Palestinians Elections

Le ombre sulle elezioni palestinesi

Il crescente isolamento in cui i leader palestinesi si sono trovati all’indomani della firma degli Accordi di Abramo li ha spinti a riprendere il dialogo. E così lo scorso ottobre Hamas e Fatah, le due principali fazioni politiche dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno raggiunto un accordo di riconciliazione. La principale clausola del patto prevedeva l’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali secondo un sistema proporzionale. Qualche mese più tardi, nel febbraio del 2021, i due partiti hanno stabilito una data in cui tutti i Palestinesi sarebbero stati chiamati al voto. Il 22 maggio era la data scelta per le elezioni parlamentari, mentre il 31 luglio sarebbe stato eletto il nuovo Presidente. Da allora, tuttavia, molti ostacoli si sono frapposti tra i Palestinesi e le urne, tanto che oggi si parla di rinvio o annullamento dei comizi.

I timori di Abu Mazen

Nonostante la linea ufficiale di Fatah sostenga la necessità di garantire le elezioni, proprio da questa fazione vengono i dubbi sul 22 maggio. Il partito del Presidente Abu Mazen infatti rischierebbe di perdere le elezioni, come era successo nel 2006, quando i rivali di Hamas erano passati in testa. Il governo di unità nazionale nato per conciliare le due fazioni aveva avuto vita breve, segnando una divisione che aveva condizionato non solo i rapporti tra i due partiti ma anche tra i due territori in seno all’ANP, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. L’incubo di una nuova vittoria di Hamas perseguita ancora oggi la leadership di Fatah. Secondo diversi sondaggi, l’affluenza alle urne, soprattutto tra i giovani, potrebbe essere molto alta. Quanto ai risultati, è difficile fare previsioni: lo scarto tra i due attori non è ampio e si prevede una lotta all’ultimo voto.

La questione di Gerusalemme est

La motivazione ufficiale dietro alla proposta dei dirigenti di Fatah è che nessuna elezione sarà valida se non vi parteciperanno i cittadini di Gerusalemme est. La questione non è assolutamente di poco conto. Firmando gli Accordi di Oslo Israele si era formalmente impegnato a garantire questo diritto, e così nel passato è stato, almeno in parte. Alcuni cittadini palestinesi della parte orientale della città hanno votato per due volte, nel 1996 e nel 2006. In entrambi i casi la capacità delle postazioni di voto non era assolutamente in grado di assorbire tutti i Palestinesi della città. Il risultato è che solo una ristrettissima minoranza di loro ha effettivamente votato. Questa volta la questione è più complicata. Il trasferimento dell’ambasciata statunitense nella Città Santa ha rafforzato la posizione di coloro che soprattutto nella destra israeliana, non sono disposti a rinegoziare lo status di Gerusalemme, ritenuta l’unica e indivisibile capitale di Israele. Permettere ai residenti palestinesi di votare significherebbe implicitamente mettere in questione l’idea di unicità e indivisibilità. Per i Palestinesi invece qualsiasi elezione senza seggi nella città significa riconoscere implicitamente come valida la posizione israeliana. Secondo Abu Mazen quindi occorrerebbe sciogliere questo nodo prima di qualsiasi ulteriore mossa politica.

Il ruolo di Israele

Se Ramallah piange, Tel Aviv non ride. Così come ad Abu Mazen, anche al governo israeliano, qualunque esso sia, lo spettro di una vittoria di Fatah toglie il sonno. Avere un governo ostile a Gaza crea già problemi alla sicurezza delle città israeliane dei dintorni; averlo anche alle porte della capitale sarebbe un incubo. Per questo motivo Israele non ha mai visto di buon occhio i vari tentativi di riavvicinamento tra Fatah e Hamas. L’unico suo interlocutore infatti è il primo, con cui collabora in molti settori. Di conseguenza, nessuna tornata elettorale potrà avere la benedizione israeliana fintanto che la vittoria di Fatah non sia più che sicura. E questo non è certamente il caso. Il nervosismo degli Israeliani è dimostrato da diverse ondate di arresti verificatesi negli ultimi giorni. Centinaia di persone sono state arrestate nella prima metà di aprile in diversi raid compiuti in Cisgiordania, tra cui alcuni esponenti di Hamas. Il 17 aprile la stessa sorte è toccata a tre candidati vicini a Fatah mentre cercavano di fare un comizio in un hotel di Gerusalemme. Fornire l’assist all’attendismo di Abu Mazen rischia tuttavia di rendere la situazione più complicata. Se ai giovani venisse impedito di esprimere il proprio attivismo pacificamente tramite il voto, è molto probabile che essi lo esprimeranno in maniera violenta, come implicitamente sostenuto da Khalil al-Hayya, esponente di Hamas. Dall’altro lato, un’eventuale vittoria di Hamas o anche solo un ingresso in una coalizione di governo metterebbe quantomeno in discussione la collaborazione israelo-palestinese, e soprattutto quella in materia di sicurezza, tanto cara a Israele.

La comunità internazionale

Anche nel mondo della diplomazia le opinioni sulla necessità di consentire il voto palestinese sono discordanti. La Casa Bianca, che nel 2006 aveva esercitato pressioni su Israele affinché non intralciasse lo svolgimento delle elezioni, questa volta tace. Il Presidente Biden in questi mesi è impegnato con l’emergenza coronavirus in patria e con le questioni ucraina e iraniana all’estero. Ovviamente questo suo scarso impegno nella faccenda ha deluso quanti vedono nella sua presidenza un cambio di rotta rispetto a quella di Trump. Decisamente diversa è l’opinione dell’ONU, che vede nelle elezioni e nella creazione di un governo unificato palestinese un passo importante verso la pace con Israele. Anche l’Unione Europea la pensa così e per questo ha chiesto a Israele il permesso di organizzare una missione di monitoraggio del voto. La richiesta non ha ancora ricevuto risposta da Tel Aviv, ragion per cui una missione vera e propria è difficile che si faccia. La soluzione più probabile è l’invio di una piccola, innocua delegazione. Ancora più diviso è il mondo musulmano. Turchia e Qatar, vicini a Hamas, premono perché i Palestinesi possano andare alle urne. I vicini di Israele, la Giordania e l’Egitto, invece, temono che una vittoria di Hamas rafforzi l’opposizione islamista in casa con effetti destabilizzanti.

