Franco CFA, la fine di un’era?

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Mercoledì 20 maggio, il governo francese ha approvato un progetto di legge per riformare il franco CFA, cambiando il suo nome in “Eco” e con l’obiettivo di ridurre l’influenza francese nell’area. La riforma segue un processo durato tutto il secondo semestre del 2019 e conclusosi il 21 dicembre, quando Macron e Alassane Outtara, presidente della Costa d’Avorio, annunciarono l’accordo raggiunto dalla Francia e l’Unione economica e monetaria ovest-africana (UEMOA) per riformare il franco CFA.

Cosa prevede la riforma?

Il progetto di legge prevede che la nuova valuta rimanga ancorata all’euro tramite un sistema di cambi fissi, ma elimina l’obbligo da parte della Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale a depositare almeno il 50% delle loro riserve presso la Banca Centrale francese. Inoltre, viene eliminato anche l’obbligo di avere un rappresentante francese nel consiglio di amministrazione dell’unione monetaria.

Per ora, tuttavia, la riforma (che dovrebbe entrare in vigore da luglio di quest’anno) riguarda solo 8 dei 14 paesi che adottano il franco CFA, cioè quei paesi che fanno parte dell’UEMOA: Benin, Burkina Faso, Guinea Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo. Al contrario, i sei paesi che fanno parte della Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) restano al momento esclusi: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Congo.

Il ruolo di Macron e dei paesi africani

Uno dei promotori maggiori della riforma è Emmanuel Macron, che l’ha definita più volte una riforma storica. L’obiettivo principale di Macron è quello di dare una nuova immagine alla Francia. Più volte, infatti, il franco CFA è stato considerato come  uno degli elementi costituenti la cosiddetta “Françafrique”, la speciale relazione tra la Francia e le sue antiche colonie. Il fatto che sia la Banca Centrale francese (e lo sarebbe anche dopo la riforma), e non la Banca Centrale Europea, a garantire la convertibilità della valuta, ha più volte portato a delle critiche al governo francese, accusato di neocolonialismo. Non ultimo, a muovere delle critiche fu anche Luigi di Maio, che nel gennaio 2019 accusò la Francia di impoverire i paesi africani.

La lotta di Macron contro il CFA iniziò già durante la sua campagna presidenziale nel 2017, in cui affermò che il colonialismo era stato “un errore della Repubblica”, definendolo anche un “crimine contro l’umanità”. Tuttavia, l’iniziativa è stata presa principalmente dagli stessi Stati africani. Outtara ha ammesso come il franco CFA sia stato un elemento essenziale fino ad ora per le economie africane, ma che adesso è giunto il momento “di intraprendere delle riforme più ambiziose, al fine di consolidare la crescita e preservare il potere d’acquisto delle nostre popolazioni”.

Una nuova era per i paesi africani?

Molti dubbi rimangono sul fatto che questa riforma comporti una effettiva uscita delle ex colonie dall’influenza francese e un miglioramento delle condizioni economiche dei paesi africani coinvolti. Innanzitutto, la Banca Centrale francese resta responsabile della convertibilità e stabilità della valuta e quindi delle economie africane. Questo rapporto è sì diverso rispetto al precedente, in cui la Banca Centrale deteneva le riserve dei paesi africani, ma pone comunque i paesi dell’UEMOA in uno stato di dipendenza rispetto alla Francia. Infatti, se essi dovessero trovarsi sprovvisti di capitale, sarebbe la Banca Centrale francese a fornire loro del capitale, concedendo delle linee di credito.

Inoltre, resta un possibile problema legato al mantenimento di un cambio fisso con l’euro, che è una moneta molto forte (1 euro = 655,96 franchi CFA, o eco). Su questo punto vi sono opinioni contrastanti. Da un lato, c’è chi reputa che in economie emergenti come quelle africane, un sistema di cambi fissi possa essere molto svantaggioso. Tali economie sono infatti poco competitive rispetto a quelle che adottano la valuta di riferimento (per l’appunto l’euro), e quindi potrebbero avere bisogno di svalutare la loro valuta per riguadagnare quella competitività necessaria per la loro crescita economica.

Tuttavia, ciò è impossibile in un sistema di cambi fissi, che serve principalmente in questo caso a contenere l’inflazione, considerata però da alcuni economisti africani un problema di secondo ordine nel caso delle economie in via di sviluppo. Al contrario, molti economisti sostengono che la forza dell’adozione di un cambio fisso sia proprio evitare quello che succede in altri Stati africani, soggetti a inflazione elevata e speculazione da fuga di capitali, come sottolineato anche da Outtara.

Infine, il progetto di legge approvato dal governo francese scrive certamente una pagina nuova della storia delle relazioni tra la Francia e le sue ex colonie. La Francia mantiene ancora un certo controllo, mentre ai paesi africani è concessa una maggiore indipendenza, anche se non sono completamente ancora dotate di una propria autonomia monetaria. La nuova riforma sarà un esperimento, che se di successo, potrebbe essere allargato anche alle economie del CEMAC. CIò potrebbe aiutare notevolmente la Francia nel migliorare la sua immagine e il suo Presidente nel guadagnare popolarità e consenso non solo tra i suoi cittadini, ma anche tra le popolazioni africane.

Laureando in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e delle Organizzazioni Internazionali presso l'Università Bocconi. I miei interessi sono l'economia, la geopolitica, e le relazioni internazionali.

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