Gli Stati Uniti al voto

Early Voting Stati Uniti

Nelle ultime settimane Election Day ha concentrato l’attenzione sulle elezioni statunitensi di quest’anno – in programma il 3 novembre – e ha discusso degli stati chiave che ad oggi non indicano una chiara preferenza di voto per nessuno dei due candidati: Arizona, Florida, Ohio e North Carolina. Proviamo ora ad approfondire il sistema di voto americano e il motivo per cui quest’anno la situazione è diversa rispetto al passato, cercando anche di rispondere ad alcune domande sul voto negli Stati Uniti.

Le regole di ingaggio

Negli Stati Uniti non vince il candidato che ottiene più voti in assoluto: il Paese assegna infatti 535 Grandi Elettori ai cinquanta stati – più altri 3 al Distretto di Columbia (Washington D.C.) – per un totale di 538, in base alla popolazione. I Grandi Elettori sono figure selezionate da entrambi i partiti che formeranno poi il collegio elettorale che esprimerà il voto per scegliere il Presidente. Questo sistema a votazione indiretta si chiama Electoral College e originariamente fu concepito come giusta via di mezzo per rappresentare la popolazione americana – all’epoca circoscritta alle tredici colonie fondatrici che poi diedero vita ai primi diciotto stati confederati.

Il sistema di assegnazione dei Grandi Elettori funziona più o meno così: ogni stato ha un certo numero di seggi elettorali per la Camera dei Rappresentanti in base alla popolazione, e questo numero – sommato ai 2 Senatori che ciascuno stato esprime – comporrà il numero totale di Grandi Elettori che esprimeranno poi il loro voto elettorale.

Per capirci: in California ci sono 53 distretti elettorali che sommati ai 2 seggi per il Senato forniscono allo stato 55 Grandi Elettori. Il candidato che vince è quello che ottiene almeno 270 Grandi Elettori su 538.

In caso contrario, le cose si complicano un po’: se nessun candidato ottiene almeno 270 Grandi Elettori la palla passa alla Camera che, raggruppata in delegazioni statali, voterà per il Presidente, mentre il Senato voterà invece per il VicePresidente, ma non con il sistema delle delegazioni statali, bensì tramite i voti individuali dei 100 Senatori.

La mappa di seguito mostra come funziona l’assegnazione dei Grandi Elettori:

In caso di pareggio, dunque, si potrebbe assistere ad uno scenario estremamente raro in cui la Camera vota per il Presidente di un partito, mentre il Senato vota per il VicePresidente dell’altro partito. E’ successo solo una volta nella storia, e gli Stati Uniti non erano ancora costituiti da 50 stati: nel 1796 John Adams e Thomas Jefferson divennero rispettivamente Presidente e VicePresidente, anche se all’epoca la regola era diversa: i Grandi Elettori potevano votare infatti per entrambi i candidati, e quello che otteneva più voti diventava Presidente a discapito del secondo arrivato che invece diventava VicePresidente. Per essere ancora più specifici, questa remota possibilità potrebbe accadere anche se negli Stati Uniti vi fosse un terzo partito in grado di raccogliere ampio consenso oppure un candidato indipendente con le stesse capacità, ma il sistema di voto maggioritario scoraggia queste ipotesi.

Con 55 Grandi Elettori la California è lo stato che ne esprime di più, mentre Alaska, Montana e Wyoming sono quelli che ne possiedono meno, solamente 3 a testa. Basta che un candidato vinca anche solo di un voto all’interno di uno stato perché conquisti il totale dei Grandi Elettori di quello stato, ed è per questo che solitamente le elezioni statunitensi si decidono in una cerchia ristretta di stati, o addirittura in uno solo in particolare: nel 2000 Bush diventò Presidente grazie alla vittoria in Florida per soli 537 voti sul candidato democratico Al Gore e nel 2016 a Trump bastò conquistare i voti della Rust Belt (Wisconsin, Michigan, Pennsylvania e Ohio) per battere Clinton.

