Biden annuncia sei ordini esecutivi

Basta armi a chiunque: Biden annuncia sei ordini esecutivi

Questa storia si svolge in due giorni: 7 aprile, un ex giocatore della NFL fa una strage uccidendo cinque persone a Rock Hill nella Carolina del Sud. Il giorno dopo Biden annuncia sei ordini esecutivi per limitare la circolazione delle armi da fuoco tra i civili. Il giorno stesso un uomo uccide una persona e ne ferisce quattro in Texas.

Un imbarazzo internazionale

Così Biden ha definito la piaga della violenza armata che affligge gli Stati Uniti. Il Presidente ha anche specificato che le sue proposte non vanno in alcun modo contro il Secondo emendamento.

Questo emendamento è spesso utilizzato dai sostenitori del diritto al possesso delle armi per boicottare i provvedimenti volti a limitarne la circolazione o l’acquisto. Ma cosa dice questa legge?

Il secondo emendamento (della Costituzione degli Stati Uniti d’America)

L’emendamento garantisce il diritto di possedere armi e nasce con l’intenzione di dare uno strumento di limitazione del potere del governo centrale rispetto agli Stati.

L’emendamento è infatti frutto della volontà di James Madison e di altri anti-federalisti, che non vedevano di buon occhio il neonato governo federale e la sua acquisizione di potere a discapito dei singoli Stati. La loro preoccupazione principale era quindi che il troppo potere avrebbe portato a una tirannia. Per questo volevano contrastarne i poteri di “attacco” ai singoli oppositori politici.

Tuttavia, oggi quando si parla di Secondo emendamento si discute solo della legittimità o meno della detenzione di armi da parte dei privati cittadini.

Il problema delle ghost guns

Le ghost guns (pistole fantasma) sono delle armi fai-da-te comprate in dei kit che poi vengono assemblati dall’acquirente. Come fossero dei set della Lego. Il loro “vantaggio” è che non posseggono il numero seriale e sono quindi non tracciabili.

Secondo la legge federale, la realizzazione e il possesso di queste armi per scopi non commerciali, è sempre stato legale. Per le altre armi invece, è sempre necessaria la presenza del numero seriale (la matricola).

Con il progresso della tecnologia, anche la produzione di queste armi ha fatto passi avanti. Ora è infatti possibile produrre pezzi delle stesse utilizzando una semplice stampante 3D.

E oltre alle pistole, tra le ghost guns troviamo anche gli AR-15 e i famosi AK-47, i fucili automatici Kalashnikov.

Biden annuncia sei ordini esecutivi

Mikhail Kalashnikov con il “suo” fucile

Per limitare la circolazione delle ghost guns, uno degli ordini esecutivi annunciati da Biden prevede che per il loro acquisto, saranno necessari i controlli dell’acquirente svolti attualmente per le armi “normali”.

Maggiori controlli e segnalazioni più facili

Biden ha inoltre richiesto al Dipartimento di Giustizia di realizzare un programma di segnalazione che possa poi essere promulgato come legge anche a livello statale.

Questo provvedimento permetterebbe a familiari o membri delle Forze dell’ordine di segnalare a un tribunale dei soggetti a rischio e impedire a questi ultimi di acquistare delle armi da fuoco.

Il Presidente ha anche annunciato maggiori fondi e supporto alle comunità per la prevenzione della violenza con le armi, nelle aree individuate come più a rischio. Per questo, il Dipartimento di Giustizia dovrà fornire un report annuale sul traffico di armi così da poter implementare delle policies più efficaci e basate su dati concreti.

Un altro segnale forte arriva dal voler nominare l’attivista per il controllo delle armi, David Chipman (in foto), come direttore dell’Ufficio per l’alcool, il tabacco, le armi da fuoco e gli esplosivi (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives). 

Biden annuncia sei ordini esecutivi

Chipman ha lavorato per un quarto di secolo come agente speciale di questa agenzia, occupandosi del controllo del traffico di armi dalla Virginia a New York City. Successivamente è diventato consigliere dell’organizzazione Giffords, che si occupa della promozione di un maggior controllo sulle norme relative alla detenzione di armi nel Paese.

Biden annuncia sei ordini esecutivi: cosa ci aspetta?

Nonostante l’annuncio di Biden, non è detto che queste misure siano implementate entro i primi cento giorni della sua presidenza. Le azioni a contrasto della pandemia e la riforma delle infrastrutture hanno preso la precedenza sulla questione armi, a dispetto di quanto dichiarato in campagna elettorale.

Su un tema così polarizzante negli Stati Uniti come le armi, non sembra che la soluzione possa arrivare dal Congresso. Nel corso degli anni, il supporto bipartisan a una maggiore prevenzione delle stragi dovute alle armi “facili” si è scontrato con l’altrettanto bipartisan supporto per la salvaguardia del diritto alla loro detenzione.

Pare quindi che lo strumento degli ordini esecutivi sia l’unico in grado di sbloccare le cose. Verranno effettivamente firmati?

Figlio Giuliani New York

Il Figlio di Rudy Giuliani sta pensando di candidarsi a Governatore di New York

Andrew Giuliani, figlio dell’avvocato ed ex-sindaco Rudy Giuliani, ha detto in un’intervista al Washington Examiner che sta pensando di candidarsi a Governatore dello Stato di New York. Per il Partito Repubblicano, ovviamente: negli ultimi cinque anni, infatti, Giuliani ha lavorato come Assistente Speciale di Donald Trump alla Casa Bianca.

Se anche la posizione dell’attuale Governatore Andrew Cuomo venisse confermata, la sfida di New York nel 2022 coinvolgerà due delle più autorevoli famiglie politiche statunitensi – entrambe, fra le altre cose, discendenti da immigrati italiani. Qualche settimana fa, infatti, il Governatore Cuomo ha ribadito che non non intende rassegnarsi ed uscire di scena nè ora, nè durante le prossime elezioni.

