Cronache di metà legislatura, Episodio 1: i voti e i flussi

voti metà legislatura

Un sondaggio svolto da Ipsos per il Corriere della Sera ci permette di fare il punto sulla politica nostrana di inizio 2021 e di osservare i voti a metà legislatura.

Tanto le elezioni del 2018 quanto le elezioni europee del 2019 sono state un punto di svolta per l’Italia. Si tratta infatti delle elezioni che hanno visto il maggior risultato mai riscosso rispettivamente da Movimento 5 Stelle e Lega. Al contempo tali elezioni hanno segnato l’inizio del declino di tali partiti e da ultimo dell’ascesa di Fratelli d’Italia.

Le ultime due elezioni ed i sondaggi odierni

Le elezioni del 2018

Alla vigilia delle elezioni la domanda che tutti si facevano era: il centrodestra avrà i numeri per governare? La risposta fu no: la coalizione ottenne un deludente 37%.

Il vero vincitore delle elezioni fu il Movimento 5 Stelle: con il 32,68% dei voti divenne il primo partito in Italia e gli si prospettava un futuro da “pilastro della legislatura”. Il grande sconfitto fu invece il Partito Democratico: da partito di maggioranza divenne il secondo partito perdendo però un quarto dei voti in termini assoluti, il 6,67%.

Nel purgatorio del centrodestra, prima coalizione con il terzo, quarto ed il quinto partito, vi furono un vincitore e uno sconfitto interni: Salvini e Berlusconi. Inaspettatamente la Lega strappò il titolo di primo partito della coalizione con il 3,35% di scarto su Forza Italia, conferendo così a Salvini il titolo di leader della coalizione detenuto da Berlusconi sin dal lontano 1994.

Le europee del 2019

A seguito delle elezioni del 2018 si formò una maggioranza inaspettata: Movimento 5 Stelle e Lega formarono il governo Conte I. Sotto tale maggioranza i rapporti di forza tra i due partiti di governo si invertirono clamorosamente, infatti considerando anche gli astensionisti, le schede bianche e quelle nulle, la situazione che si delineava nel 2019 era la seguente:

La coalizione di centrodestra era saldamente in testa: la Lega era (contando solo i voti validi espressi in Italia) al 34,33%, Forza Italia all’8,79% e Fratelli d’Italia al 6,46%. In totale pesavano per il 49,59%.

Il Movimento 5 Stelle era al 17,07%, le forze componenti il Governo Conte I ammontavano al 51,41%.

Il centrosinistra era infine unito all’opposizione, con il PD al 22,69% e gli altri partiti sommati al 7,12% per un totale del 29,81%.

La situazione odierna

Da allora il Governo Conte I ha lasciato spazio al Conte II, le cui forze (PD, M5S, LeU, IV, Altro CSX) oggi pesano complessivamente il 45,85%.

Il centrodestra ha mutato profondamente i propri equilibri: oggi è unito all’opposizione con la Lega che vanta il 23,54%, Fratelli d’Italia il 16,01% e Forza Italia il 9,26% per un totale del 48,81%.

Il centrosinistra, sempre ed inevitabilmente a trazione PD nonostante le scissioni, pesa oggi complessivamente il 32,86%, di cui 29,82% al governo (PD 20,15%, LeU 3,01%, IV 3%, altri 3,66%) ed il 3,04% di Azione all’opposizione.

Il Movimento 5 Stelle infine ha visto decadere il proprio capo politico senza aver ancora trovato un sostituto (principalmente a causa della pandemia) ma nonostante ciò rimane piuttosto stabile al 16,02%.

L’astensionismo pare essere invece in calo di ben 5 punti percentuali: dal 45,92% al 40,52%.

Flussi elettorali

Secondo il sondaggio qui analizzato, oggi solamente il 66,79% degli elettori confermerebbe il proprio voto (o non voto) delle europee, come si può vedere dal grafico vi è stata infatti una grande mobilità, la quale sta diventando ormai una costante nella politica italiana.

Lega

A seguito delle elezioni legislative il partito di Salvini riuscì a mantenere ben l’81% dei propri consensi (sempre sondaggi Ipsos), inoltre strappò il 22% dei consensi di FdI (lo 0,68% degli aventi diritto di voto), ben il 30% dei voti di Berlusconi (il 2,96% degli aventi diritto al voto) ed il 14% dei voti del M5S (3,23%). Contrariamente a quanto si crede comunemente non è stato tanto Salvini a svuotare il M5S quanto, come vedremo, l’astensionismo.

