Il referendum per la conservazione dell’Unione Sovietica (1991)

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Il Referendum per la Conservazione dell’Unione Sovietica, tenutosi nel 1991, sarebbe dovuto essere il punto di svolta per una ristrutturazione dell’URSS. Tuttavia, l’ascesa al potere di Eltsin e il tentato golpe nell’estate del 1991 portarono a conseguenze di ben altra portata.

Contesto storico

A seguito della caduta del muro di Berlino, l’Unione Sovietica venne travolta da tensioni sia dal punto di vista politico che socio-economico. Infatti, nonostante le riforme volute da Gorbačëv, il tessuto economico dell’URSS era contraddistinto da una forte arretratezza e basava il suo sviluppo prevalentemente sull’esportazione di petrolio. Quando il prezzo di quest’ultimo calò, il governo sovietico dovette far fronte ad una riduzione dei consumi e ad una forte riduzione della natalità. Di conseguenza le finanze statali diminuirono drasticamente e si cominciò a dubitare della capacità del governo di sostenere l’Armata Rossa.

Dal punto di vista politico invece, l’Unione Sovietica dovette far fronte ai moti indipendentistici che si vennero a creare nei paesi baltici. Dal 1989 cominciarono una serie di manifestazioni in Lituania, Lettonia ed Estonia che presero il nome di “Rivoluzione cantata”.

La prima delle Repubbliche Socialiste Sovietiche a dichiarare l’indipendenza fu la Lituania, l’11 marzo del 1990. L’Unione tuttavia non acconsentì alla separazione lituana dall’URSS ed inviò l’esercito per sedare la rivoluzione. Gli scontri tra militari e civili culminarono nella domenica di sangue del 13 gennaio 1991, quando vennero registrate 14 vittime civili. A pochi mesi di distanza seguirono le dichiarazioni di indipendenza anche di Lettonia, Estonia e Georgia.

Gorbačëv, schiacciato dalla crisi finanziaria dell’Unione da un lato e dai moti indipendentistici dall’altro, propose una riforma che avrebbe reso l’Unione Sovietica una federazione di Repubbliche sovrane ed eguali. Questa riforma venne approvata dal Soviet Supremo dell’Unione Sovietica, ma date le spinte rivoluzionarie all’interno dell’Unione si decise di indire una consultazione popolare vincolante.

Quesito referendario e modalità di voto

Il quesito referendario a cui fu sottoposta la popolazione recitava: “Considerate necessario preservare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche come una rinnovata federazione di repubbliche uguali e sovrane in cui saranno pienamente garantiti i diritti e la libertà dell’individuo di ogni nazionalità?.

Alla consultazione poterono partecipare tutti i cittadini che avessero raggiunto la maggiore età. A questi ultimi venne consegnato una scheda su cui barrare l’opzione preferita.

La consultazione non venne tuttavia svolta su tutto il territorio dell’Unione. Infatti, gli stati che avevano ormai dichiarato l’indipendenza dal potere centrale si rifiutarono di indire la tornata referendaria, al fine di sottolineare le loro volontà secessioniste. Ad essi si aggiunsero anche la Moldavia e l’Armenia, incamminate anch’esse nel percorso verso l’indipendenza. Nonostante ciò, il referendum venne organizzato da alcuni governi locali di queste Repubbliche. Il voto si svolse regolarmente, tranne alcuni casi di boicottaggio nelle regioni delle Repubbliche astenutesi che avevano invece deciso di svolgere il referendum.

Fallisce la ristrutturazione dell’Unione

Alla consultazione parteciparono poco meno di 150 milioni di persone e l’affluenza si attestò all’80% circa degli aventi diritto. Nonostante la crescente tensione sociale ed economica, i voti favorevoli ad una nuova conformazione dell’Unione e non al suo scioglimento superarono di gran lunga i voti contrari. Più di 110 milioni di persone (77,8% dei votanti) supportarono il modello proposto da Gorbačëv, mentre “appena” 30 milioni di cittadini sovietici (22,2% dei votanti) si opposero.  In Turkmenistan e Tagikistan si registrò una situazione plebiscitaria: i voti favorevoli raggiunsero infatti rispettivamente il 98% ed il 97% dei votanti. In ogni caso in nessuna delle Repubbliche si scese al di sotto della soglia del 70%. Il consenso minore si registrò infatti in Ucraina, dove “solo” il 71,5% delle schede risultò favorevole.

L’Unione Sovietica intraprese quindi il percorso che l’avrebbe portata a diventare una federazione di stati autonomi. Dopo mesi di negoziazioni venne stabilita per la firma del trattato la data del 20 agosto 1991. Tuttavia il 19 agosto, mentre Gorbačëv era in vacanza in Crimea, alcuni vertici del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e dell’esercito diedero via ad un golpe militare denunciando dei problemi di salute del segretario generale. D’altra parte il neoeletto Presidente Russo Eltsin divenne il leader della resistenza. Già il 21 agosto i carri armati si ritirarono da Mosca, ponendosi dalla parte della resistenza. Nonostante il fallimento del golpe, questo avvenimento venne interpretato dalle altre Repubbliche Sovietiche come un segno di debolezza. Nel corso dei mesi successivi le Repubbliche cominciarono a dichiarare la propria indipendenza, fino all’8 dicembre del 1991, che sancì la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti, decretando la fine dell’Unione, formalmente sciolta soltanto il 26 Dicembre.

Nato a Monopoli (BA) nel 2000.
Di giorno studio Economia e Finanza all'Università Bocconi, di notte mi barcameno tra la politica italiana e la geopolitica.

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