Per alcuni giornali, il figlio di Rudy Giuliani, Andrew, avrebbe deciso di candidarsi per lo Stato di  New York  dopo aver incassato l’appoggio di diversi amici e finanziatori, incluso il New York City Police Commissioner Bernard Kerik, senza dimenticare che l’esperienza alla Casa Bianca lo aiuterebbe a costruire una prima infrastruttura elettorale in grado di raccogliere fondi a sufficienza.

Figlio Giuliani New York

Nella foto, un giovane Andrew Giuliani assiste, con il resto della famiglia, al giuramento del Padre Rudy come Sindaco di New York

Nell’intervista, Andrew Giuliani ha già delineato alcuni punti politici sui quali si scontrerà con il Governatore uscente, se fosse questo a ricandidarsi: crimine, tasse ed istruzione. Giuliani ha poi aggiunto che “tolti quelli che si chiamano Trump, io ho le migliori possibilità per vincere e riprendere la guida dello Stato“, poco prima di citare un dato demografico molto preoccupante per lui, e che riguarda lo Stato: “lo Stato di New York sarà uno degli unici due a perdere popolazione nell’ultimo decennio. Questo mostra come Cuomo abbia guidato male lo Stato“. Concludendo l’intervista, il figlio di Giuliani ha anche annunciato che renderà la decisione ufficiale solo dopo il 19 Aprile, data in cui avrà luogo una riunione con il Partito Repubblicano dello Stato di New York e con alcuni dei potenziali candidati repubblicani per il 2022.

Biden Corte Suprema

Biden studia la possibilità di espandere la Corte Suprema

Il Presidente Joe Biden ha annunciato la creazione di una commissione bipartisan per studiare una possibile riforma della Corte Suprema che preveda, fra le altre cose, l’ingresso di nuovi giudici in aggiunta ai 9 attuali. La commissione sarà composta da 36 giuristi e produrrà un rapporto entro 6 mesi, che, secondo la Casa Bianca, offrirà una “disamina dei meriti e della legalità delle proposte di riforma prese in considerazione”.

Il massimo tribunale statunitense torna dunque al centro degli accesi scontri fra Democratici e Repubblicani, in un annoso dibattito che rischia di minare la credibilità e indipendenza della Corte agli occhi dell’opinione pubblica.

Negli ultimi anni, infatti, la nomina dei giudici costituzionali si è spesso trasformata in un braccio di ferro fra Casa Bianca e Senato. Nel febbraio 2016, alla morte del giudice di area conservatrice Antonin Scalia, il Senato a guida repubblicana rifiutò di prendere in considerazione il giudice nominato dal presidente uscente Barack Obama, sostenendo che sarebbe spettato ai cittadini, nelle imminenti elezioni di novembre, decidere sulla direzione della Corte. Una volta insediatosi, Donald Trump poté dunque nominare e veder approvato in tempi brevi il giudice Neil Gorsuch.

In soli 4 anni di presidenza Trump, peraltro, i Repubblicani sono riusciti ad aggiudicarsi ben 3 seggi della Corte, a motivo delle dimissioni, nell’estate del 2018, del giudice di stampo libertario Anthony Kennedy e della morte, nel settembre 2020, della giudice e icona progressista Ruth Bader Ginsburg. A oggi, pertanto, i Presidenti Repubblicani hanno nominato 6 dei 9 giudici della Corte.

E’ così l’ala progressista del Partito Democratico a spingere perché la Corte sia composta da 11 o 13 membri, di modo che il presidente (democratico) possa nominare giudici di orientamento liberal e riportare “in equilibrio” la Corte. Biden, dal canto suo, ha finora evitato di prendere una posizione chiara in materia.

Il precedente storico

La Costituzione degli Stati Uniti d’America non prevede un dato numero di giudici associati alla Corte Suprema. La composizione numerica di quest’ultima è in effetti cambiata più volte, ma è ormai dal 1869 che i giudici della Corte sono nove. Né è la prima volta che un presidente avanza l’ipotesi di aumentare i giudici costituzionali.

Franklin Delano Roosevelt, 32° Presidente degli Stati Uniti

Nel 1937, infatti, Franklin Delano Roosevelt annunciò un piano per espandere la Corte fino a 15 giudici. La proposta avrebbe reso, nelle intenzioni della Casa Bianca, “più efficiente” la Corte,  ma va notato come negli anni ’30 il tribunale costituzionale avesse bloccato molti provvedimenti del New Deal rooseveltiano. Il piano, tuttavia, s’infranse contro l’opposizione dei Repubblicani e di molti Democratici al Congresso, e non vide la luce. Anche per quanto riguarda la Corte Suprema, insomma, si delineano analogie fra l’ex-Presidente e Joe Biden.

Biden Debiti Studenteschi

Biden potrebbe decidere di cancellare i debiti studenteschi

La questione – presa in carico dal Presidente Biden – dei debiti studenteschi è un problema che affligge gran parte dei giovani studenti americani. Iscriversi al college comporta spese per decine di migliaia di dollari che gran parte degli studenti non riescono a sostenere da soli. Perciò, decidono di affidarsi a dei i prestiti federali o a dei prestiti privati, i quali dovranno iniziare ad essere ripagati dopo la Laurea e possono protrarsi per decine di anni. Il debito medio per studente ammonta a circa 37.000 dollari e sono circa 50 milioni gli studenti che hanno contratto tale debito. Secondo i dati del Federal Student Aid, il 92% di questi prestiti, circa 1,54 trilioni, sono di proprietà del dipartimento dell’educazione statunitense.