Riforma della Polizia

La riforma della Polizia negli Stati Uniti: dal 25 maggio 2020 a oggi

Non sempre nella storia è possibile determinare la data di inizio esatta di un profondo cambiamento culturale. Nel caso della riforma della Polizia statunitense però sì, e la data è il 25 maggio 2020. Il giorno dell’omicidio di George Floyd da parte dell’agente di Polizia Derek Chauvin.

A quasi un anno dalla morte di Floyd, più di trenta Stati federali hanno approvato 140 disegni di legge, che hanno puntato ad aumentare la responsabilità degli agenti per i loro comportamenti e modificato le norme sull’uso della forza.

La riforma della polizia, una panoramica

A febbraio l’Illinois, Stato governato dal democratico J.B. Pritzker, ha approvato una serie di leggi che hanno sensibilmente modificato il codice di condotta delle forze dell’ordine.

L’uso della forza è stato limitato e standardizzato così da poter raccogliere meglio i dati sui vari episodi, monitorare gli agenti ed evitare il più possibile zone d’ombra nella legge. Inoltre, un agente che veda un suo collega eccedere nell’uso della forza, è ora obbligato ad intervenire per fermarlo e prestare cure mediche all’aggredito.

Per prevenire il reintegro di poliziotti destituiti, sarà implementato un sistema che permetta di revocare la licenza ai poliziotti con precedenti di cattiva condotta (ma non costituenti reato), come ad esempio la manipolazione della body cam con l’obiettivo di nascondere o eliminare prove. Inoltre, ci sarà l’automatica destituzione degli agenti condannati per reati penali.

La città di New York ha reso più semplici le procedure con cui i cittadini possono citare in giudizi gli agenti.

In Maryland, sono state approvate misure per

  • limitare i casi in cui è consentito l’uso della forza
  • dare per la prima volta un ruolo ai civili nel sistema disciplinario della Polizia
  • limitare i mandati di perquisizione senza identificazione (no-knock warrants)
  • istituire l’obbligo delle body cam.

Questo nonostante i veti del governatore repubblicano Larry Hogan che poco ha potuto “contro” la maggioranza democratica nell’assemblea del suo Stato.

C’è da sottolineare che in molti casi queste riforme sono state promosse in maniera bipartisan, come nel caso dell’Oregon.

Troppo poco e troppo tardi?

Nonostante le numerose riforme, non mancano le proteste da parte degli attivisti delle varie organizzazioni.

Secondo Paige Fernandez, consigliera per le policies dell’Unione americana per le libertà civili, l’attenzione è stata posta più sul cosa fare dopo che una violenza da parte della Polizia piuttosto che sul prevenirla.

“Le persone non sono per forza contente dei cambiamenti che stanno vedendo perché continuano ad accadere le stesse cose”. Queste le parole di Stevante Clark, fratello di Stephon, ucciso da due agenti a Sacramento nel 2018.

Da notare che dal giorno della condanna dell’omicida di George Floyd, un altro uomo, Andrew Brown, Jr., è stato ucciso dalla Polizia mentre solo mezz’ora prima del verdetto veniva uccisa la sedicenne Ma’Khia Bryant.

Dopo l’omicidio, la California ha approvato una legge intitolata alla vittima, che impone standard più severi per l’uso della forza letale. Tuttavia, Stevante Clark sostiene la necessità che sia il governo federale ad imporre delle leggi in materia.

Le critiche degli oppositori

Le principali critiche sono, come prevedibile, arrivate da associazioni rappresentanti vari corpi di Polizia. Uno dei punti forti è la paura che il limitare le azioni degli agenti possa portare ad un aumento del tasso di criminalità.

Secondo dati presentati dall’F.B.I., a livello nazionale il tasso di omicidi è aumentato in maniera significativa nel 2020. Alcuni esperti hanno tuttavia sottolineato come questo incredibile aumento sia dovuto a più variabili (come la pandemia e l’aumento delle armi tra i civili) e non solo alle restrizioni al campo d’azione degli agenti.

Un’altra critica, condivisa anche da alcuni promotori delle riforme, è il poco coinvolgimento che i rappresentati della Polizia hanno avuto nel processo di creazione delle riforme. Questo sottrarrebbe al dialogo la loro esperienza e competenza e inoltre impedirebbe loro di poter effettuare una “auto-riflessione” sui loro comportamenti.

La riforma della Polizia nel Congresso

Alla Camera i rappresentanti democratici sono riusciti ad ottenere l’approvazione di un disegno di legge che vieta le prese di soffocamento e mira a combattere la profilazione razziale.

Il disegno è passato con 220 voti a 212 alla Camera ma non è detto che questo accada anche al Senato. La Camera alta è sostanzialmente divisa equamente tra i due partiti, con una sottile maggioranza a favore dei democratici.

L’anno scorso lo stesso disegno arrivò al Senato, allora saldamente in mano repubblicana, e lì si fermò senza mai vedere la luce.

Questa volta andrà diversamente?

Il Presidente del Chad Déby mentre vota durante le elezioni

Il Presidente del Chad è stato ucciso in combattimento

Pochi giorni dopo la sua sesta rielezione, Idriss Déby, il Presidente del Chad, è stato ucciso nel nord del Paese, secondo quanto riportato dal portavoce dell’esercito. Déby si trovava a far visita alle truppe ciadiane impegnate nella lotta contro il Fronte per il Cambiamento e la Concordia in Chad (FACT). Secondo le fonti governative, il Presidente sarebbe stato in un combattimento con i ribelli.

 

Chi era Déby?