Tra i 50 stati dell’Unione alcuni di questi votano per lo stesso partito da moltissimo tempo: il Texas vota repubblicano ininterrottamente dal 1980, mentre il Maine vota democratico dal 1992. Dopo le elezioni del 2000 è prassi comune identificare con il rosso gli stati che votano repubblicano e con il blu quelli democratici, ma ci sono numerose eccezioni.

Si parla infatti spesso di “swing states“: stati che votano alcune volte per i repubblicani e altre per i democratici. Su tutti, l’Ohio cambia spesso colore politico con la particolarità di votare sempre per il candidato che poi sarà eletto Presidente sin dagli anni ’60.

Come si vota negli Stati Uniti d’America

Il meccanismo del voto negli Stati Uniti è molto diverso rispetto al nostro, e per molti versi anche più complicato. Prima di votare è infatti necessaria la registrazione on line o presso i vari uffici governativi. Solo dopo questa procedura è possibile poter votare. Tale sistema – in un contesto variegato come quello statunitense – è da sempre al centro di molte polemiche.

Le riforme federali nel corso del XX secolo hanno cercato di migliorare il sistema di registrazione degli elettori cercando di renderlo più facile per i votanti, ottenendo materiali sulla registrazione e creando linee guida per i funzionari elettorali.

Un buon esempio è il National Voter Registration Act, approvato nel 1993. Questa legge è il motivo per cui ai cittadini americani viene chiesto della registrazione elettorale quando si rinnova la patente di guida o il documento d’identità statale. La legge consente agli elettori di partecipare alla registrazione presso il Dipartimento dei veicoli a motore e in altri luoghi in cui gli elettori potenzialmente interagiscono con il governo. Inoltre richiede agli stati di accettare, tra le altre misure, le domande di registrazione per posta.

Un altro provvedimento, approvato nel 2002 in seguito al caos delle elezioni del 2000, è l’Help America Vote Act, che richiede a tutti gli stati di mantenere database di registrazione in tutto il territorio per aiutare a stabilire standard uniformi.

Early voting Stati Uniti

File in un seggio della Virginia per votare. Foto di Axios

Alcuni stati si sono basati su queste riforme di registrazione, mentre altri Governi statali sono rimasti indietro nel cambiamento. Considerando infatti che ogni Stato segue le proprie regole nelle procedure del voto, il risultato è che il sistema di registrazione degli elettori americani lascia ancora fuori molti elettori, escludendoli di fatto dal processo democratico. Basta ad esempio la richiesta di un normale documento d’identità per creare dei problemi, in quanti negli Stati Uniti non è obbligatorio possederne uno, e in genere molte persone appartenenti a minoranze o facenti parte delle categorie più povere ne sono sprovviste.

Un altro modo per poter votare è quello del voto per posta, che negli ultimi mesi è stato al centro di polemiche in seguito alle affermazioni del presidente Trump secondo il quale tale voto risulterebbe facilmente manipolabile. Il voto per posta tuttavia non è una nuova possibilità nel sistema americano, basti pensare che alle elezioni del 2016 circa un quarto degli elettori scelse questa modalità.

In 38 Stati e nel Distretto di Columbia è possibile votare via posta senza dover specificare alcuna motivazione. In cinque Stati – Colorado, Hawaii, Oregon, Utah e Washington – si vota solo tramite questo meccanismo e, tranne in Texas, Missouri, Mississippi, Arkansas, Indiana, Alabama e Louisiana il voto per posta viene garantito a chiunque ne faccia richiesta per un valido motivo. La pandemia rientra in questa casistica e molti cittadini stanno ricorrendo o hanno ricorso al voto postale.

L’elettore che sceglie di votare in questo modo riceve a casa via posta una scheda elettorale e due buste, vota e inserisce la scheda elettorale dentro la prima busta, la quale non riporta alcuna dicitura. Poi inserisce questa busta nell’altra, nella quale sono riportati i suoi dati personali, per poi rimandarla agli uffici elettorali di competenza.

Considerando che l’affluenza è storicamente bassa e che si vota sempre in un giorno di lavoro, in un paese dove il territorio è molto vasto e la densità abitativa in determinate aree molto bassa e con i seggi che possono essere locati molto lontano dai luoghi di residenza degli elettori, il voto postale è una modalità attraverso la quale si è cercato di implementare il sistema e far così aumentare l’affluenza e la partecipazione dei cittadini.

