Israele ha un nuovo governo

Sembra che in Israele un nuovo governo interromperà l’ormai consolidata tradizione di andare a votare due volte l’anno. Martedì sera le ultime consultazioni tra i leader della nuova coalizione sono giunte al termine, ma una cosa è certa: le discussioni non sono finite qui, anzi. I principali promotori di questa nuova, curiosa alleanza sono Yair Lapid, capo del partito Yesh Atid (centro) e Naftali Bennett di Yamina (destra). La coalizione comprenderà virtualmente un’ampia porzione di società israeliana. Ci saranno partiti di destra, di centro e di sinistra, ebraici e, novità assoluta, un partito arabo. Malgrado ciò la maggioranza alla Knesset sarà risicata: ammesso che tutti i membri dei partiti coinvolti votino la fiducia, essa sarà di 62 parlamentari su 120. Con questi presupposti è difficile capire quale sentiero intraprenderà l’esecutivo, e soprattutto quanto durerà, anche se un comune denominatore c’è: l’avversione per Bibi Netanyahu.

La nuova coalizione

Sebbene il programma e la squadra di governo siano ancora da definire, diverse informazioni girano già da diversi giorni. La carica di premier verrà ricoperta a rotazione: per i primi due anni il timone sarà nelle mani di Bennett e poi passerà a Lapid. La scelta di far iniziare il mandato a Bennett, il cui partito ha ottenuto soltanto 7 seggi, ha lo scopo di cementare ulteriormente la sua fedeltà alla coalizione. Per Lapid, leader del secondo partito (17 seggi) sarà una scommessa: in molti pensano che questo governo cadrà schiacciato dal peso della sua eterogeneità. Anche i partiti di coalizione sono noti. Ci sarà il blocco centrista di Yesh Atid e Blu e Bianco di Benny Gantz (25 seggi in totale). Ci saranno le destre, rappresentate da Yamina, Israel Beitenu di Avigdor Liberman e Nuova Speranza di Gideon Sa’ar (20 seggi). Saranno poi presenti le sinistre, di cui fanno parte i Labour di Merav Michaeli e Meretz di Nitzan Horowitz (13 seggi). Ci sarà infine il partito arabo Ra’am (4 seggi), formazione islamista moderata guidata da Mansour Abbas. Si tratta della prima volta in cui un partito arabo fa parte di una coalizione di governo in Israele, un altro elemento che insieme alla marginalizzazione di Netanyahu segna una discontinuità con il passato.

Netanyahu non ce l’ha fatta

Il grande sconfitto di questa tornata è ovviamente Netanyahu, che non è riuscito a mettere i bastoni tra le ruote ai suoi nemici. Ancor peggio, non è riuscito a farlo nonostante le numerose condizioni favorevoli. In primo luogo la formidabile campagna vaccinale da lui promossa gli ha sì permesso di riguadagnare terreno rispetto agli altri attori, ma non ha fermato l’emorragia di voti dal suo partito. La politica del pugno di ferro usata nei confronti dei palestinesi a Gerusalemme, Gaza, in Cisgiordania e nelle cosiddette “città miste” di Israele poi non è riuscita a persuadere le destre a rinnovargli ancora la fiducia. Infine, il tradizionale asse tra il Likud e i partiti religiosi (Shas, Giudaismo Unito nella Torah, Partito Sionista Religioso), pur partendo da una base di 52 seggi, non è riuscito ad attrarre nella sua orbita quei 9 parlamentari necessari per arrivare alla governabilità. Tuttavia un altro aspetto questa volta è stato decisivo. Nel corso della sua lunga carriera Bibi ha incontrato molti avversari, ma i più temibili sono stati quelli che egli stesso ha plasmato. Si tratta di ex alleati che hanno fatto fortuna all’ombra di “Re Bibi” per poi essere silurati al minimo timore che potessero rubargli lo scettro. Lo stesso Bennett, futuro premier, è uno di questi, così come Liberman e Sa’ar, la cui secessione dal Likud risale allo scorso dicembre.

Sabotare, sabotare, sabotare

Com’è suo solito, Netanyahu ha reagito cercando di screditare i suoi avversari, in particolare Bennett, accusandoli di voler consegnare il Paese alla sinistra. Il leader di Yamina è finito sotto il fuoco delle critiche anche per la sua apertura alla coalizione con Lapid, che in precedenza aveva escluso. Ma gli strali non sono l’unica arma con la quale Netanyahu ha cercato di soffocare il neonato nella culla. Martedì il Presidente Rivlin, anch’egli alla fine del suo mandato (gli succederà l’ex capo laburista Isaac Herzog), ha esaminato un ricorso del Likud. L’istanza si fondava su un presunto vizio di procedura che avrebbe dovuto invalidare l’intero iter di formazione del nuovo governo. Sebbene anch’egli membro del Likud, Rivlin ha respinto il ricorso poiché non ha trovato alcun vizio di procedura.