Presidente dal 1991, Déby è arrivato al potere dopo aver guidato una ribellione contro l’allora presidente Habré. Al potere per 30 anni, il Presidente era uno dei più longevi in Africa. Durante i suoi 5 mandati consecutivi, ha instaurato un regime autoritario. Secondo diverse ONG, il Presidente avrebbe creato un sistema corrotto, in particolare dopo la scoperta di giacimenti di petrolio nel sud del paese.

Inoltre, negli ultimi 30 anni, il Chad si è trovato coinvolto in numerosi conflitti internazionale, vista la sua posizione strategica. Tra gli altri, a febbraio il Presidente ha annunciato che le truppe ciadiane sarebbero state schierate in Niger, Mali e Burkina Faso. Débry era già stato bersaglio di numerosi tentativi di attentati durante la sua vita.

 

Cos’è il FACT e cos’è successo?

Il Fronte per il Cambiamento e la Concordia in Chad (FACT) è un’organizzazione militare fondata nel 2016 nel nord del Chad con l’obiettivo di prendere il potere sull’intero paese. Il gruppo è solo uno dei numerosi gruppi ribelli nel paese. Oggi è supportato dall’Esercito Libico di Liberazione, e di fatto trova rifugio nel Fezzan, nel sud della Libia. In seguito alla rielezione di Déby l’11 aprile, il FACT ha lanciato una campagna contro la capitale N’Djamena, nel tentativo di prendere il potere. In pochi giorni, i ribelli sono arrivati a qualche centinaia di chilometri dalla capitale.

Il governo ha immediatamente risposto agli attacchi del FACT lanciando una campagna militare contro il gruppo ribelle. Proprio per questo, Déby si trovava sul fronte, dove è stato ucciso. Secondo il leader del FACT, Mahamat Mahadi Ali, il Presidente avrebbe preso parte agli scontri tra il 18 e il 19 aprile, venendo ferito sul campo. Sarebbe così morto prima di ritornare nella capitale.

 

E ora?

In seguito alla morte di Déby, il portavoce dell’esercito, il Generale Azem Bemrandoua Agouna ha annunciato la creazione di un Comitato Nazionale di Transizione. Il figlio di Déby, Mahamat Kaka, è stato nominato presidente ad interim. Questo è stato deciso andando contro quanto prescritto dalla costituzione, che avrebbe previsto la nomina di presidente ad interim dell’attuale presidente dell’Assemblea Nazionale e la convocazione di nuove elezioni. Il futuro del Chad rimane dunque incerto.

Latinos per Trump

Latinos for…Trump?

Novembre 2020: in un’elezione combattuta, Biden viene eletto come 46esimo Presidente degli Stati Uniti. Lo ha fatto riconquistando i feudi dell’Upper Midwest di Michigan e Wisconsin, oltre alla Pennsylvania. Ciliegina sulla torta, la conquista (per un soffio) di due Stati dal sangue repubblicano, Arizona e Georgia, divenuti di recente contendibili. Ma facendo un’analisi del risultato, un problema viene subito alla luce. Infatti, pur aumentando i margini nei sobborghi e diminuendo la distanza da Trump tra i bianchi, Biden ha perso molto terreno proprio tra le categorie demografiche presso cui i democratici tradizionalmente spopolano. Insomma, è dove i democratici vanno meglio che sono andati peggio.

Se è vero che non tutti i non-bianchi si sono spostati verso i repubblicani, è un gruppo in particolare ad aver mostrato il maggior spostamento: gli ispanici. Più che parlare di una “perdita di terreno”, però, dovremmo rovesciare la prospettiva. Sono i voti per Trump ad essere aumentati con un ritmo maggiore specialmente tra i latinos, con enormi conseguenze sul piano elettorale. Non è tanto una sconfitta per Biden, quanto un segnale di successo per il ticket repubblicano presso un segmento di elettorato che sta piano pian svelando un’inaspettata (o forse mai considerata) complessità. Cos’è successo, e perché?

Il voto per gruppo etnico

Uno dei canoni della politica americana è la dinamica del voto per gruppo etnico. Generalizzando all’estremo, si può notare come quanto “più bianco” e più anziano è un elettore, tanto più probabilmente tenderà a presentarsi alle urne e a votare repubblicano. Per converso, afroamericani, asiatici e giovani tendono a votare meno, ed essere a larga maggioranza democratici. Ne consegue che, sempre secondo la dottrina classica, più alta è l’affluenza più i democratici avranno probabilità di vincere.

Questi assiomi sono provati da decenni di cicli elettorali in cui la storia si ripete. Anche gli ispanici sono stati storicamente in prevalenza democratici. E continuano ad esserlo: il 65% ha votato per Biden. Ma Trump ha guadagnato il 5% presso i latinos rispetto al 2016. In un’elezione con un’affluenza da record. Le variazioni ovviamente non sono state uguali ovunque, e anzi hanno visto molte oscillazioni: come previsto, una leggerissima flessione nei consensi presso i latinos si è accompagnata a uno spostamento a sinistra nei sobborghi bianchi, portando Biden a vincere l’Arizona. Da altre parti, non è andata così bene. Vediamo perché.

I casi studio

Per osservare il fenomeno da vicino è bene concentrarsi sulle aree dove questo è stato più spiccato. Tra queste, la valle del Rio Grande al confine tra Texas e Messico, la contea di Miami-Dade in Florida, oltre alle circoscrizioni più ispaniche delle maggiori città. Per quanto riguarda le metropoli, è facile accorgersi delle ferite nel fronte democratico. Los Angeles, New York, Philadelphia, Chicago, Washington hanno visto un deciso aumento delle percentuali di voto per Trump nei loro distretti più multietnici, pur all’interno di una schiacciante maggioranza democratica.

South LA, Jackson Heights e Corona a Queens, l’intero Bronx, Northeast Philadelphia, Cicero fuori Chicago sono quartieri soprattutto ispanici dove si è visto un deciso aumento di voti per l’ex Presidente. Certo, si tratta di zone dove Biden ha stravinto con l’80-85%. Ma è meno del 90-95% preso da Hillary e Obama. Trump non può certo stappare lo champagne per aver raggiunto tra i latinos urbani un impressionante 14%, ma è molto più del 4-5% preso quattro anni prima.