Altra possibilità, concessa per poter aumentare l’affluenza ulteriormente, è quella dell’early voting, ovvero la possibilità di votare prima in anticipo e farlo di persona. Una modalità che permette di risparmiare tempo e che dovrebbe far ridurre le file ai seggi il giorno delle elezioni.

Attraverso queste ultime due modalità circa 56 milioni di americani hanno già votato superando il dato del 2016, con Texas e California a guidare la classifica provvisoria rispettivamente con 6,8 e 6,1 milioni di voti già espressi nel momento in cui scriviamo. Nel totale generale, 17,4 milioni hanno votato in presenza, mentre i restanti 38,5 milioni lo hanno fatto tramite voto postale.

L’America che deciderà il prossimo Presidente

Donald Trump è diventato il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti grazie a circa 78mila voti in più di Hillary Clinton conquistati tra Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: l’equivalente della popolazione che vive nel comune di Pozzuoli (NA) ha deciso l’esito delle elezioni grazie alla regola del winner takeitall, come dicevamo sopra.

Le due campagne elettorali sanno bene quanto la zona della Rust Belt (che comprende per ragioni economiche Wisconsin, Michigan, Pennsylvania e Ohio) sarà importante anche nel 2020: nell’ultimo mese i soldi spesi in advertising e in spot elettorali si è concentrato maggiormente proprio nella regione che un tempo capeggiava l’industrializzazione degli Stati Uniti. Trump si ricorda del 2016, e infatti i messaggi della sua campagna in Ohio e Michigan sono tutti di carattere economico, diversamente dal “law&order” che siamo abituati a vedere negli stati a trazione repubblicana.

Biden dal canto suo è nato a Scranton, Pennsylvania: “build back better” è l’essenza che Hillary Clinton non riusciva a trasmettere quattro anni fa. È probabile, sondaggi alla mano, che le elezioni si risolveranno proprio in questa zona, come mostra la mappa sul nostro sito:

Negli ultimi decenni gli Stati Uniti stanno assistendo ad una notevole crescita della popolazione negli stati del sud, quelli principalmente a trazione repubblicana come il Texas, l’Arizona, la Georgia e il North Carolina: il principale motivo è la costante immigrazione latina che nel prossimo decennio potrebbe cambiare significativamente la mappa elettorale americana, spostando il colore del sud da rosso a blu un po’ come è successo all’inizio degli anni ’60, quando questi stati tradizionalmente favorivano il partito democratico ancora a maggioranza conservatrice, per poi spostarsi gradualmente verso i nuovi repubblicani.

Questo cambiamento demografico in proiezione modificherà infatti la ripartizione dei seggi a livello congressuale e il numero dei grandi elettori negli Stati, con le aree della Rust Belt e del Midwest – caratterizzate da elettori bianchi e sempre più anziani – che saranno negativamente colpite.

Questa crescita della popolazione latina nelle zone più conservatrici del Paese è motivo di grandi riflessioni da parte del Partito Repubblicano: per citare un solo esempio, in Texas nel 2018 lo sfidante democratico Beto O’Rourke è arrivato a soli 2,6 punti percentuali dalla vittoria del seggio per il Senato contro Ted Cruz, candidato repubblicano alle primarie del 2016. I sondaggi oggi individuano l’Arizona, stato in cui l’immigrazione latina è ai massimi storici, come terreno di battaglia per i democratici, mentre in Texas è Trump a condurre i giochi, ma senza margini sicuri.

I cambiamenti demografici in corso sono ancora troppo primitivi per poter considerare realmente il Texas uno stato incerto, ma nei prossimi anni non possiamo sapere come e quanto velocemente questa situazione cambierà. Sappiamo però che l’America che andrà al voto e che deciderà il nuovo (?) Presidente è profondamente diversa a seconda della zona: bianca, di istruzione medio-bassa e operaia nella Rust Belt; di colore, latina e giovane nel sud.

Classe 95, vive a Lodi dove studia e lavora. Facts don't care about your feelings.

Nato nel 1995, studio Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi Roma Tre.
Appassionato di politica, calcio, tennis e musica.

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