CHIAMATEMI IL PRESIDENTE – i poteri straordinari agli esecutivi europei, al di là dell’Ungheria

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Uno spettro si aggira per l’Europa: è quello dell’autoritarismo. Il nemico giurato dell’occidente democratico contemporaneo (almeno all’interno dei propri confini) ha prepotentemente ricordato a tutti di essere tutt’altro che storia passata, riuscendo lui solo dove gli altri hanno fallito: scalciare il coronavirus dalle prime pagine della cronaca, anche se solo per un momento. Il caso ungherese, ampiamente riportato e analizzato anche su queste pagine, è giustificato dal presidente magiaro con la necessità di dotare il Potere, al tempo della crisi, di strumenti capaci di contrastarla. Tuttavia, al di là delle numerose critiche internazionali ricevute sulle modalità, il governo racconta nei fatti una verità che è già realtà. Ecco che diventa importante studiare il rafforzamento dell’esecutivo negli altri paesi europei, nelle sue modalità e soprattutto nelle sue differenze con il modello Orban.

Le costituzioni nazionali, così come molti trattati internazionali, contengono in loro stesse strumenti di carattere emergenziale che permettono ai governi di sospendere delle libertà personali, politiche o economiche per un tempo limitato. Azioni, queste, normalmente considerabili lesive dei diritti del cittadino. Questi poteri, che non sono il porre una nazione in quarantena in sé, ma gli strumenti atti a tale scopo (limitazione della libertà di circolazione, potere di chiusura delle attività economiche, limitazione ai diritti di privacy, etc…) vengono, nei paesi europei, sottomessi almeno sul lungo termine all’approvazione dei parlamenti, i quali confermano o revocano tale scelta regolarmente (ad esempio: lo stato d’emergenza spagnolo verrà rinnovato quindici giorni in quindici giorni, i poteri speciali al governo britannico di sei mesi in sei mesi).

Anche la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (ECHR) prevede, all’articolo 15, la possibilità per gli stati di proclamare uno “stato di emergenza” per il periodo strettamente necessario: a questa hanno fatto appello stati con fondamenta democratiche più fragili in cerca di legittimità o che non trovano nelle proprie costituzioni gli strumenti necessari, come Romania e Moldavia. La Francia ha poi approvato lo stato di emergenza per un periodo di due mesi.

E da noi? E’ il Consiglio dei Ministri che decreta direttamente e senza vaglio parlamentare lo stato d’emergenza, ai sensi della legge n. 225 del 1992 sulla protezione civile, rimanendo tuttavia il governo sotto vincolo fiduciario delle Camere. Per l’emergenza COVID-19 esso è stato varato, per sei mesi, il 31 gennaio 2020. In Italia è lo strumento del decreto legge, abusato in alcune circostanze ma di per sé pensato per urgenti necessità, a fungere da strumento principe dell’esecutivo. In questa emergenza è tuttavia elemento di novità l’utilizzo di DPCM in riferimento a un DL originario, così da predisporre con adeguata rapidità un’impalcatura legislativa. La situazione emergenziale, inoltre, ha evidenziato delle tensioni storiche del nostro paese: quelle tra governo ed enti locali. La confusione insita in merito nel nostro ordinamento, specie a seguito della riforma del titolo V, ha mostrato il fianco a numerose criticità.

La prima conclusione che si può trarre è che il rafforzamento dell’esecutivo ed il bilanciamento libertà/necessità sono tratti comuni a tutti i paesi europei; la seconda è che la distanza tra questi ultimi e il caso ungherese è molta, segnata da due profondi solchi: la limitazione temporale, come nei casi francese, inglese e spagnolo, e il vincolo di fiducia con il parlamento, come nel Bel Paese.

Ma per quanto durerà tutto questo? Sarà interessante osservare se, come successo per il US Patriot Act seguito all’11 settembre 2001, passerà l’emergenza ma non lo strumento, se l’eccezione diventerà normalità. Considerando gli alti livelli di gradimento riscontrati presso l’opinione pubblica per le misure restrittive, nelle democrazie occidentali potrebbe verificarsi una restrizione dei diritti di privacy, come successo appunto negli US a seguito dell’Undici Settembre. Inoltre, il globale arretramento dei diritti individuali in favore della sicurezza consegnerebbe i paesi che di questi ultimi fanno parte organica della propria identità ad una condizione internazionale di ancor più difficile solitudine.

Uno spettro si aggira per l’Europa.

Nato nel 1998 ad Alessandria, studio Relazioni internazionali all'Università La Sapienza di Roma e faccio parte del direttivo di MSOI Roma

Politica internazionale, geopolitica e strategia sono la mia passione fin da ragazzo. Mi hanno portato a viaggiare, studiare, imparare. Sono il mio passato, il mio presente e voglio che siano anche il mio futuro.

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