La crisi coronavirus negli USA

L’emergenza coronavirus sta iniziando a mettere a dura prova anche l’America. Dal primo caso accertato il 23 gennaio nello stato di Washington nella costa ovest si è arrivati alla rilevazione di più di 24.380 casi. Un numero in costante crescita che desta forte preoccupazione in vista delle prossime settimane.

Mappa degli Stati Uniti con la distribuzione dei casi in rosso.

Al numero dei contagiati va poi aggiunto quello dei morti che è attualmente attestato a 340. L’epicentro è ormai lo stato di New York, dove troviamo più di 10.000 casi, seguito dallo stato di Washington (stato col più alto numero di decessi: 96) con più di 1.600 casi e dalla California, dove si attestano più di 1.500 casi. Anche nel New Jersey nelle ultime ore si è arrivati a più di 1.300 casi.

Proprio lo stato di New York è finito al centro del dibattito pubblico interno non solo per i numeri ma anche per lo scontro fra il governatore Andrew Cuomo e il presidente Donald Trump.

Dopo l’annuncio del primo caso il 1° marzo, i funzionari sanitari dello Stato hanno costantemente richiamato l’attenzione per contenere la diffusione del virus man mano che il numero di diagnosi confermate è aumentato.

Gli Stati col più alto numero di casi

Molti dei primi casi rintracciati sembra siano partiti da un uomo della contea di Westchester che avrebbe partecipato a riunioni pubbliche prima di sapere di avere il coronavirus. In seguito la Guardia Nazionale è stata schierata a New Rochelle, il centro di quell’epidemia.

Tuttavia questo non è servito a contenere la pandemia. Lo stato sta infatti annunciando migliaia di nuovi casi ogni giorno. Oltre alla contea di Westchester, un gran numero di pazienti viene infatti curato in tutta New York, a Long Island e in oltre due dozzine di contee.

Il governatore Andrew Cuomo, del Partito Democratico, ha avvertito che le unità di terapia intensiva, di questo passo, saranno presto piene chiedendo al presidente Trump di inviare il corpo di ingegneri dell’esercito per adeguare i dormitori universitari (vedi la New York University e la Columbia University) e altri edifici per ospitare quei pazienti.

Il governatore ha poi indicato da domenica una serie di restrizioni per contenere la pandemia. Le aziende considerate non indispensabili dovranno fermarsi e le persone di età superiore ai 70 anni e quelli che hanno un sistema immunitario più debole o con malattie pregresse dovranno rimanere il più possibile in casa per limitare la loro esposizione al coronavirus. Queste persone dovranno anche portare una mascherina quando usciranno.

Le persone di età inferiore a 70 anni e in buona salute potranno uscire di casa per brevi periodi di tempo per fare esercizio fisico o fare una passeggiata mantenendo comunque una distanza minima di un metro e mezzo.

I trasporti pubblici rimarranno aperti, ma le strade e il trasporto di massa dovrebbero essere utilizzati solo come ultima risorsa e qualsiasi tipo di riunione sarà vietata.

Resteranno aperte solo le attività ritenute essenziali come i negozi di alimentari, ristorante col servizio di consegna, le farmacie, le banche ed altre, ricalcando in questa scelta il modello anche da noi in funzione in questo momento.

Anche altri stati come Washington, la California, il Connecticut e il New Jersey stanno prendendo misure simili.

Sia Cuomo che Trump hanno accusato l’altro di non aver fatto abbastanza per controllare il virus con il governatore che su Twitter ha evvertito che “è solo questione di tempo prima che i letti in terapia intensiva del nostro stato si riempiano”, con la FEMA (l’ente federale per la gestione delle emergenze) che ha dichiarato New York in “stato di calamità”.

Prospettive sul contagio e situazione sanitaria

Difficile fare previsioni certe sul contagio, ma sta di fatto che le stime variano a seconda delle misure che verranno prese da ora in avanti per controllare l’epidemia.

I ricercatori della Columbia University hanno affermato che i casi per ora rilevati sono solo una parte del totale che in realtà avrebbe il virus, stimando che solo un caso su 11 è stato segnalato.

Secondo le ricerche, anche se gli Stati Uniti dovessero tagliare del 50% la velocità di trasmissione del virus gli americani contagiati potrebbero essere nei prossimi 2 mesi circa 650.000.

New York, Seattle, Boston e alcune parti della California hanno già focolai così grandi che probabilmente vedranno una crescita significativa anche dopo aver preso misure straordinarie.

Le previsioni del contagio al 1° luglio. Da sinistra verso destra: senza misure di controllo; con alcune misure di controllo; con misure più stringenti.