La questione della laicità dello stato

Mal di pancia non sono mancati nemmeno tra i partiti religiosi tradizionalmente presenti nei governi Netanyahu. Soprattutto gli ultraortodossi, rappresentati dalle formazioni Shas e Giudaismo Unito nella Torah, temono una campagna di secolarizzazione in Israele. Sebbene Yamina abbia al proprio interno esponenti del sionismo religioso, in molti nella nuova coalizione sostengono che Israele debba rimanere uno stato laico. Il tema è caro a diverse forze dello spettro politico, dalla sinistra alla destra. Proprio a destra si trovano alcuni dei più convinti sostenitori del secolarismo, rappresentati da Israel Beitenu. Il partito di Liberman, pur essendo portavoce di istanze fortemente nazionaliste, è favorevole ad una revisione delle prerogative tradizionalmente accordate alle comunità ultraortodosse, in primis l’esenzione dal servizio militare. Alla luce di ciò si possono comprendere gli strali lanciati dalle testate ultraortodosse al nuovo governo e a Bennett, accusato di aver tradito la destra.

Un equilibrio fragile

Le critiche a Bennett non arrivano soltanto dagli altri partiti. Nelle ultime ore uno dei rischi più concreti proviene da una frangia di dissidenti in seno a Yamina. Due parlamentari, Nir Orbach e Amichai Chikli, sono contrari a governare con Lapid, le sinistre e gli arabi. Qualora dovessero confermare la loro contrarietà in sede parlamentare, il governo rischierebbe di non avere la maggioranza. Per questo motivo la direzione del partito sta esercitando pressioni affinché i dissidenti rinuncino al loro seggio a favore di esponenti meno oltranzisti. Ciò che sta accadendo all’interno di Yamina potrebbe accadere all’interno della coalizione di governo. Del resto, qualora dovesse decollare, l’esecutivo Bennett-Lapid collezionerà due importanti primati: sarà il primo governo a contemplare un partito arabo nella sua compagine e allo stesso tempo il governo con il premier più a destra fino ad ora.

La questione palestinese

Proprio il delicato problema del rapporto con i palestinesi è tra i pericoli più grandi per l’esecutivo. Al momento sembra che la questione non sia stata affrontata, tanto è spinosa. I recenti avvenimenti hanno tuttavia dimostrato che essa è destinata a riproporsi in maniera ciclica, inaspettata e del tutto indipendente dalla volontà di Israele di affrontarla. La prossima crisi sarà senz’altro un importante banco di prova per la tenuta del governo, così come tutte le decisioni che riguardano i palestinesi di cittadinanza israeliana. Numerosi esponenti di Yamina e Israel Beitenu , inclusi gli stessi Bennett e Liberman, sono stati tacciati di razzismo e incitamento all’odio nei confronti degli arabi. Quasi inutile a dirsi, nessuno a destra (ma non solo) è disposto a retrocedere su alcuni temi in materia, in primis gli insediamenti in Cisgiordania. Risulta quindi difficile capire che tipo di concessioni questi partiti intendano fare a Ra’am e viceversa, mentre è certo che tutti dovranno ingoiare qualche rospo.

Fine di un’era?

Molti sostengono che questo governo, definito “del cambiamento” non vedrà la fine della legislatura. Alcuni poi affermano che saranno gli stessi protagonisti a staccare la spina una volta raggiunti gli obiettivi che la coalizione si è fissata. Da quanto si può dedurre leggendo diverse analisi, tre sembrano essere gli obiettivi da raggiungere. Il primo è allontanare definitivamente Netanyahu dalle leve del potere lasciandolo in balia dei tre processi da cui sta scappando da anni. Il secondo è consolidare il nuovo status quo dimostrando che un governo senza Bibi è non solo possibile ma anche stabile e affidabile. Il terzo è rafforzare i vari partiti portando avanti alcune battaglie care ai loro elettori in vista dello scontro che deciderà chi sarà il vero successore di Netanyahu. Perché se non è ancora chiaro se si tratti dell’ultimo capitolo delle sue gesta politiche, ancor meno lo è la direzione Israele intende prendere nel futuro. Per il momento la palla è nelle mani della Knesset, che sarà chiamata nei prossimi giorni a votare la fiducia. E la strada, come si è ben capito, è tutt’altro che in discesa.

Laureato in Scienze Storiche presso l'Università di Torino
Ho conseguito un diploma in Geopolitica e Sicurezza Globale presso l'ISPI. I miei campi di interesse sono lo spazio ex-sovietico e il Medio Oriente.

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