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Il finanziamento pubblico ai partiti

Una questione centrale nel dibattito pubblico è se ci dovrebbero essere e, nel caso, in quanto dovrebbero consistere i finanziamenti pubblici ai partiti.

La questione è di primaria importanza, poiché se da una parte coloro i quali sostengono che non debbano esserci fondi pubblici ai partiti lo pensano in quanto questi sarebbero uno spreco di risorse, dall’altra i favorevoli sostengono che senza fondi pubblici i partiti espressione di interessi più deboli non possano essere effettivamente competitivi con i partiti rappresentanti di interessi forti, poiché i secondi riceverebbero donazioni pecuniarie molto maggiori. La conseguenza di ciò sarebbe che gli interessi delle fasce più deboli della popolazione essendo meno rappresentati non verrebbero portati avanti, il tutto a vantaggio dei “grandi interessi” qualora vi fosse una contrapposizione.

Nell’Italia repubblicana questa vicenda è stata sovente al centro di riforme. Sebbene parte della dottrina sostiene che i finanziamenti pubblici siano una naturale conseguenza della disposizione imponente la pluralità politica, la costituzione non tratta esplicitamente l’argomento.

Nel 1974 la legge Piccoli istituì il finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari (le proiezioni in parlamento dei partiti) obbligandoli a versarne il 95% ai rispettivi partiti ed i rimborsi ai partiti per le campagne elettorali.
Sebbene il finanziamento pubblico ai partiti sia stato contestato ripetutamente dai Radicali (da segnalare un referendum abrogativo nel ’78 che non ebbe però successo) la materia è stata oggetto di riforme marginali fino al 1993.

Quando con lo scoppio dello scandalo “Mani pulite” si scoprì che quasi tutti i partiti ricorrevano a “risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale” la questione tornò prepotentemente al centro del dibattito e un nuovo referendum promosso sempre dai radicali abolì il finanziamento pubblico ai partiti.

A questa abolizione il parlamento reagì aumentando i rimborsi elettorali, i quali furono nel ventennio successivo al centro di numerosi scandali, ed istituendo il 4×1000 ai partiti. L’ultima svolta sostanziale si è avuta nel 2013, quando il governo Letta decise di abolire i fondi pubblici anche nella forma dei rimborsi elettorali.

Oggi rimangono pertanto solamente i finanziamenti ai gruppi parlamentari, il 2×1000 ai singoli partiti e le donazioni private.

La situazione attuale

Come emerge dall’inchiesta di Openpolis e come abbiamo appena spiegato le fonti di finanziamento ai partiti oggi sono principalmente le donazioni dei privati ed il 2×1000.

Per quanto riguarda le prime, sempre secondo Openpolis i partiti nel 2018 hanno raccolto un totale di 39,6 milioni di euro di cui 22,7 milioni derivanti da donazioni di privati. Di questi 22,7 milioni 21 sono donazioni da parte di persone fisiche e i rimanenti 1,7 da parte di persone giuridiche. La peculiarità è che mediamente l’80% delle donazioni da parte di persone fisiche provengono da contributi degli eletti, che spesso al momento della candidatura si impegnano a versare una quota di quanto guadagnano al proprio partito. Il partito che riceve la percentuale di donazioni dagli eletti maggiore è la Lega (il 95% delle donazioni da parte di persone fisiche), quello che ne riceve di meno è FdI con il 77%: una cifra comunque notevole.
Sul totale delle entrate ai partiti, i contributi degli eletti rappresentano in media il 40% del totale, l’aspetto preoccupante di ciò è che i partiti minori avendo meno eletti ricevono meno fondi, il che chiaramente sfavorisce un ricambio di classe dirigente oltre a compromettere l’effettiva possibilità per tutti i partiti di competere per la determinazione delle politiche nazionali.

Per ciò che concerne invece il 2×1000 vi è un ampio scarto tra quanto viene stanziato e quanto viene effettivamente raccolto dai partiti. Sempre nel 2018 sui 39,6 milioni di euro di cui sopra, 14,1 milioni sono quelli riscossi mediante il 2×1000, a fronte però di uno stanziamento complessivo di 25,1 milioni. Anche qui inoltre si pone il problema dei fondi ai partiti minori, poiché ciascun contribuente può scegliere a quale partito donare il 2×1000, è chiaro che i partiti che riscuotono più successo elettorale riscuoteranno anche maggiori fondi.

Paradossalmente inoltre i fondi ai gruppi parlamentari sono maggiori rispetto a quelli ai partiti. Questi ultimi ricevono infatti intorno ai 53 milioni di euro, il che ancora una volta penalizza i partiti troppo piccoli per entrare in parlamento o entrati in numero talmente esiguo da non poter costituire un gruppo parlamentare (la soglia minima per la costituzione di un gruppo parlamentare è infatti fissata dai regolamenti di ciascuna assemblea).

 

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Differenze e punti di contatto tra giustizia amministrativa e giustizia ordinaria

Come nasce e perché esiste la giustizia amministrativa?

