Coronavirus, scontro tra Stato e Regioni: cosa sta succedendo e cosa prevede il nostro ordinamento

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E’ durato poco il clima sereno tra il Primo Ministro del Governo giallo-rosso ed il Governatore leghista della Lombardia. Mentre da giorni salgono i casi di contagio da Coronavirus accertati in Italia, divampa la polemica stato-regioni sulla gestione dell’emergenza. Non certo uno scenario rassicurante in un paese in emergenza sanitaria e con la sanità regionalizzata. Vediamo nel dettaglio cosa sta succedendo.

Sanità in Italia: il nostro ordinamento.

Per comprendere appieno l’oggetto del contendere è bene premettere quanto prevede il nostro ordinamento in materia di sanità.

Innanzitutto, dal 2001 la tutela della salute nella nostra Costituzione è materia concorrente. Ciò significa che lo Stato si limita alla definizione di normative comuni per garantire uniformemente standard minimi di assistenza sanitaria sul territorio nazionale mentre spetta alle regioni garantire il governo e la spesa per raggiungere questi obiettivi.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è amministrato quindi non solo dal Ministero della Salute ma anche dal Consiglio Superiore di Sanità, di cui fa parte anche l’Istituto Superiore di Sanità, ed i servizi sanitari regionali (ASL, Aziende Ospedaliere, Regioni e province autonome).

Non è tutto. In caso di emergenze sanitarie ed igiene pubblica, possono adottare ordinanze contingibili ed urgenti il Ministro della Salute, il Presidente della Giunta Regionale ed il Sindaco, questi ultimi limitatamente alla propria competenza territoriale, in quanto autorità sanitarie locali.

Tornando alla Costituzione, sempre il Titolo V, che contiene la ripartizione delle competenze, attribuisce un potere sostitutivo al governo sulle competenze di tutti gli organi degli enti locali se sussistono particolari condizioni. Tra queste, il caso di “pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica” e la necessità di “tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. Ed è proprio a questo cui si riferisce il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quando parla di avocare a se i poteri delle regioni.

La polemica

Che fosse necessario trovare una prassi collaborativa nella gestione dell’emergenza era chiaro fin da subito. Due giorni dopo il primo caso, l’OMS aveva chiesto al nostro Governo che fosse il Ministero della Salute a dichiarare i numeri dei casi di contagio e non le singole autorità locali.

Nei primi giorni, sono stati gli stessi Presidenti di Lombardia e Veneto a chiedere al Governo centrale l’adozione di misure uniformi per le zone focolaio e quelle più a rischio del territorio nazionale. Tanto è vero che le ordinanze a valenza regionale han sempre portato la doppia firma del Ministro della Salute Roberto Speranza e del governatore del territorio oggetto del dispositivo.

Tuttavia alcune ipotesi paventate da altri amministratori locali si sono concretizzate nei giorni successivi. Il caso più eclatante, riguarda certamente la regione Basilicata, in cui il governatore forzista Vito Bardi prevede la quarantena per chi proviene da Lombardia e Veneto (più volte ridimensionata fino a circoscriversi agli studenti fuori sede residenti in Basilicata). Volontà analoghe erano emerse in Calabria, in Molise e nelle Marche. Emessa e poi annullata dal Prefetto di Napoli, l’ordinanza del 23 febbraio del Sindaco di Ischia.

“Servono misure coordinate” ha dichiarato il Primo Ministro, invocando la possibilità di avocare a se i poteri delle autorità locali. Un’invocazione apparentemente volta all’ammonimento degli amministratori che in queste ore stanno pensando ad ordinanze restrittive in zone lontane dai focolai. Una dichiarazione che appare però troppo ravvicinata all’accusa di Conte stesso per l’Ospedale di Codogno (in cui si era recato due volte il cosiddetto “Paziente 1” prima che venisse sottoposto al tampone) che, a suo parere, non avrebbe rispettato i protocolli.

La reazione del Governatore Fontana

Fontana sbotta. A suo parere i protocolli sarebbero stati rispettati alla lettera essendo che il protocollo in oggetto prevedeva di sottoporre al test solo chi fosse da poco rientrato dalla Cina e presentasse i sintomi tipici del contagio. Respinge al mittente le accuse bollandole come “Ignobili e irricevibili”. Seguono dichiarazioni corali di diversi altri governatori che difendono l’operato delle rispettive regioni (Bonaccini, Toti, Cirio, Zaia).

 

E’ in mattinata però che il governatore lombardo perde davvero le staffe. Nella teleconferenza tra governo e regioni, Fontana abbandona la videochiamata in polemica col governo. Passano diversi minuti prima di ristabilire la comunicazione con Roma ma fortunatamente quella è l’occasione di ricomporre i dissensi.

La polemica si chiude infatti con una decisione unanime. Le regioni dovranno trasmettere entro sera le proprie volontà in merito ai provvedimenti da adottare. Spetterà poi al governo il compito di uniformarle per tutte le cosiddette “zone gialle” ovvero le zone a rischio contagio lontane dai focolai.

Le misure così uniformate dovrebbero essere comunicate alla stampa a partire da questa sera nella speranza che si arrivi il prima possibile al contenimento dei casi di contagio.

Lombardo DOC, appassionato di sistemi elettorali, movimenti sociali, geografia politica e studi sulle diseguaglianze.
Studia scienze politiche all'Università degli Studi di Milano e collabora con diverse testate online.
A tempo perso suona il violoncello e gira per scuole e bar per avvicinare i più lontani alla sua principale passione: la politica.

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