Dalla Tv del 1960 ai social nel 2020: come la tecnologia contribuisce alla vittoria elettorale

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Le elezioni americane hanno, da sempre, i riflettori puntati su ogni loro sfaccettatura. Ad oggi, nella sfida tra Trump e Biden i social network svolgono un ruolo determinante, anche più dei confronti e dei comizi in giro per gli States. Ma questa situazione affonda le sue radici in qualcosa di molto più lontano: l’approdo della televisione nel mondo della politica. Infatti, Facebook, Instagram, Twitter e tutti gli altri, sono figli della Tv che a partire dal 1960 è diventato lo strumento che spostava l’ago della bilancia nei confronti elettorali. Un parallelismo tra l’uso della televisione e delle immagini e quello dei social nelle elezioni americane, può spiegare quanto questi strumenti contribuiscano alla vittoria della battaglia elettorale.

Le elezioni del 1960 sono tra le più famose, ed anche tra le più combattute, nella storia degli Stati Uniti. Per i Repubblicani la sfida tra Richard Nixon, vicepresidente in carica, e Nelson Rockefeller, governatore dello Stato di New York, viene vinta da Nixon che godeva dell’appoggio del partito. Per i Democratici alla corsa ha partecipato John Fitzgerald Kennedy, candidato che rappresentava già di per sé una rottura con il passato a causa della sua età e della sua fede religiosa. Kennedy ha condotto una campagna elettorale rivoluzionaria. Uno degli elementi di tale rivoluzione non interessava il materiale di propaganda, che era rimasto lo stesso delle campagne precedenti, ma piuttosto la foto che veniva usata sui vari materiali: volanti, spille, cartelloni ecc. Kennedy si è fatto fotografare di profilo. Il motivo di questa scelta è stato interpretato in due modi: da una lato il profilo di Kennedy era un profilo molto attraente, e di conseguenza era un chiaro segnale verso l’elettorato femminile. Dall’altro lato quello stesso profilo era un richiamo al libro scritto da Kennedy ,”Profiles in Courage” , nel quale erano tracciati i profili di alcuni coraggiosi senatori, i quali volevano essere presi da Kennedy come modelli, e voleva proporsi come loro erede. L’unico materiale elettorale particolare è stata la spilletta dorata, una specie di ferma-cravatta, a forma di PT109, la motosilurante comandata da Kennedy nel Pacifico quando era luogotenente. Ne erano state prodotte due varianti: una con la scritta “PT109”, l’altra con la scritta “Kennedy 60”. Ad oggi è un oggetto molto ricercato da parte dei collezionisti.

Ma questa non è stata la novità più importante. Tra i mesi di settembre ed ottobre del 1960 ci sono stati dei dibattiti televisivi e radiofonici che hanno deciso le sorti della contesa. Il motivo alla base della vittoria di Kennedy è stata la sua calma, il suo essere rilassato. Infatti, il primo confronto che si svolse alla radio è stato “vinto” da Nixon. Il pubblico poteva sentire solo la voce, e non poteva vedere che Nixon era particolarmente teso, molto probabilmente anche a causa di un ricovero ospedaliero per problemi al ginocchio. Al secondo dibattito, sempre trasmesso via radio, Nixon sembrava assente, a malapena riusciva a rispondere alle frasi di Kennedy, non dava l’impressione di dissentire dalle sue affermazioni. Ma questi due dibattiti non hanno spostato voti da una parte all’altra in maniera determinante. Erano stati poco seguiti, e forse erano stati anche poco interessanti per l’elettorato americano.

