La campagna elettorale per il Senato statunitense

La campagna elettorale per il Senato statunitense costa

Dopo la conclusione della lunghissima campagna Usa2020 – terminata con la vittoria dem nei ballottaggi in Georgia –  abbiamo passato gli ultimi giorni a controllare i dati della Federal Election Commission – la FEC – per capire quanto costa diventare Senatore degli Stati Uniti d’America. La campagna elettorale per il Senato nel 2020 è stata la più costosa di sempre, ma non è detto che chi raccoglie più soldi poi vinca la corsa.

Nel 2020 lo scontro ha visto crescere le cifre raccolte dai candidati in maniera esponenziale, arrivando a superare il limite psicologico di un miliardo di dollari. In particolare, le sole donazioni al candidato democratico in Georgia – Jon Ossof – hanno fatto registrare un totale di circa 140 milioni di dollari: per capirci, nel 2000 il candidato alla presidenza Al Gore aveva raccolto solamente 133 milioni di dollari.

Per capire quanto costa diventare Senatore degli Stati Uniti d’America bisogna guardare la lista prodotta dalla FEC che classifica i primi 50 candidati in ordine di somme raccolte: il più basso risultato è di circa 6 milioni di dollari, escludendo per ovvie ragioni i candidati indipendenti o di partiti minori.

Il sito della FEC fornisce la lista di tutte le donazioni ricevute dai candidati del 2020. I primi dieci per totale complessivo di dollari raccolti sono i democratici Ossof (GA), Warnock (GA), Harrison (SC), Sally (AZ), McGrath (KY) e Gideon (ME); i repubblicani in lista invece sono Graham (SC), Perdue (GA), Loeffler (GA) e McConnell (KY). I candidati democratici hanno raccolto complessivamente poco meno di 700 milioni di dollari, mentre quelli repubblicani circa 400. Come abbiamo già scritto, la campagna elettorale per il Senato statunitense costa, ma mai era costata così tanto.
Anche se molti democratici figurano nella lista dei paperoni, alcuni di loro hanno comunque perso la sfida per un seggio al Senato: in Kentucky, l’ormai ex-leader di maggioranza repubblicano Mitch McConnell ha vinto agilmente con il 57,8% dei voti contro la democratica Amy McGrath nonostante quest’ultima avesse raccolto circa 20 milioni in più di dollari; lo stesso è capitato al democratico Jamie Harrison in South Carolina: dopo aver raccolto ben 132 milioni di dollari ed aver staccato il suo contendente di circa 20 milioni, ha perso la corsa contro il repubblicano Lindsey Graham che è stato riconfermato con il 54,5% dei voti. Insomma, la campagna elettorale per il senato statunitense costa, ma i sodi non sono l’unico problema.
Secondo i dati della FEC, i 10 migliori candidati fundraiser nel 2020 hanno raccolto circa il doppio della cifra raccolta dai 10 migliori candidati nel 2018; la Georgia è lo Stato ad aver raccolto più fondi per il Senato: il totale raggiunto dai due candidati democratici Warnock e Ossof, insieme ai repubblicani Loeffler e Perdue, ammonta a circa 446 milioni di dollari, molto vicino al totale delle donazioni per Bush e Gore durante la campagna del 2000 che invece ammontava a poco più di 494 milioni di dollari: un bel salto in avanti vista la differenza fra le due elezioni.
La maggior parte delle donazioni è stata registrata nell’ultimo periodo di campagna a causa dei due ballottaggi in Georgia che hanno ottenuto rilevanza nazionale per il risultato complessivo del Senato che ha fatto sperare fino alla fine i democratici in una vittoria che poi è arrivata in entrambi i seggi del Peach State.

 

 

 

 

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Le reazioni politiche all’apertura della crisi di Governo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La reazione austriaca al terrorismo di matrice religiosa

Mercoledì 16 dicembre, il Governo austriaco ha presentato le prime misure del nuovo Anti-Terror Paket. Questo pacchetto, fortemente voluto dal Governo Kurz, introduce una serie di misure volte a contrastare il terrorismo di matrice religiosa e di estrema destra sul suolo austriaco.

L’antefatto: l’attentato di Vienna

L’Anti-Terror Paket è una diretta risposta agli attentati che hanno scosso Vienna lo scorso 2 novembre, quando un estremista islamico aveva seminato il terrore nel centro cittadino, uccidendo quattro passanti.

