento hanno come obiettivo quello di portare avanti azioni armante e antigovernative.

Sin dall’inizio dell’amministrazione Trump, il gruppo di Gibson è cresciuto a dismisura e attualmente è particolarmente attivo nel nord-ovest del Pacifico, dove Gibson ha tenuto raduni pro-Trump per anni.

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Gli elettori di Donald Trump? Molti afroamericani e neolaureati

L’elettorato di Donald Trump si conferma ancora una volta variegato ed eterogeneo. Ma se, stando ai sondaggi della CNN, gli elettori del Presidente sono stati nel 2016 per lo più bianchi e anziani che non hanno concluso o o cominciato il college, senza contare una discreta percentuale di latinoamericani, oggi la prospettiva è cambiata.

Certamente la maggior parte dei laureati bianchi tende ancora verso le posizioni democratiche, in aumento con Joe Biden rispetto alla Clinton; ma allo stato attuale, secondo il centro di ricerca Pew, diversi neolaureati si stanno avvicinando ai Repubblicani e a Donald Trump, così pure per quanto riguarda gli afroamericani: parliamo, in particolare, degli swing states, gli stati chiave per la conquista della presidenza.

È un dato significativo: Trump riesce così da un lato a tenere a sé i propri elettori bianchi, neri, latini, laureati e non anche negli swing state, e dall’altro a presentarsi come la riconferma dell’alternativa all’establishment democratico e repubblicano che ha governato gli Stati Uniti nell’ultima decade.

Le prossime elezioni si preannunciano ancora più fumose e incerte, anche se i sondaggi suggeriscono che è la coppia BidenHarris ad essere attualmente in vantaggio e prossima alla presidenza.

Ma questo non può essere un segnale netto e preciso su come andranno le elezioni di Novembre: già quattro anni fa infatti Hillary Clinton era data per vincitrice e pur vincendo sul voto popolare alla fine i grandi elettori li raccolse il tycoon newyorkese. E se Trump riuscisse a cogliere le istanze degli afroamericani e dei latinos assieme a quelle degli indiani d’America, puntando anche sulla crescita economica ed occupazionale degli ultimi quattro anni allora potrebbe rubare una fetta consistente dell’elettorato storicamente democratico: non soltanto negli swing states, ma anche in quelle regioni che si caratterizzano per il forte colore blu.

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Sudan, proteste nella capitale contro la secolarizzazione in atto nel paese

Dal 21 agosto 2019 il Sudan ha un nuovo governo di transizione al cui vertice si trova l’economista Abdalla Hamdok. Gli obbiettivi che intende portare avanti sono la pacificazione nazionale, la risoluzione della crisi economica che attraversa il paese e l’approvazione di norme ed emendamenti laici che garantiscano varie libertà personali anche per i non musulmani e le donne.

Il 9 luglio 2020 sono quindi stati approvati degli emendamenti che:

  • Criminalizzano la circoncisione femminile;
  • Aboliscono il divieto di apostasia (letteralmente rifiuto totale del proprio credo religioso);
  • Lasciano la libertà ai non musulmani di consumare alcol;
  • Concedono libertà alle donne di portare fuori dal paese i figli senza il permesso del marito.

Come era normale aspettarsi, in un paese che per 30 anni ha avuto la Shari’a come legge di stato, tale volontà di laicizzare le istituzioni ha provocato le accese proteste dei gruppi islamici più intransigenti che ritengono le tradizioni religiose in pericolo.

Le critiche provengono però anche da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani che al contrario ritengono troppo morbide e blande queste norme affermando che ci vuole qualcosa di più deciso per sradicare usanze e tradizioni in uso purtroppo da molto tempo.

Si pensa inoltre che l’approvazione di tali norme possa contribuire anche a cambiare la reputazione del paese a livello internazionale. Il paese infatti è pesantemente sanzionato dagli USA a causa dei legami con il terrorismo organizzato di matrice islamica (in particolare con Al Qaida). Diventa poi più probabile che il Fondo Monetario stanzi maggiori fondi in aiuto del settore economico che attualmente si trova in una crisi peggiorata inoltre dalla pandemia di coronavirus che interessa tutto il mondo.

Infatti, le manifestazioni non sono causate solo da queste norme “influenti sui valori fondamentali islamici” ma anche dalla gravissima disoccupazione che affligge il paese stremato dalla guerra civile in Darfur e dalla gestione finanziaria del precedente dittatore Omar al-Bashir al potere per 30 anni dal 1989 al 2019.

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Laos, rischio default per il piccolo paese asiatico

Il Laos è a crescente rischio di default sul proprio debito pubblico. Gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia mondiale e ingenti indebitamenti per grandi opere infrastrutturali hanno affossato l’economia del piccolo e povero paese asiatico.
Un potenziale default della Repubblica Popolare Democratica del Laos si aggiungerebbe ad altri tre già avvenuti quest’anno in Argentina, Ecuador e Libano.

Le riserve di valuta straniera del Laos già a Giugno ammontavano a soli 864 milioni di dollari. Un quantitativo pericolosamente basso, poiché il Laos dovrà ripagare circa 1 miliardo di dollari di debito estero all’anno da qui al 2024. Moody’s Investor Services, l’agenzia di rating americana, ha ridotto la valutazione dei titoli sovrani laotiani da B3 a Caa2, considerabili come titoli “spazzatura”. Simile correzione da parte di Fitch, che ha portato il suo rating a B- e indicato aspettative “negative” sulla situazione laotiana.

Il Laos, come i suoi vicini nel sud-est asiatico, è stato poco colpito dalla pandemia di quest’anno. Il paese ha registrato in totale zero morti e solo 22 casi di COVID-19. La pandemia ha però quasi azzerato turismo e rimesse da parte dei laotiani all’estero, tagliando la principale fonte di introiti in valuta straniera della piccola Repubblica Popolare.

GRANDI DEBITI PER GRANDI OPERE

La montagna di debiti pubblici, ora insostenibile, è cresciuta negli ultimi anni per finanziare grandi opere infrastrutturali nel paese asiatico. A pesare in particolare sono stati i progetti di realizzare 12 dighe e centrali idroelettriche nel solo 2019 e una linea ferroviaria ad alta velocità di collegamento con la Cina. Il piano del governo laotiano è infatti quello di trasformare il piccolo paese nella “batteria del sud-est asiatico”, sfruttando la risorsa idrica del fiume Mekong. I progetti sono stati però finanziati principalmente contraendo debito estero, in particolare con la Cina. Pechino è infatti interessata a rafforzare i legami fra la provincia dello Yunnan e il Laos, vicino meridionale ricco di opportunità di investimento, mentre il Laos ha bisogno di trovare mercati esteri per esportare la propria produzione di energia elettrica. La Cina è il primo investitore straniero in Laos, con un totale di oltre 10 miliardi di dollari investiti in progetti energetici, di trasporto e una zona economica speciale al confine.

GLI ACCORDI CON LA CINA

Per tentare di evitare il default il Laos ha già ceduto parte della propria azienda elettrica statale, Électricité du Laos (EdL), alla China Southern Power Grid Corporation, azienda elettrica statale della Cina meridionale. L’accordo, volto a sanare i debiti ormai insostenibili della EdL, rende ora China Southern Power Grid Corp. azionista di maggioranza della società laotiana. Questo accordo però risolve solo una minima parte del problema del debito laotiano. Il Laos è in ritardo sui pagamenti a molteplici aziende cinesi impegnate in progetti nel paese, ed entro fine autunno dovrà ripagare 1.2 miliardi di dollari di prestiti a banche commerciali e titoli di stato in scadenza che ha emesso in Thailandia. Pur avendo diritto a fare domanda per assistenza finanziara da parte del Fondo Monetario Internazionale, il governo di Vientiane ha preferito evitare fin’ora questa opzione che comporta condizioni stringenti. Il Laos sta invece negoziando direttamente con la Cina, principale creditore del paese. La Cina e aziende cinesi infatti detengono la maggior parte del debito pubblico laotiano, equivalente a 46% del PIL del paese del sud-est asiatico. L’intero debito pubblico del Laos, 59% del PIL nel 2019, raggiungerà un valore equivalente a 68% del PIL nel 2020.

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Cile 1988: il plebiscito del ritorno alla democrazia

Il 5 Ottobre 1988 gli elettori cileni furono chiamati alle urne per esprimere il proprio parere in merito ad un’eventuale riconferma della presidenza di Augusto Pinochet.