In più di un’occasione vi sarà capitato di sentire il termine T.A.R., per esempio quando si parla di ricorsi ai test d’ingresso di medicina. Ebbene, si tratta di un acronimo per Tribunale Amministrativo Regionale e costituisce il primo organo giurisdizionale a cui rivolgersi quando si intende impugnare un provvedimento amministrativo, mentre contro le sue sentenze è possibile proporre appello dinanzi al Consiglio di Stato. Queste due tipologie di Corti costituiscono l’ossatura della giustizia amministrativa, che è cosa ben diversa di quella ordinaria.

Qual è allora la differenza tra T.A.R. e Consiglio di Stato da un lato e Tribunali, Corti di Appello e Cassazione dall’altro?

Per rispondere appieno a questo quesito è necessario fare un passo indietro e soffermarsi sulle differenze tra le posizioni giuridiche tutelate dal giudice ordinario e quelle tutelate dal giudice amministrativo. Ebbene, nella tradizione giuridica italiana si è affermata una singolare dicotomia, che non ha eguali nel resto d’Europa, ossia quella tra diritto soggettivo e interesse legittimo. In entrambi i casi si tratta di posizioni giuridiche riconosciute e tutelate dall’ordinamento, ma mentre il diritto soggettivo riguarda prevalentemente un rapporto tra privati cittadini (si pensi al diritto di proprietà o al diritto del proprietario di casa di ottenere il fitto mensile), l’interesse legittimo riguarda un rapporto tra un privato e una Pubblica Amministrazione e implica l’esercizio di un potere amministrativo da parte di quest’ultima (si pensi alla posizione nel singolo nei confronti del Comune quando si richiede il rilascio di un permesso a costruire). Le ragioni di questa distinzione sono principalmente di carattere storico e affondano le proprie radici nell’Italia preunitaria, continuando a sopravvivere e ad evolversi durante tutto il Regno d’Italia, fino a giungere ai nostri giorni, quando è stata riconosciuta anche in Costituzione, come ci ricordano gli articoli 24 e 113 Cost.

Inizialmente considerato alla stregua di un mero interesse al corretto esercizio del potere amministrativo e alla tutela dell’interesse generale sotteso all’operato della Pubblica Amministrazione, oggi l’interesse legittimo è riconosciuto come una posizione giuridica sostanziale e autonoma volta all’ottenimento di un “bene della vita”. In altre parole è stato posto sullo stesso piano di un qualsiasi diritto soggettivo. Per bene della vita si intende una qualsiasi prestazione, atto o provvedimento a cui un soggetto anela per ampliare o comunque non ridurre la propria sfera giuridica, ossia quell’insieme di posizione giuridiche attive e passive che fanno capo ad una persona fisica (un uomo o una donna) o giuridica (società, fondazioni o associazioni).

Chiarito questo profilo, sebbene senza pretesa di esaustività, ci si può ora soffermare sul ruolo della giustizia amministrativa. Come già anticipato, il giudice amministrativo è competente normalmente a risolvere controversie che attengono la tutela di interessi legittimi. Per individuare un interesse legittimo si verifica l’eventuale sussistenza ed esercizio di un potere autoritativo da parte della P.a. nei confronti del privato che ha proposto ricorso.

In altre parole, se per ottenere il “bene della vita”, il privato deve rivolgersi necessariamente ad un ente pubblico che a sua volta è facoltizzato o tenuto ad esercitare un potere autoritativo pubblicistico, allora e solo allora, ci si troverà di fronte ad un interesse legittimo da tutelare mediante ricorso dinanzi al T.A.R. e in appello dinanzi al Consiglio di Stato.

Quindi si può dire che la giustizia amministrativa è nata e continua ad esistere per rispondere ad una particolare esigenza del nostro ordinamento, da sempre preoccupato a distinguere la tutela dei diritti soggettivi da quella degli interessi legittimi. Alla luce di questa esigenza si è ritenuto opportuno creare un’autorità giurisdizionale speciale distinta da quella ordinaria, con proprie regole e proprie peculiarità. Il percorso evolutivo di questa parte del nostro sistema istituzionale iniziò con la c.d. “Legge Abolitrice del Contenzioso Amministrativo” del 1865, che per la prima volta rese tutelabile in giudizio gli interessi legittimi, istituendo a tal fine la IV Sezione del Consiglio di Stato. Precedentemente esso svolgeva una funzione meramente consultiva e tecnica e non era un organo giurisdizionale. Fino ad allora, i cittadini che avessero voluto reagire alla P.a., potevano solo presentare istanze di riesame allo stesso organo autore del provvedimento o ricorrere all’organo ad esso gerarchicamente sovraordinato o, infine, nel caso in cui questi due rimedi non fossero esperibili o fossero stati esperiti infruttuosamente, adire alla Corona. Tali rimedi sopravvivono ancora oggi rispettivamente come “ricorso in opposizione”, “ricorso gerarchico” e “ricorso straordinario al Capo dello Stato”, ma sono oramai residuali. Ciò si giustifica anche alla luce della maggiore imparzialità offerta dal giudice amministrativo e in un contesto come il nostro, presieduto dal principio del giusto processo ex art. 111 Cost., è fisiologica una maggiore preferenza per la tutela giurisdizionale.