North Philadelphia, mappa della popolazione per gruppo etnico: giallo per gli ispanici, verde per gli afroamericani, blu per i bianchi, rosso per gli asiatici. Fonte: bestneighborhood.org

E quando si tratta di vincere uno Stato per il rotto della cuffia, i margini contano eccome. Le mappe seguenti mostrano come anche a un colpo d’occhio sia possibile rendersi conto del balzo compiuto da Trump nelle comunità ispaniche urbane, in questo caso a Philadelphia. Nei quartieri afroamericani, Trump è passato da una media di 1% a un 2-3%.  Nelle circoscrizioni contenute nel “cono” di maggioranza latinoamericana Trump è passato da una media del 4-5% di consensi a un più solido 18-20%. Non sono cifre da capogiro, ma in uno Stato come la Pennsylvania il gioco è tutto nei margini, e se i democratici si indeboliscono nei propri feudi, per i repubblicani il gioco diventa molto più facile.

Spostamento dei margini di voto 2016-2020: in blu dove Biden ha fatto meglio della Clinton, in rosso dove Trump è migliorato. Una tonalità più scura indica un aumento più pronunciato. Fonte: The New York Times

Florida

Un’area metropolitana particolare è quella di Miami, dove i latinos sono radicati da decenni, e hanno raggiunto quota 70% nell’intera contea di Miami-Dade (che conta 2,7 milioni di abitanti). La popolazione nata all’estero è circa la metà, mentre la città è storicamente roccaforte della più grande comunità di cubani negli Stati Uniti, con un terzo dei suoi residenti che si identifica come tale. A differenza degli altri ispanici, i cubani di Miami tendono decisamente al conservatorismo, essendo in prevalenza fuggiti dall’isola dopo la presa di potere di Castro. Per la forte ideologizzazione che ne consegue, sono stati sempre facilmente avvicinabili dai repubblicani.

E così è stato fino agli anni ’90, dopodiché la contea di Miami-Dade è diventata uno dei serbatoi democratici dello Stato, assieme alle vicine contee di Broward e Palm Beach. Ma proprio qui Biden ha visto un drammatico calo nel suo margine di vittoria, prendendo il 53% dei consensi, laddove Hillary aveva conquistato il 63%. Trump nel frattempo è passato dal 34% al 46%, conquistando anche una sezione di latinos che aveva votato per un terzo partito. Nel grafico è mostrato quanto impressionante sia stata l’interruzione di un trend che ormai sembrava chiaro.

Nella contea, il voto nelle circoscrizioni cubane è andato per il 35% a Biden, contro il 49% di Hillary. In quelle latinoamericane il calo è stato di 20 punti secchi, dal 70% al 50%. Più in generale, basti pensare che se i margini a livello statale fossero rimasti gli stessi del 2016 (ceteris paribus) Biden avrebbe vinto la Florida per quasi 49mila voti.

Texas

Da anni e anni si parla del Texas come del prossimo swing State, a causa della crescente quota di popolazione ispanica e dell’esplosione delle sue metropoli, che hanno iniziato ad attirare lavoratori laureati (bacino elettorale sempre più vicino al partito democratico). Ad ogni ciclo, i democratici accarezzano l’idea di vincerlo. Togliere ai repubblicani i suoi 38 grandi elettori li priverebbe praticamente di ogni possibilità di insediare il proprio candidato alla Casa Bianca.

I latinos sono concentrati nelle aree metropolitane – soprattutto a San Antonio -, ma moltissimi vivono nella Rio Grande Valley, l’area confinante col Messico all’estremo meridione. Si tratta di zone con un reddito medio piuttosto basso, dove la percentuale di latinos va dall’85% al 97%. Qui gli spostamenti verso Trump sono stati impressionanti: nella contea di Starr la sua percentuale di voti è passata dal 19% al 47%. In quella di Maverick si è passati dal 21% al 45%. Di seguito le serie storiche nelle contee di Hidalgo e Cameron.

Anche qui, a livello più generale, secondo gli exit poll ci sono stati degli spostamenti importanti. Nel 2016, la Clinton conquistava gli ispanici con il 61% contro il 34%. Quattro anni dopo, Biden ha vinto con il 58% contro il 41%. Il punto, qui come in Florida, non è tanto il generalizzato calo del voto democratico, ma il recupero dei voti di Trump tra i latinos che potrebbe pregiudicare le chance di vittoria democratica in futuro.

I perché

Ci sono molte possibili ragioni per il verificarsi di questo fenomeno, e nessuna è mai certa. Quel che è sicuro, è che è arrivata l’ora di smettere di considerare i latinos come un blocco unico, un gruppo uniforme che segue un singolo istinto elettorale. Una recente ricerca di Equis Research, la prima di una serie, cerca di andare a fondo nel fenomeno. Da un lato, le possibili spiegazioni ricadono nella sfera comunicativa. L’eliminazione dell’immigrazione dai temi focali della campagna ha forse fatto “dimenticare” a molti latinos le posizioni anti-ispaniche con cui Trump aveva debuttato. Dall’altro, aver dipinto i democratici come un covo di socialisti potrebbe aver dato una grossa mano soprattutto in Florida del sud, tra gli esuli cubani e venezuelani. Inoltre, alcuni sondaggisti segnalavano da mesi un fattore-carisma del businessman con un certo seguito tra i giovani uomini ispanici, descritti da alcuni come gli ultimi fedeli all’ideale dell’american dream. C’è poi un possibile fattore economico: i latinos sono sproporzionalmente impiegati nell’industria alberghiera e della ristorazione, due settori colpiti durissimo dalla pandemia.

Ecco quindi che votare il candidato “aperturista” diventa conveniente. Questo spiegherebbe anche come mai a mobilitarsi per Trump siano stati proprio quegli elettori che raramente si recano alle urne. C’è un’ultima considerazione da fare. È possibile che si stia formando un distacco tra le campagne di giustizia sociale, l’ipercorrettismo e in generale le posizioni in tema razziale del partito da una parte, e una sezione consistente dell’elettorato latinoamericano dall’altra. Non dimentichiamoci infatti che i latinos hanno al loro interno una consistente fetta di conservatori, che probabilmente non si era schierata con Trump quattro anni fa a causa della sua linea dura anti-immigrazione.

