Il vento dell’indipendenza scozzese soffia ancora

A picture shows flags arranged as an illustration, a Saltire, the national flag of Scotland (L) and a European Union (EU) flag (R) at the factory of 'Flagmakers' in Chesterfield, northern England on March 24, 2017.  / AFP PHOTO / Oli SCARFF        (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)

I problemi per il regno di Sua Maestà sembrano non finire mai. Dopo i mesi di emergenza sanitaria, dopo la minaccia di azioni legali in arrivo da Bruxelles, dopo le incognite sulla Brexit, Londra inizia a guardare con preoccupazione oltre il Vallo di Adriano. Nel cuore della Gran Bretagna del Nord, infatti, sta per risorgere dalle ceneri del referendum del 2014 la questione dell’indipendenza della Scozia.

 

REFERENDUM DEL 2014

Era il 18 settembre 2014 quando gli scozzesi decisero di rimanere all’interno del Regno Unito. Allora le incertezze derivanti da un’eventuale vittoria del Sì erano sicuramente troppe: l’instabilità economica, l’incognita della divisione del debito pubblico, lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel Mare del Nord e soprattutto la permanenza all’interno dell’Unione Europea.  Il “No” prevalse quasi ovunque, ad eccezione di Glasgow e Dundee soprannominate le “Yes Cities”. Gli indipendentisti, guidati dall’ex premier scozzese Salmond, furono costretti a prendere atto che il Regno Unito era rimasto tale.

 

SCOTLAND LOVES EUROPE E L’IPOTESI DI UN NUOVO REFERENDUM

Dopo due anni, Inghilterra e Scozia decisero nuovamente di prendere due strade diverse su un altro tema: la Brexit. Mentre il popolo inglese votò in massa per lasciare l’Unione Europea, ogni area di consiglio della Scozia si schierò per il “Remain” (62% remain – 38% leave). La spaccatura sulla possibile uscita dall’Unione Europea riaprì le vecchie ferite tra le due nazioni e da Edimburgo si levarono le prime voci di dissenso.

Già nel 2016, il professor Duncan Ross dell’Università di Glasgow spiegò che “le persone che hanno votato nel 2014 lo hanno fatto per rimanere in un Regno Unito membro dell’Unione Europea. […] Oggi, però, la situazione si è ribaltata: rimanere legati a Londra vorrebbe dire uscire dall’Unione EuropeaÈ per questo motivo – aggiunge Ross – che un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese è necessario prima dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, per evitare alla Scozia di ritrovarsi fuori dal circolo Ue e proteggere gli interessi sociali ed economici della popolazione.”

Nello stesso anno, anche l’eurodeputato dello Scottish National Party, Alyn Smith, lanciò un accorato appello all’UE: “Non abbandonate la Scozia! Noi non vi abbiamo deluso. Ora, vi prego, non lasciateci soli”. Il messaggio per Bruxelles era chiaro: Scotland loves Europe. A quel punto, era evidente che le istituzioni scozzesi non si sarebbero arrese così facilmente al volere di Londra.

A distanza di un triennio, le elezioni generali britanniche videro il trionfo di Boris Johnson sul piano nazionale, ma al contempo un calo dei “tories” in Scozia, dove racimolarono un modesto 25% (-3 punti rispetto al 2017). Di conseguenza, lo Scottish National Party vide nei risultati l’occasione per una nuova consultazione referendaria da celebrare in prossimità delle prossime elezioni del Parlamento scozzese, previste per il 2021. Con l’avvicinarsi del 31 gennaio 2020, ultimo giorno di permanenza del Regno Unito in UE, il Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon uscì allo scoperto, annunciando di voler presentare un progetto di legge per un secondo referendum entro la scadenza del mandato.

 

IL VETO DI BOJO

Il Primo Ministro inglese Boris Johnson non l’ha di certo presa bene.

Non consentiremo un altro referendum che confermerebbe la stagnazione politica in cui la Scozia versa da un decennio – ha tuonato Johnson a gennaio 2020 – con gli ospedali, i posti di lavoro e le scuole scozzesi di nuovo lasciati indietro a causa di una campagna di separazione dal Regno Unito“. L’attuale inquilino di Downing Street preferisce non rischiare come il suo predecessore David Cameron, il quale concesse il referendum del 2014 nella convinzione che i “no” avrebbero stravinto. Cameron riuscì a salvarsi per una manciata di voti nella consultazione scozzese, ma lo stesso non accadde per la Brexit.

Da Edimburgo, la Sturgeon non si dà pace sfidando direttamente il Primo Ministro: “I tories sono terrorizzati che la Scozia eserciti il diritto di scegliere il proprio futuro. Ma la democrazia prevarrà“. BoJo, però, non intende farsi rovinare la festa per la Brexit e passare alla storia come colui che ha reso possibile la dissoluzione del Regno Unito, da secoli sotto la stessa corona. Lo scontro tra Holyrood e Westminster appare dunque inevitabile.

