Il finanziamento pubblico ai partiti

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Una questione centrale nel dibattito pubblico è se ci dovrebbero essere e, nel caso, in quanto dovrebbero consistere i finanziamenti pubblici ai partiti.

La questione è di primaria importanza, poiché se da una parte coloro i quali sostengono che non debbano esserci fondi pubblici ai partiti lo pensano in quanto questi sarebbero uno spreco di risorse, dall’altra i favorevoli sostengono che senza fondi pubblici i partiti espressione di interessi più deboli non possano essere effettivamente competitivi con i partiti rappresentanti di interessi forti, poiché i secondi riceverebbero donazioni pecuniarie molto maggiori. La conseguenza di ciò sarebbe che gli interessi delle fasce più deboli della popolazione essendo meno rappresentati non verrebbero portati avanti, il tutto a vantaggio dei “grandi interessi” qualora vi fosse una contrapposizione.

Nell’Italia repubblicana questa vicenda è stata sovente al centro di riforme. Sebbene parte della dottrina sostiene che i finanziamenti pubblici siano una naturale conseguenza della disposizione imponente la pluralità politica, la costituzione non tratta esplicitamente l’argomento.

Nel 1974 la legge Piccoli istituì il finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari (le proiezioni in parlamento dei partiti) obbligandoli a versarne il 95% ai rispettivi partiti ed i rimborsi ai partiti per le campagne elettorali.
Sebbene il finanziamento pubblico ai partiti sia stato contestato ripetutamente dai Radicali (da segnalare un referendum abrogativo nel ’78 che non ebbe però successo) la materia è stata oggetto di riforme marginali fino al 1993.

Quando con lo scoppio dello scandalo “Mani pulite” si scoprì che quasi tutti i partiti ricorrevano a “risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale” la questione tornò prepotentemente al centro del dibattito e un nuovo referendum promosso sempre dai radicali abolì il finanziamento pubblico ai partiti.

A questa abolizione il parlamento reagì aumentando i rimborsi elettorali, i quali furono nel ventennio successivo al centro di numerosi scandali, ed istituendo il 4×1000 ai partiti. L’ultima svolta sostanziale si è avuta nel 2013, quando il governo Letta decise di abolire i fondi pubblici anche nella forma dei rimborsi elettorali.

Oggi rimangono pertanto solamente i finanziamenti ai gruppi parlamentari, il 2×1000 ai singoli partiti e le donazioni private.

La situazione attuale

Come emerge dall’inchiesta di Openpolis e come abbiamo appena spiegato le fonti di finanziamento ai partiti oggi sono principalmente le donazioni dei privati ed il 2×1000.

Per quanto riguarda le prime, sempre secondo Openpolis i partiti nel 2018 hanno raccolto un totale di 39,6 milioni di euro di cui 22,7 milioni derivanti da donazioni di privati. Di questi 22,7 milioni 21 sono donazioni da parte di persone fisiche e i rimanenti 1,7 da parte di persone giuridiche. La peculiarità è che mediamente l’80% delle donazioni da parte di persone fisiche provengono da contributi degli eletti, che spesso al momento della candidatura si impegnano a versare una quota di quanto guadagnano al proprio partito. Il partito che riceve la percentuale di donazioni dagli eletti maggiore è la Lega (il 95% delle donazioni da parte di persone fisiche), quello che ne riceve di meno è FdI con il 77%: una cifra comunque notevole.
Sul totale delle entrate ai partiti, i contributi degli eletti rappresentano in media il 40% del totale, l’aspetto preoccupante di ciò è che i partiti minori avendo meno eletti ricevono meno fondi, il che chiaramente sfavorisce un ricambio di classe dirigente oltre a compromettere l’effettiva possibilità per tutti i partiti di competere per la determinazione delle politiche nazionali.

Per ciò che concerne invece il 2×1000 vi è un ampio scarto tra quanto viene stanziato e quanto viene effettivamente raccolto dai partiti. Sempre nel 2018 sui 39,6 milioni di euro di cui sopra, 14,1 milioni sono quelli riscossi mediante il 2×1000, a fronte però di uno stanziamento complessivo di 25,1 milioni. Anche qui inoltre si pone il problema dei fondi ai partiti minori, poiché ciascun contribuente può scegliere a quale partito donare il 2×1000, è chiaro che i partiti che riscuotono più successo elettorale riscuoteranno anche maggiori fondi.

Paradossalmente inoltre i fondi ai gruppi parlamentari sono maggiori rispetto a quelli ai partiti. Questi ultimi ricevono infatti intorno ai 53 milioni di euro, il che ancora una volta penalizza i partiti troppo piccoli per entrare in parlamento o entrati in numero talmente esiguo da non poter costituire un gruppo parlamentare (la soglia minima per la costituzione di un gruppo parlamentare è infatti fissata dai regolamenti di ciascuna assemblea).

 

Studente laureando in Governo e Politiche alla LUISS Guido Carli, ma soprattutto appassionato di tutto ciò che è politica.

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