La tornata elettorale era stata prevista diversi anni prima. Nel 1976 la Giunta militare insediò il Consiglio di Stato a scopo di consulenza in materia legislativa, ponendovi a capo l’ex Presidente Jorge Alessandri, il candidato della destra che nelle cruciali elezioni presidenziali del 1970 era stato superato dall’avversario della sinistra, Salvador Allende. Nel 1980 il Consiglio ricevette una bozza di nuova costituzione dal Comitato Ortúzar, appositamente costituito dai militari per scrivere uno statuto che rimpiazzasse quello del 1925 – sospeso fin dall’indomani del coup – e che legittimasse il regime autoritario, ampliando i poteri del Presidente della Repubblica.
Tra le proposte del Consiglio – molte delle quali scartate – e gli emendamenti da parte di Pinochet e della Giunta, la nuova carta fu validata con il 67% dei consensi in un primo plebiscito nel 1980, dalla discussa regolarità, per entrare in vigore l’anno successivo. Essa stabiliva, agli articoli 27 e 29, un periodo di transizione di otto anni in cui il Presidente della Repubblica e la Giunta avrebbero continuato a detenere il monopolio dei poteri, rispettivamente, esecutivo e legislativo; prima delle fine del periodo, la Giunta avrebbe dovuto esprimere un candidato da ratificare per mezzo di un plebiscito nazionale per eventuali ulteriori successivi otto anni. Nell’Agosto 1988 la Giunta Militare dichiarò che il candidato sarebbe stato il Generale Pinochet, il quale era già stato appuntato Capo di Stato de facto nel 1974; la riproposizione di Pinochet non fu comunque una scelta scontata: all’interno della Giunta, i comandanti in capo di Marina, Aviazione e Carabineros avrebbero infatti preferito che il regime puntasse sulla candidatura di un civile.
Le conseguenze istituzionali di entrambi i possibili esiti della consultazione erano stati rigorosamente dettagliati dalla nuova costituzione: in caso di vittoria del , Pinochet avrebbe inaugurato un nuovo mandato l’11 Marzo 1989, con successive elezioni parlamentari per un nuovo Congresso cui la Giunta avrebbe ceduto le competenze legislative l’11 Marzo 1990; qualora a vincere fosse invece stato il no, in concomitanza con la fine del mandato di Pinochet, insieme alle elezioni parlamentari si sarebbero tenute anche quelle presidenziali, con il nuovo Presidente che sarebbe entrato in carica insieme all’apertura della nuova legislatura, sempre l’11 Marzo 1990.

Gli antefatti
La consultazione plebiscitaria giungeva a quindici anni di distanza da quando gli Hawker Hunter ed i Puma dell’aviazione cilena si erano levati per bombardare il Palazzo presidenziale de La Moneda, nel corso di un cruento colpo di stato di cui rimase vittima il Presidente socialista Allende, che aveva rifiutato un salvacondotto per l’esilio offertogli dai golpisti.
Nonostante il Cile fosse stato a lungo visto come un caso esemplare di stabilità democratica in un’America Latina in continuo subbuglio, gli ultimi anni del governo Allende erano stati segnati dall’instabilità socio-economica e da un inasprimento dello scontro politico.
Il primo Presidente marxista democraticamente eletto era stato portato al potere da Unidad Popular, un cartello elettorale di sinistra formato dai Partido Socialista de Chile, Partido Comunista de Chile, Partido Radical e Partido Social Demócrata. La coalizione, col 36,2% dei voti, aveva ottenuto nel 1970 una vittoria di margine davanti al già menzionato candidato della destra Jorge Alessandri, e a quello del centrista Partido Demócrata Cristiano Radomiro Tomic, rispettivamente al 34,9% e 27,8%. Avendo nessun candidato ottenuto la maggioranza assoluta, il passaggio successivo, come prescritto dalla costituzione cilena del 1925, fu quello della votazione parlamentare. La tradizione secondo cui il Congresso avrebbe dovuto designare il candidato col più alto gradimento elettorale fu potuta essere rispettata solo grazie ad un compromesso tra Unidad Popular e Partido Demócrata Cristiano, con cui il secondo accettava di eleggere il candidato della prima a patto che questi si impegnasse a rispettare uno Statuto di Garanzie Costituzionali stilato per l’occasione.
Fu solo così che Allende potette infine accedere alla presidenza della Repubblica e intraprendere la sua “Vía chilena al socialismo”, incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria bancaria e di quella del rame, sulla redistribuzione dei latifondi agrari, su una serie di minimi salariali e  su un ampio programma di lavori pubblici, trasferimenti e sussidi volti a migliorare le condizioni delle fasce più povere della popolazione.
Sebbene le misure del governo Allende sembrarono in un primo momento riuscire a incrementare la produzione industriale e a garantire una più egalitaria distribuzione della ricchezza all’interno del Paese sudamericano, ben presto il quadro macroeconomico inziò rapidamente a deteriorare. L’escudo cileno, già familiare a tassi di inflazione sostenuti, sperimentò nel 1972 un comunque elevato tasso del 140%, per sfondare nei mesi successivi nel terreno dell’iperinflazione. La bilancia commerciale fu compromessa dalla caduta del prezzo internazionale del rame (da 66$ per tonnellata nel 1970 a 48$ nel 1972), una materia prima fondamentale per il Paese, rappresentando da sola più del 50% delle esportazioni di allora. Mentre si assisteva alla contrazione del PIL reale, a consistenti deficit di bilancio ed all’assottigliamento delle riserve di valuta estera, prese piede il ricorso al mercato nero per il reperimento dei sempre più scarsi generi di prima necessità. Nell’Ottobre del 1972 avvennero i primi significativi scioperi da parte dei trasportatori, piccoli commercianti e professionisti, i quali si ritrovarono stretti tra i massimali di prezzo ed i minimi salariali prestabiliti dal governo; si registrarono scontri tra gli scioperanti ed i sostenitori di Allende.
La già di per sé precaria cornice economica era resa ancora più problematica dall’ostilità dispiegata verso l’esecutivo cileno da parte degli Stati Uniti, ai cui occhi Allende era reo, soprattutto, della nazionalizzazione dell’industria del rame, in cui gli americani detenevano importanti interessi, e del riavvicinamento in politica estera verso Castro e l’Unione Sovietica. Intenzionata ad evitare a tutti i costi l’insorgere di una seconda Cuba in quello che la Dottrina Monroe aveva reso il “cortile di casa”, Washington si adoperò per arginare gli investimenti statunitensi in Cile, interrompere le linee di credito aperte presso le organizzazioni internazionali ed offrire supporto finanziario all’opposizione cilena.

Nel frattempo, Allende appariva sempre più in difficoltà nell’arginare le spesso violente iniziative ed i disordini da parte delle frange più estreme della sinistra cilena, come il Movimiento de Izquierda Revolucionaria e la Vanguardia Organizada del Pueblo, intenzionate ad incalzare l’azione di governo.
Nel Giugno del 1972, in concomitanza con le dimissioni del Ministro dell’Economia Pedro Vuskovic, il governo Allende dichiarava il default su una porzione di debito pubblico detenuto dai creditori internazionali e dai governi esteri.
Le arroventate elezioni congressuali del Marzo 1973 per il rinnovo della Camera dei Deputati e di metà dei membri del Senato consegnarono la maggioranza dei seggi in entrambi i rami alla Confederación de la Democracia, una nuova coalizione elettorale formata per coagulare le forze dell’opposizione contro Unidad Popular tra la destra del Partido Nacional ed il Partido Demócrata Cristiano, ormai schierato contro il governo. Da quel momento, gli eventi presero ad avvitarsi velocemente seguendo una piega sempre più destabilizzante: il 26 Maggio la Corte Suprema si pronunciò apertamente contro l’esecutivo, accusandolo di sovvertire l’ordinamento legale e disapplicare sistematicamente le sentenze giudiziarie ad esso sfavorevoli; la sentenza piombò il Paese in un’aria di scontro aperto, in cui le reciproche violenze tra le opposte fazioni si intensificavano di giorno in giorno.