Dal 2019 La Lega è passata in questi due anni scarsi dal 18,57% (sempre tenendo conto anche degli astenuti) al 14%. Di questo 14%, 11,75% aveva votato Lega già alle europee, e 1,42% viene da chi invece non votò. Verso l’astensionismo se ne è andato però il 2,36%, mentre ben il 3,38% è andato verso FdI.

Come sottolineato da molti analisti, il fenomeno Salvini ricorda da vicino il fenomeno Renzi: una sovraesposizione mediatica accompagnata dall’aver individuato la parola del momento li ha portati al potere, la stessa sovraesposizione mediatica ed il non riuscire ad andare oltre il proprio cavallo di battaglia li ha resi noiosi agli occhi degli elettori. Nel mezzo, la prova di governo ha disilluso la parte di popolazione rimasta affascinata dai toni forse troppo promettenti della fase ascendente. Un film già visto.

Partito Democratico

Tra 2018 e 2019 i democratici sono riusciti a tornare sopra la soglia psicologica del 20%, sicuramente anche grazie al cambio di segreteria data l’ampia impopolarità dell’ormai ex segretario Renzi. Nonostante ciò una grande fetta dei propri elettori del 2018 (il 22%, ovvero il 2,92% del corpo elettorale) è andata verso l’astensionismo e solo il 61% (8,08%) ha confermato la propria scelta. Ciò che ha risollevato le sorti del Partito Democratico è stato infatti l’afflusso di voti dagli altri partiti: il 25% dell’elettorato di LeU (0,6% degli aventi diritto al voto), il 25% dell’elettorato di +Europa (0,45%), il 3% dell’elettorato pentastellato (0,69%) ed il 4% dell’elettorato di Forza Italia (0,4%).

Dalle europee il PD è rimasto fondamentalmente stabile passando dal 12,27% all’11,99%. Il flusso in uscita più importante è verso il non voto (1,46%) da dove viene però anche il flusso in entrata più consistente (2,48%).

Probabilmente questo partito ha nella figura del segretario Zingaretti la sua forza ed il suo limite: da una parte essendo tale figura molto meno divisiva di Renzi gli elettori delusi degli altri partiti non si fanno troppi problemi a votare PD, dall’altra lo scarso entusiasmo che suscita rende difficile mobilitare la propria base e generare l’entusiasmo necessario ad uscire dalla palude del 20/22% in cui si trova.

Con riguardo allo stallo in cui si trovano i democratici vi è da fare un’ulteriore riflessione: nonostante le aspirazioni maggioritarie sotto cui è nato tale partito, pensare che esso possa competere da solo contro il centrodestra appare oggi semplicemente utopico. Se da una parte il PDL si è sciolto per fare spazio ad una coalizione, dall’altra i democratici sembrano rimasti al sogno bipartitico dal sapore americano di Veltroni, eppure dal 2007 sono passati 14 anni: probabilmente il problema è anche strutturale.

Movimento 5 Stelle

Come già accennato, tra 2018 e 2019 i flussi di voto in uscita dal Movimento 5 Stelle verso gli altri partiti non sono stati troppo rilevanti. Certo, il 14% sono andati verso l’allora alleato di governo Salvini, ma questi non sono nulla se paragonati al 41% andati verso l’astensionismo: una disfatta, il 9,46% degli aventi diritto al voto in Italia ha votato M5S nel 2018 e si è astenuta nel 2019. Certamente tale dato è gonfiato dalla minore affluenza tipica delle europee rispetto alle legislative, ma la seconda perdita più rilevante verso l’astensionismo è stata tra i partiti maggiori (i minori soffrono la soglia di sbarramento alta in tali elezioni) del 22%.

Nei due anni seguenti invece nonostante la leadership mancante, il M5S è passato dal rappresentare il 9,23% del corpo elettorale al 9,53%, di cui però solo 5,77% avevano già votato tale lista alle europee. Come per il PD i flussi più rilevanti tanto in uscita (2,02%) quanto in entrata (3,03%) sono quelli verso il non voto.

