Election YesterDay: i plebisciti risorgimentali

Plebiscito romano

Il risorgimento. Una parola che evoca vivacità intellettuale, culturale ma anche politica e sociale. Il processo che ha portato all’unità d’Italia ha visto scontrarsi idee, visioni, eserciti e pretese di sovranità.
Nei piani della monarchia sabauda, l’unità d’Italia non doveva essere solo questo. Accanto al piano militare era previsto, e attuato, un piano “elettorale” di legittimazione dell’operazione di annessione. Un aspetto molto meno attenzionato di quella fase e, a onor del vero, molto controverso tra gli storici.

Sta di fatto che tra il 1848, prima guerra di indipendenza, e il 1870, Breccia di Porta Pia, con modalità e quesiti diversi, si è votato praticamente in tutta la penisola.

Il 1848: la primavera dei popoli

L’Europa si lasciava alle spalle la prima rivoluzione industriale, con tutte le sue conseguenze. I mutamenti sociali, una nuova dimensione del rapporto città-campagna, le nuove problematiche sociali. Interpretare il processo storico nel quale si è inseriti è stata da subito un’ambizione per le classi intellettuali. E così si diffondono diverse testate giornalistiche, che a loro volta diffondo chiavi di lettura della “nuova società”, dal nazionalismo alla giustizia sociale.
L’economia subisce una brusca recessione tra il ‘46 ed il ’47. Il raccolto di quegli anni non andò affatto bene.

Tutte queste condizioni contribuirono a far passare il 1848 in una delle più grosse fratture della nostra storia, un anno di profondi mutamenti e trasformazioni di cui ancora oggi beneficiamo, frutto un’ondata di insurrezioni che travolge tutta l’Europa.
Da un lato le rivoluzioni borghesi, il superamento dell’assolutismo per la nascita degli stati liberali. Serve un limite al potere, non può essere assoluto, serve una costituzione. E in quell’anno ne verranno scritte diverse.
Dall’altro, nel 1848 è l’anno della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, da cui avranno origine invece le rivoluzioni proletarie.

L’onda che travolge tutta Europa ha origine in un punto preciso del planisfero: la Sicilia. Nel gennaio del 1848 i siciliani insorgono contro il Re di Napoli, ottenendo poche settimane dopo una costituzione.
Nei mesi successivi si ripete un copione simile in molti altri stati d’Europa

Quando l’ondata di insurrezioni popolari raggiunge il nord della penisola si apre la prima di 6 fasi di consultazione. Le successive 5 si svolgeranno invece a distanza di 10 anni e nel corso dei 10 successivi.

1848 – Ducato di Parma e Piacenza, Lombardia, Province venete

Nel marzo del ‘48 insorgono molte città del nord. Milano, in quelle che si ricordano come le 5 giornate, ma non solo: Brescia, Venezia e molte altre. La popolazione costringe alla fuga le truppe austriache che controllavano le città. L’esercito austriaco guidato dal Maresciallo Radetzky corre verso il Brennero si rifugia tra le fortezze del quadrilatero mentre giunge la dichiarazione di guerra del Re Carlo Alberto di Savoia.
A Venezia si proclama la Repubblica di San Marco, nella Lombardia abbandonata dagli austriaci si insedia un governo provvisorio, come nelle province di Parma e Piacenza. Questi governi, nel breve tempo in cui resteranno in carica prima del ritorno degli austriaci, collaboreranno con la corona Sabauda. Sempre su iniziativa di questi, si svolgeranno i primi plebisciti.

Il territorio di Piacenza (10 aprile – 2 maggio), quello di Parma (22 – 26 maggio), le Province Lombarde (12 – 29 maggio) e quelle venete nello stesso periodo.

I plebisciti avvennero a suffragio universale maschile: chiamata a votare la popolazione maschile maggiorenne, che a quell’epoca significava avere più di 21 anni.

Per votare, erano istituiti appositi registri presso i municipi e le parrocchie. L’elettore doveva apporre una firma nella colonna corrispondente alla sua preferenza.

Pagine di registri elettorali della Lombardia. Per l’annessione e per la dilazione del voto.

La consultazione nel Ducato di Parma e Piacenza avvenne in merito all’annessione di quei territori a diverse sovranità.

Il Governo provvisorio della Lombardia invece, consentì unicamente due scelte: l’annessione immediata al regno di Sardegna o la dilazione del voto (ripetere la consultazione in un secondo momento).

Alcuni dipartimenti della Repubblica di San Marco seguirono a ruota l’iniziativa lombarda (Padova, Rovigo, Treviso, Vicenza).

1859 – Territorio di Parma

Nella primavera del 1859, a Parma si registrano moti popolari in favore dell’annessione al regno sabaudo. La reggenza borbonica fugge e in agosto viene indetto un plebiscito con esito ampiamente positivo. Tuttavia, il governatore Luigi Carlo Farini, inviato dalla monarchia sabauda per controllare le province emiliane annesse, giudicherà non valido l’esito di quel plebiscito. Per questa ragione a Parma si voterà nuovamente l’anno successivo insieme alle altre province emiliane.

1860 – Emilia, Romagna, Marche, Umbria, Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie

L’esercito Garibaldino risale lo stivale dal Regno delle due Sicilie. Alcune truppe piemontesi stanziate nell’Emilia del governatore piemontese Luigi Carlo Farini si spostano verso sud. Entrambi gli eserciti attraverseranno territori dello Stato della Chiesa, comprendenti Umbria, Marche e Romagna.