Tra le forze armate cilene si acuì il divario tra coloro che ritenevano i tempi maturi per un’azione di forza ed i sostenitori della c.d. Dottrina Schneider, dal nome del Generale René Schneider che nel 1970 si era schierato per la rigorosa non-interferenza dei militari nella sfera politica, venendo infine assassinato poco dopo l’elezione di Allende da elementi degli ambienti più estremisti dell’esercito. Allende temeva che i Carabineros avrebbero presto promosso un putsch ai suoi danni, e decise quindi di nominare Ministro dell’Interno il Generale Carlos Prats, già Capo dell’Esercito e tra i maggiori sostenitori della Dottrina Schneider.

Alle tre del pomeriggio del 27 Giugno 1973 l’automobile che stava conducendo Prats ai suoi uffici raggiunse la trafficata intersezione stradale di Las Condes, nei quartieri della buona borghesia di Santiago. Quando una Renault rossa si affiancò alla vettura di servizio, quelli che il Generale avrebbe poi descritto come due uomini riconobbero il passeggero, iniziando ad insultarlo e a schernirlo con veemenza. Prats ordinò allora all’autista di estrarre e cedergli la pistola di ordinanza, ed affiancando la Renault si sporse dal finestrino verso la Renault esigendo delle scuse; vedendo ignorata la sua richiesta, Prats fece di tutta risposta fuoco contro il parafango anteriore della Renault. Una volta scesi dalle automobili, il Generale poté constatare con rammarico come l’autista dell’automobile da cui erano partiti gli insulti fosse in verità una donna, Alejandrina Cox, il cui taglio di capelli corto aveva tratto in inganno l’ufficiale. Presto sul luogo dell’incidente si radunò una folla che prese ad insultare aggressivamente Prats, assalendo la sua automobile; il Generale poté sottrarsi dalla tesissima situazione solo grazie ad un tassista che lo portò prontamente a La Moneda, dove Prats rassegnò istantaneamente le proprie dimissioni ad Allende, che tuttavia si rifiutò di accettarle. Negli stessi momenti i report dell’accaduto riempivano già le edizioni straordinarie dei maggiori giornali cileni. La stampa governativa prese comunque le difese del Ministro, così come fecero almeno pubblicamente i più alti ufficiali dell’esercito, benché la vicenda seminò una scia di profonde controversie anche tra le forze armate e minò irreparabilmente la credibilità di Prats, che ormai appariva sempre più come l’ultimo, vacillante argine ad un’iniziativa delle forze armate.

Il 29 Giugno un reggimento di carri armati circondò il Palazzo de la Moneda in un primo tentativo di colpo di stato, ribattezzato il Tanquetazo, che venne però sventato.
Il 22 Agosto la nuova maggioranza parlamentare fece leva su un secondo pronunciamento della Corte Suprema contro il governo per denunciare la mancata promulgazione presidenziale di emendamenti costituzionali approvati dalle Camere. Nel fare ciò, si accusava Allende del tentativo di “conquistare il potere assoluto” con “l’obiettivo di instaurare […] un sistema totalitario” e veniva lanciato un esplicito appello all’esercito per ristabilire “l’ordine costituzionale della nostra Nazione”.
Il Generale Prats impose infine il 24 Agosto le proprie dimissioni tanto dagli incarichi ministeriali che dal vertice delle forze armate, imbarazzato dalla protesta inscenata dalle mogli di alcuni suoi ufficiali di fronte alla propria abitazione, una della lunghe serie di manifestazioni anti-governative condotte da organizzazioni femminili come l’influente Poder Feminino.  Quello stesso giorno Allende decise di nominare come sostituto Comandante in capo dell’Esercito Cileno il Generale Augusto Pinochet.
Ancora sul finire di Agosto, si tennero proteste di piazza a Santiago contro la scarsità e gli aumenti dei prezzi dei beni primari. Negli stessi giorni il Presidente Allende prese la parola nel Congresso per accusare le opposizioni di aver paralizzato il Paese e “facilitare gli intenti sediziosi di certi settori”. Nella stessa occasione egli sottolineò anche che la mozione del 22 Agosto era priva, al Senato, della maggioranza qualificata di due terzi necessaria a porre il Presidente in stato d’accusa per abuso di potere.

Secondo le memorie di Juan Garcés, un consulente personale del Presidente che riuscì a riparare in Inghilterra, Allende avrebbe tenuto un discorso l’11 Settembre per annunciare un plebiscito volto a risolvere lo stallo istituzionale venutosi a creare. Ma quello stesso giorno i cileni udirono alla radio il Presidente rivendicare i meriti della propria azione di governo parlando ormai con una declinazione al passato, mentre in sottofondo erano chiaramente distinguibili i colpi di arma automatica e le esplosioni del coup che avrebbe inaugurato sedici anni di dittatura militare in Cile.
La stazione radio che trasmise le parole di Allende era una delle poche che, insieme alle stazioni televisive e alle redazioni giornalistiche, non era stata già occupata e chiusa dai militari. La marina aveva inoltre già occupato Valparaíso, il principale porto strategico sulla costa centrale; le linee di comunicazione dell’apparato governativo erano state sabotate, i Carabineros di stanza a La Moneda avevano lasciato l’edificio, ed i telefoni dei Generali dell’Esercito Augusto Pinochet e dell’Aviazione Gustavo Leigh avevano già suonato lungamente a vuoto. A presidiare il palazzo presidenziale era rimasto solamente un manipolo dei c.d. Grupo de Amigos Personales (GAP), la fazione armata del Partido Socialista de Chile istruita ed equipaggiata dai servizi cubani e posta a difesa personale di Allende. I miliziani del GAP ed i guerriglieri del Movimiento de Izquierda Revolucionaria continuarono ad ingaggiare scontri con le forze armate nella capitale ancora per alcuni giorni, protraendo per alcuni mesi un’attività di guerriglia, soprattutto nelle aree andine.

La nuova dittatura militare impose il pugno di ferro al Paese fin dalle ore immediatamente successive al golpe: fu proclamato l’ordine marziale e l’Estadio Nacional venne prontamente trasformato in un centro di detenzione, assieme ad altre decine di siti nella sola Santiago, dove vennero concentrati, in seguito ai rastrellamenti, migliaia di oppositori politici o presunti tali. Fin dal mese di Settembre si moltiplicarono rapidamente i c.d. desaparecidos, mentre una squadriglia di elicotteri ribattezzata evocativamente la “Caravana de la Muerte” percorreva in lungo e largo il Paese scortando un gruppo di ufficiali il cui compito era quello di predisporre o eseguire direttamente torture ed omicidi, spesso secondo modalità brutali finalizzate primariamente ad incutere timore nei reggimenti dislocati lontano dalla capitale.
La neo-insediata giunta militare sciolse il Congresso, bandì i partiti di Unidad Popular e sospese indefinitivamente ogni attività politica; in breve tempo fu costituita la Dirección de Inteligencia Nacional (DINA), la capillare polizia segreta del nuovo regime.

Il Cile di Pinochet
La giunta militare  era così divenuta rapidamente padrona del Cile, ricevendo prontamente riconoscimento da parte degli Stati Uniti, i quali avevano già da tempo collaborato attivamente alla premeditazione di un golpe volto a depore Allende attraverso il Progetto FUBELT della CIA, su impulso diretto di Nixon e Kissinger. Gli Stati Uniti riattivarono inoltre diversi progetti di collaborazione e stanziamento di fondi sospesi durante la presidenza di Allende.
In un primo momento, i partiti del centro e della destra che avevano formato l’opposizione al governo di Allende supportarono il colpo di stato dei militari; tuttavia, Pinochet dichiarò a stretto giro che il ritorno alla normalità costituzionale non sarebbe certamente avvenuto nel breve periodo, e ben presto le persecuzioni del regime coinvolsero anche le organizzazioni sindacali del Partido Demócrata Cristiano con molti leader del partito, come Radomiro Tomic, che preferirono la via dell’esilio.
Il più importante centro di consenso verso il regime militare presso i civili era invece rappresentato dal Gremialismo, un movimento altamente ideologizzato e dalla forte impronta religiosa ed anti-comunista. Fondato dall’avvocato ed ideologo Jaime Guzmán nella seconda metà degli anni 60’ ed affermatosi a partire dalla Pontificia Università Cattolica del Cile, fin dall’elezione di Allende i suoi seguaci, i gremialisti, avevano evocato un golpe militare per bloccare l’ascesa delle sinistre. Dopo la svolta autoritaria erano arrivati ad egemonizzare la Secretaría Nacional de la Juventud, un organo creato dai militari dietro consiglio di Guzmán per mobilizzare il sostegno alla dittatura. Guzmán, inoltre, divenne un collaboratore assiduo di Pinochet, partecipando anche alla stesura di diversi discorsi del Generale.