Anche qui come nel PD si assiste ad uno stallo: l’esperienza di governo, l’ottenimento di certi risultati e l’accantonamento di certe battaglie fanno pensare che il Movimento del 2013 abbia quasi esaurito la sua funzione storica, e non a caso in questa fase tanto Grillo quando Di Maio stanno venendo messi ai margini. Se il peculiare esperimento politico in questione ha un futuro appare oggi quanto mai incerto, sicuramente molto dipenderà da chi sarà il nuovo capo politico, sempre che sia solo uno.

Forza Italia

Il 2018 ha rappresentato per questo partito l’ultima elezione in cui è stato veramente rilevante. Il sorpasso da parte della Lega ha avuto un impatto psicologico devastante e probabilmente ha anche sdoganato il voto a tale partito agli occhi dei moderati di centrodestra, quelli ancora spaventati dal ricordo della vecchia Lega Nord. Nel primo dato sulla supermedia di Termometro Politico dopo le elezioni si registra un -1,7 a distanza di soli 20 giorni. Se il 20% degli elettori di Berlusconi nel 2019 si è astenuto, il 4% ha votato PD, il 5% FdI, il 30% Lega e solo il 37% ha confermato il proprio voto. Una catastrofe.

Alla luce di quanto avvenuto tra 2018 e 2019, appare sorprendente come, nonostante l’evidente stagnazione del partito, la concorrenza di nuovi soggetti nella sua area politica e la scissione di Toti, Forza Italia cresca. Negli ultimi due anni il partito di Berlusconi è infatti passato dal rappresentare il 4,76% della popolazione al rappresentarne il 5,51% (di cui il 3,53% viene direttamente dal 2019). In uscita non vi sono stati flussi rilevanti, mentre in entrata un relativamente buono 1,15% viene dal non voto.

La domanda da un milione di dollari è: sono voti di Berlusconi o voti di liberali che non si sentono a casa né negli altri partiti del centrodestra né nelle proposte di Renzi e Calenda?

Fratelli d’Italia

Indubitabilmente il nuovo motore del centrodestra, FdI in questi ultimi due anni ha quasi triplicato i propri consensi, passando dal 3,5% (di cui ben 2,87% mantenuto) al 9,52%. In uscita non vi sono flussi rilevanti, mentre in entrata vi è un importantissimo 2,16% degli aventi diritto dal non voto ed un ancora più eclatante 3,38% dalla Lega: tra gli elettori di FdI oggi vi sono più persone che nel 2019 hanno votato per il carroccio di quante non abbiano votato la Meloni. Alla luce di ciò non si può non considerare il periodo a cavallo tra legislative ed europee come una rincorsa, la domanda per il futuro però è: qual è il limite di tale crescita? La Meloni non è Renzi né Salvini, ma la fiamma tricolore ancora presente nel simbolo di FdI può rappresentare una pregiudiziale per l’elettorato moderato? Se si, quanto è effettivamente importante tale elettorato nel 2021?

Liberi e Uguali

Liberi e Uguali oggi di fatto è un gruppo parlamentare più che un partito, pertanto tale nome viene qui usato per indicare i partiti che ne fanno parte. Nonostante il fallimento del progetto costitutivo, tale area pesa ancora oggi l’1,79% degli aventi diritto al voto, di cui lo 0,69% viene dall’astensionismo. La difficoltà nel parlare di tale soggetto è dovuta a un fattore molto semplice: nessuno sa cosa sia, se esiste veramente o se è solo un’invenzione dei sondaggisti.

Esiste il ministro Speranza che risponde al gruppo parlamentare che siede a sinistra del PD, poi?

Italia Viva e Azione

Nonostante gli sforzi di Renzi per aprirsi uno spazio politico a destra del PD, e nonostante lo smarcarsi spesso dalle scelte del governo, Italia Viva oggi giace all’1,78%, di cui lo 0,46% proviene dal non voto alle europee.

Per quanto riguarda Azione invece tale partito riscuote oggi l’1,81% dei consensi, di cui 0,56% provenienti dal PD e 0,55% provenienti dal non voto.

I due partiti nati dal PD dopo le europee hanno il medesimo problema: agli occhi dell’elettorato sono difficilmente distinguibili. Qual è il programma di Italia Viva oltre Renzi? Qual è il programma di Azione oltre Calenda? Perché gli elettori non dovrebbero votare PD o FI? E se poi Renzi o Calenda non dovessero raggiungere la soglia di sbarramento? Quelle appena proposte sono domande ricorrenti tra gli elettori di tale area politica, su di esse torneremo in conclusione.