Biden Debiti Studenteschi

In foto, il Presidente Biden firma diversi ordini esecutivi nel suo primo giorno di servizio

Il lavoro dell’amministrazione Biden per i debiti studenteschi

Questo tema è stato portato avanti durante tutte le primarie democratiche da gran parte dei principali candidati alla presidenza. Per far fronte al continuo aggravarsi di questa situazione, l’amministrazione Biden sta subendo sempre più pressioni per affrontare la crisi dei prestiti studenteschi. Il Presidente ha richiesto al segretario dell’istruzione Miguel Cardona di preparare un memo per chiarire la sua autorità legale sulla faccenda. Il capo del personale Ron Klain ha dichiarato in un’intervista a Politico che Biden deciderà come procedere una volta esaminato il promemoria.

Al momento non ha preso alcuna decisione” ha dichiarato Klain “”Valuterà l’autorità legale sul tema, esaminerà le questioni politiche al riguardo, e poi prenderà una decisione

La senatrice Elizabeth Warren e altri democratici a Capitol Hill stanno facendo pressioni sul Presidente Biden per cancellare fino a $ 50.000 di debito studentesco attraverso un’azione esecutiva. Tuttavia, i promotori di questa iniziativa stanno agendo consci del fatto che l’ala repubblicana del Congresso non ha intenzione di sostenere questa proposta. Il Presidente Biden nei mesi scorsi ha appoggiato l’idea di cancellare i debiti studenteschi fino a 10,000 dollari, mentre non si è esposto sull’idea di estendere tale soglia fino a 50,000 dollari a causa della possibile mancanza di autorità legale.

“capisco l’impatto del debito, e può essere debilitante“, ha detto Biden a un evento in municipio a febbraio. “Sono pronto a cancellare il debito di 10mila $, ma non 50mila perché non credo di avere l’autorità per farlo“.

Il Dipartimento di giustizia e quello dell’istruzione stanno lavorando congiuntamente alla preparazione del memo, che dovrebbe essere ultimato nelle prossime settimane.

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I californiani potrebbero “mandare a casa” Newsom con un recall

In California, il governatore Newsom potrebbe essere rimosso dal suo ufficio. Ma come? “Mandiamoli a casa”: un’espressione sentita molto spesso tra gli elettori, spesso scontenti di uno o dell’altro partito/governo in carica. Ecco, in buona parte degli Stati Uniti, ‘mandare a casa’ i propri politici è possibile mediante lo strumento del recall (‘richiamo’).

Chi, come e per quale ragione può venire ‘richiamato’ varia notevolmente da Stato a Stato. In tre di questi (Arizona, Nevada e Montana) è possibile rimuovere chiunque occupi una carica pubblica, anche non elettiva. In 20 Stati il recall è limitato ad alcune cariche locali, mentre in 19 è esteso anche a quelle statali. In 9 Stati è formalmente prevista la possibilità di rimuovere anche i propri rappresentanti al Congresso, ma non essendoci traccia di questo meccanismo nella Costituzione la materia resta molto incerta.

La Corte Suprema non si è ancora espressa sulla questione poiché non si è mai tenuta una consultazione per rimuovere un politico che occupa una carica federale. In linea generale, un recall è simile ad una iniziativa referendaria: dopo una petizione che deve raggiungere una certa soglia di firme, si passa ad una consultazione ufficiale in cui si chiede ai cittadini se vogliano o meno che X sia rimosso dalla sua carica.

Il recall nella California di Newsom

In California, la legge fissa le seguenti soglie di firme per la petizione per far scattare un recall: il 12% dei voti espressi all’elezione più recente per i membri dell’esecutivo (tra cui il governatore), il 20% per parlamentari e giudici. La petizione deve inoltre contenere firme provenienti da almeno 5 contee dove si è registrato almeno l’1% dei voti all’ultima elezione.

Diverse quote governano il processo a livello locale. Dopo aver verificato la validità delle firme all’interno della petizione, il Segretario di Stato deve annunciare un’elezione da tenersi entro 80 giorni. Il giorno del voto, i californiani si trovano a dover esprimere due voti: un Sì/No sul recall stesso (X dovrebbe essere rimosso dalla carica Y?), e una preferenza su un potenziale successore in caso di approvazione del quesito precedente.

Nonostante la popolarità dello strumento in California, solo un governatore ha visto terminare così la propria carriera politica: si tratta di Gray Davis (democratico), che nell’ottobre 2003 venne rimosso e sostituito da Arnold Schwarzenegger (repubblicano).

Il Covid e il rischio recall di Newsom

Gavin Newsom, democratico, classe 1967, ex sindaco di San Francisco, sua città natale e nota fucina di grandi nomi democratici (Nancy Pelosi, per dirne una), è stato eletto nel 2018 con il 61% dei voti. Un’elezione scontata, in uno Stato ormai così progressista. Allora, cosa fa rischiare un recall? La luna di miele con il governatore è stata incrinata dalla pandemia. Il 19 marzo 2020, la California entrava in lockdown, uno dei più duri del Paese. Solo il 7 maggio iniziava la fase 2, in cui limitati settori hanno potuto riaprire le porte. Una a una, singole contee passavano poi nella fase 3, una riapertura più ampia.

Ma, neanche il tempo di riaprire, Newsom ordinava di richiudere bar, ristoranti, cinema, parrucchieri, teatri e palestre già a fine giugno/inizio luglio, di fronte all’avanzare della seconda ondata negli Stati del Sud. Questo è stato il pattern dell’ultimo anno, con timide aperture e rapide chiusure che hanno esasperato una Covid fatigue tanto familiare anche da noi. Se qui questa si è tradotta in un calo nella popolarità del governo in carica, lì la colpa è stata scaricata sul governatore. Il suo tasso di approvazione è crollato dal 70% di aprile al 45-50% di inizio 2021.

recall Newsom

Oltre al danno, la beffa. Il 6 novembre Newsom e consorte si presentano al French Laundry, un ristorante alla moda nella Napa Valley, per partecipare a una festa privata. Il tutto contro le linee guida sugli incontri fuori casa. Poi, a dicembre, mentre buona parte delle scuole pubbliche dello Stato restavano chiuse, è uscita la notizia che i figli del governatore stavano frequentando la propria scuola privata in presenza. Queste due notizie, sebbene non particolarmente rilevanti in assoluto, hanno restituito un’immagine negativa, quasi che il governatore si stesse sentendo a un livello superiore rispetto ai tanti californiani chiusi in casa da mesi.  