Il gruppo di civili che collaborò in forma più estesa con il regime della junta fu però probabilmente quello dei c.d. Chicago Boys, un gruppo di economisti cileni formatisi, grazie a progetti di borse di studio avviati fin dagli anni 50’ dal Dipartimento di Stato Americano, in alcuni dei più prestigiosi atenei statunitensi, in primo luogo l’Università di Chicago appunto, dove Milton Friedman aveva avviato una generale revisione del pensiero economico fino ad allora dominato dai princìpi del Keynesian Consensus. Pinochet, trovandosi a fronteggiare la ripresa dell’economia cilena dopo un periodo di forte dissesto, convocò al governo i Chicago Boys che, sotto la guida del Ministro del Lavoro e delle Miniere José Piñera, impostarono una serie di riforme radicali ispirate al nuovo corpus teorico monetarista e quindi ai princìpi del laissez-faire, dello stato minimo e della competitività. Le linee guida della nuova politica economica erano state già abbozzate in precedenza in un documento-manifesto denominato “El ladrillo” (cioè “Il mattone”).
Il nuovo indirizzo economico smantellò in breve tempo le misure intraprese dal governo Allende, privatizzando il sistema pensionistico, l’educazione superiore, la sanità, abbattendo la spesa pubblica e de-nazionalizzando diversi settori a partire da quello bancario. Il governo militare preferì, tuttavia, mantenere l’industria di gran lunga più importante per il Paese, quella del rame, sotto il controllo pubblico; nella nuova costituzione del 1980 essa sarebbe addirittura stata definita “inalienabile”, con attori privati ammessi solo all’esplorazione ed allo sfruttamento di nuovi giacimenti. Un altro significativo scostamento dalla filosofia dello “starving the beast” fu rappresentato dalla spesa statale per il comparto militare, cresciuta del 120% nei sei anni successivi al coup.
Piñera promosse poi una riforma del lavoro che, assieme alla liberalizzazione del mercato, perseguiva anche il ristabilimento di maggiori libertà sindacali, tra cui la libera affiliazione. Fu proprio allorché il Ministro affrontò Pinochet durante un’accesa riunione di gabinetto per opporsi all’esilio di un importante leader sindacale, che Piñera decise di rassegnare le dimissioni per divenire poi un’autorevole voce a sostegno del processo di democratizzazione.
Altro provvedimento fondamentale del nuovo corso economico cileno fu il pegging col dollaro americano, in virtù del quale il Paese beneficiò di ingenti investimenti esteri. La fissazione del tasso di cambio – criticata dallo stesso Friedman come deviazione dalle indicazioni della sua Scuola – tuttavia fece sì che gli alti tassi di interesse necessari a sostenerla penalizzassero gli investimenti produttivi; nondimeno, l’economia cilena subì un contraccolpo più duro rispetto al resto del continente latino-americano in seguito alla recessione mondiale del 1982, allorquando gli investitori esteri abbandonarono precipitosamente il Cile portando ad un crollo verticale del 14% del PIL ed a picchi di disoccupazione fino al 33%. Seguì una serie di imponenti proteste che sembrarono minacciare la stabilità del regime e potettero venire sedate solo attraverso una dura attività di repressione.

Crescita del PIL cileno tra il 1971 ed il 2007 in paragone alla media dei Paesi sud-americani

Di fronte alla successione di fallimenti ed al profilarsi di un rischio concreto di default del settore bancario, il governo militare si vide costretto a mettere parzialmente da parte le prescrizioni liberiste e a procedere alla nazionalizzazione delle due maggiori banche del Paese (Banco de Talca e Banco Español de Chile), e in un secondo momento alla nazionalizzazione di altre sei tra banche e società finanziarie. Fu inaugurato allora un periodo in cui si adottò un maggiore pragmatismo in politica economica e furono allontanati molti dei Chicago Boys precedentemente assunti. A partire dal 1985 il nuovo Minsitro Hernán Büchi avviò, seppur con alcune correzioni, un rinnovato corso liberista in cui vennero cedute al mercato privato molte delle imprese nazionalizzate al picco della crisi. Furono poi ridotte ulteriormente le tasse sull’attività di impresa, mantenendo però al contempo il tasso di cambio del peso libero di fluttuare sul mercato valutario e introducendo forti limitazioni ai movimenti di capitale. Da quel momento e per tutto il decennio successivo il Cile intraprenderà un solido percorso di crescita economica ben al disopra della media dell’America Latina, tanto da far parlare di vero e proprio Miracolo Cileno grazie a cui il Cile vide crollare la percentuale del proprio debito pubblico sul PIL, fino a raggiungere il record mondiale dell’8,8% nel 2011.

Segnali di cedimento
La grave crisi economica del 1982, tuttavia, aveva aperto la breccia nel regime. A partire dal 1983, l’opposizione latente ed i movimenti sindacali presero ad organizzare clandestinamente le frequenti Jornadas de Protesta Nacional. Nelle ore diurne le attività lavorative venivano interrotte e le scuole disertate, con carovane di manifestanti che protestavano per le vie principali delle maggiori città; al calare della sera venivano erte barricate nelle periferie con scontri che si protraevano fino alle luci dell’alba, quando ormai si potevano regolarmente contare a decine tra morti e feriti.

L’immagine internazionale della giunta militare era ormai in inoltrato stato di degradazione. L’evento culminante si verificò nel Giugno del 1986, quando i corpi dei giovani Carmen Quintana e Rodrigo Rojas vennero rinvenuti da alcuni contadini in un fossato irriguo nella campagna di Santiago, avvolti in lenzuoli, semicarbonizzati, con evidenti segni di tortura ed in fin di vita. Rodrigo Rojas sarebbe spirato pochi giorni dopo in ospedale, mentre la ragazza, studentessa di ingegneria, sopravvisse per raccontare come fossero stati catturati durante le proteste dei giorni precedenti, presso una barricata nella municipalità dell’Estacion Central, e torturati da un manipolo di soldati. Rodrigo Rojas, tuttavia, era residente americano: cresciuto negli Stati Uniti e figlio di esuli cileni, egli aveva fatto ritorno in Cile da sole sei settimane; fotografo, aveva deciso di unirsi ai manifestanti per documentare la violenta repressione in corso nel Paese. Fu allora che anche l’amministrazione americana di Ronald Reagan, sulla scia del profondo sdegno sorto intorno la vicenda, si distanziò dal regime di Pinochet, che rimase isolato sul piano internazionale.
Nel 1987 Papa Giovanni Paolo II, in procinto di partire per un pellegrinaggio in America Latina, criticò duramente il regime cileno, esortando la Chiesa cilena a pregare e ad impegnarsi attivamente per la restaurazione della democrazia. Invito ripetuto poi, una volta giunto nel Paese, nel corso dell’incontro con i vescovi locali.
Fu in questo clima di evidente logoramento del regime che il Cile si avviava all’appuntamento plebiscitario del 5 Ottobre.

Verso il Plebiscito
Per la prima volta in 15 anni, si assistette a quella che poteva essere paragonata ad una campagna elettorale, dopo che nel 1987 un’apposita legge aveva ristabilito il diritto di formare partiti politici ed aveva riaperto i registri elettorali.
Ad appoggiare la ricandidatura ufficiale di Pinochet furono soprattutto Unión Democrática IndependienteRenovación Nacional, il resto della destra e parte della galassia dei liberal-democratici. Dietro il No si schierava una coalizione unitaria difficoltosamente assemblata dai 17 sigle e partiti che nel 1985 avevano firmato un Accordo Nazionale per la Transizione alla piena Democrazia; tra di essi il Partido Demócrata Cristiano, il Partido por la Democracia, altre sezioni della sinistra cattolica, i contadini del MAPU, ed i vari indirizzi socialdemocratici e socialisti, fra i quali non furono pochi a dover mitigare le proprie istanze pur di tenere unita la Concertación de Partidos por el NO”.
Ad entrambi gli schieramenti furono accordate delle franjas, lotti pubblicitari televisivi di 15 minuti da trasmettere durante la mattinata o nella fascia notturna; un simile carosello elettorale era previsto anche in orario prime time, ma ad esclusivo appannaggio dell’opzione filo-governativa.