Detto questo, è bene precisare che nonostante la previsione dell’art. 125 Cost., prima della legge n. 1034 del 1971, i T.A.R. non esistevano. E’ solo con il suddetto intervento che si attua il dettato costituzionale, portando a compimento il processo iniziato nel 1865, volto a creare un sistema giurisdizionale autosufficiente. Come già anticipato, i T.A.R. sono i giudici di prima istanza, la cui sentenza è impugnabile secondo le regole fissate dal Codice del processo amministrativo dinanzi al Consiglio di Stato, che riveste il ruolo di giudice di appello. Esso è suddiviso in sei sezioni di cui due di competenza consultiva e quattro di competenza giurisdizionale. Tale organo svolge, al pari delle Sezioni Unite della Cassazione, anche la c.d. funzione nomofilattica, ossia la funzione di indirizzo e di risoluzione dei contrasti giurisprudenziali volta a garantire un’omogenea applicazione delle norme. Ciò avviene in special modo quando il Consiglio di Stato si pronunci su una questione in Adunanza Plenaria. Si tratta di una seduta alla quale partecipano il presidente del Consiglio di Stato, che la presiede e dodici consiglieri scelti dall’ufficio di presidenza. Ciascuna delle quattro sezioni giurisdizionali apporta quattro consiglieri.

L’Adunanza plenaria non va confusa con l’Adunanza Generale, nella quale si riuniscono tutte le sezioni del Consiglio in casi particolari per deliberazioni in materia consultiva. Il Consiglio di Stato nelle funzioni consultive si pronuncia mediante pareri: facoltativi, obbligatori, vincolanti e parzialmente vincolanti. Sono pareri facoltativi quelli ove è rimesso all’organo richiedente la libertà di richiederli o meno; sono obbligatori quei pareri che l’organo è tenuto a chiedere ma non a rispettare, sono vincolanti quando l’organo è tenuto a chiederli e attenervisi. La norma di riferimento che disciplina il deferimento all’Adunanza Plenaria è l’art. 99 del c.p.a. Esso può avvenire d’ufficio o su istanza di parte e può essere convocata anche dal Presidente del Consiglio di Stato in caso di questioni particolarmente rilevanti. Si parla in tale ultimo caso di ricorso nell’interesse della legge, un meccanismo che si ritrova anche in caso di istanza di remissione alle Sezioni Unite della Cassazione, fattispecie disciplinata dall’art. 139 del codice di procedura civile.

Soffermandoci ora sulla giustizia ordinaria, i giudici della Corte di Cassazione, al contrario dei giudici del Consiglio di Stato, non possono mai entrare nel merito della vicenda processuale. Il loro sindacato attiene ai profili di legittimità delle sentenze al fine di garantire la corretta e omogenea applicazione del diritto (ex artt. 360 e successivi c.p.c.). Ciò si spiega anche alla luce del fatto che in sede civilistica e penalistica oltre ai giudici di primo grado (giudici di pace, tribunali, corti d’assise) ci sono anche dei giudici di secondo grado (Tribunali, in caso di appello proposto contro una sentenza del giudice di pace, Corti d’Appello, Corti d’Appello d’Assise), mentre nell’ambito della giustizia amministrativa sono le singole sezioni del Consiglio di Stato a svolgere il ruolo di giudice d’appello, provvedendo eventualmente a risolvere contrasti interpretativi in sede di Adunanza Plenaria. Per garantire il principio di uguaglianza, il giusto processo, nonché per creare un punto di raccordo tra giustizia amministrativa e giustizia ordinaria l’art. 111 Cost. ammette, eccezionalmente, il sindacato delle sentenze del Consiglio di Stato (e della Corte dei Conti) da parte della Cassazione solo per motivi inerenti la giurisdizione.

In ogni caso, però, sia Cassazione che Consiglio di Stato hanno la possibilità (e in taluni casi l’obbligo) di rivolgersi alla Corte di Giustizia Europea e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre a poter sollevare la questione di costituzionalità dinanzi alla Corte Costituzionale.

 

La tutela dinanzi al G.o e quella dinanzi al G.a.

La competenza del giudice amministrativo (d’ora in poi g.a.) implica l’operatività del Codice del processo amministrativo (c.p.a.) e non del Codice di procedura civile (c.p.c.). Ciò si riverbera sui poteri del giudice. Infatti, il giudice ordinario può conoscere ogni aspetto di una controversia e sebbene sia tenuto a pronunciarsi solo su quanto dedotto in giudizio dalle parti e non disponendo di norma del potere di integrare le prove dedotte in giudizio.

Tale impostazione è fondamentalmente ribaltata in caso di sindacato del g.a., il quale pur avendo a disposizione una vasta gamma di poteri officiosi tali da poter ricercare e acquisire agli atti di giudizio qualsiasi informazione, allo stesso tempo egli è tenuto al rispetto di rigidi limiti al proprio sindacato. Quest’ultimo normalmente deve limitarsi solo ed esclusivamente al profilo della legittimità del provvedimento impugnato. In altri termini, il g.a. non può analizzare nel merito, ossia l’opportunità del potere autoritativo della P.a. convenuta, dovendosi limitare a verificarne la sola legittimità, ossia l’assenza di una violazione di legge, di un eccesso di potere o di un’incompetenza. Tale limitazione si giustifica alla luce del principio di separazione dei poteri, che fa da contrappeso ai principi ex art. 24 e 113 Cost.