Non solo. C’è anche la questione delle truffe ai danni dello Stato all’interno del generoso programma per i disoccupati varato durante la pandemia. Secondo le stime, l’Employment Development Department, investito del ruolo di pagare i sussidi, avrebbe elargito fino a 31 miliardi di dollari pubblici a dei truffatori. Il tutto durante un periodo devastante per le finanze delle amministrazioni pubbliche locali. Se è vero che le truffe non sono state compiute dal governatore, il fatto che non ci sia stato abbastanza controllo sui beneficiari, e che probabilmente a dover “tappare il buco” saranno i taxpayer, fa puntare il dito verso l’impreparazione dell’amministrazione.

All’irritazione per la gestione della pandemia si sommano gli annosi problemi dei californiani: tasse molto alte in confronto ad altri Stati, la crisi dei senzatetto (legata all’incapacità di affrontare il problema dei prezzi elevati delle case), e tra pochi mesi anche l’esasperazione per gli incendi boschivi sempre più frequenti e distruttivi che arriveranno con la bella stagione. Sul tutto, la California sta entrando in un’altra siccità.

 La campagna per la rimozione

recall Newsom

Di fronte a questa catena di problemi, si è rafforzata la campagna per rimuovere Newsom. Iniziata da sostenitori di Trump, è stata progressivamente abbracciata dalla sezione californiana del Partito Repubblicano e ha guadagnato popolarità. Entro il 17 marzo doveva presentare 1.495.709 firme valide (il 12% dei voti espressi alla precedente elezione per il governatore). Ne sono state presentate oltre 2 milioni, che sono comunque in corso di validazione.

Se risulteranno abbastanza, nei mesi prossimi si terrà una consultazione in cui sarà chiesto se si vuole rimuovere Newsom e, se dovesse vincere il sì, chi lo dovrebbe sostituire. Secondo l’ultimo sondaggio, resta alta (56%) la percentuale di californiani che si oppongono alla rimozione del governatore. Il rischio per Newsom è comunque reale.

Lo schieramento repubblicano è già nutrito di candidati per il rimpiazzo, tra cui l’ex sindaco di San Diego Kevin Faulconer e l’ex avversario di Newsom John Cox. Ma sicuramente altri grandi nomi emergeranno (nel 2003 i candidati erano 130). Da parte democratica c’è cautela, ma è ovvio che qualcuno si dovrà candidare – non si sa mai che gli stessi elettori democratici abbiano voglia di rimpiazzare Newsom con un altro dello stesso schieramento.

Per ora, il partito è unito attorno all’attuale governatore, che ha ricevuto di recente un grosso assist da Nancy Pelosi. Ma prima o poi, sarà inevitabile coprirsi le spalle con un nome. A quel punto, la grande domanda è: questo ipotetico candidato (o candidata) attaccherà il governatore per ritagliarsi un ruolo autonomo, per energizzare la base democratica? Oppure resterà fedelmente il candidato-scialuppa nella remota eventualità di una scomunica di Newsom?

Controattacco?

Resosi conto che la propria carriera è appesa a un filo, il governatore ha rapidamente e improvvisamente spinto un piano di riapertura dello Stato, affiancandovi una campagna vaccinale molto ambiziosa. L’improvvisa determinazione di Newsom nel riaprire l’economia pone due ordini di questioni.

Da una parte, i Repubblicani si chiedono se sarebbe successo lo stesso senza la prospettiva del recall, che in questa chiave di lettura può essere visto come un’arma potentissima per influenzare la politica statale. Dall’altra, la comunità scientifica e medica allarmata da una possibile nuova ondata che può colpire uno Stato vulnerabile a causa delle riaperture per ora distante dall’immunità di gregge.

L’opportunismo politico, insomma, costerà vite umane? Da parte loro, i proprietari di piccole attività non dimenticheranno velocemente le decine di migliaia di dollari di debiti accumulati durante i lockdown ‘colpa’ del governatore. La partita sembra aperta: molto dipenderà da chi e in che percentuale si recherà alle (eventuali) urne.

Sistema elettorale di Hong Kong

La riforma al sistema elettorale di Hong Kong “taglia” la democrazia

Il governo cinese ha apportato sostanziali modifiche al sistema elettorale di Hong Kong, rafforzando ulteriormente il proprio controllo sulla città. I cambiamenti apportati permetteranno solo a figure definite “patriottiche” di candidarsi alle elezioni. È la più grande revisione del sistema politico di Hong Kong da quando il territorio è tornato sotto il dominio cinese, nel 1997.

La decisione

Il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo, all’unanimità, ha approvato importanti modifiche al sistema elettorale di Hong Kong. La decisione, di cui vi avevamo già parlato, comporterà una riduzione del numero di seggi eletti direttamente dal popolo. Oltre a ciò, si assisterà all’introduzione di un Comitato di Valutazione che approverà preventivamente i potenziali candidati (attuando, di fatto, una pre-selezione). I critici sospettano che questa mossa comprometterà in maniera irreparabile il sistema democratico all’interno della regione amministrativa speciale.

Le modifiche apportate

Nella foto, una donna davanti ad uno degli annunci governativi che promuovono le riforme elettorali di Hong Kong.

Inizialmente il Consiglio Legislativo di Hong Kong, l’assemblea parlamentare monocamerale della regione, era composto da 70 seggi totali. Quest’ultimi, venivano equamente divisi tra quelli eletti direttamente ed i collegi elettorali funzionali, scelti da organi del commercio e dell’industria (pro-Pechino). Con le nuove modifiche, i seggi totali cresceranno a 90. Di questi, 40 saranno destinati ad un comitato elettorale di nuova costituzione, nominato direttamente dal governo cinese. Alle circoscrizioni funzionali spetteranno 30 seggi, mentre solo 20 saranno quelli destinati all’elezione diretta del pubblico (il numero più basso dal 1997) . Inoltre, i candidati a quest’ultimi dovranno affrontare un ulteriore ostacolo: una commissione costituita ad hoc valuterà il patriottismo dei candidati. Pertanto, solo chi affermerà di amare la Cina ed il Partito comunista potrà candidarsi.