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Pochi giorni dopo l’attentato del 2 novembre, il Governo aveva già annunciato l’intenzione di introdurre nuove misure volte a contrastare ogni possibile atto di terrorismo. Le dichiarazioni avevano fatto particolarmente discutere per l’intenzione di introdurre il reato di Islam politico, come vi avevamo già spiegato in questo articolo.

Il contenuto del pacchetto antiterrorismo

Sono diverse le misure che il pacchetto antiterrorismo mira a introdurre. In primo luogo, la creazione di un registro dei soggetti pericolosi. Questa misura ha l’obiettivo di limitare la vendita di armi a questi soggetti, impedendo allo stesso tempo che gli iscritti al registro possano lavorare nell’ambito della sicurezza.

Altra misura, che riguarda sempre i soggetti pericolosi, è quella della sorveglianza elettronica. Non sarà applicata in modo indiscriminato, assicurano dal governo. Verrà applicata a colo che, usciti di prigione, verrano riconosciuti come ancora potenzialmente pericolosi dai tribunali.

Colonna portante del pacchetto è certamente l’introduzione del reato di estremismo con matrice religiosa. Si tratta di una formula neutrale, che sostituisce l’idea iniziale di introdurre un più specifico reato di Islam politico, che rimane per ora solamente sullo sfondo del dibattito.

Le moschee che verranno identificate come luogo di possibile radicalizzazione verranno chiuse tempestivamente, mentre verrà introdotto un registro degli Imam.

Infine, si punta a creare una banca dati più efficace, con un maggior dialogo tra le istituzioni e i servizi di sicurezza, per realizzare una prevenzione sempre più efficace.

 

L’iter di approvazione e le reazioni di partiti e opinione pubblica

Il pacchetto di misure presentato mercoledì passa ora al vaglio delle istituzioni competenti e, successivamente, al Parlamento austriaco per l’approvazione definitiva.

Nel frattempo, i partiti e l’opinione pubblica si dividono sulle proposte.
La sinistra di SPÖ si muove con cautela, sottolineando gli aspetti su cui si trova d’accordo. Più critici i liberali centristi di NEOS, che parlano di misure prese troppo in fretta;  per l’estrema destra di FPÖ invece, le misure prese non sarebbero abbastanza dure. Amnesty International si dice preoccupata per una legge che rischia di violare i diritti umani, mentre la comunità musulmana austriaca critica l’inasprimento delle misure già esistenti.

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Sondaggi Demopolis: Calenda e Bertolaso i candidati più apprezzati dagli schieramenti per Roma

Big Tech

Quale futuro per le Big Tech americane?

È di pochi giorni fa la notizia che ha visto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America intentare causa nei confronti di Alphabet, l’azienda che controlla Google. Il Governo accusa il famoso motore di ricerca di esercitare un monopolio sugli altri concorrenti, mantenendo una posizione dominante grazie ad accordi illegittimi con terze parti. Il contenzioso sarà gestito dal tribunale federale di Washington; sarà l’iniziativa governativa più rilevante nei confronti di una Big Tech del settore tecnologico degli ultimi decenni.

Non solo Alphabet, le altre Big Tech

Negli ultimi anni Google ha già dovuto affrontare diversi processi sia per le sue condotte illecite sul mercato, sia per alcune controversie relative alla privacy degli utenti. La Commissione Europea, ad esempio, ha già multato il colosso per un totale di 8,2 miliardi di Euro nel corso degli anni.

Tra i Tech Giants però, Google non è stata la sola ad avere problemi di questo tipo. A Luglio alcuni importanti CEO come Jeff Bezos di Amazon, Tim Cook di Apple, Mark Zuckerberg di Facebook (oltre a Sundar Pichai di Google) sono apparsi davanti al Panel Antitrust della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti. Questo poker di multinazionali insieme ha un valore superiore ai cinquemila miliardi di dollari. Al termine di un’indagine durata oltre un anno alcuni Deputati americani bipartisan hanno chiesto agli Amministratori Delegati di queste società di rispondere alle loro domande. Dal canto loro, gli “imperatori dell’economia online” hanno utilizzato il patriottismo (il famoso “american dream“) come arma maestra per difendersi dalle accuse. L’inchiesta ha portato ad esaminare circa 1,3 milioni di pagine di documenti e , per ora, alla produzione di centinaia di ore di audizioni ed incontri a porte chiuse. Nel corso delle udienze, un avvertimento particolare è arrivato direttamente da Mark Zuckerberg: “Se il modello tecnologico americano non vincerà, un altro lo farà”. Ai posteri l’ardua sentenza.