Equilibri attuali e scenari futuri

Come abbiamo visto rispetto a due anni fa ci troviamo in uno scenario completamente diverso: il governo è cambiato, il M5S pare protendere verso un’alleanza organica con il centrosinistra (o almeno con parte di esso), il formalmente inesistente polo liberale ha visto una proliferazione di soggetti nascere al suo interno e più in generale l’assetto a due poli e mezzo (CSX, M5S e CDX) verso cui protendeva il paese sembra sfumare verso qualcosa di più complesso.

Gli elementi da tenere sotto controllo

Prima di analizzare quali potrebbero essere gli sviluppi futuri, è bene spendere due righe sugli elementi di breve periodo da tenere in considerazione: in primo luogo il Governo Conte II è in crisi in parlamento, Italia Viva minaccia la rottura e gli alleati cercano dei “responsabili” per sostituirla. In secondo luogo la crisi economica dovuta alla pandemia probabilmente deve ancora mostrare gli effetti peggiori, il blocco dei licenziamenti è ancora in vigore e gli interessi per il debito potrebbero sopraffare i conti pubblici nei prossimi anni. Vi sono inoltre da sciogliere i nodi sulla legge elettorale, sul recovery plan, sul MES e, se ci si arriverà, sul Presidente della Repubblica. Infine la lotta interna al Movimento 5 Stelle non è ancora finita: tutti si chiedono la nuova leadership verso quale area politica protenderà.

Centrosinistra e Movimento 5 Stelle

Non è un mistero infatti che PD, LeU (o ciò che ne rimane) e M5S stiano lavorando per rendere strutturale l’alleanza di governo. Qualche esperimento, finora non proprio brillante da un punto di vista elettorale, è stato già fatto per le regionali del 2020, e qualche timida voce inizia a proporne un altro a Roma in ottica 2021. Se da una parte Azione si dichiara contraria in tutto e per tutto ad un’alleanza con i pentastellati (e non è un mistero che tra Renzi ed il M5S non corra buon sangue), dall’altra né il centrosinistra né tantomeno il M5S hanno le forze per fronteggiare soli un centrodestra che sfiora il 50% dei voti, ed il Movimento sembra aver chiuso ad ogni possibile sponda con il centrodestra.

Il centrodestra

Il centrodestra per conto suo appare compatto all’opposizione, ma vi sono al suo interno numerose fratture. In primo luogo Salvini e Meloni sono ormai in scontro aperto per la leadership della coalizione: il primo è ancora a capo del partito maggiore, ma tale primato per quanto durerà? Al sud pare che Fratelli d’Italia riesca a riscuotere maggiori consensi già oggi, che sia il segnale verso una coalizione che si spartisce le regioni piuttosto che contendersele tutte?  In tale scenario Berlusconi, padre in un certo senso della coalizione, si dice fedele a questa, ma gli accordi passati con il PD (vedasi patto del Nazareno) fanno dubitare gli alleati e anche qualche giornalista che lo vede come un possibile “responsabile” di quelli che potrebbero salvare il governo in caso di rottura con Renzi.

Un polo in formazione?

Che Renzi mal sopporti il PD e Calenda il Movimento 5 Stelle è un dato di fatto: entrambi spesso invocano un fronte liberale anti populista ed anti sovranista. Tale spazio politico ha visto negli ultimi anni nascere +Europa, Italia Viva e Azione: tre forze che combinate dovrebbero pesare (secondo i sondaggi) intorno al 6-8%. Nella stessa area, seppur attualmente legato alla coalizione di centrodestra, vi è Forza Italia: 9,26% secondo il sondaggio qui analizzato. Sebbene come già detto Berlusconi si dichiari legato indissolubilmente alla coalizione, vi sono elementi importanti all’interno del suo partito (su tutti la Carfagna) che con gli alleati vanno molto poco d’accordo, e data l’età del Cavaliere (84 anni compiuti lo scorso 29 settembre) qualche domanda sul dopo di lui è lecito cominciare a farsela.

Studente laureando in Governo e Politiche alla LUISS Guido Carli, ma soprattutto appassionato di tutto ciò che è politica.

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