Con il nuovo sistema adottato anche il Comitato Elettorale, responsabile della selezione dell’amministratore delegato della città, sarà rivisitato. In primo luogo, i seggi totali passeranno da 1200 a 1500. Inoltre, i 117 seggi precedentemente assegnati ai consiglieri distrettuali (eletti direttamente) saranno eliminati, a favore di personalità direttamente nominate da Pechino.

Il commento ufficiale

Funzionari cinesi e locali hanno definito le modifiche “necessarie” per garantire il principio dei “patrioti che governano Hong Kong“. All’inizio di marzo l’amministratore delegato della regione, Carrie Lam, ha affermato che “non esiste uno standard internazionale di democrazia. Ogni sistema democratico deve adattarsi al contesto interno al paese”. Questa settimana, in una conferenza stampa, Lam ha difeso nuovamente la riforma: “Stiamo migliorando il sistema elettorale assicurandoci che chiunque governerà Hong Kong in futuro ami davvero il Paese”, ha aggiunto.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno descritto la mossa di Pechino come un “assalto alla democrazia a Hong Kong“. In una dichiarazione, il Segretario di Stato Antony Blinken ha affermato che “queste azioni negano agli abitanti di Hong Kong la partecipazione politica, riducendo la rappresentanza democratica e soffocando il dibattito”.

L'HDP rischia la chiusura

L’HDP rischia la chiusura e gli USA avvertono la Turchia

Il procuratore generale della Cassazione di Ankara, mercoledì 17 marzo, ha presentato alla Corte costituzionale una richiesta di messa al bando dell’HDP. Il partito filo-curdo, terza forza nel parlamento, viene accusato di favoreggiare attività terroristiche.
Secondo l’agenzia turca Anadolu, nella dichiarazione accusatoria formulata dal Procuratore Bekir Sahin, si afferma che “i membri del Partito Democratico dei Popoli cercano, attraverso le loro dichiarazioni e azioni, di sovvertire l’unità indivisibile tra lo Stato e la nazione”.

Tra politica e legalità

Politicamente, i promotori della dissoluzione del partito di Selahattin Demirtaş, sono Erdogan e il suo partner nella coalizione di governo, il nazionalista di destra Devlet Bahçeli. Sia il Presidente che l’MHP (partito di Bahçeli) hanno spesso accusato l’HDP di essere il braccio politico del gruppo paramilitare PKK (organizzazione terroristica per Australia, Austria, Canada, Spagna, Giappone, Iran e ovviamente Turchia ed i suoi alleati).

Ora la parola spetterà alla massima magistratura del paese. La suprema Corte capeggiata da Zühtü Arslan, è spesso entrata in contrasto con la presidenza di Erdogan.

L’HDP rischia la chiusura e i suoi membri l’interdizione

La stretta sull’HDP si è rafforzata dopo la fallita operazione militare turca, per la liberazione di 13 ostaggi detenuti dal PKK in Iraq, conclusasi con l’uccisione di tutti i detenuti a metà febbraio scorso.

Omer Faruk Gergerlioglu, deputato destituito dell’HDP

Oltre al partito nella sua interezza, la proscrizione colpisce anche i suoi membri individualmente. Solo qualche giorno fa, il parlamento turco ha revocato il mandato del deputato Omer Faruk Gergerlioglu, dopo la sua condanna per aver diffuso “propaganda terroristica” attraverso i social media.

La stessa richiesta sul banco della Corte costituzionale, comprende l’interdizione per cinque anni dalle attività politiche di 687 dirigenti dell’HDP.

La versione “dell’imputato”

Da parte sua il partito in questione rigetta le accuse di “attività terroristiche” mossegli contro, e nega fermamente qualsiasi presunto legame con il PKK. Afferma di essere vittima di una campagna di persecuzione a causa della sua opposizione a Erdogan e di essere sottoposto ad una violenta repressione, culminata con l’arresto del suo leader Salahuddin Demirtas nel 2016 (accusato di coinvolgimento con lo scoppio di un’autobomba davanti alla sede di polizia di Dyarbekir).

Inoltre l’HDP, che rischia la chiusura, fa appello a “tutte le forze democratiche” invitandoli a “lottare insieme contro questo golpe politico”.

Sul piano internazionale, la prima reazione in difesa del partito filo curdo è arrivata da Ned Price. Attraverso un comunicato, il portavoce del Dipartimento di Stato degli USA sostiene che “la decisione sovvertirebbe ingiustamente la volontà degli elettori turchi” “privando milioni di cittadini della loro rappresentanza”, oltre al “pericolo che comporterebbe alla democrazia in Turchia”.

Il ministero degli Esteri turco condanna queste “ingerenze estere”, ricordando che bisogna attendere la pronuncia della Corte costituzionale. Asserendo che le “dichiarazioni di altri Paesi su procedimenti legali in corso, non sono compatibili con lo stato di diritto”

La lista nera dei banditi

La Turchia, la cui storia è costellata da colpi di stato, non è nuova a casi di partiti politici messi fuori legge.

Ritenuti una minaccia a seconda delle circostanze del caso, sono quasi 20 i partiti banditi a partire dal 1982, anno di adozione dell’attuale costituzione dopo il golpe militare dell’80.

Partiti filo-curdi e di ispirazione islamista sono i protagonisti assoluti della banned parties list. Nel 2008 addirittura il partito di governo AKP ha rischiato la propria chiusura.