In tutti questi territori, nei mesi che precedono la nascita ufficiale del Regno d’Italia si tengono dei plebisciti.

Emilia, Romagna, Toscana (11 – 12 marzo), Regno delle Due Sicilie (21 ottobre), Legazione delle Marche e dell’Umbria (4 – 5 marzo).

Il quesito è simile in tutti i territori. Riguarda l’annessione al Regno d’Italia unificato sotto la corona di Vittorio Emanuele II.
Per espressa volontà sabauda, il voto si tenne a suffragio universale (maschile).

Nello stesso anno, nei territori di Nizza e della Savoia, appartenenti al Regno di Sardegna, votarono per l’annessione al Secondo Impero Francese.

1866 – Province venete, Udine e Mantova

Terza guerra di indipendenza. L’esercito italiano punta a Trento e Trieste, in quel momento (ma anche oltre, fino al termine della prima guerra mondiale) in mano austriaca. L’Austria aveva provocato importanti sconfitte all’Italia, prima a Custoza poi a Lissa. Tuttavia era in guerra con un’altra superpotenza: la Prussia.
Nell’estate del 1866, i Cacciatori delle Alpi risalivano la valle dell’Adige alla volta di Trento. Dopo la vittoria a Bezzecca, Garibaldi ricevette il telegramma di Alfonso La Marmora che comunicava la cessazione del conflitto austro-prussiano e chiedeva il ritiro delle truppe. Pur distante dal capoluogo tridentino, nel telegramma che Garibaldi invia in risposta è contenuta una sola, celebre, parola: “Obbedisco”. L’Austria si era arresa, ma non all’Italia, bensì alla Prussia.

Da quel momento, si apre una fase di trattativa tra le superpotenze che vedrà nell’agosto la conclusione del Trattato di Praga. Il testo prevedeva la cessione del Veneto all’imperatore francese Napoleone III il quale, a sua volta, avrebbe dovuto consegnarlo al Re d’Italia ma ad alcune condizioni. Prima tra tutte, una consultazione mediante plebiscito delle popolazioni dei territori interessati.

Le votazioni si svolsero il 21 e 22 ottobre e chiamarono alle urne la popolazione delle attuali province venete, in aggiunta a quelle di Udine e Mantova.

Il voto avveniva depositando nell’urna un qualsiasi pezzo di carta recante un sì od un no sotto il testo del quesito: “Dichiariamo la nostra unione al Regno d’Italia sotto il Governo monarchico-costituzionale del re Vittorio Emanuele II e de’ suoi successori.”

Formalmente il voto avvenne a suffragio universale maschile. Tuttavia, in molte province si registrò una richiesta insistente di partecipazione della popolazione femminile. Per quanto l’istanza passò alla storia come gesto fortemente patriottico, fu intrapreso soprattutto come gesto di protesta nei confronti della subordinazione femminile al potere decisionale.
Il voto femminile fu accolto. A Mantova si registrano circa 2000 schede raccolte in un’urna separata.

1870 – Roma

L’esercito del Regno d’Italia entra a Roma il 20 settembre 1870, la famosa Breccia di Porta Pia.

Pochi giorni dopo, il 2 ottobre, si tenne l’ultimo dei plebisciti risorgimentali. Vennero chiamati alle urne i restanti territori dello Stato della Chiesa: Roma, la sua provincia, e le province di Frosinone, Viterbo, Velletri e Civitavecchia. Il voto sancì l’annessione di questi territori al Regno d’Italia, che venne ratificata il successivo 9 ottobre.

Anche a Roma, il voto avvenne per suffragio universale maschile sul seguente quesito: Desideriamo essere uniti al Regno d’Italia, sotto la monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori

Le affluenze

In ogni tornata, risulta pressoché irrilevante la quota di voti alternativi all’annessione al Regno sabaudo.
Un dato più significativo, ci giunge invece dall’affluenza, nonostante i forti limiti della burocrazia dell’epoca nel conteggiare gli aventi diritto al voto.
In tutta la penisola, laddove sia presente questo dato, si registrarono affluenze medio-alte ma con alcune disomogeneità. La partecipazione più significativa si registra nelle province venete all’indomani della terza guerra d’indipendenza. La più bassa, nel Granducato di Toscana del 1860.

Le controversie

È bene sottolineare quanto la validità di queste consultazioni sia messa da molti in discussione ancor oggi.
Gli elementi controversi sono infatti molti. Innanzitutto, la segretezza del voto, venuta sicuramente a mancare nei plebisciti del 1848, avvenuti mediante firma di un registro cartaceo, ma contestata anche nelle restanti tornate. L’assenza di procedure di riconoscimento impediva l’identificazione degli elettori, il che avrebbe dato la possibilità di votare più volte in diversi seggi. Non mancano, infine, accuse di brogli mediante l’inserimento di schede (bigliettini) con voto favorevole da parte dei sostenitori dell’annessione.

Forse anche per tutte queste ragioni, il voto dei plebisciti è un aspetto considerato spesso marginale del risorgimento italiano.

Rimane tuttavia un fattore determinante nel processo di unificazione e nella storia del nostro Bel Paese.

Lombardo DOC, appassionato di sistemi elettorali, movimenti sociali, geografia politica e studi sulle diseguaglianze.
Studia scienze politiche all'Università degli Studi di Milano e collabora con diverse testate online.
A tempo perso suona il violoncello e gira per scuole e bar per avvicinare i più lontani alla sua principale passione: la politica.

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