Cosa preoccupa il Governo

Il potere delle Big tech è cresciuto enormemente negli ultimi anni. Queste società risulterebbero addirittura capaci di indirizzare le scelte politiche all’interno di singole nazioni, cambiando il corso della storia. Lo scandalo Cambridge Analytica riguardo Brexit e presidenziali USA 2016 ne sono esempi lampanti. Le pratiche monopolistiche e anti-competitive adottate da questi giganti starebbero inoltre uccidendo la concorrenza all’interno dei diversi settori. In aggiunta, grazie ai diversi scandali che ne hanno accompagnato l’attività negli ultimi anni, l’immagine di queste compagnie agi occhi dell’opinione pubblica si è deteriorata velocemente. Il tutto ha reso deputati e senatori più sensibili ai problemi generati dal settore. Una parte del Congresso degli Stati Uniti guarda a questo punto la Silicon Valley con sospetto.

L’esito delle prossime elezioni

Il presidente Donald Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden condividono una diffidenza comune nei confronti della Big Tech. Indipendentemente da chi sarà vincitore il 3 novembre, in futuro il controllo antitrust delle più grandi aziende tecnologiche statunitensi dovrebbe essere mantenuto o addirittura intensificato.

Prima della storica udienza dello scorso 29 luglio era stato lo stesso presidente Donald Trump a tuonare impetuoso, dichiarando: “Se il Congresso non riesce a portare correttezza e onestà nelle Big Tech, cosa che avrebbe dovuto fare anni fa, lo farò io con dei decreti”. Le diatribe di Trump con Facebook e Google (ma non solo) sono ormai note, viste le sempre maggiori correzioni e censure ai contenuti del presidente americano.

Se sarà Joe Biden a conquistare la presidenza, avrà l’opportunità di plasmare i rapporti tra Casa Bianca e Big Tech. Sicuramente molte pressioni gli verranno fatte dall’ala progressista del Partito Democratico, che ne chiede lo scioglimento e una regolamentazione più stringente. Resta però il profilo di Kamala Harris quello più interessante da analizzare. Nel corso del tempo la senatrice della California non si è mai sbilanciata accusando i Big Tech in maniera frontale. Al contrario, ha affermato a più riprese che ai giganti della tecnologia dev’essere consentito di crescere ed affermarsi “senza ostacoli”. Nessun vicepresidente prima di lei avrebbe stretto rapporti così forti con questo mondo. Alcuni critici tecnologici temono che l’amministrazione Biden possa tornare a quell’approccio amichevole che ha caratterizzato l’amministrazione Obama. Bisogna, a dover di cronaca, ricordare che il team di Biden attinge attivamente a cospicue donazioni dei leader del settore tecnologico.

Il futuro delle Big Tech

Big Tech

Ad oggi nessuna mossa concreta è stata fatta  “per non influenzare l’esito delle elezioni”, come ripetuto ai giornalisti dallo stesso Presidente Trump. La sottocommissione antitrust alla Camera, concludendo il suo rapporto, si è espressa in un giudizio molto marcato: “ Le quattro grandi aziende da coraggiose startup si sono ormai trasformate nel genere di monopoli che, per l’ultima volta, abbiamo visto nell’era dei baroni del petrolio e dei magnati delle ferrovie” e ancora “Sebbene queste aziende abbiamo portato chiari benefici sociali, il loro dominio ha avuto un costo”. Quello a cui ci si riferisce è l’abuso della loro posizione dominante sulla frontiera digitale. Questo dominio è così esteso da apostrofare questi giganti come autoproclamati “gatekeeper”, guardiani di prezzi e regole per il commercio.