Qui un breve elenco dei maggiori partiti messi al bando:

  • 1993 – Partito popolare laburista, filo curdo
  • 1998 – Partito del Benessere, islamista
  • 2001 – Partito della Virtù, islamista
  • 2003 – Partito della Democrazia del Popolo, filo curdo
  • 2009 – Partito della Società Democratica, filo curdo
Il Turkmenistan oggi al voto per le elezioni parlamentari

Elezioni parlamentari in Turkmenistan: debutto per la nuova Camera alta

Oggi oltre 3 milioni di cittadini si recheranno alle urne per le elezioni parlamentari in Turkmenistan. Queste saranno le prime elezioni in Turkmenistan ad eleggere due Camere legislative. Lo scorso settembre infatti il Presidente Gurbanguly Berdymukhamedov ha modificato la Costituzione introducendo una nuova Camera alta. L’Assemblea, costituita da 125 deputati, era stata infatti finora l’unica camera del Paese. Dopo la riforma invece l’Assemblea è diventata Camera bassa, mentre la Camera alta sarà costituita da rappresentanti eletti indirettamente dagli assessori dei governi locali. La riforma è stata descritta dal governo come un passo avanti nella democratizzazione del Paese. Analisti esteri invece la criticano come un ulteriore tentativo del Presidente di interferire nei processi legislativi tramite organismi non eletti dal popolo.

Un Paese, due presidenti

Berdymukhamedov è il secondo presidente nella storia del Paese centrasiatico, in carica dalla morte del suo predecessore Niyazov nel 2006. Niyazov fu segretario del Partito Comunista turkmeno nell’Unione Sovietica dal 1985, e continuò a guidare il Paese come leader totalitario per 15 anni fino alla sua morte. Entrambi i presidenti hanno coltivato un forte culto della propria personalità, adottando rispettivamente i titoli di “Capo dei Turkmeni” e “Protettore”. Niyazov si fece immortalare in una statua dorata, che ruotava automaticamente per essere sempre rivolta verso il Sole. Berdymukhamedov, ex ministro della Sanità sotto Niyazov e appassionato di equitazione, ha recentemente fatto erigere una statua dorata di sé a cavallo.

Berdymukhamedov ha ottenuto la presidenza con un colpo di palazzo, facendo incarcerare il successore costituzionale di Niyazov dopo la morte del Presidente, e da allora si è dedicato a consolidare il suo controllo personale della repubblica centrasiatica. Serdar, unico figlio maschio di Berdymukhamedov, ha recentemente ricevuto una sequela di importanti incarichi governativi, lasciando supporre che il Presidente stia preparando una successione dinastica per la sua carica. L’ultima promozione è arrivata a Febbraio, quando Serdar Berdymukhamedov è stato nominato vice-primo ministro, membro del Consiglio di Sicurezza e moderatore della Camera di Controllo, l’organo che supervisiona le spese pubbliche.

I partiti nelle elezioni turkmene

Alle elezioni parlamentari in Turkmenistan partecipano tre partiti: il Partito Democratico, il Partito degli Industriali ed Imprenditori, il Partito Agrario e una serie di candidati indipendenti. I candidati sono eletti in seggi uninominali a maggioranza relativa (first-past-the-post). Nonostante la presenza di più partiti e apparente competizione eletorale, nessuna elezione in Turkmenistan è stata fin’ora considerata libera e democratica dagli osservatori internazionali.

Il Partito Democratico mantiene controllo totale della repubblica centrasiatica e della maggior parte delle attività produttive del Paese, concentrate nell’estrazione e lavorazione di gas naturale e petrolio. Creato come erede del Partito Comunista turkmeno durante l’Unione Sovietica, mantiene una struttura simile al proprio predecessore. L’ideologia ufficiale del partito è il “nazionalismo turkmeno”, teorizzato dall’ex Presidente e Segretario del Partito Niyazov .Il Partito Democratico al momento può contare su 55 deputati nell’Assemblea.

Il Partito degli Industriali ed Imprenditori è il primo partito di opposizione fondato nel Paese. Prima del 2010 infatti era vietato organizzare partiti di opposizione in Turkmenistan. Pur essendo formalmente all’opposizione, appoggia le decisioni del Partito Democratico e vota in linea con il governo. Nelle elezioni parlamentari del 2018 ottenne 11 seggi.

Simile è la situazione del Partito Agrario. Il partito, formalmente di opposizione, appoggia le decisioni del Presidente Berdymukhamedov. Al momento gli Agrari contano 11 seggi nell’Assemblea.

Israel Election

Israele non riesce a uscire dalla campagna elettorale

Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Mai frase fu più appropriata per descrivere il risultato di una tornata elettorale. Martedì 23 marzo gli israeliani si sono recati alle urne in quello che in due anni è diventato ormai un appuntamento ricorrente. Sebbene la posta in gioco fosse alta – si sarebbe votato non solo per il futuro indirizzo politico dello stato ma anche per il futuro politico di Netanyahu – lo stallo sembra destinato ad andare avanti. Il Primo Ministro uscente ha dichiarato di essere il vincitore, e difatti il suo partito, il Likud, è il primo con 30 seggi alla Knesset. Tuttavia le ultime elezioni hanno insegnato che un conto è essere il primo partito, un altro è essere in grado di formare un governo. Stando alle ultime proiezioni, il Likud non potrebbe governare neppure in coalizione con un partito con il suo stesso numero di rappresentanti. Se a questo aggiungiamo la naturale tendenza alla frammentazione tipica del panorama politico israeliano, allora avremmo un’idea delle prossime sfide che attendono Bibi.