La programmazione prese avvio alle 22:45 del 5 Settembre 1988, esattamente un mese prima della giornata plebiscitaria.
Lo scopo principale della campagna per il , congegnata da un’agenzia pubblicitaria argentina in collaborazione con le forze armate cilene, fu quello di instillare un angoscioso ricordo del periodo del governo di Unidad Popular, accusando il fronte del No di essere interessato a ricreare una situazione di caos come quella antecedente al golpe del 1973. All’incertezza di un’eventuale vittoria del No venivano allora contrapposti i successi economici conseguiti soprattutto nell’ultimo lustro, esaltati mediante una retorica dal tono marziale e paternalista convergente sulla figura del Generale Pinochet.
Il fronte per il No, convinto il dirigente pubblicitario Eugenio García ad assumere la regia della strategia comunicativa, scelse di contro un registro molto più creativo, audace ed ottimistico. Le sequenze documentaristiche che elencavano gli abusi della dittatura, con testimonianze di persone torturate dal regime o dei parenti delle persone scomparse, vennero alternate ed alleggerite con scene rappresentanti i cileni in momenti di vita quotidiana, di divertimento e di allegria, a sostengo del ritorno ad un sistema pienamente democratico. Allo stesso tempo, fu posta enfasi sulla distinzione tra le aspirazioni democratiche e quelle socialiste che avevano caratterizzato la presidenza di Allende: a questo scopo le franjas del No ospitarono anche numerosi esponenti dei partiti di centro-destra schierati contro la ricandidatura di Pinochet, e per il logo unitario del comitato fu emblematicamente adottato un arcobaleno, con l’intenzione di simboleggiare l’eterogenea composizione dell’opposizione al regime militare tale da rappresentare l’intero spettro delle appartenenze politiche. La pubblicità politica del No beneficò inoltre del coinvolgimento diretto di svariate celebrità nazionali ed internazionali, tra cui Sting, Jane Fonda, Robert Blake, Sara Montiel e Christopher Reeve; ma la partecipazione più incisiva fu con ogni probabilità quella dello storico centravanti della nazionale di calcio cilena, il “Rey del metro cuadrado” Carlos Caszely, il cui intervento seguiva nella stessa franja quello della madre, superstite del rapimento e delle torture subiti a seguito il putsch del 1973.
Il fonte del No coniò poi come sottofondo musicale della propria attività politica un jingle destinato a divenire popolarissimo, come lo slogan dell’intera campagna: Chile, la alegría ya viene.

In breve, la campagna plebiscitaria per il No, imbevuta della cultura pop reaganiana imperante su scala mondiale in quegli anni, prese ad apparire superiore nella tecnica e nelle argomentazioni alla campagna del ; a tal punto che il Ministro degli Interni di Pinochet, Sergio Fernández, tra i principali organizzatori dell’attività propagandistica del governo, avrebbe più tardi ammesso come capitasse che qualcuno iniziasse involontariamente a canticchiare “la alegría ya viene” persino durante le sedute di brainstorming del comitato per il , intento ad ingegnare rimedi per recuperare un gap comunicativo sempre più ampio. Le franjas pro-Pinochet furono allora ridisegnate, adottando format molto simili a quelle avversarie ed inserendo interventi che ne attaccavano miratamente i contenuti; il che, tuttavia, indusse a ritenere come ormai il fonte del fosse all’inseguimento dell’opposizione al regime. Fonti governative presero inoltre a diffondere sondaggi fortemente favorevoli verso Pinochet, la cui certezza di rimanere al potere però, fino a quel momento molto solida, iniziava a vacillare.

Particolare scalpore suscitò l’intervento del Presidente del Partido por la Democracia, Ricardo Lagos, che rivolgendosi alla giornalista Raquel Correa durante il programma televisivo “De Cara al País” esordì con “Raquel, mi deve scusare, parlo per 15 anni di silenzio”; prendendo poi a pronunciare quella che per i cileni era la prima accusa di violazione dei diritti umani rivolta pubblicamente ed in prima persona contro Augusto Pinochet.
Tra la fine di Settembre e l’inizio di Ottobre entrambi gli schieramenti organizzarono imponenti manifestazioni, con scontri, interferenze della polizia nei raduni per il No e copertura mediatica asimmetrica.

La lunga notte del voto
Il 5 Ottobre i seggi aprirono regolarmente agli elettori, cittadini cileni o stranieri legalmente residenti in Cile per un periodo di almeno cinque anni, di età uguale o superiore ai diciotto anni. Per votare era necessario essere registrati agli appositi elenchi elettorali; la registrazione non era obbligatoria, ma il voto era obbligatorio per gli elettori registrati.
I cittadini che si recarono alle urne furono poco più di 7 milioni, per un turnout di ben il 97,61%.

Quando una volta chiusi i seggi in tarda serata furono fatte circolare indiscrezioni sulla vittoria del , Pinochet aveva in verità già convocato una riunione d’emergenza dell’intera junta a La Moneda per richiedere essa poteri straordinari.
L’Ambasciata americana, la CIA e gli osservatori stranieri giunti in Cile in occasione della tornata avevano nei giorni precedenti ricevuto allerte riguardo le intenzioni del capo della junta di ricorrere ad un’eventuale soluzione di forza. In risposta l’amministrazione Reagan aveva diffuso segnali inequivocabili presso i ministeri cileni e gli alti ranghi dell’esercito che ammonivano da una simile iniziativa.
Proprio come preventivato, quella notte il Generale chiese alla junta di instaurare lo stato d’emergenza ed inscenare un auto-coup che gli consentisse di rimanere a capo del Paese, sospendendo indefinitivamente il risultato elettorale, consapevole ormai che questo aveva in verità rigettato la propria candidatura. In un clima estremamente teso Pinochet presentò un documento da far firmare ai comandanti in capo delle forze armate, con cui veniva ceduto al Presidente il comando diretto di tutte le operazioni. La richiesta di Pinochet trovò però la netta opposizione del Generale dell’Aviazione Fernando Matthei, lo stesso che, entrando a La Moneda, era stato il primo esponente governativo a riconoscere dinanzi alla stampa la vittoria del No, anche allo scopo di chiudere a possibili colpi di mano da parte del resto della junta. Di fronte agli altri generali affatto intenzionati ad avvallare i suoi intenti, ed anzi accusato personalmente della sconfitta, a Pinochet non rimase altro che accettare l’esito del plebiscito.
Alle due di notte fu ufficialmente annunciato che il No aveva prevalso con il 55,99% dei voti validi, mentre il Si era fermo al 44,01%. Mentre le strade si riempivano di gente in festa, Pinochet tenne un comunicato televisivo in cui annunciava che si sarebbe proceduto secondo le linee guida fissate dalla costituzione del 1980.

La transizione
Prese allora avvio la transizione del Cile verso la democrazia. Dopo lunghe trattative tra l’opposizione democratica ed i militari, il 30 Giugno 1989 si tenne un secondo referendum volto a ratificare 54 emendamenti costituzionali, tra cui prescrizioni volte a limitare gli estremi per lo stato di emergenza, a rinnovare le modalità di riforma dello statuto, ed in generale a rafforzare le garanzie dello stato di diritto e del pluralismo democratico. Con la sola opposizione del partito di destra Avanzada Nacional, le riforme furono approvate con il 91,25% dei voti.
Le programmate elezioni generali per la carica di Presidente e per la composizione del Congresso si tennero il 14 Dicembre 1989. A sfidarsi furono Patricio Aylwin, presidente del Partito Democrata Cristiano e candidato della Concertación de Partidos por la Democracia la quale riuniva la maggior parte dei partiti di centro-sinistra che avevano fatto parte del comitato per il No, l’ex Ministro della junta militare Hernán Büchi per Unión Democrática Independiente e Renovación Nacional riuniti sotto il cartello Democracia y Progreso, e Francisco Javier Errázuriz Talavera, sostenuto da altri partiti del centro e della destra che avevano perorato la riconferma di Pinochet l’anno prima tra cui Avanzada Nacional e Partido Nacional. Altre coalizioni che concorsero per le elezioni legislative furono l’Unidad para la Democracia, la quale sostenne la candidatura presidenziale di Aylwin ed in cui confluirono i candidati del Partido Comunista de Chile e di alcune correnti del MAPU, del Partido Socialista de Chile, del Partido Radical Socialista Democrático e di Izquierda Cristiana che non avevano aderito alla Concertación; ed il Liberal-Socialista Chileno che riunì il Partido Liberal e le rimanenti correnti del Partido Socialista de Chile in appoggio di Francisco Javier Errázuriz Talavera.