In ogni caso, questo divieto di sostituzione alla P.a. ha carattere relativo, visto che la legge può stabilire ipotesi, necessariamente tassative ed eccezionali, in cui il g.a. può sindacare nel merito l’operato della P.a. e nel caso sostituirsi alla stessa con la propria sentenza. In questi casi si parla di giurisdizione di merito, una delle declinazioni della giurisdizione amministrativa, che si affianca a quella standard denominata giurisdizione di legittimità, volta ad ottenere l’annullamento del provvedimento amministrativo illegittimo e una semplice condanna della P.a. al “riesercizio” del suo potere, magari anche secondo delle indicazioni più o meno stringenti, ma mai surrogandosi alla P.a. nell’esercizio delle sue prerogative.

Oggi, a seguito di svariati interventi normativi e giurisprudenziali, le differenze tra tutela dinanzi al g.o. e g.a. si sono fortemente ridotte. Il giudice amministrativo oramai non è più limitato alla semplice azione di annullamento, che pure resta quella più frequente, ma può emettere anche sentenze di risarcimento e finanche di mero accertamento. A ciò si aggiunge anche la notevole espansione della c.d. giurisdizione esclusiva, ossia quelle particolari controversie nelle quali la posizione giuridica privata lesa dalla P.a. è costituita da un inestricabile dedalo di interessi legittimi e diritti soggettivi. In tali casi, per esigenze di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale, la competenza spetta al g.a., che, eccezionalmente e per tutelare il principio di uguaglianza, nella tutela dei diritti soggettivi sarà chiamato ad applicare le norme civilistiche così da garantire la medesima tutela che il privato avrebbe avuto dinanzi al giudice ordinario.

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Leggi e Sistemi Elettorali: Maggioritario

Introduzione

Si definisce “Legge Elettorale” quella legge che regola il Sistema Elettorale di un Paese, ovvero l’insieme delle regole utilizzate per trasformare i voti durante le elezioni in seggi in Parlamento. In altre parole, il Sistema Elettorale è ciò che stabilisce le regole del gioco nelle elezioni democratiche.

Nelle democrazie, il Parlamento è il luogo in cui i nostri rappresentanti, da noi votati, scrivono le leggi che regolano il nostro stato. Per eleggere i membri del Parlamento, gli Stati vengono divisi in tante aree (i collegi o circoscrizioni), in cui si presentano dei candidati. Gli elettori possono votare solamente i candidati del proprio collegio. Coloro che vincono, ottengono dei “seggi” in Parlamento, dove rappresenteranno i cittadini nella stesura delle leggi.

Ma come si stabilisce, nei singoli collegi, chi è il vincitore? E quanti vincitori possono esserci per ogni collegio?

La risposta a queste domande viene data dal Sistema Elettorale.

Possiamo identificare tre grandi famiglie di Sistemi Elettorali:

Maggioritari

Proporzionali

Misti

In questo articolo, ci occuperemo dei sistemi Maggioritari, analizzandone due tipologie fondamentali: i sistemi plurality e i sistemi majority.

Sistema “Plurality”: Uninominale Secco

Un sistema elettorale si definisce maggioritario quando tutti i seggi del collegio elettorale in cui avvengono le elezioni possono essere vinti esclusivamente dal partito o dal candidato che ottiene la maggioranza (assoluta o relativa) dei voti: questi sistemi si basano dunque sul principio del “winner takes it all” (il vincitore prende tutto).

Per capirlo meglio: immaginiamo di dividere l’Italia in tre grandi collegi (Sud, Nord e Isole) e immaginiamo che in ognuno di essi vi siano tre candidati di tre partiti differenti (Destra, Centro e Sinistra). In ognuno di questi collegi può essere eletto un solo candidato:

Come si può’ notare, sia la Destra che la Sinistra avranno dei seggi in parlamento: questo è molto importante, perché implica che il sistema del “vincitore prende tutto” ha effetto solo a livello del singolo collegio (Nord, Sud o Isole), e non del Paese intero (l’Italia). Una conseguenza di ciò è il fatto che il Partito di Centro non abbia vinto neanche un seggio nonostante abbia ottenuto, sommando i risultati di ogni collegio, più voti rispetto alla Sinistra (101 vs 74).

In un sistema maggioritario questo non ha valore, perché ciò che conta è il risultato nel singolo collegio in cui, se non si arriva primi, non si vince nulla.
Questo spiega, ad esempio, il risultato delle elezioni americane del 2016, in cui Donald Trump non ha conquistato il voto della maggioranza degli Americani, ma è riuscito a vincere lo stesso, avendo conquistato la maggioranza dei collegi.

In realtà,  quella appena descritta è solo la forma più semplice di maggioritario. Esistono infatti delle importanti differenziazioni fra i vari sistemi appartenenti a questa famiglia.

Possiamo distinguere tra sistemi maggioritari in cui per vincere è necessaria la maggioranza assoluta dei voti (50%+1), che vengono definiti “majority”, e sistemi in cui per vincere è sufficiente la maggioranza relativa (basta cioè anche un voto in più rispetto all’avversario), che vengono definiti “plurality”.