 

I dolori del vecchio Bibi

L’enorme successo della campagna vaccinale, colonna portante della strategia politica del Likud, ha dato i suoi risultati. Sebbene gli avversari fossero presenti in tutto lo spettro politico, nessuno è riuscito a disarcionare Bibi dalla leadership. Tuttavia solo il tempo potrà dire se l’immunizzazione di massa sia stata per lui un’iniezione di anticorpi o una sedazione palliativa. Tra qualche mese infatti Israele raggiungerà l’immunità di gregge e, a meno che altre pandemie non si presentino (HaShem non voglia!), il Primo Ministro non potrà più capitalizzare da questa vittoria. Ancora peggio potrebbe andare qualora si decidesse di puntare tutto sugli altri due pilastri dell’ultima campagna elettorale. La ricerca del voto arabo non sembra aver sortito altri risultati se non grandi alzate di spalle sia tra gli arabi che tra gli ebrei. Gli Accordi di Abramo poi erano stati mal digeriti dalla destra nazionalista, che martedì ha visto crescere il suo peso specifico. La mancata annessione della Valle del Giordano, condicio sine qua non per quel risultato, è stata vista come un atto di debolezza e un’occasione persa. Fare un passo indietro adesso è improbabile. Sarebbe difficile spiegarlo ai nuovi amici arabi e al presidente americano Biden, per niente disposto a proseguire con la linea filo-Likud del predecessore.

 

Muoia Sansone e tutti i Filistei

Nonostante tutto, Netanyahu è convinto che riuscirà a spuntarla anche questa volta. E se così non sarà, si tornerà alle urne, poco importa che si tratti della quinta volta in meno di tre anni. Gli israeliani del resto si sono abituati e l’opposizione è ancora troppo divisa e poco consistente per proporre un’alternativa. Per ora. A preoccupare il Primo Ministro è la crescita dei partiti nazionalisti, conseguenza del progressivo slittamento a destra dell’elettorato israeliano iniziato a fine anni Settanta. Finora infatti i nazionalisti sono stati tenuti sotto controllo accogliendone alcune istanze nei programmi di governo e accettando coalizioni con i partiti più oltranzisti. Il problema oggi è che molti di loro vogliono una coalizione con il Likud ma senza Netanyahu. Da questa prospettiva quindi sembra che l’unico impedimento alla tanto agognata stabilità politica dello Stato ebraico sia la perseveranza del Primo Ministro.

 

Come era stato previsto, le elezioni hanno comportato anche sostanziali riequilibri negli altri partiti.

 

Centro

Al centro la coalizione tra Yesh Atid e Blu e Bianco non si è riproposta. I due partiti, pur avendo stretto accordi di partnership, hanno seguito strade proprie.  Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, è riuscito a proporsi come guida dei centristi ottenendo 17 rappresentanti, 4 in più della precedente tornata. Neanche a Blu e Bianco di Benny Gantz è andata malissimo. Pur pesantemente ridimensionato, ha portato a casa un risultato migliore delle aspettative, che lo vedevano castigato per la sua breve esperienza di governo con Netanyahu. Blu e Bianco occuperà 8 seggi, che ne fanno la quarta forza politica del Paese.

 

Destra

A destra si riconferma la tendenza pronosticata: crescono i voti, ma anche il numero dei partiti. I tradizionali partiti di destra, i due partiti Haredim e i nazionalisti laici di Israel Beitenu, rimangono stabili. A Shas, riferimento degli Haredim sefarditi, rimangono 9 seggi, che ne fanno la terza forza politica del Paese. Stessa cosa vale per i colleghi ashkenaziti di Giudaismo Unito nella Torah e ai laici di Avigdor Liberman, con 7 seggi ciascuno. La vera novità è il rafforzamento di tre formazioni guidate da ex collaboratori di Netanyahu diventati oggi i suoi più importanti critici. La più rilevante è Yamina, partito diretto da Naftali Bennett, che cresce di tre parlamentari, attestandosi a quota 7. Cresce anche il Partito Sionista Religioso, che porta alla Knesset 6 rappresentanti. Infine, la vera novità è Tikvah Chadasha di Gideon Sa’ar, anch’esso arrivato a quota 6 (quei 6 che ha perso il Likud?). Il problema più grande in questo caso è che né Bennet né Sa’ar sembrano intenzionati a collaborare con Netanyahu. Liberman poi è sempre stato insofferente nei confronti degli Haredim, ormai divenuti le stampelle di ogni esecutivo targato Likud. Quasi inutile a dirsi, è proprio in queste sabbie mobili che il Primo Ministro rischia di finire il suo futuro politico.

 

Sinistra

Cresce anche la sinistra, la cui salute sembrava quasi irrecuperabile. La scelta laburista di puntare su Merav Michaeli ha dato i suoi frutti. Nell’arco di un trimestre il partito si è rimesso in pista, passando dalla lotta per passare la soglia di sbarramento ad essere la sesta formazione politica (7 sono i suoi parlamentari). La sfida più grande sulle spalle dei Labour nei prossimi mesi sarà continuare con questa tendenza positiva. Compito per niente facile se si considera che l’elettore israeliano medio oggi guarda a destra. Anche a Meretz, formazione più a sinistra, il voto di martedì è andato bene. I suoi candidati occuperanno 6 seggi, tre in più rispetto alla precedente legislatura.

 

Arabi

I veri sconfitti di queste elezioni sono gli arabi. La secessione di Ra’am dalla Lista Comune ha fatto in modo che i loro parlamentari passassero da 13 a 10. E poteva andare peggio. Fino all’ultimo Ra’am ha rischiato di non superare la soglia del 3,25% e di lasciare così agli arabi un numero di rappresentanti insignificante in una Knesset sempre più orientata in senso ebraico-nazionalista. La sua vittoria è una quindi buona notizia per loro perché avranno un partito in più alla Knesset. Tuttavia questa vicenda dimostra anche quanto è grande lo scarto tra i cittadini israeliani di origine araba, il 20% della popolazione, e la loro possibilità di avere voce in scelte che riguardano anche il loro futuro.