 

NICOLA STURGEON E IL COVID

A marzo l’incubo del Coronavirus ha attraversato la Manica. I mesi di emergenza sanitaria hanno toccato profondamente il popolo britannico (oltre 42mila decessi e 530mila contagiati) compreso Boris Johnson, criticato fortemente per aver invocato la famigerata “immunità di gregge”.

Dalla devolution del 1998, la sanità è di competenza delle singole nazioni costitutive del Regno Unito. Questo ha permesso al governo di Edimburgo di avere un ruolo centrale nella lotta contro la pandemia. I cittadini hanno percepito una Scozia efficiente nella gestione della crisi, in contrasto con il caos che regnava a Westminster e a Downing Street. David Clegg, analista politico, ha così sintetizzato l’opinione maturata dagli scozzesi: “Tutte le questioni su economia, posizione della Scozia nel mondo e rischi nel rompere i legami di tre secoli di storia condivisa, sono state ridotte a una domanda molto più semplice: Nicola Sturgeon o Boris Johnson?“. La risposta si ricava dal picco di popolarità raggiunto dalla Sturgeon ad agosto (72%). Persino gli scozzesi contrari all’indipendenza l’hanno promossa: il 59% ritiene positivo il suo operato per contrastare il Covid.

 

L’OPINIONE DEGLI SCOZZESI

A seguito della Brexit e del Covid, gli scozzesi si sono davvero pentiti del risultato del 2014? Dall’ultimo sondaggio condotto da Survation a settembre, la risposta sembra essere affermativa. La causa indipendentista riuscirebbe, infatti, a prevalere con ben il 53% degli scozzesi favorevoli.

Il dato più interessante però riguarda l’opinione delle aziende britanniche. Mentre nel 2014 più di 120 uomini d’affari, tra cui Keith Cochrane (CEO di Weir Group) e Andrew Mackenzie (amministratore delegato di BHP Billiton), vedevano nell’indipendenza un danno irreversibile per l’economia scozzese, oggi qualcosa sembra essere cambiato. I CEOs d’oltre manica non tremano più di fronte alle aspirazioni secessioniste della Scozia, come emerge da un sondaggio pubblicato sul Times lo scorso 2 ottobre. L’indagine condotta dalla principale società di ricerca Ipsos MORI ha rivelato che il 95% dei top manager è fiducioso che la propria azienda si adatterà alle conseguenze del nuovo assetto costituzionale. Ha anche evidenziato come il 54% degli intervistati sia in disaccordo o fortemente in disaccordo con l’affermazione: “Se la Scozia diventasse un paese indipendente, sarebbe un rischio significativo per la mia azienda”. Fiona Hyslop, portavoce del segretario scozzese all’economia, ha dichiarato: “Questo sondaggio dei leader aziendali mostra che, in modo schiacciante, sono fiduciosi che le loro aziende prospereranno in una Scozia indipendente e mostra anche che la stragrande maggioranza crede che l’indipendenza stia arrivando”.

Crolla così una delle principali argomentazioni degli unionisti. A questo punto, le persone credono che l’indipendenza si rivelerà vantaggiosa per l’economia, il che non sorprende visto che l’alternativa è l’esclusione della Gran Bretagna dal più grande mercato unico del mondo.

 

IL TRIANGOLO SUL MERCATO UNICO

Ed è proprio sul tema del mercato unico che si sta consumando l’ennesimo stallo costituzionale tra Westminster e Holyrood. Il Primo Ministro inglese ha recentemente proposto l’Internal Market Bill, un progetto di legge per regolare la circolazione delle merci all’interno del Regno Unito nel post-Brexit. L’atto, però, consentirebbe di violare alcune disposizioni contenute nell’accordo di recesso siglato con l’Unione Europea, in particolare quelle relative al confine tra le due Irlande. È scontato dire che il fatto abbia provocato l’ira della Commissione Europea, la quale ha minacciato di avviare una procedura d’infrazione contro Londra.

Nel duello tra von der Leyen e Johnson, si è inserita anche la Sturgeon. Il 7 ottobre, infatti, il Parlamento scozzese ha votato per negare il proprio consenso all’Internal Market Bill. L’impatto della mossa resta da vedere: mentre Downing Street ha già annunciato che procederà comunque, il governo scozzese ha lasciato intendere che potrebbe portare l’amministrazione tory davanti ad un giudice. Tra Bruxelles, Londra ed Edimburgo ormai volano stracci.

 

SCOXIT?

Aspirazioni secessionistiche, Brexit, Covid, prospettive economiche. Un mix che trasforma la Scozia nella polveriera delle Isole Britanniche. Il vento dell’indipendenza scozzese soffia incessante da Nord e tra i banchi di Westminster qualcuno inizia a chiedersi: dopo la Brexit, arriverà la Scoxit?

Classe 1998, studio Giurisprudenza all'Università Cattolica di Milano. Affamato di cultura politica fin da piccolo, con la passione dei viaggi e del teatro.

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