Le critiche ai leader tech arrivano in realtà da tutti i colori politici, ma i provvedimenti correttivi da adottare non hanno ricevuto un appoggio unanime. Le divergenze però non potranno ancora durare per molto. Dopo le elezioni, il lancio di nuove legislazioni e campagne bipartisan contro Big Tech non potrà essere ulteriormente frenato o rinviato. Il lavoro dei deputati compie passi avanti nel mettere nel mirino le aziende, ponendo le basi e fornendo argomentazioni per le prossime riforme. Di certo, con il loro immenso potere, le Big tech non staranno a guardare e si adopereranno per agire prontamente. Chi vincerà la battaglia tra queste Oligarchie digitali e il Governo americano?

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Oslo si batte per la tutela dei valori europei

L’UE temporeggia e non prende provvedimenti verso alcune decisioni politiche controverse adottate da paesi come Polonia e Ungheria. Dall’alto della sua collocazione geografica è la Norvegia, uno stato non membro, a tutelare i valori Europei. I limiti del Soft Power adottato da Bruxelles iniziano a farsi sentire?

Il rapporto della Norvegia con l’UE

La Norvegia non è formalmente un paese membro dell’Unione Europea; il popolo norvegese si è espresso in maniera contraria all’adesione nel 1994. Nonostante ciò, il paese scandinavo è comunque entrato a far parte del mercato unico europeo grazie all’adesione al famoso SEE (accordo sullo spazio economico europeo). Questo patto ha fra i suoi obiettivi la riduzione delle disparità economiche tra gli attori firmatari. È per questo motivo che il governo norvegese è vincolato a versare ingenti somme di denaro a quindici paesi membri dell’Unione (quelli economicamente più deboli), tra cui Ungheria e Polonia. Negli ultimi anni però gli standard richiesti da Oslo per accedere ai fondi erogati sono diventati sempre più rigorosi e stringenti, soprattutto in materia di diritti umani.

Diversi modi di agire

La Norvegia non condivide l’utilizzo dei mezzi “soft” con cui Bruxelles continua a trattare le violazioni dello stato di diritto in casa propria, con particolare riferimento ad Ungheria e Polonia. Mentre slitta l’attivazione del nuovo meccanismo sanzionatorio previsto della Commissione Europea, il governo di Oslo ha deciso di agire nei confronti di Budapest e Varsavia. Circa 400 milioni di euro destinati ai due Paesi dell’ex blocco sovietico sono stati bloccati e congelati. Questa decisone è stata presa a fronte delle violazioni dell’indipendenza dei giudici e dei diritti della comunità LGBTQ attribuite ai due paesi.

I precedenti

Il governo norvegese, in carica dal 2013 e guidato da Erna Solberg (Partito Conservatore), ha sospeso l’erogazione delle sovvenzioni già diverse volte negli ultimi anni.
La prima volta nel 2014, quando la Norvegia decise di sospendere tutte le sovvenzioni dirette all’Ungheria (214 milioni di euro) per i successivi sette anni. Il motivo? Il governo del primo ministro ungherese Viktor Orbán aveva tentato di usare i soldi violando le regole stabilite dal sistema delle sovvenzioni. A febbraio di quest’anno invece Oslo ha congelato l’erogazione di 65 milioni di euro destinati a finanziare un progetto relativo a tribunali e carceri polacche. Questo blocco è avvenuto a causa della sempre più marcata perdita d’indipendenza del potere giudiziario in Polonia. A settembre, inoltre, la Norvegia ha escluso da un programma di circa 100 milioni di euro le città polacche che lo scorso anno avevano vietato “l’ideologia LGBT”, definita “peggiore del comunismo” da alcune autorità locali.

Il clima odierno

Il governo norvegese ha affermato di aver esaminato i valori stabiliti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Successivamente, ha giudicato le dichiarazioni polacche sulle zone libere da LGBTQ incompatibili con tali valori. Oslo ha fatto “in piccolo” quello che l’Europa discute da anni: creare un meccanismo sanzionatorio che comporti il congelamento dei fondi europei per i paesi membri che violano lo stato di diritto. Le violazioni di Polonia e Ungheria sono state accertate dai giudici europei rispettivamente nel 2017 e nel 2018. Ad oggi però i governi di Varsavia e Budapest non hanno mai subito alcuna considerevole ripercussione. Il Soft Power adottato dall’Unione Europea, in questi casi, sembra non dare i risultati auspicati.