I sistemi “plurality” prendono solitamente la forma illustrata nell’esempio di prima: Il paese in cui avvengono le elezioni viene diviso in collegi, e ogni collegio elegge un solo parlamentare che occuperà un solo seggio in parlamento. Questa tipologia di collegi viene definita uninominale, e questo sistema elettorale viene definito Single-Member District Plurality (SMDP), meglio conosciuto in Italia come “uninominale secco”.
I sistemi SMDP vengono spesso utilizzati nel Regno Unito e nelle ex-colonie dell’Impero Britannico (fra cui India, USA e Canada)

Sistema “Majority”: Doppio Turno

I sistemi “majority” prendono una forma diversa rispetto ai plurality. Uno dei più comuni sistemi di questo tipo è il sistema elettorale maggioritario a doppio turno. Immaginiamo di applicarlo al nostro esempio:

Mentre sia nel collegio Isole, che nel collegio Sud, i due partiti vincitori hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, lo stesso non è avvenuto nel collegio Nord. Come si procede per scegliere il vincitore in questo collegio?

 

Un esempio celebre dell’utilizzo di questo sistema è dato dalle Elezioni Legislative e Presidenziali Francesi, ma anche dall’elezione dei sindaci in Italia.

Ciò che è interessante notare è il fatto che, pur rimanendo nella famiglia dei sistemi maggioritari, l’essere passati da un sistema plurality a un sistema majority ha cambiato i risultati delle elezioni.

Sistema “Majority”: Alternative Vote

Un’altra forma di majority, meno comune e utilizzata in paesi come l’Australia, è il sistema dell’Alternative Vote (Voto Alternativo). In questo sistema gli elettori, anziché votare per un solo candidato, fanno una classifica delle loro preferenze tra i candidati, come nell’esempio sottostante:

Se il candidato che ottiene il maggior numero di prime preferenze non ottiene la maggioranza assoluta dei voti, avviene un “ballottaggio istantaneo”, cioè senza bisogno di ripetere le elezioni.

Si elimina direttamente il candidato che ha ricevuto il minor numero di prime preferenze, e i suoi voti vengono suddivisi fra gli altri candidati rimasti in gara fino a che qualcuno non ottiene la maggioranza assoluta.

La redistribuzione avviene sulla base delle seconde preferenze. Per esempio, immaginiamo che io voti “Giulia Bianchi” come prima preferenza e “Maria Ferrari” come seconda. Se Giulia Bianchi risulta essere il candidato con meno prime preferenze, viene eliminata dalla seconda riconta dei voti. Poiché la mia seconda preferenza è per “Maria Ferrari”, ed essendo “Giulia Bianchi” stata eliminata, il mio voto sarà contato come una preferenza per “Maria Ferrari”. Se con l’aggiunta di questi voti Maria Ferrari ottiene la maggioranza assoluta, sarà lei a vincere il seggio.

Gli esempi fino ad ora citati, sono tutti casi di maggioritario con collegi uninominali. Esistono però anche maggioritari con collegi plurinominali, in cui vi sono più di un eletto per ogni singolo collegio. Il procedimento non è molto differente rispetto a quello già visto: il partito che ottiene la maggioranza relativa (plurality) o assoluta (majority) conquista tutti i seggi e gli eletti disponibili, siano essi uno (uninominale) o più di uno (plurinominale).

Quelle illustrate fino ad ora sono solo le forme più comuni di maggioritario, ma ne esistono molte altre  (Borda Count, SNTV ecc.) su cui sorvoliamo per semplificare le cose.

Effetti e conseguenze:

Spesso sentiamo dire che i sistemi maggioritari hanno il “potere” di ridurre il numero dei partiti a due (bipolarismo). Come evidenza si utilizza spesso il caso degli Stati Uniti, che presentano un sistema maggioritario e due partiti (Repubblicani e Democratici).

Generalmente parlando, questo è un mito da sfatare.

Moltissimi Paesi che applicano forme di maggioritario puro hanno un vasto numero di partiti (Francia, India ecc.). Questo è determinato da vari fattori, diversi per ogni Paese. In generale però, è possibile identificare alcune condizioni che spiegano perché la connessione fra maggioritario e bipolarismo non è affatto scontata:

1) Sebbene sia vero che il maggioritario avvantaggia i due partiti più grandi, perché hanno entrambi una chance di arrivare primi e vincere tutti i seggi disponibili, questo avviene solo all’interno del singolo collegio, e non del Paese intero. La ragione è molto semplice: non è detto che in tutti i collegi di un Paese i partiti più grandi siano gli stessi. Tornando al nostro esempio, nei collegi Nord e Sud i due partiti più grandi sono la Destra e il Centro, ma nel collegio Isole sono la Destra e la Sinistra. Quindi, il maggioritario avvantaggerà Destra e Centro nel Nord e nel Sud, ma avvantaggerà Destra e Sinistra nelle Isole. Il risultato, è che il sistema che si verrà a creare, per esempio col maggioritario a doppio turno, è un sistema a tre partiti anziché a due. La ragione per cui gli Stati Uniti hanno due partiti è che in ogni singolo collegio i due partiti principali sono sempre gli stessi.