La radio aveva fatto vincere Roosevelt, ma, ormai, non poteva far vincere Kennedy o Nixon. Era, dunque, giunto ora il momento del primo grande dibattito televisivo. In quei giorni Kennedy era rilassato, oltre a domandare i possibili argomenti del dibattito, dormiva serenamente, gli interessava arrivare al dibattito riposato, in quanto già si sentiva adeguatamente preparato. Forse la sua unica preoccupazione era dover affrontare un uomo più esperto. Nixon, al contrario, era molto agitato, a stento riuscì a dormire, ed ha passato la maggior parte del tempo con un esperto di dibattiti a provare ogni possibile scenario. Al momento del dibattito Nixon sembrava molto teso, mentre Kennedy appariva composto e sicuro. Questo confronto televisivo è stato ritenuto una svolta nella comunicazione politica: la televisione era divenuta un mezzo decisivo per la vittoria delle elezioni. Questo ha cambiato tutto, ormai il modo in cui ogni candidato appariva davanti alle telecamere diventava importantissimo. Kennedy, infatti, ha avuto la meglio per il modo in cui ha parlato e per come è apparso rilassato e preparato agli occhi degli elettori. Grande parte dell’esito favorevole a Kennedy del dibattito televisivo è stato attribuito, come poi per successivi discorsi, all’apporto di due dei suoi più stretti collaboratori, Arthur Schlesinger e Ted Sorensen, due consiglieri speciali di Kennedy.

Dopo i dibattiti particolarmente scoppiettanti, è arrivato l’8 novembre, il cosiddetto Election Day, il giorno della verità per capire la televisione a chi aveva assegnato la vittoria. Kennedy ha vinto negli Stati del Nord e dell’Est. Durante la prima serata la sua vittoria sembrava netta e molti giornali annunciavano già la sua vittoria. La seconda parte della notte, però, mostrava che l’esito era molto incerto. Nixon ha vinto negli stati del Midwest e nella costa pacifica. La situazione era in stallo e tutto era nelle mani dei due Stati in bilico: Texas ed Illinois. Kennedy era in vantaggio nelle grandi città di questi Stati ma il tutto era incerto poiché nelle contee Nixon aveva un buon vantaggio. I cinquantuno voti dei grandi elettori dei due Stati erano decisivi per la vittoria. Kennedy, per circa novemila voti ha vinto in Illinois, e per circa quarantaseimila voti ha trionfato in Texas. Ci sono state polemiche dopo le elezioni: molti rappresentanti repubblicani d’Illinois e Texas hanno accusato i Democratici di presunte irregolarità in molte contee. L’Illinois vedeva la presenza del sindaco di Chicago Richard Daley, forte sostenitore di Kennedy; ed il Texas quella di Lyndon Johnson, candidato vicepresidente. Le accuse e le polemiche si sono prolungate per due anni, quando poi i Repubblicani hanno deciso, nel 1962, di riconoscere il risultato. Kennedy ce l’aveva fatta, era il nuovo presidente degli Stati Uniti. Curiosamente, è stato il primo presidente a non “vincere” le elezioni, nonostante abbia ottenuto la maggioranza dei grandi elettori. Per quanto concerne il voto popolare, infatti, ha perso con uno minuscolo scarto, circa lo 0,1% di voti. È stato il primo presidente cattolico, ed anche il primo a vincere nonostante avesse perso in Stati tradizionalmente democratici come Idaho e Florida. Inoltre è stato il primo ad esser eletto da tutti i cinquanta Stati, in quanto nel 1959 Alaska e Hawaii sono entrate a far parte della Confederazione. Quel minimo scarto che ha consentito la vittoria a Kennedy è dovuto alla televisione e al rivoluzionario uso delle immagini.

Ma veniamo alle elezioni del 2020. Ecco, ora il ruolo della televisione, che tanto ha aiutato Kennedy, è stato eclissato, già da qualche anno, dai social network. Il tutto affonda le sue radici già nel 2012, quando Obama ha vinto le elezioni grazie al suo uso “intelligente” di Facebook e dell’email marketing. Ancora di più, i social hanno fatto vincere Trump nel 2016, e continueranno ad aiutarlo nelle elezioni del 2020. Chissà, senza i social Trump magari non sarebbe mai diventato Presidente degli Stati Uniti, come Kennedy forse non lo sarebbe diventato senza televisione. Le due strategie non sono casuali, entrambe sono state studiate a tavoli. Trump ha adottato una strategia basata su contenuti estremi. L’attuale presidente ha, infatti, approfittato della fame di click e di notizie delle testate giornalistiche che, riportando ogni suo Tweet o post, al posto di sminuite la figura di Trump (questo era il loro intento), ne hanno fatto da cassa di risonanza, aumentando la potenza dei suoi messaggi. Infatti, il processo che ha portato i media e i giornali a riportare notizie shock per ottenere traffico, ha fatto il gioco di Trump, estendendo un messaggio politico che ha invaso il web anziché restare relegato ai suoi profili personali. Come detto, la strategia di Trump è stata studiata a tavolino: Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, sono canali che costano poco, e non richiedono alcuna intermediazione giornalistica e consentono di ottenere un’esposizione uguale, se non superiore, ai programmi di Cnn, Abc e Cbs.