Conclusioni

Se quanto accaduto alle scorse elezioni è davvero l’inizio di un trend, l’intera letteratura sul futuro politico del Paese sarebbe praticamente da buttare. Da decenni, infatti, si parla di come i repubblicani siano condannati all’oblio a causa del cambiamento demografico del Paese. Ovviamente, l’assunto di base è che le minoranze continuino a votare massicciamente democratico come hanno sempre fatto. Se il voto ispanico diventasse effettivamente contendibile in modo costante, l’intera prospettiva politica futura del Paese sarebbe da riscrivere. C’è un precedente che potrebbe tranquillizzare i democratici: la popolarità di Bush jr. tra i latinos nella sua rielezione nel 2004. Quello fu un evento isolato, probabilmente dettato dalla prospettiva di una mai realizzata riforma del sistema di immigrazione.

Quello che accadrà questa volta lo sapremo solo con il tempo.

Limitazione voto in Georgia

La limitazione del voto in Georgia fa discutere molte aziende

In Georgia, molte aziende sono contro la legge firmata dal governatore repubblicano Brian Kemp, e approvata dal congresso locale repubblicano. La limitazione del voto in Georgia sta facendo discutere ormai da diverse settimane.

La nuova legge prevede, per esempio, un più complesso sistema di identificazione per il voto per posta. Questo, secondo i democratici, renderà più difficile votare per le fasce di reddito basso.

Tra le aziende e i dirigenti che hanno firmato la dichiarazione di solidarietà contro qualsiasi forma di discriminazione nel votare spiccano BlackRock, Google, Amazon e Warren Buffet. Questa, per ora, è la più grande forma di sostegno da parte della comunità imprenditoriale contro le nuove leggi che gli stati Repubblicani cercano di emanare.

Molti repubblicani, tra cui l’ex presidente Trump e il senatore Mitch McConnell, hanno invece invitato le aziende a restare fuori dalla politica.

Il coinvolgimento delle aziende è aumentato da quando Mr. Chenault, l’ex CEO di American Express e Mr. Frazier, CEO di Merck & Co., hanno guidato un gruppo di dirigenti di colore a chiedere alle aziende di essere più coinvolte per contrastare leggi simili.

Questa dichiarazione per la protezione dei diritti di voto, secondo Chenault e Fraizer, dovrebbe essere apartitica. Infatti, secondo loro dovrebbe avere il sostegno sia dei repubblicani che dei democratici e questa dichiarazione non si riferisce ad una legge specifica.

Nonostante la dichiarazione fosse stata pensata come apartitica, i più importanti repubblicani hanno accusato le aziende di schierarsi con il partito democratico. Infatti, sono aumentati gli appelli per il boicottaggio delle aziende che hanno firmato questa dichiarazione, sostenuti anche da Trump.

Per questo motivo alcune aziende, tra cui Coca Cola e Delta, nonostante si siano dichiarati contrari all’introduzione di questa legge, non hanno firmato la dichiarazione. Anche molti dirigenti hanno preferito mettere il loro nome nel firmare la dichiarazione, e non quello dell’azienda, come Warren Buffet.

Per ora l’unico Stato ad aver approvato una legge più restrittiva è la Georgia ma alcuni Stati repubblicani hanno in bozza leggi simili. La paura, per molti, è che la limitazione del voto in Georgia possa presto riflettersi in molti altri Stati.

 

gruppo parlamentare "America First"

Nasce il gruppo parlamentare di ispirazione trumpiana “America First”

Circola in queste ore il manifesto politico del costituendo gruppo parlamentare “America First Caucus”. Fra i promotori dell’iniziativa spiccano i deputati repubblicani Marjorie Taylor Greene (Georgia) e Paul Gosar (Arizona). Intenzionati ad unirsi al gruppo sarebbero anche Louie Gohmert (Texas) e Matt Gaetz (Florida). Scopo della corrente parlamentare è “promuovere politiche che comportino benefici di lungo termine per la nazione americana”, in linea dichiarata con l’ideologia nazional-populista sostenuta da Donald Trump.

Il documento si apre avanzando la necessità impellente di una riforma del sistema elettorale statunitense. Gli estensori del manifesto, infatti, hanno supportato attivamente le accuse di “frode” nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre, affermando l’invalidità della vittoria di Joe Biden.

Fanno discutere, inoltre, alcuni passaggi del programma, in cui si parla di “America […] nazione rafforzata dal comune rispetto delle specifiche tradizioni politiche anglo-sassoni . In aggiunta, i promotori dell’iniziativa deplorano l’“immigrazione di massa post-1965”, considerata una “minaccia esistenziale al futuro di lungo periodo dell’America, nazione unica caratterizzata da un’unica cultura e un’unica identità”.

Le reazioni del mondo politico al gruppo parlamentare America First

Secondo i critici, il manifesto sposa le teorie dei nazionalisti bianchi e dei suprematisti. In particolare, si punta il dito contro il deputato Paul Gosar, che di recente ha partecipato all’America First Political Action Conference in compagnia del leader suprematista Nick Fuentes.

I primi a dissociarsi dal documento sono proprio i Repubblicani. Il leader del Partito alla Camera dei Rappresentanti, Kevin McCarthy, ha dichiarato in un tweet: “L’America si fonda sull’idea che tutti siamo stati creati uguali e che il successo è il frutto di lavoro duro e onesto. Non si fonda sull’identità, la razza, la religione. Il Partito Repubblicano è il partito di Lincoln e promuove più opportunità per tutti gli Americani – non richiami nativisti”.