2) Il maggioritario avvantaggia i partiti locali ed etnici. Poiché ciò che conta è arrivare primi nei singoli collegi, e non ottenere molti voti nel Paese intero, un partito che si presenta anche in un solo collegio e arriva primo, prenderà più seggi di un partito che si presenta in tutti i collegi ma arriva sempre secondo. Il secondo partito avrà molti più voti del primo, ma non otterrà neanche un seggio (come mostrato nel primo esempio). Questo avvantaggia molto i partiti locali: In Scozia, per esempio, la maggior parte dei collegi viene vinta dal Partito Nazionale Scozzese (SNP), che però non si presenta nei collegi del resto del Regno Unito. Dunque l’SNP tende a prendere percentuali molto basse a livello nazionale ma riesce ad ottenere molti più seggi in proporzione essendo il primo partito nella maggioranza dei collegi scozzesi. Al contrario i Liberal-Democrats (LD) presentano candidati in quasi tutti il Regno Unito, ma raramente arrivano primi nei collegi: Nelle ultime elezioni i Liberal-Democrats hanno preso l’11.6% dei voti e conquistato appena 11 seggi, mentre l’SNP ha preso solo il 3,9% ma ha conquistato ben 48 seggi. Questo implica che nei paesi più frammentati dal punto di vista culturale, territoriale ed etnico (come l’India), il maggioritario avvantaggerà la formazione di un grande numero di partiti.

3) Un Paese che passa da un sistema proporzionale ad uno maggioritario, non vedrà necessariamente una riduzione nel proprio numero di partiti. Infatti, è molto probabile che un nuovo sistema elettorale non faccia scomparire tutti i vecchi partiti , ma li porti semplicemente ad adottare strategie differenti. Per esempio, all’interno di uno stesso collegio, due o più partiti possono scegliere di formare una coalizione o di supportare gli stessi candidati. In questo modo i piccoli partiti non scompaiono e aggirano lo svantaggio che il maggioritario gli impone. Prova ne è il fatto che, con l’introduzione di una quota maggioritaria nel sistema elettorale del 1994 (Mattarellum), in Italia comparvero le prime coalizioni pre-elettorali e il numero di partiti non si ridusse (anzi, come ha notato Giovanni Sartori, aumentò).

La presenza del maggioritario determina anche diverse strategie da parte dei politici e degli elettori.

In un “uninominale secco“, per esempio, sarà molto comune il fenomeno del “voto tattico“. Prendiamo il nostro primo esempio, e immaginiamo che io sia un elettore del collegio Sud che si sente molto vicino ideologicamente al candidato di Sinistra ma profondamente lontano da quello di Destra. Immaginiamo anche che io preveda, per esperienze passate o a causa dei sondaggi, che il candidato di Sinistra arriverà terzo. Poiché in questo sistema solo il primo vince, e tutti gli altri perdono, e poiché il maggioritario avvantaggia i due candidati appartenenti ai partiti più forti, votando il terzo partito non solo sprecherei un voto (perché il mio partito ha scarsissime possibilità di vincere), ma rischierei anche di far vincere il partito che meno mi piace (la Destra). Mi conviene infatti votare “tatticamente” il partito che ha più probabilità di battere la Destra (nel mio caso, il Centro).

Ciò significa che il sistema elettorale mi ha spinto a votare non per il candidato che preferisco, ma per il candidato che “odio di meno” fra quelli che hanno delle possibilità realistiche di vincere.

In un sistema a doppio-turno il voto tattico è più raro, in quanto si tende a votare al primo turno il candidato che si preferisce. Nonostante ciò, in certi casi, il voto tattico è necessario per evitare che al ballottaggio arrivino due partiti a noi altamente sgraditi. Un caso emblematico è stato quello delle elezioni Presidenziali Francesi del 2002: poiché gli elettori di sinistra non votarono tatticamente e divisero i propri voti fra ben cinque candidati al primo turno, nessun candidato di sinistra raggiunse il ballottaggio, in cui si scontrarono due candidati (uno di destra e l’altro di estrema-destra), entrambi sgraditi all’elettorato di sinistra.

Al voto tattico degli elettori, corrispondono le “candidature tattiche” dei politici. Poiché è sufficiente arrivare primi in un collegio per essere eletti, i leader dei partiti o alcuni candidati di alto profilo che temono di perdere il proprio seggio, possono candidarsi in collegi in cui sono sicuri di arrivare primi, i così detti “Safe seats” (“Seggi sicuri”).

Questa strategia è però un’arma a doppio taglio: concentrare un eccessivo numero di candidati di alto rilievo nei seggi sicuri, significa mettere candidati meno conosciuti nei collegi in bilico, avvantaggiando così il partito avversario.

In conclusione, possiamo notare come i sistemi maggioritari presentino diversi pro e contro.

Fra i pro si annovera sicuramente la loro semplicità: in un sistema maggioritario è molto semplice votare ed è molto semplice contare i voti e tradurli in seggi. In più, in sistemi con un numero limitato di partiti, il maggioritario garantisce in molti casi delle maggioranze stabili ai governi, dando loro più tempo e più forza nel portare avanti le proprie politiche. Il sistema garantisce anche una maggiore rappresentatività dei territori, delle regioni e della “periferia”, favorendo i partiti locali che rappresentano queste aree.

