Elezioni in Burkina Faso: Kaboré cerca il secondo mandato

kabore

Domenica 22 novembre i cittadini del Burkina Faso sono chiamati alle urne per eleggere presidente e Assemblea Nazionale. Il paese sub-sahariano, che conta poco meno di 21 milioni di abitanti, ha attraversato decenni turbolenti tra colpi di stato riusciti o solo tentati e sommosse popolari, a cui in tempi più recenti si è aggiunta la minaccia del terrorismo islamico. Il presidente uscente è Roch Marc Christian Kaboré, esponente di MPP (Mouvement du Peuple pour la Démocratie, socialdemocrazia) ed eletto nel 2015.

Quelle del 2015 furono le prime elezioni senza Blaise Compaoré, il controverso presidente rimasto in carica per ben 27 anni, in seguito al colpo di stato che nel 1987 eliminò il noto leader anti-imperialista Thomas Sankara. Compaoré, che era rimasto al potere grazie a una serie di emendamenti alla Costituzione, fu costretto alle dimissioni nell’ottobre 2014 in seguito alle violente proteste (incluso l’incendio del palazzo dell’Assemblea Nazionale a Ouagadougou) che scaturirono dall’annuncio di un nuovo emendamento che avrebbe eliminato ogni limite di mandato. L’evento fu il preludio di 13 mesi di estremo caos per il paese. Secondo un copione visto in molti altri paesi africani, nel vuoto di potere tentarono di infilarsi i militari, ma il continuo delle proteste e le pressioni internazionali portarono infine alla formazione di un governo di unità nazionale. Poco prima delle elezioni, nel settembre 2015 il Reggimento di Sicurezza Presidenziale tentò un nuovo coup sequestrando Presidente e Primo Ministro, per poi cedere dopo una sola settimana. Le elezioni poterono finalmente svolgersi a novembre.

Thomas Sankara e Blaise Compaoré.

La tornata elettorale fu una lotta a due tra Kaboré e Zéphirin Diabré, candidato di UPC (Union pour le Progrès et le Changement, liberalismo). Kaboré ottenne una netta vittoria già al primo turno, ottenendo il 53,49% dei voti contro il 29,65% dell’avversario; il terzo dei 14 candidati in lizza si fermò al 3%. Per quanto riguarda i 127 seggi dell’Assemblea Nazionale, la vittoria del partito di Kaboré fu meno netta e il voto maggiormente distribuito, anche in virtù della presenza del partito di Compaoré, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP), a cui era invece stata negata la possibilità di presentare un candidato alla presidenza. L’MPP ottenne 55 seggi, l’UPC 33, il CDP 18, mentre i rimanenti 21 furono divisi tra ben 11 partiti (tra cui cinque per il partito sankarista Union pour la Renaissance). L’affluenza si attestò al 60%: nelle ultime cinque elezioni presidenziali, questo dato è sempre rientrato nella forbice 55-60%.

Domenica Kaboré cercherà di ripetere l’exploit di cinque anni fa e di ottenere un secondo mandato. Il suo maggiori sfidante è ancora Diabré, mentre nel ruolo di possibile outsider c’è Eddie Komboïgo, esponente di CDP che in questa tornata ha potuto nuovamente presentare un candidato presidente. Gli altri dieci in lizza sono:
– Kadré Désiré Ouédraogo (Agir Ensemble), già primo ministro dal 1996 al 2000;
– Gilbert Noël Ouédraogo (Alliance pour la Démocratie et la Fédération, liberalismo), attuale ministro dei trasporti;
– Isaac Zida (Mouvement Patriotique pour le Salut, socialdemocrazia), ex militare e primo ministro del governo di unità nazionale. È candidato in contumacia dato che vive in esilio in Canada, rischia l’arresto per il reato di diserzione;
– Abdoulaye Soma (Soleil d’Avenir);
– Yéli Monique Kam (Mouvement pour le Renaissance du Burkina Faso);
– Tahirou Barry (Mouvement pour le Changement et la Renaissance), ex ministro della cultura, all’opposizione insieme a Diabré;
– Farama Ségui Ambroise (Organisation des Peuples Africains, sankarismo);
– Ablassé Ouédraogo (Le Faso Autrement), ex ministro degli esteri;
– Pascal Sessouma (Burkina Vision Pacifique);
– Claude Aimé Tassembedo (indipendente).

Le presidenziali di quest’anno rischiano fortemente di diventare un nuovo duello Kaboré – Diabré, con il primo dato per favorito. Nativo di Ouagadougou, Kaboré laureato in economia all’Università di Digione, diventa direttore di banca negli anni ’80. Presiede quindi diversi ministeri durante i vari governi Compaoré, diventando primo ministro tra il 1994 e il 1996 e presidente dell’Assemblea Nazionale per dieci anni. Nel 2012 rompe con il CDP di Compaoré e con altri fuoriusciti fonda il partito di cui è attualmente leader.
Gli inizi di Zéphirin Diabré sono simili a quelli di Kaboré, studi in Francia (a Bordeaux) e poi un posto da ministro in patria, ma in seguito a contrasti interni lascia il paese nel 1997 per lavorare tra gli altri ad Harvard e all’ONU. Ritorna in patria nel 2009 per fondare l’UPC.