Gli fa eco la numero 3 del Partito alla Camera, Liz Cheney: “I Repubblicani credono nell’eguaglianza delle opportunità, nella libertà e nella giustizia per tutti. Insegniamo ai nostri bambini i valori della tolleranza, della decenza e del coraggio morale. Il razzismo, il nativismo e l’anti-semitismo sono il male. La Storia insegna che siamo tutti obbligati a contrastare e rigettare queste forme di odio”.

Adam Kinzinger, uno dei pochi repubblicani ad aver votato a favore dell’impeachment contro Trump, si spinge oltre, chiedendo che gli aderenti all’iniziativa vengano rimossi dalle commissioni parlamentari. Una vera e propria doccia fredda sulla nuova compagine politica che ha avuto come risultato quello di sospenderne l’inaugurazione formale a data da destinarsi.

Il Prossimo Sindaco di New York

Il Prossimo Sindaco di New York fra primarie, sistema di voto e incertezza

La città di New York voterà formalmente per il prossimo Sindaco il 2 novembre, ma le primarie democratiche di fine giugno ci potrebbero già dire chi sarà. Con le primarie dietro l’angolo, i candidati cominciano ad organizzare i fondi raccolti e affilano i coltelli. Attualmente i sondaggi rilevano poco: grande incertezza e pochi candidati in grado di farcela. Questa sarà la quarta elezione di New York – in più o meno mezzo secolo – a non avere un candidato incumbent sulle schede, perché il Sindaco Bill de Blasio è al settimo anno di mandato e non potrà candidarsi nuovamente. A rendere ancora più speciale la corsa è il sistema di voto che infatti cambierà (ma solo per le primarie), passando dal modello plurality  a quello ranked-choice, come stabilito dal referendum del 2019 vinto con quasi l’80% delle preferenze. Solo il Maine aveva sperimentato questo tipo di voto prima.

Come si vota alle primarie per il prossimo sindaco di New York

Molto diverso dal sistema a maggioranza utilizzato in passato, questo nuovo sistema di voto è particolare e consente all’elettore di esprimere un massimo di cinque preferenze in un ordine da 1 a 5, fra i candidati. Se un candidato ottiene il 50 % +1 dei voti subito, ovvero al primo turno, vince. Se invece nessun candidato ottiene la maggioranza, le cose si complicano un po’. Si passa ad un secondo turno nel quale il candidato che ha raccolto il minor numero di preferenze viene eliminato e le sue preferenze andranno al candidato subito dopo nella lista (se il candidato eliminato in precedenza era la prima scelta). Questi round continuano finché non rimangono solo due candidati, e a quel punto vince quello che è riuscito a recuperare più voti, ovvero quello che ha più voti dell’altro, a maggioranza relativa.

Il Prossimo Sindaco di New York

Una lunga lista di candidati, ma la corsa è ancora lunga

Negli ultimi anni, candidarsi a Sindaco di New York per un democratico significa avere una reale chance di poterlo diventare. Sono le primarie il vero campo di prova, dove bisogna cercare i voti. L’elezione generale nella città è raramente in bilico, soprattutto negli ultimi anni. Ed è questo il motivo per cui, attualmente, la lista di candidati per il posto da Sindaco è lunga e nessuno dei candidati più credibili accenna a ritirarsi. Dopo Bloomberg, Bill de Blasio è stato capace di riunire il Partito Democratico e rendere la città omogenea perdendo solo nel distretto di Staten Island. Per tornare indietro e scovare un Repubblicano capace di questo, bisogna risalire al 2005, quando Mike Bloomberg (ora democratico) vinse le elezioni perdendo solo nel Bronx:

 

Quest’anno la lista di contendenti è però molto diversa dal passato, e include anche Andrew Yang, filantropo candidato alle primarie per la Presidenza nel 2020. Oltre a lui, il candidato attualmente più on fire è il Presidente del Distretto di Brooklyn Eric Adams. Ma la lista, come si vede in foto, è davvero lunga e comprende più di 20 profili che spaziano dall’attivismo a Wall Street. Tutti, però, sembrano avere una costante: la distanza dal Sindaco de Blasio.

Anche se ha vinto più volte con margini di consenso ampi, l’attuale Sindaco di New York non sta passando un momento facile: la gestione della pandemia ha rovinato quanto di buono creato negli anni e la sfida alle emergenze economiche non sembra andare meglio. I candidati lo sanno, e si sforzano di apparire diversi. La campagna elettorale di Yang, ad esempio, sta riuscendo nell’impresa di far passare la propria piattaforma come opposta a quella del Sindaco, anche se in verità ne condivide l’impianto.

I primi sondaggi fotografano l’incertezza della base democratica

E’ ancora presto per avere sondaggi forti alla mano, ma comunque quelli che ci sono delineano chiaramente il quadro: Andrew Yang rimane il favorito, ma nettamente staccato dall’indecisione degli elettori democratici. Quasi la metà di questi, infatti, non esprime un parere, segno che le campagne sono ancora lontane dalla forma migliore. A maggio la corsa dovrebbe prendere una piega più frenetica, con molti dei candidati che saranno in grado di comprare spazi pubblicitari sulle televisioni e perché cominceranno i dibattiti fra i candidati che per metà maggio saranno ancora in corsa.

Qualche giornale, fra cui anche il New York Times, ha avanzato l’ipotesi che si possa aprire uno spiraglio per una candidatura last-minute di qualche donna. Gli scandali che hanno travolto il Governatore Andrew Cuomo sono ancora vivi e potrebbero rimescolare le carte, anche se al momento sembra presto per poter vagliare una ipotesi del genere. Andrew Yang appare in una posizione di forza, per diversi motivi. I dibattiti televisivi daranno lo sprint che le campagne stanno cercando, riducendo di molto la rosa di candidati.

Ritiro delle truppe dall'Afghanistan

La nuova mossa di Biden: ritiro delle truppe dall’Afghanistan

Proseguendo sulla scia dei suoi recenti annunci su temi caldi, il Presidente Biden ha promesso il ritiro delle truppe dall’Afghanistan entro l’undici settembre. La data è doppiamente simbolica dato che quest’anno ricorre il ventennale degli attacchi terroristici del 2001. Questa decisione arriva nonostante il parere contrario dei suoi consiglieri militari, del Pentagono e le proteste dei repubblicani.