Questi vantaggi hanno però un costo. I risultati del maggioritario privilegiano il territorio e i singoli collegi, ma svantaggiano un grande numero di elettori, i cui voti risultano essere sprecati o ininfluenti. In aggiunta, come abbiamo potuto vedere nei casi precedenti, non sempre i partiti che ottengono più voti vincono le elezioni, creando distorsioni fra il Paese e i suoi rappresentanti. Inoltre, il sistema maggioritario tende a incentivare il voto tattico rispetto al voto che gli elettori vorrebbero dare, svantaggiando molto i partiti più piccoli.

 

 

 

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Il procedimento di formazione del governo

La nascita di un governo prende vita grazie ad una procedura alquanto complessa ed articolata, infatti, l’avvenire di una nuova direzione politica inizia con la cosiddetta “Procedura di Formazione di Governo”. Tale modus operandi viene menzionato, nonché legittimato e regolamentato, nella nostra Costituzione negli articoli 92, 93 e 94. La nascita del Governo della Repubblica è sempre un momento delicato ed è per questo che in tale periodo si vedono un susseguirsi di fasi che sono propedeutiche tra loro.

 

L’articolo 92, più precisamente nel secondo comma, della nostra Costituzione disciplina la Formazione di Governo in maniera semplice e concisa. Il suddetto articolo recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.”

Tale articolo, nella sua purezza, spiega che il Capo dello Stato detiene un ruolo fondamentale per la nascita del nuovo Governo ma al tempo stesso non va a spiegare con quale criterio lo debba scegliere, ed è qui che entrano in gioco le elezioni politiche. La Repubblica Italiana respira all’interno di un sistema democratico e ciò comporta che la rappresentanza politica debba essere scelta direttamente dal popolo tramite delle elezioni libere, corrette e ricorrenti. Il problema, però, si viene a creare nel momento in cui nessun partito riesce ad ottenere in solitaria la maggioranza dei seggi, frutto spesso della combinazione tra legge elettorale scevra da meccanismi atti ad assicurare governabilità, un’alta frammentazione politica – ossia l’elevato numero di partiti presenti – e polarizzazione o salienza dei partiti stessi -ossia l’ideologia del partito che può essere più o meno vicina a quella di un altro partito. Viste le difficoltà nel conseguire la maggioranza, si è istituita una consuetudine costituzionale in forza della quale il Presidente della Repubblica, terminate le elezioni, inizia una serie di colloqui con i vari soggetti di punta dei partiti (segretari, capigruppo parlamentari) nonché sentirà i pareri dei presidenti dei due rami parlamentari e degli ex-Presidenti della Repubblica in quanto nominati senatori a vita. Questa procedura prende il nome di “Fase delle Consultazioni” ed è volta a conoscere le intenzioni e gli orientamenti dei più autorevoli rappresentanti dei gruppi parlamentari con la finalità di individuare una personalità adeguata alla futura maggioranza governativa.

 

Conclusa la prima fase si passa ad una seconda fase dove si affida all’incaricato, ossia il soggetto designato dal nostro Capo di Stato, l’onere di dar vita a una maggioranza parlamentare e di scegliere i Ministri che, con la sua presenza, costituiranno il Consiglio dei Ministri. La prassi vuole che il futuro ed ipotetico Primo Ministro non accetti immediatamente l’incarico ma lo accolga con riserva. Ciò consentirà sia a quest’ultimo di avere un periodo a disposizione durante il quale consulterà i vari partiti e/o movimenti politici per poter strutturare una maggioranza parlamentare adeguata, sia al Presidente della Repubblica di nominare contestualmente il vertice dell’esecutivo e i relativi ministri.

Una volta terminate le precedenti riunioni, l’incaricato si recherà nuovamente dal Presidente della Repubblica ad annunciare la coalizione di Governo e proporre la squadra di Ministri, sulle cui nomine il Presidente della Repubblica eserciterà un controllo di garanzia e non una mera ratifica rispetto alla proposta avanzata dal Presidente del Consiglio. Qualora esistessero dei problemi insormontabili, come l’impossibilità di formare un nuovo Governo, il Presidente della Repubblica può anche decidere – in casi estremi – di sciogliere entrambe le camere o solo una di esse, previa controfirma del Presidente del Consiglio uscente, e di indire nuove elezioni.

 

Se l’incaricato riuscirà a trovare una maggioranza parlamentare adeguata entrerà in scena l’articolo 93, che prevede un Giuramento di Fedeltà da parte dei singoli componenti del Governo dinanzi al Capo di Stato. Questo rito celebrativo creerà, in tal modo, una condizione di legittimità per l’esercizio futuro delle funzioni.

«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione.»

Prima di entrare nell’ultima fase avviene la famosa “Cerimonia della Campanella”, durante la quale il Presidente del Consiglio dei Ministri uscente passa la campanella – ossia lo strumento che si utilizza per dare formale inizio alle riunioni del Consiglio dei Ministri- al neo-Primo Ministro, segnando simbolicamente il passaggio di poteri.