 

Scenario 1: nuove elezioni

Con queste premesse è difficile fare previsioni circa il futuro della legislatura. I possibili scenari sono tre. Il primo, più probabile, è quello di nuove elezioni verso la fine dell’anno. Molte sono le possibilità che il Likud non trovi quella trentina di voti in grado di garantirgli la governabilità. Tutti i partiti di destra che hanno 6 o 7 seggi hanno un problema o con le altre formazioni o con Netanyahu stesso. Conciliare le loro istanze è molto difficile, e farlo renderebbe il governo fragile in quanto ostaggio delle loro prerogative. Anche una coalizione con il centro è da escludere. Yesh Atid si è sempre rifiutato di collaborare con Netanyahu (ma non con il Likud). La parabola di Benny Gantz ha reso poi ancora più circospetto Yair Lapid. Se anche si dovesse riuscire a trovare un accordo, servirebbero ancora i voti di qualche partito di destra, con i relativi problemi prima discussi.

 

Scenario 2: governo di destra

Il secondo scenario, improbabile ma non impossibile, prevede la formazione di un governo di destra. Il Likud infatti ha già siglato un’intesa con il Partito Sionista Religioso. Se a questi voti si sommano i due partiti Haredim si otterrebbero 52 seggi: se altri due partiti si unissero alla coalizione ci sarebbe quindi una maggioranza. Tuttavia è improbabile che questo avvenga senza che Netanyahu faccia un passo indietro, il che è molto difficile. A lui e alla sua gestione della campagna vaccinale il Likud deve la sua vittoria. Inoltre rinunciare alla carica di Primo Ministro lo esporrebbe a quei tre processi penali che molto probabilmente si risolverebbero con sentenze di colpevolezza. Se lo farà quindi sarà solo dietro enormi garanzie di protezione, una prospettiva comunque inverosimile.

 

Scenario 3: quadruplice intesa Likud-centro-Labour

Ancora più improbabile è lo scenario di un governo Likud-Yesh Atid-Blu e Bianco-Laburisti. I problemi in questo caso sono due. Il primo è che la maggioranza sarebbe troppo esigua: appena 62 seggi. Il secondo è che o il Likud o Yesh Atid dovrebbero fare pesanti rinunce. Il primo dovrebbe cedere su Netanyahu, il che, come si è già detto, è molto difficile. Yesh Atid invece dovrebbe superare il tabù di un governo con Netanyahu. In entrambi i casi non ne varrebbe la pena, poiché le rinunce sono pesanti e il rischio che non bastino a garantire la stabilità è grosso. Inoltre, molti, soprattutto nel Likud, mal digerirebbero un governo con i Laburisti.

Insomma, la situazione è magmatica e dagli esiti imprevedibili. Ciò che è chiaro è che nemmeno questa volta Israele uscirà dallo stato di campagna elettorale permanente.

Erdoğan al Congresso del suo partito, l'AKP

Verso un rimpasto di governo dopo il congresso del partito di Erdoğan

Mercoledì 24 marzo il partito del presidente turco Erdoğan, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) ha tenuto il suo settimo congresso ad Ankara. L’evento è stato accompagnato da numerose critiche per i rischi di assembramento durante la pandemia di COVID-19. L’AKP sta vivendo un momento difficile: la coalizione dell’opposizione cresce nei sondaggi, e i tassi di approvazione del presidente sono in picchiata. Per correre ai ripari, Erdoğan avrebbe deciso un rimpasto di governo.

La crisi del partito di Erdoğan

Gli ultimi anni sono stati politicamente turbolenti per l’AKP. Al potere dalla sua creazione nel 2001, il partito di Erdoğan ha dominato tutte le elezioni dall’inizio del millennio. Il fallito colpo di Stato del 2016 e la repressione che n’è seguita ha permesso a Erdoğan di vincere le elezioni presidenziali del 2018 direttamente al primo turno, ma da allora il suo consenso è gradualmente diminuito. La gestione della pandemia, l’adozione di misure sempre più repressive e la crisi finanziaria scoppiata nel 2018 hanno colpito la popolarità del presidente e del suo partito, come dimostrato nel grafico qui sotto. Secondo i sondaggi più recenti, Erdoğan verrebbe sconfitto al secondo turno se le elezioni si tenessero oggi.

Per cercare di garantirsi un ennesimo mandato alle prossime elezioni, Erdoğan ha già ipotizzato di modificare la costituzione turca. Nelle ultime settimane, il governo ha anche stretto la presa sul partito filo-curdo HDP. Inoltre, Ankara ha annunciato la propria intenzione di abbandonare la Convenzione di Istanbul sulla violenza sulle donne, in un tentativo di guadagnare consensi tra i più conservatori. Tuttavia, sembra non essere abbastanza.

Cosa è successo al Congresso dell’AKP

In primo luogo, il Congresso ha rieletto Erdoğan a capo del partito, con 1,428 voti su 1,431. É stato poi nominato il nuovo Comitato Centrale del partito. Qui si è assistito ad un cambiamento abbastanza profondo: quasi un terzo dei 75 membri sono di nuova elezione.

Erdoğan ha poi tenuto un lungo discorso, in cui ha ribadito la necessità di dotare il paese di una nuova costituzione entro il 2023, centenario della nascita della Repubblica e anno di elezioni presidenziali e parlamentari. Il Presidente turco ha poi negato l’intenzione di organizzare elezioni anticipate, dopo che la notizia aveva sollevato aspre critiche dall’opposizione. Tuttavia, il Segretario dell’AKP Mahir Ünal ha parlato apertamente di un rimpasto di governo:

Quando un cambiamento viene annunciato (…), ci deve essere un movimento in tutto il sistema. Lui [Erdoğan] userà una nuova organizzazione per il 2023, non solo nel partito ma anche nel suo team. Lo vedremo già nei prossimi giorni. 

Il cambiamento sembra nell’aria, ma sarà sufficiente per garantire un ennesimo mandato al Presidente turco? Dopo la vittoria a Istanbul nel 2019, l’opposizione sembra pronta ad organizzarsi. La strada verso le elezioni del 2023 è ancora lunga.