L’intervento statunitense in Afghanistan: in sintesi

Dopo gli attacchi terroristici dell’undici settembre 2001 e dopo il rifiuto dei talebani (allora al potere nel Paese) di consegnare Osama Bin Laden, una coalizione internazionale interviene nel Paese.

Dopo aver eliminato la dittatura dei talebani e quindi negato ad Al-Qaeda una rete di basi sicure nel Paese, la coalizione internazionale (formata da oltre 40 Paesi tra cui tutti i membri della NATO) ha implementato una missione di sicurezza chiamata International Security Assistance Force.

Questa prima fase, l’Operazione Enduring Freedom, si è conclusa nel 2014 per lasciar spazio alla seguente, l’Operazione Freedom’s Sentinel, ancora in corso.

Il piano di Biden per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan

Secondo quanto dichiarato dal Presidente, il ritiro delle truppe inizierà il primo maggio e si concluderà entro il ventennale degli attacchi dell’undici settembre 2001. Un membro dell’amministrazione Biden ha dichiarato che il Presidente è convinto che un approccio basato sulle condizioni della situazione in Afghanistan, porterebbero a non lasciare mai il Paese. È quindi l’attuale amministrazione vuole cambiare rotta.

Nei piani di Biden, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan permetterebbe di concentrare gli sforzi degli Stati Uniti lontano da una situazione che ormai è diventata un bastone fra le ruote, e verso le sfide che attendono il Paese nel futuro.

Le nuove sfide secondo Biden

Il Presidente intende concentrare i suoi sforzi su questioni complesse sia domestiche che internazionali. Internamente vuole combattere l’aumento della povertà, l’iniquità raziale e incrementare gli investimenti su intelligenza artificiale e comunicazioni con il 5G. Questo comporta un cambio di priorità dalla difesa delle vie di approvvigionamento militari a quelle commerciali.

In politica estera, il problema che Biden vuole affrontare si chiama Cina. Il pantano che è diventato la guerra in Afghanistan, sta tenendo le truppe statunitensi lontane da regioni dove fino a qualche tempo fa il Paese era l’indiscussa forza dominante. Ora però, la rapida crescita di influenza della Cina, sta arrivando anche in questi territori e l’egemonia americana sta iniziando a vacillare.

La reazione dei talebani

In un accordo siglato con l’amministrazione Trump, i talebani avevano cessato gli attacchi alle forze americane in Afghanistan in cambio della promessa del ritiro delle truppe entro il primo maggio. Nelle ultime settimane però sono stati registrati attacchi nel sud e nella parte orientale del Paese. Questo potrebbe aver accelerato i piani di Biden per il ritiro delle truppe.

I talebani però si aspettavano che questo accadesse entro il primo maggio e non a partire da quella data. E quindi lecito aspettarsi un’escalation delle violenze di questi ultimi sia contro le truppe che contro la popolazione civile.

Inoltre, l’intelligence statunitense ha stimato che i talebani potrebbero riprendere il controllo del Paese in due o tre anni dalla partenza delle truppe americane.

Il governo afghano teme anche che il ritardo nel ritiro delle truppe rispetto a quanto promesso all’inizio ai talebani, costringerebbe a rilasciare i 7000 prigionieri talebani attualmente nelle carceri del Paese, per placare le ire degli insurrezionalisti.

Tutto questo pur dichiarando che l’Afghanistan è in grado di difendersi da solo.

Le paure degli afghani

La notizia del ritiro delle truppe americane ha gettato nel panico buona parte della popolazione afghana. Questi temono che senza la loro protezione, i piccoli traguardi raggiunti verso la democrazia e i diritti delle donne sarebbero spazzati via dai fondamentalisti.

Le trattative tra il governo e i talebani si sono arenate da tempo e questo non fa presagire nulla di buono per i civili. Molti temono che se i talebani dovessero tornare a dettare legge nel Paese, le donne vedrebbero i loro diritti lanciati indietro nel tempo e le loro aspirazioni disintegrate dal fondamentalismo.

Le reazioni interne

Come prevedibile, l’annuncio di Biden ha fatto infuriare i repubblicani. Tra le voci più pesanti c’è quella del senatore dell’Oklahoma James H. Inhofe, membro della Commissione del Senato per i servizi armati.

Secondo il senatore, una scadenza arbitraria per il ritiro delle truppe, porrà le stesse in serio pericolo oltre a mettere a rischio i progressi fatti negli anni. Questo oltre a condurre il Paese verso una nuova guerra civile e creare un terreno fertile per lo sviluppo di nuovi gruppi terroristici internazionali.

Biden annuncia sei ordini esecutivi

Basta armi a chiunque: Biden annuncia sei ordini esecutivi

Questa storia si svolge in due giorni: 7 aprile, un ex giocatore della NFL fa una strage uccidendo cinque persone a Rock Hill nella Carolina del Sud. Il giorno dopo Biden annuncia sei ordini esecutivi per limitare la circolazione delle armi da fuoco tra i civili. Il giorno stesso un uomo uccide una persona e ne ferisce quattro in Texas.

Un imbarazzo internazionale

Così Biden ha definito la piaga della violenza armata che affligge gli Stati Uniti. Il Presidente ha anche specificato che le sue proposte non vanno in alcun modo contro il Secondo emendamento.

Questo emendamento è spesso utilizzato dai sostenitori del diritto al possesso delle armi per boicottare i provvedimenti volti a limitarne la circolazione o l’acquisto. Ma cosa dice questa legge?

Il secondo emendamento (della Costituzione degli Stati Uniti d’America)

L’emendamento garantisce il diritto di possedere armi e nasce con l’intenzione di dare uno strumento di limitazione del potere del governo centrale rispetto agli Stati.

L’emendamento è infatti frutto della volontà di James Madison e di altri anti-federalisti, che non vedevano di buon occhio il neonato governo federale e la sua acquisizione di potere a discapito dei singoli Stati. La loro preoccupazione principale era quindi che il troppo potere avrebbe portato a una tirannia. Per questo volevano contrastarne i poteri di “attacco” ai singoli oppositori politici.