La campagna elettorale fu sin dalle prime battute dominata da Patricio Aylwin il quale, nel rivendicare che le nuove istituzioni democratiche portassero avanti un processo atto a fare luce sulle violazioni dei diritti umani da parte della dittatura, apparve molto più credibile di Büchi che della junta era stato collaboratore e la cui base partitica si dimostrò ben poco concorde sul giudizio storico circa ultimi sedici anni di storia cilena. Le divergenze tuttavia riguardavano molti altri punti, tanto da portare infine alla candidatura indipendente di Errázuriz Talavera. Dal canto suo Büchi, dotato di scarsa esperienza politica e reclutante nell’accettare l’investitura a candidato, cercò comunque di sottolineare la propria contribuzione alla crescita economica cilena, attaccando insistentemente Aylwin su delle sue affermazioni secondo cui tassi di inflazione al 20% sarebbero stati accettabili ed accusandolo di intesa con le sezioni estremiste della sinistra cilena.

A venire eletto Presidente, con un altro turnout elevatissimo al 94,72%, fu infine Aylwin che raccolse il 55,17% delle preferenze, con un netto distacco tanto da Büchi, al 29,40%, che da Errázuriz Talavera, al 15,43%.
Per quanto riguarda le elezioni legislative, gli elettori cileni premiarono i partiti centristi penalizzando le frange più estreme del panorama politico, tanto di destra quanto di sinistra. La Concertación guadagnò la maggioranza alla Camera dei Deputati, ma ne rimase priva al Senato, facendo sì che i progetti di legge dovessero venire continuamente negoziati con l’opposizione di centro-destra di Unión Democrática Independiente e Renovación Nacional; un assetto istituzionale che si ripeterà nelle elezioni successive, contraddistinguendo gli equilibri della politica cilena per l’intero quindicennio successivo.
Di seguito, un’infografica ripercorre gli esiti delle consultazioni referendarie, presidenziali e legislative occorse in Cile nel biennio 1988-1989 (percentuali e seggi per la Camera dei Deputati:

 

Nel 1991 il governo cileno istituì una commissione di indagine sugli abusi dei diritti umani avvenuti in Cile tra il 1973 ed il 1989, la quale produsse il c.d. Retting Report, dal nome del suo presidente. Il Report stabilì il numero delle vittime della dittatura militare a 2.279, di cui 1.068 assassinati, 957 scomparsi dopo l’arresto, 90 assassinati da privati cittadini dietro movente politico e 164 vittime di altre forme di violenza politica; esso, inoltre, gettò luce sull’attività strutturata e sistematica della polizia segreta del regime, la DINA, responsabile della maggior parte delle violazioni condotte tra i centri di detenzione di Villa Grimaldi, dell’Estadio Nacional, di Colonia Dignidad e della nave Esmeralda. Il Report consentì negli anni successivi di giungere alla condanna di oltre 70 appartenenti alle diverse forze armate.
Sotto la spinta di numerose organizzazioni per i diritti umani ed ONG, tra il 2004 ed il 2005 fu istituita una seconda commissione d’indagine che lavorò al Valech Report. In questo secondo documento sono stati verificati 27.255 casi di detenzioni per ragioni politiche, la maggior parte dei quali furono associati a torture. Il resoconto delle vittime e dei desaparecidos fu incrementato di 30 persone rispetto al Retting Report.
Le vittime del regime di Pinochet ed i loro parenti beneficiano oggi di pensioni statali come forma di risarcimento.

In virtù delle norme transitorie della costituzione cilena, dopo il plebiscito del 1988 Augusto Pinochet mantenne la carica di comandante in capo dell’esercito cileno, che abbandonerà solo nel 1998. Dopo questa data, divenne senatore a vita godendo dell’immunità parlamentare.
Poco dopo essersi sottoposto ad un intervento alla schiena, nel 1998 Pinochet fu posto agli arresti domiciliari a Londra dietro mandato di arresto emesso da una corte spagnola per l’accusa di crimini contro l’umanità. La Camera dei Lord inglese fu teatro di una serrata battaglia in merito all’estradizione dell’ex dittatore, che rivendicava l’immunità diplomatica, negata dalla Camera dei Lord sulla base della gravità delle accuse; in un secondo momento, tuttavia, i Lord tornarono sui loro passi e negarono l’estradizione in considerazione del precario stato di salute dell’accusato. Fu solo due anni dopo, a seguito di alcuni accertamenti sanitari, che Pinochet potette far ritorno in Cile, dove però venne nuovamente arrestato in concomitanza con l’apertura di ulteriori indagini nei suoi confronti. La Corte d’Appello di Santiago votò per togliere a Pinochet l’immunità parlamentare, ma il caso venne ancora una volta annullato adducendo motivazioni mediche. Tuttavia, nel 2004 la stessa Corte votò per riaprire il caso.
Sempre nel 2004 Pinochet fu posto per la seconda volta ai domiciliari nell’ambito di un secondo processo istruito per l’assassinio del suo predecessore Carlos Prats, ucciso nel 1974 da un’autobomba mentre si trovava in esilio in Argentina. Sempre nel 2004 un comitato investigativo del Senato americano presentò un rapporto sulla Riggs Bank, accusata di aver effettuato riciclaggio di denaro per contro di Pinochet attraverso società di comodo offshore. Sulla scorta di tali evidenze una Corte cilena aprì un’investigazione sul patrimonio di Pinochet, questa volta con le accusa di frode, appropriazione indebita e corruzione. L’uomo che aveva tenuto le redini del Cile per oltre un quindicennio finì per l’ultima volta agli arresti domiciliari nel contesto di un processo sulla responsabilità dei crimini perpetrati presso Villa Grimaldi, appena pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 10 Dicembre 2006.

Il Cile contemporaneo
Il processo cileno che portò allo smantellamento della dittatura militare è guardato dalla politologia contemporanea come un caso esemplare di transizione non-violenta verso la democrazia.
Cionondimeno rimane emblematico come anche il Cile democratico abbia mantenuto, seppur ripetutamente riformato, il testo costituzionale varato dai militari nel 1980; che di fatti impose ancora per diversi anni al sistema democratico una sorta di ruolo di supervisione da parte delle forze armate: basti pensare che nel Congresso rimasero appuntati nove senatori a vita, la maggior parte dei quali ex esponenti della giunta, ciascuno dei quali dotati di potere di veto, e che fu comunque mantenuto il Consiglio di Sicurezza Nazionale, dominato dai militari, il quale poteva riunirsi in autonomia ed impartire direttive a diversi organi civili. Queste misure continuarono ad essere in vigore fino al 2005, anno fino al quale, inoltre, il Presidente della Repubblica non aveva il diritto di rimuovere i comandanti in capo delle diverse forze armate. Fu invece solo nel 2012 che venne eliminato il diritto costituzionalmente garantito dell’esercito cileno a recepire direttamente il 10% sugli introiti delle esportazioni della CODELCO, l’impresa statale del rame.

Se i cileni sono oggigiorno nel loro complesso consapevoli della sistematica violazione dei diritti umani messa in atto dal regime di Pinochet, la narrazione storica degli accadimenti rimane ancora controversa tra chi ritiene i golpisti del 1973 dei violenti usurpatori, e chi invece giustifica la loro azione come contromisura ad un’ormai inesorabile deriva verso un regime comunista. Tanto è vero che ancora nel 2012 il governo conservatore di Sebastian Piñera, fratello dell’ex Ministro José, nonostante avesse promosso delle riforme costituzionali in senso democratico, veniva accusato di portare avanti attraverso il Ministero dell’Istruzione un generale revisionismo storico sul periodo del regime militare.

