Internal Market Bill: contenuti e reazioni

Aumentano le tensioni fra il Regno Unito e l’Unione Europea a causa di una proposta di legge del governo di Boris Johnson.

L’Internal Market Bill è il pomo della discordia in un clima di negoziazioni già teso. Da tempo, infatti, le trattative per un accordo sul commercio post-Brexit avevano raggiunto un punto di stallo. Adesso, con la nuova legge, la possibilità di una soluzione appare sempre più lontana.

Ma andiamo con ordine: che cosa prevede l’Internal Market Bill e perché ha creato così tante tensioni?

Per poter rispondere a questa domanda, è necessaria una digressione.

Gli Antefatti

Prima dell’inizio delle trattative per un trattato sul commercio, Regno Unito e Unione Europea hanno firmato un accordo: il Withdrawal Agreement.

Questo prevede, tra le altre cose, delle disposizioni specifiche per l’Irlanda del Nord, che rappresenta l’unico confine di terra fra l’Unione Europea e il Regno Unito. La questione Irlandese è estremamente delicata e ha rappresentato l’ostacolo principale per le trattative.

La storia della regione è stata infatti caratterizzata dallo scontro (spesso violento) fra i Protestanti Unionisti, cioè coloro che vogliono restare nel Regno Unito, e i Cattolici Repubblicani, ovvero coloro che chiedono la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda (stato membro dell’Unione Europea).

La pace fu ristabilita solamente nel 1998 con l’Accordo del Venerdì Santo, grazie anche alla mediazione del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Le trattative per la Brexit hanno dunque sempre avuto come obiettivo quello di non tradire lo spirito dell’accordo, e di impedire un confine con controlli e dogane (“hard border”) fra le due “Irlanda”. La sua presenza potrebbe infatti far riemergere le tensioni che hanno macchiato di sangue la storia dell’isola.

Per questa ragione il Withdrawal Agreement prevede che, finite le trattative per un accordo commerciale e concluso il periodo di transizione, l’Irlanda del Nord continuerà a seguire i regolamenti europei sugli standard dei prodotti esportati: questo impedirà la necessità di un “hard border”. Al contrario, il resto del Regno Unito smetterà di dipendere dai regolamenti europei, il che significa che -anche qualora un trattato commerciale venisse firmato- alcuni prodotti provenienti dalla Gran Bretagna (Scozia, Galles e Inghilterra) dovrebbero comunque essere sottoposti a controlli prima di giungere in Irlanda del Nord, in quanto entrerebbero di fatto in un’area sottoposta alle regole del mercato unico europeo.

Si creerebbe, in altre parole, una situazione in cui la regione rimarrebbe politicamente parte del Regno Unito, ma avrebbe anche un confine con dogane e controlli (anche se molto limitati) col resto del Paese, causando malumori fra gli Unionisti. Questo però garantirebbe l’assenza di un “hard border”.

La Proposta

L’Internal Market Bills è una proposta di legge volta a definire i poteri del governo centrale di Scozia, Galles e Irlanda del Nord in merito a diverse aeree di competenza. La necessità della legge è abbastanza comprensibile, in quanto dopo la Brexit le competenze Europee andranno redistribuite fra il governo centrale e i governi locali.

Il problema risiede però nel testo della legge che entra esplicitamente in contraddizione con il “Withdrawal Agreement”. Essa, infatti, consente al governo Britannico di portare avanti azioni che garantiscano il commercio di beni all’interno del Regno Unito anche se in violazione del diritto internazionale. Attraverso questa clausola, il governo vuole impedire la formazione di barriere al commercio fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito nel caso in cui non si raggiunga un accordo commerciale con l’Unione Europea.

La proposta prevede l’istituzione di un ente indipendente che si occupi di monitorare il funzionamento del mercato interno, oltre che alcuni chiarimenti sul fatto che la Gran Bretagna non seguirà più le normative Europee sugli aiuti di stato.

Johnson ha difeso la sua proposta affermando che essa proteggerà gli Accordi del Venerdì Santo, garantendo l’assenza di dazi o barriere commerciali fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna anche nel caso in cui un accordo commerciale con l’Europa non venga trovato. Il governo ha anche voluto ribadire il ruolo sovrano del Parlamento per giustificare la propria azione unilaterale.

La proposta è stata apprezzata dagli Unionisti Nord-Irlandesi del DUP, che l’hanno definita un “passo avanti”, e dalla frangia più Euroscettica dei Conservatori: L’European Research Group.

Opposizione su più fronti

Le critiche alla proposta non sono certo venute a mancare.

Da un lato, diversi parlamentari Conservatori, tra cui spiccano i nomi degli ex-Primi Ministri Theresa May e John Major, si sono opposti esplicitamente alla proposta, dichiarando che sarebbe dannosa per la reputazione del Regno Unito. La divisione del Partito Conservatore sull’UE non è però particolarmente sorprendente, tanto che ben tre Primi Ministri Conservatori (Thatcher, Cameron e May) si sono dimessi per questioni legate a questo tema.

Keir Starmer, leader del Partito Laburista

Dall’altro lato non sono mancate le accuse da parte del Partito Laburista, il cui leader, Keir Starmer, ha dichiarato, rivolgendosi a Johnson: “se fallirà nel tentativo di trovare un accordo, Primo Ministro, questo fallimento le apparterrà.” Starmer, che in precedenza aveva supportato la proposta di un secondo referendum, ha ora spostato il suo partito verso l’accettazione della Brexit, indirizzando la sua opposizione contro la possibilità di un’uscita senza accordo commerciale.

Critiche forti sono arrivate anche dai Repubblicani Nord-Irlandesi di Sinn Féin, dal Primo Ministro Irlandese Micheál Martin e da Nicola Sturgeon, Primo Ministro Scozzese, la quale non ha escluso la possibilità di un’azione legale contro il governo centrale. La Sturgeon sembra essere infatti preoccupata per le nuove regole sul commercio interno, in quanto la nuova legge potrebbe comportare maggiore uniformità negli standard dei prodotti commerciati nel Regno Unito. Ciò toglierebbe potere alla Scozia nel definire i propri standard (soprattutto sui prodotti agricoli), dando maggiori poteri al governo centrale.

In opposizione alla proposta, si è dimesso Sir Jonathan Jones, segretario permanente al Dipartimento Legale del Governo. Jones è l’ultimo di ben sei burocrati di alto livello che si sono dimessi dall’insediamento del governo Johnson.

La risposta dell’UE non si è fatta attendere, lanciando un ultimatum al governo Britannico: la proposta di legge va ritirata entro la fine del mese o si potrebbe procedere per vie legali. Le tensioni emerse hanno anche portato a un crollo della sterlina rispetto al dollaro.

Anche la Democratica Nancy Pelosi, Presidente della Camera degli Stati Uniti, è intervenuta condannando l’azione di Johnson: “se il Regno Unito violerà i trattati internazionali e se la Brexit minerà l’accordo del Venerdì Santo, non ci sarà alcuna possibilità che un trattato commerciale fra USA e UK venga approvato dal Congresso”.

C’è chi definisce la proposta un bluff da parte del Regno Unito per spingere le trattative in proprio favore. Certo è che, al momento, la prospettiva di un accordo sembra più lontana che mai.

 

 

 

Master student in Comparative Politics (MSc) presso la London School of Economics and Political Science.
Laureato in Politcs&Philosophy (BA) presso l'università di Sheffield.
Appassionato di politica comparativa e di storia.

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