Tuttavia, oggi quando si parla di Secondo emendamento si discute solo della legittimità o meno della detenzione di armi da parte dei privati cittadini.

Il problema delle ghost guns

Le ghost guns (pistole fantasma) sono delle armi fai-da-te comprate in dei kit che poi vengono assemblati dall’acquirente. Come fossero dei set della Lego. Il loro “vantaggio” è che non posseggono il numero seriale e sono quindi non tracciabili.

Secondo la legge federale, la realizzazione e il possesso di queste armi per scopi non commerciali, è sempre stato legale. Per le altre armi invece, è sempre necessaria la presenza del numero seriale (la matricola).

Con il progresso della tecnologia, anche la produzione di queste armi ha fatto passi avanti. Ora è infatti possibile produrre pezzi delle stesse utilizzando una semplice stampante 3D.

E oltre alle pistole, tra le ghost guns troviamo anche gli AR-15 e i famosi AK-47, i fucili automatici Kalashnikov.

Biden annuncia sei ordini esecutivi

Mikhail Kalashnikov con il “suo” fucile

Per limitare la circolazione delle ghost guns, uno degli ordini esecutivi annunciati da Biden prevede che per il loro acquisto, saranno necessari i controlli dell’acquirente svolti attualmente per le armi “normali”.

Maggiori controlli e segnalazioni più facili

Biden ha inoltre richiesto al Dipartimento di Giustizia di realizzare un programma di segnalazione che possa poi essere promulgato come legge anche a livello statale.

Questo provvedimento permetterebbe a familiari o membri delle Forze dell’ordine di segnalare a un tribunale dei soggetti a rischio e impedire a questi ultimi di acquistare delle armi da fuoco.

Il Presidente ha anche annunciato maggiori fondi e supporto alle comunità per la prevenzione della violenza con le armi, nelle aree individuate come più a rischio. Per questo, il Dipartimento di Giustizia dovrà fornire un report annuale sul traffico di armi così da poter implementare delle policies più efficaci e basate su dati concreti.

Un altro segnale forte arriva dal voler nominare l’attivista per il controllo delle armi, David Chipman (in foto), come direttore dell’Ufficio per l’alcool, il tabacco, le armi da fuoco e gli esplosivi (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives). 

Biden annuncia sei ordini esecutivi

Chipman ha lavorato per un quarto di secolo come agente speciale di questa agenzia, occupandosi del controllo del traffico di armi dalla Virginia a New York City. Successivamente è diventato consigliere dell’organizzazione Giffords, che si occupa della promozione di un maggior controllo sulle norme relative alla detenzione di armi nel Paese.

Biden annuncia sei ordini esecutivi: cosa ci aspetta?

Nonostante l’annuncio di Biden, non è detto che queste misure siano implementate entro i primi cento giorni della sua presidenza. Le azioni a contrasto della pandemia e la riforma delle infrastrutture hanno preso la precedenza sulla questione armi, a dispetto di quanto dichiarato in campagna elettorale.

Su un tema così polarizzante negli Stati Uniti come le armi, non sembra che la soluzione possa arrivare dal Congresso. Nel corso degli anni, il supporto bipartisan a una maggiore prevenzione delle stragi dovute alle armi “facili” si è scontrato con l’altrettanto bipartisan supporto per la salvaguardia del diritto alla loro detenzione.

Pare quindi che lo strumento degli ordini esecutivi sia l’unico in grado di sbloccare le cose. Verranno effettivamente firmati?

Figlio Giuliani New York

Il Figlio di Rudy Giuliani sta pensando di candidarsi a Governatore di New York

Andrew Giuliani, figlio dell’avvocato ed ex-sindaco Rudy Giuliani, ha detto in un’intervista al Washington Examiner che sta pensando di candidarsi a Governatore dello Stato di New York. Per il Partito Repubblicano, ovviamente: negli ultimi cinque anni, infatti, Giuliani ha lavorato come Assistente Speciale di Donald Trump alla Casa Bianca.

Se anche la posizione dell’attuale Governatore Andrew Cuomo venisse confermata, la sfida di New York nel 2022 coinvolgerà due delle più autorevoli famiglie politiche statunitensi – entrambe, fra le altre cose, discendenti da immigrati italiani. Qualche settimana fa, infatti, il Governatore Cuomo ha ribadito che non non intende rassegnarsi ed uscire di scena nè ora, nè durante le prossime elezioni.

Per alcuni giornali, il figlio di Rudy Giuliani, Andrew, avrebbe deciso di candidarsi per lo Stato di  New York  dopo aver incassato l’appoggio di diversi amici e finanziatori, incluso il New York City Police Commissioner Bernard Kerik, senza dimenticare che l’esperienza alla Casa Bianca lo aiuterebbe a costruire una prima infrastruttura elettorale in grado di raccogliere fondi a sufficienza.

Figlio Giuliani New York

Nella foto, un giovane Andrew Giuliani assiste, con il resto della famiglia, al giuramento del Padre Rudy come Sindaco di New York

Nell’intervista, Andrew Giuliani ha già delineato alcuni punti politici sui quali si scontrerà con il Governatore uscente, se fosse questo a ricandidarsi: crimine, tasse ed istruzione. Giuliani ha poi aggiunto che “tolti quelli che si chiamano Trump, io ho le migliori possibilità per vincere e riprendere la guida dello Stato“, poco prima di citare un dato demografico molto preoccupante per lui, e che riguarda lo Stato: “lo Stato di New York sarà uno degli unici due a perdere popolazione nell’ultimo decennio. Questo mostra come Cuomo abbia guidato male lo Stato“. Concludendo l’intervista, il figlio di Giuliani ha anche annunciato che renderà la decisione ufficiale solo dopo il 19 Aprile, data in cui avrà luogo una riunione con il Partito Repubblicano dello Stato di New York e con alcuni dei potenziali candidati repubblicani per il 2022.