Ampiamente dibattuta rimane poi tra gli economisti la politica economica del regime, in particolare per quanto riguarda le ricette implementate dai Chicago Boys. Da un lato, Milton Friedman ed altri economisti liberisti indicarono nel “Miracolo Cileno” la prova della fondatezza delle teorie monetariste della Scuola di Chicago, riconoscendo inoltre alla liberalizzazione dell’economia il merito di aver sospinto il percorso di democratizzazione del Paese. In particolare, la riforma privatistica del sistema pensionistico di José Piñera divenne un modello imitato da molti altri Paesi in tutto il mondo nel corso dei decenni successivi.
Altri gruppi di economisti, tra cui Amartya Sen, fanno notare di contro come la crescita del PIL cileno si sia distaccata dalla media del continente solo dopo il 1983, quando cioè le prescrizioni dei Chicago Boys furono stemperate da un indirizzo più pragmatico. Secondo Arturo Vasquez della Georgetown University di Washington DC, inoltre, la riforma agraria promossa da Allende volta a spezzare i grandi latifondi consentì la nascita di una classe media di piccoli agricoltori che ancora oggi consentono coi loro prodotti agroalimentari di diversificare le esportazioni cilene, che rappresentano circa il 25% del PIL del Paese, attenuando la fragilità data dalla persistente esposizione al mercato internazionale del rame, materiale che ancora nel 2017 ricopriva ben il 45% delle esportazioni totali (dati dell’Observatory of Economic Complexity del Mit Media Lab).

E’ attualmente in corso un processo volto ad introdurre una nuova costituzione, in accordo ad una delle principali richieste avanzate nel corso dell’ondata di proteste avvenute nel 2019. Il referendum, inizialmente fissato al 26 Aprile 2020, è stato posticipato al 25 Ottobre in considerazione dell’epidemia di coronavirus che si sta abbattendo anche sul Paese sudamericano.

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Le elezioni americane del 2016

Era l’8 novembre 2016 quando Donald Trump, candidato del Partito Repubblicano, è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, battendo la sua sfidante, Hillary Clinton, ex First Lady ed ex Segretario di Stato sotto la Presidenza Obama. In quell’occasione,il Tycoon, con il suo slogan Make America Great Again, è riuscito a conquistare la Casa Bianca grazie al voto di 306 grandi elettori, contro i 232 che hanno votato per la Clinton. Nonostante questo risultato, è stata Hillary Clinton ad essere la più votata a livello popolare, ottenendo circa tre milioni di voti in più.

Il sistema elettorale statunitense

L’elezione di Donald Trump come nuovo Presidente degli USA arriva dopo un mandato durato 8 anni che vede alla guida del Paese Barack Obama, membro del Partito Democratico che aveva vinto per la prima volta le elezioni nel 2008 ed era stato rieletto per un secondo mandato nel 2012.

Come detto in precedenza, Trump è riuscito a vincere le elezioni nonostante non avesse ottenuto la vittoria delle preferenze dei cittadini statunitensi. Questo avvenimento non è una novità per gli USA, vista la caratteristica del suo sistema elettorale.

Il sistema elettorale è di tipo indiretto, in quanto il Presidente non viene eletto dai cittadini ma da 538 grandi elettori, il cui numero è pari alla somma dei deputati e dei senatori di ogni Stato.

I cittadini esprimono la propria preferenza per un candidato, ma non viene eletta la persona singola, bensì il gruppo di “grandi elettori” ad essa associato. Per i voti dei cittadini non viene fatto un conteggio generale, ma Stato per Stato, con un sistema maggioritario secco. Il candidato che ha più voti, anche solo uno in più rispetto agli altri contendenti, prende tutti i grandi elettori di quello Stato. Fanno eccezione lo Stato del Maine e del Nebraska, suddivisi in collegi elettorali con sistema proporzionale.

Se nessun candidato alla carica di Presidente raggiunge il quorum, la decisione finale viene presa dalla Camera dei Rappresentanti, che sceglierà fra i primi tre candidati che hanno raggiunto il maggior numero di voti. Secondo questo sistema elettorale il candidato vincente potrebbe non essere il favorito dalla maggioranza degli elettori che ha espresso il voto.

I candidati

Il sistema partitico statunitense, fin dalla sua nascita, si caratterizza – con qualche storica eccezione – per essere di tipo bipartitico, dove i repubblicani e i democratici si alternano alla guida del Paese.

Come già detto, i due candidati che si sono sfidati sono stati Hillary Clinton e Donald Trump, i quali avevano vinto le elezioni primarie interne ai loro rispettivi partiti. Le elezioni interne al partito vengono chiamate caucus e stabiliscono il candidato da presentare alla Convention generale che si terrà in seguito.

Per quanto riguarda il Partito Democratico, il candidato alla Presidenza è stato scelto durante la Convention a Philadelphia che si è tenuta a fine luglio 2016. Oltre alla Clinton, altri sono stati i politici che hanno deciso di prendere parte alle elezioni primarie, quali Bernie Sanders, Martin O’Malley, Lincoln Chafee e Jim Webb. Chaffee e Webb si erano ritirati ancora prima dell’inizio delle primarie, mentre O’Malley si è ritirato durante le primarie.

Per quanto riguarda il Partito Repubblicano invece, durante la Convention a Cleveland a metà luglio 2016 si è deciso il candidato da presentare per la corsa per la Casa Bianca. Diverse personalità politiche si sono presentate in occasione delle primarie, come Ted Cruz, Jeb Bush e Ben Carson.

I risultati

Durante tutta l’estate e anche fino a qualche giorno prima delle elezioni, Hillary Clinton era stata data come sicura vincitrice delle elezioni, grazie soprattutto al voto dei latinos, i quali erano considerati essenziali per la vittoria decisiva dell’ex first lady. Nonostante ciò, Donald Trump, insieme al suo Vice Mike Pence, è riuscito ad aggiudicarsi la Casa Bianca, grazie alla vittoria in ben 30 Stati. La sua elezione ha dimostrato decisamente una rottura con la tradizione statunitense, non avendo mai ricoperto nessun ruolo politico in precedenza, tenuto conto dell’avanzare del populismo negli USA.

Le prossime elezioni presidenziali si terranno nel cosiddetto Election Day, che ricorre il martedì successivo al primo lunedì di novembre di ogni quattro anni. Pertanto, il prossimo appuntamento per decretare o meno la rielezione di Trump o la vittoria del democratico Joe Biden è fissato al 3 novembre 2020.

shinzo abe dimissioni

Giappone, il dopo Shinzo Abe 

Shinzo Abe, lo scorso 28 agosto, durante una conferenza stampa da lui indetta, ha annunciato pubblicamente le sue dimissioni a causa del suo stato di salute. Una scelta, quella del leader nipponico, che l’ha portato a porgere le proprie scuse all’intero popolo giapponese, reo di essere costretto ad abbandonarli in un periodo storico così duro e complicato. Nell’annunciare le sue dimissioni, tuttavia, ha ribadito che rimarrà in carica fino a che il Partito Liberal-Democratico non avrà scelto il suo successore nell’elezione interna al partito il 14 settembre. Dopo otto anni al governo, con il primo mandato che si attesta nel 2012, Abe è il più longevo Primo Ministro del Giappone e leader del Partito Liberal-Democratico di area conservatrice.

Proiezione della conferenza stampa del 28 Agosto durante la quale annuncia le sue dimissioni.

Decisione combattuta ma resasi necessaria a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute a cui hanno fatto seguito vari ricoveri ospedalieri. Nei mesi passati era ricomparsa una colite ulcerosa che era stata riscontrata in un esame di routine effettuato dallo stesso Abe nel mese di Giugno; stessa malattia che già lo portò a dimettersi nel 2007. La necessità di cure e tutto il percorso ad esse affiliate gli impedirebbe inevitabilmente di rispettare il mandato che gli elettori gli hanno rinnovato durante le ultime elezioni. Ringraziando il popolo giapponese per aver reso possibile il raggiungimento di certi risultati, ha anche assicurato che gli obiettivi prefissati dal suo governo e non ancora ottenuti saranno i primi che il suo successore si impegnerà a raggiungere. Alla luce di ciò si potrebbe prospettare una successione in continuità con il precedente governo.

Quale eredità?