 

Una volta avvenuto il Giuramento e il passaggio della campanella, si entra nell’ultima fase, che vede il Governo presentarsi dinanzi alle Camere per chiedere la loro fiducia. Quest’ultimo passaggio, che viene presentato ed enunciato dall’articolo 94 della nostra Costituzione, deve avvenire entro dieci giorni dal decreto di nomina. Il nostro sistema parlamentare prevede un Rapporto di Fiducia tra Parlamento e Governo. La fiducia viene domandata ab origine ad entrambe le camere con un discorso che viene tenuto dal neo-Presidente del Consiglio, mediante il quale annuncia il programma di governo e la sua linea politica, e dovrà rimanere vigente in ogni sua eventuale futura verifica.

Il voto, sia se positivo sia se negativo, dovrà essere motivato dai gruppi parlamentari e ciò dovrà avvenire per appello nominale cosicché l’onorevole si impegni dinanzi all’elettorato e dimostri la sua visione politica sul nuovo insediamento governativo in maniera plateale. Ovviamente può succedere che la fiducia non venga concessa e pertanto bisognerà ricominciare tutto da capo ripartendo dalla fase delle consultazioni. Qualora invece il Governo ottenesse la fiducia, entrerà in carica con pieni poteri e potrà iniziare il suo operato rimanendo in carica fino a eventuali azioni che possono causare una sua fine anticipata.

 

Come possiamo vedere la procedura di formazione governativa è alquanto lunga e complicata. Sotto ogni fase esistono delle peculiarità che assumono caratteri giuridici e/o politici. Ci troviamo dinanzi a delle fasi e dei rituali che rievocano l’onere della responsabilità delle proprie future azioni e della lealtà nei confronti della Repubblica. La costituzione di un Governo, in un certo senso, è molto simile alla nascita di un essere vivente poiché appena esso inizia a respirare vedrà venire sul suo capo diritti e doveri costituzionali e legislativi nonché obblighi di lealtà nei confronti non solo della Repubblica ma anche nei confronti del popolo Italiano.

 

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Il Rosatellum e il sistema elettorale italiano

Attualmente il sistema elettorale italiano è regolato dalla legge del 3 novembre 2017, n.165, più comunemente nota come legge Rosato o Rosatellum bis, dal nome del deputato PD Ettore Rosato. Il disegno ha ricevuto i voti favorevoli di Partito Democratico, Forza Italia, Lega e Alternativa Popolare, mentre Fratelli d’Italia, le sinistre e il M5S erano fortemente contrari. Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 sono state le prime a svolgersi secondo la legge Rosato.

Il Rosatellum bis prevede un sistema elettorale misto. Sia alla Camera (630 deputati) che al Senato (315 senatori), il 36% dei seggi è assegnato con un sistema maggioritario, e il restante 64% viene ripartito secondo la logica proporzionale. Gli italiani all’estero eleggono proporzionalmente 12 deputati e 9 senatori.

Collegi uninominali e listini proporzionali

Per quanto riguarda la Camera, sono 232 i seggi distribuiti con il sistema maggioritario. Il territorio nazionale è diviso in 28 circoscrizioni, a loro volta suddivise in 232 collegi uninominali, in cui viene eletto il candidato più votato secondo la formula dell’uninominale secco: ogni elettore può scegliere un solo candidato e vince chi ottiene la maggioranza relativa dei voti. In caso di parità viene eletto il candidato più giovane. I restanti scranni (386) sono assegnati proporzionalmente. Da qui la costituzione di collegi plurinominali, in modo che ciascuno esprima un numero di candidati compreso tra 3 e 8.

In ogni collegio plurinominale l’elettore è chiamato a scegliere tra diverse liste di candidati. I listini sono corti (possono contenere da due a quattro nominativi) e “bloccati”, quindi non si può esprimere una preferenza sul singolo candidato. L’assegnazione dei seggi rispecchierà l’ordine in cui i candidati compaiono all’interno della lista stessa.

Le stesse formule si replicano per la composizione del Senato, per cui vengono costituite 20 circoscrizioni (corrispondenti ai territori regionali). 116 senatori sono selezionati con sistema maggioritario mediante altrettanti collegi uninominali, mentre i restanti 193 seggi sono assegnati proporzionalmente in modo che ogni collegio plurinominale esprima da 2 a 8 senatori.

Soglia di sbarramento e parità di genere

I seggi saranno distribuiti solo tra le liste che superano la soglia di sbarramento del 3% a livello nazionale, o del 10% se si tratta di coalizioni. All’interno di una coalizione, un partito che non supera l’1% cede i suoi voti alla coalizione, mentre i voti ai partiti sotto l’1% andranno persi. Il Rosatellum bis non prevede il voto disgiunto: non è possibile votare un candidato all’uninominale e un listino proporzionale a lui non collegato.

Un candidato può comparire in un massimo di cinque collegi plurinominali ed eventualmente in un collegio uninominale. In caso di elezione in più collegi, si intende eletto nel collegio uninominale. Il Rosatellum bis contiene anche una formula per garantire parità di uomini e donne in Parlamento: nei collegi plurinominali i candidati devono comparire nella lista seguendo l’alternanza di genere, mentre nel complesso dei collegi uninominali ciascun genere deve rappresentare tra il 40% e il 60% del totale.