Pillole di 60 secondi su Instagram, per attaccare un bersaglio prestabilito, live-tweeting durante eventi presenti tra i Trending Topic di Twitter, dirette video su Periscope, per rispondere in tempo reale alle domande dei follower: Trump nel 2016 ha vinto con questa strategia, diventando l’esempio globale  di come i social network possano influenzare le elezioni politiche. Inoltre, va aggiunto che durante la corsa alla presidenziali ha ottenuto interazioni quasi quattro volte rispetto a quelle ottenute dalla candidata democratica Hilary Clinton. Trump è ormai il re di Twitter: ha il doppio dei follower di Papa Francesco e cinque volte quelli del premier Turco Erdogan, e solo il primo ministro indiano Narendra Modi si avvicina alle abilità del Presidente americano nell’uso dei cinguettii.

E l’avversario di Trump? Diversa la strategia di Joe Biden. Infatti, l’ex Vicepresidente di Obama, ha invece scelto di adottare una strategia cross-mediale. I Tweet del candidato sono spesso ripresi anche sui suoi profili Facebook e Instagram, senza differenziare i messaggi a seconda delle piattaforme e, quindi, delle diverse audiences. A livello di contenuti si fa leva principalmente sul suo operato nel corso degli otto anni di mandato come Vicepresidente, presentandosi come perfetta reincarnazione della politica di Obama. Sul suo profilo Instagram, infatti, appaiono ripetutamente fotografie in compagnia dell’ex Presidente, portando avanti una narrazione quasi nostalgica e poco incentrata sul futuro e sul cambiamento. Insomma, raccontata così sembra tanto l’opposizione tra il bene e il male.

Joe Biden sta comunque provando a giocare una partita con regole completamente diverse: invece di attaccare frontalmente Trump e di scatenare ogni giorno una rissa virtuale, il candidato Democratico punta sui sentimenti, sui valori, e di solito ignora l’avversario. Insomma, non lo nomina quasi mai. Sembrerebbe una strategia poco proficua e poco gradita agli algoritmi, ma Biden vuole differenziarsi in tutto rispetto a Trump: è questa la via maestra che ha imboccato per vincere le elezioni. In soldoni, le strategie di Trump e Biden sono diverse, ma il modus operandi è lo stesso. I social sono il nuovo modo per raggiungere gli elettori, ma non è tutto oro ciò che luccica.

Infatti, i social non sono uno strumento in grado di garantire con certezza un ritorno in termini di voti, ma sono altamente utili all’interno di una strategia ben strutturata. I social, piuttosto, sono uno strumento che se utilizzato adeguatamente consente di organizzare molti aspetti pratici della campagna. A dimostrazione di ciò c’è il caso di Bloomberg che per le Primarie Democratiche ha investito oltre 400 milioni di dollari di tasca propria per finanziare la campagna, soprattutto sui social. Ciò non è bastato a Bloomberg per vincere le primarie. I social, dunque, sono utili, potenti e importanti, ma non ancora determinante da soli.

Insomma, negli Stati Uniti la radio ha fatto vincere Franklin Delano Roosevelt, la televisione e le immagini hanno fatto vincere Kennedy, Facebook ed email marketing hanno fatto vincere Barack Obama, e, ad oggi, i social hanno aiutato Trump a vincere. Ma la sfida del 3 novembre è aperta: all’Election Day si scoprirà se Biden avrà sfruttato al meglio l’arma dei social, soffiando, così, il testimone a Trump.

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