Shinzo Abe viene descritto dai suoi sostenitori ed oppositori come forte leader pragmatico, resiliente ed assertivo. Negli anni al governo è riuscito a costruirsi una certa figura di equilibrio e di stabilità sia sul piano della politica interna che esterna, contrapponendosi ai leader regionali perenni come Xi Jinping , Vladimir Putin e Kim Jong-un. Il suo operato non ha fatto altro che porre il Giappone come un forte punto di appoggio per le democrazie liberali dell’Indo-pacifico come Australia e India, con le quali il paese ha stretto forti legami per contrastare l’influenza cinese nell’Asia orientale. Tale profilo rende difficile per il Partito Liberal-Democratico trovare un suo sostituto per le prossime sfide elettorali.

Una citazione di Junichi Takase, – professore di politica dell’Università di Nagoya di Studi Stranieri – permette di capire concretamente il modo di agire di Abe. Takase affermò durante un’intervista:

“ Abe è bravo a gestire le crisi, egli ammette che c’è qualcosa di sbagliato, si scusa e va avanti, questo è meglio che mentire”.

Politica estera

In termini di politica estera l’eredità di Abe si riscontra nel ruolo centrale e stabile che il Giappone ha riacquisito come interlocutore di riferimento per le dinamiche dell’Asia orientale. Per ciò che invece riguarda la politica interna, il suo lascito sarà determinante nella scelta del suo successore avendo dato nel corso degli anni una nuova identità al partito, rafforzando le correnti più nazionaliste e ponendo ai margini le correnti più moderate. La popolazione, dal canto suo, ha riscoperto un nuovo senso di orgoglio nazionale. Un orgoglio, quello giapponese, che nel corso degli anni sembrava essere sbiadito. Le posizioni del Partito Liberal-Democratico hanno permesso di lasciare ai suoi successori un’opposizione debole e disorganizzata che negli anni non è riuscita a porsi come alternativa vincente. Le ultime rilevazioni vedevano le anime del partito convergere per la successione sul nome dell’ormai ex-capo di gabinetto Yoshihide Suga.

un corpo delle forze di autodifesa giapponesi.

La riforma costituzionale

Grande pezzo incompiuto del amministrazione Abe è quindi la riforma della costituzione pacifista, scritta dagli americani alla fine della seconda guerra mondiale, che all’articolo 9 vieta al Giappone di poter usare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e la possibilità di avere un esercito regolare. Tale ostacolo fu in parte superato negli anni della Guerra di Corea istituendo le forze di autodifesa denominate Jieitai, organizzate per la protezione interna dei civili in situazioni di pericolo o di disastro naturale. Tale quadro sotto il governo Abe è cambiato tanto che, nel corso del 2016, il governo ha adottato un’interpretazione estensiva del concetto di autodifesa che va oltre la protezione del territorio nazionale tramite il concetto di autodifesa collettiva. In questo modo ha potuto varare una riforma che ammorbidisce il pacifismo della costituzione portando i militari nipponici a poter intervenire all’estero in appoggio ai Paesi alleati e in difesa dei civili giapponesi in situazioni di pericolo nei paesi stranieri.

Il piano di abolizione dell’articolo 9 è fallito nel 2019 a causa del mancato raggiungimento della maggioranza dei due terzi nella Camera Alta della Dieta nazionale. L’opposizione, non convinta del contenuto di tale riforma, si è dichiarata contraria e ha definito la modifica costituzionale come una “non priorità del Giappone e dei suoi cittadini”.

 

Sul piano internazionale

Grande successo per Abe è stata l’accordo di libero scambio siglato con l’Unione Europea, entrato in vigore nel febbraio del 2019. L’intesa ha dato vita alla più grande zona di libero scambio al mondo, prevedendo l’eliminazione delle tariffe doganali sul 99% dei prodotti e servizi scambiati e l’eliminazione delle principali barriere non tariffarie,ovvero gli ostacoli di natura normativa che impediscono alle imprese di entrare nel mercato giapponese.

 

Un’eredità approvata?

Il piano economico

Grande piano di riforma economica di stampo liberale, l’Abenomics è costituita da tre pilastri o “frecce” come li ha definiti Abe all’atto della presentazione nel 2012, ovvero politiche monetarie, fiscali e strategie di crescita economica espansive. L’insieme di questi tre pilastri ha permesso l’immissione di liquidità nel sistema, arrestando il periodo deflazionistico e portando così all’aumento graduale dell’ inflazione, stabilizzando il sistema finanziario e portando a un aumento del livello di crescita che era prossimo al 2% annuo prima dell’emergenza sanitaria. Una serie di riforme strutturali ritardate o ridotte di intensità, tese a promuovere maggiori livelli di efficienza e produttività, ha determinato una parziale inefficacia del Abenomics.

Dalla parte dell’uguaglianza di genere – altro obiettivo di Abe – non è andata molto bene. Mentre è stata riscontrata una riduzione del gap di genere sul lavoro tra quelli non qualificati, il delta persiste e si ingrandisce per quelli qualificati a causa di una legislazione in materia molto debole.

La corsa del Partito Liberal-Democratico 2020

i candidati alla leadership: Shigeru Ishiba sulla sinistra, Fumio Kishida al centro e Yoshihide Suga sulla destra

Il Partito Liberal-Democratico ha scelto Yoshihide Suga quale successore di Abe, con la Camera bassa della Dieta nazionale che si riunirà il 16 Settembre per eleggerlo formalmente nuovo Primo Ministro. 

Chi erano i candidati in gioco?

Ex Ministro Della Difesa Shigeru Ishiba

Gran nemico di Abe e grande oratore, non apprezzato dai parlamentari.

 

Il capo delle politiche del Partito Liberal-Democratico Fumio Kishida

Ex ministro degli Esteri, è stato a lungo considerato l’erede di Abe. Accusato da alcuni parlamentari e da parte della sua stessa corrente di essere carente di carisma.

 

Capo di Gabinetto Yoshihide Suga

Mai pensato alla premiership, Suga è stato il più vicino consigliere di Abe, quindi rappresenterebbe una sicurezza di continuità con il suo operato. In normali circostanze Suga non avrebbe avuto chance di vincere la leadership. Non essendo affiliato a nessuna corrente, ciò lo rende una buona figura di compromesso tra le varie anime che non vedono di buon occhio Shigeru Ishiba. Con la vittoria di Suga gli altri candidati avranno il tempo di costruirsi un profilo in grado di spiccare alle prossime elezioni per poi guidare il paese e costruire una buona piattaforma politica competitiva.

Joe Biden e Donald Trump

USA2020: come vanno Biden e Trump fra i lavoratori

Nonostante i giorni che ci separano dal 3 Novembre – data dell’Election Day – siano sempre meno, i sondaggi e le mappe elettorali faticano ancora a fornire indicazioni chiare, anche se quasi tutti gli istituti che si occupano di sondaggi sono inclini ad attribuire al candidato democratico Joe Biden una probabile vittoria nel voto popolare.

Sulla east coast gli Stati ancora contesi sono Maine, Ohio, North Carolina, Georgia e Florida, sulla west coast invece c’è da combattere ancora in Arizona e pure il Nebraska, in mezzo alle due coste, ad oggi non ha chiuso la partita: Biden e Trump avranno bisogno del consenso dei lavoratori americani.

Il sondaggio di YouGov

Un sondaggio di YouGov degli scorsi giorni rivela che ad accaparrarsi il sostegno dei lavoratori americani è l’ex Vicepresidente Joe Biden con il 59% degli americani che credono nella sua attenzioni ai loro problemi, contro il 49% a sostegno del Presidente Trump.

Il 51% degli intervistati crede invece che i problemi della classe lavorativa americana non interessino molto o per nulla al Presidente, mentre nel caso di Biden la percentuale scende al 41%, come si vede dai dati del sondaggio:

Nonostante entrambi i candidati abbiano un solido sostegno da parte dei loro rispettivi partiti (rispettivamente Biden 91% e Trump 89%), è l’ex Vicepresidente a trovarsi in vantaggio nelle famiglie in cui almeno un membro fa parte di un’organizzazione sindacale (60%) mentre Trump si ferma al 40%.

La maggior parte degli americani con un reddito familiare inferiore a 50,000 dollari crede che Biden abbia a cuore i loro interessi (58%), rispetto al 48 % del Presidente.

Anche se Biden viene visto come il candidato che ha più interesse nella working-class, gli americani sembrano però perfettamente divisi nel giudicare quale partito abbia curato maggiormente i loro interessi: per il 45% di loro il Partito Democratico ha curato di più le loro condizioni, e per il 41% è stato il Partito Repubblicano a interessarsene maggiormente.