Zéphirin Diabré durante un comizio.

Gli analisti indicano Kaboré come favorito, anche a causa del voto ridotto nelle zone rurali del nord del paese (di cui si parla più in basso), in cui il risentimento verso il governo è più alto. Tuttavia si pronostica una vittoria meno netta rispetto a quella del 2015, con possibile ricorso al ballottaggio. Per quanto riguarda l’Assemblea Nazionale si prospetta un panorama simile a quell’attuale: l’MPP di Kaboré in testa, l’UPC di Diabré a inseguire e la CDP dei seguaci di Compaoré, che con ogni probabilità otterrà un risultato migliore in parlamento che nelle presidenziali, come terzo incomodo.

Gli umori sul quinquennio in carica di Kaboré sono contrastanti. Il suo Plan national de développement économique et sociale ha ottenuto buoni risultati in materia di sanità e fisco, ma si sono visti pochi miglioramenti per quanto riguarda il benessere economico, con il Burkina Faso che rimane una delle nazioni più povere del mondo (al 169° posto per reddito pro capite, su 186 nazioni). Il problema, crescente e preoccupante, del terrorismo ha avuto due risvolti per Kaboré. Da un lato, gli ha fornito un’attenuante nel giustificare gli insuccessi del suo governo, dall’altra è stato il punto su cui i suoi avversari hanno maggiormente insistito. Diabré, che ha dichiarato di trovarsi al momento decisivo della sua carriera politica, lo ha accusato di non aver saputo gestire in maniera adeguata quella che è divenuta ormai una vera e propria guerriglia, a causa della quale ora ben 6 regioni su 13 si trovano in stato di emergenza.

Quella del terrorismo è una questione emersa di recente, dopo l’attentato del gennaio 2016 all’Hotel Splendid e al bar Capucino. L’attacco fu rivendicato da Al-Mourabitoun (ora fedele ad Al-Qaeda, opera soprattutto in Mali) e da AQIM, la costola di Al-Qaeda che agisce nel Maghreb. Un piccolo gruppo di terroristi prese in ostaggio 176 persone e alla fine i morti furono 30, tra cui anche un Italiano. Questa preoccupante espansione del terrorismo islamico nel Sahel occidentale ha finora causato più di 2000 morti tra miliziani, forze governative e civili, oltre a quasi un milione di profughi. I guerriglieri islamici, appartenenti a gruppi affiliati non solo ad Al-Qaeda ma anche allo Stato Islamico, entrano attraverso la porosa frontiera settentrionale con il Mali, una zona in prevalenza rurale in cui la mancanza di infrastrutture non facilita il lavoro dell’esercito.

Soldati davanti all’Hotel Splendid dopo l’attentato del 2016.

Oltre alle conseguenze materiali, la mancanza di sicurezza ha avuto pesanti ripercussioni anche sul voto. Non è stato infatti possibile registrare per il voto 22 delle 351 municipalità del paese, perché le operazioni di voto sono ritenute ad alto rischio. Anche se questo significa che più di 400’000 elettori non potranno esprimere il proprio voto, maggioranza e opposizione hanno comunque trovato un accordo per confermare lo svolgimento delle elezioni. Newton Ahmed Barry, presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha dichiarato che nonostante questo problema, grazie a una revisione delle liste elettorali, è stato possibile registrare 2’370’000 elettori in più, portando il bacino elettorale oltre i 7 milioni (una cifra ritenuta da Barry ancora al di sotto delle stime demografiche). Sarà invece pressoché nullo il peso del voto dall’estero, con soli 10’000 votanti registrati (basti pensare che nella sola Costa d’Avorio ci sono quattro milioni di immigrati burkinabé). Anche per questo motivo non sono mancate le critiche a Kaboré, la cui maggioranza nel 2018 ha approvato una mozione che stabilisce che per votare non basta più la cosiddetta carta consolare, ma serve un passaporto o una carta d’identità, di cui molti emigrati non sono in possesso.

In vista del voto di domenica, ricordiamo che il Burkina Faso è una repubblica semipresidenziale unicamerale. Il presidente viene eletto per maggioranza assoluta su due turni. Egli nomina il Primo Ministro previa approvazione dell’Assemblea Nazionale. I 127 membri di questo parlamento sono eletti con sistema proporzionale. Il Burkina Faso è diviso in 45 province che eleggono da due a nove rappresentanti. 111 membri dell’Assemblea Nazionale rappresentano le circoscrizioni provinciali, mentre i restanti 16 fanno parte di una circoscrizione nazionale.

Studente del MIREES @ Università di Bologna

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