Con dei controlli più rigidi, secondo le stime, parti del paese senza un grosso focolaio potrebbero invece evitare il peggio, con il virus che si diffonderebbe nell’entroterra a un ritmo molto più lento colpendo con meno gravità. Resta il fatto che anche in luoghi che sembrano ora avere pochi casi le autorità competenti dovrebbero agire il prima possibile.

Senza misure adeguate, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (importanti organismo di controllo sulla sanità pubblica americana) assisteremmo ad uno scenario da incubo: una proiezione stima che tra 160 milioni e 214 milioni di persone potrebbero essere infettate nel corso dell’epidemia.

Tutto questo inoltre, sempre secondo gli esperti, potrebbe durare mesi o anche più di un anno, con infezioni concentrate in periodi più brevi, scaglionati nel tempo in diverse comunità. Potrebbero morire da 200.000 a 1,7 milioni di persone. E, sempre secondo i calcoli basati su tali scenari, da 2,4 a 21 milioni di persone negli Stati Uniti potrebbero richiedere il ricovero ospedaliero, schiacciando il sistema sanitario americano che conta all’incirca 925.000 letti. I posti letto per le persone gravemente malate sono meno di un decimo.

Forte la preoccupazione infatti degli esperti in campo medico sul sistema sanitario, timorosi per la gestione degli afflussi dei casi. Preoccupazioni derivate anche dalla mancanza di comunicazioni tempestive agli ospedali sui protocolli da seguire e le nuove precauzioni da prendere.

Anche le scorte di materiale medico dovrebbero essere implementate per poter garantire protezione agli infermieri, i quali hanno lamentato la già citata mancanza di istruzioni. Un sondaggio condotto su 1.000 infermieri della California dal National Nurses United, il più grande sindacato americano, ha rilevato che il 47% di essi non era sicuro che il loro ospedale avesse un piano per isolare i pazienti con possibile nuova infezione da coronavirus.

Come si sta muovendo la politica

I numeri citati hanno avuto un forte impatto su Washington, a partire da Pennsylvania Avenue. Proprio dalla Casa Bianca, Donald Trump, fortemente scettico nelle prime settimane sul virus, sembra aver cambiato la propria impostazione iniziale.

All’inizio infatti il Presidente aveva paragonato questo virus ad una influenza che sarebbe finita con il caldo, forse già ad aprile, sottovalutando l’emergenza come molti altri leader del mondo occidentale. Delle ultime ore l’indiscrezione del Washington Post, secondo cui fonti di intelligence avevano avvisato la Casa Bianca già a gennaio del pericolo rappresentato dall’epidemia di COVID-19.

Nel corso dei giorni, con il progredire del contagio, Trump ha cambiato politica a partire dalla decisione di sospendere per 30 giorni i voli da e per l’Europa (escludendo Regno Unito e Irlanda), fino ad arrivare alla dichiarazione dello stato d’emergenza nazionale.

Oltre alle problematiche nell’ambito sanitario, fisso nei pensieri del Presidente è l’andamento economico del Paese. Nei giorni passati infatti la borsa di New York è stata altamente fluttuante e a Wall Street si sono toccati punti molto bassi con l’indice del Dow Jones che ha toccato il suo punto più basso dal 1987.

A questo punto dell’escalation della pandemia, per SurveyUSA, il 9% dei lavoratori americani (circa 14 milioni) sono stati finora licenziati a causa del coronavirus e 1 lavoratore su 4 ha avuto una riduzione dell’orario di lavoro.

I numeri rilasciati giovedì dal Dipartimento del Lavoro, basati su un’analisi preliminari su 15 stati, forniscono la conferma che l’economia stia soffrendo in maniera preoccupante. Il governo ha riferito che il numero di richieste iniziali di disoccupazione è salito a 281.000 la scorsa settimana, in netto aumento rispetto a 211.000 della settimana precedente. Questo aumento è superiore a qualsiasi altro movimento settimanale verificatosi dalla crisi finanziaria del 2008.

Numeri che in ogni caso non esprimono a pieno la situazione in cui sta precipitando l’economia, poiché è già chiaro che queste dichiarazioni iniziali saliranno ulteriormente la prossima settimana, molto probabilmente a livelli mai visti prima.

I numeri per lo stato di Washington, dove la pandemia di coronavirus ha preso piede in precedenza e ha avuto un grave impatto, sono particolarmente notevoli. Lì, le richieste di sussidi di disoccupazione sono più che raddoppiate la scorsa settimana e sono ora ai livelli registrati durante le ultime recessioni.

In seguito alla creazione di una task force sull’emergenza coronavirus, il Presidente ha quindi deciso di muoversi per limitare e bloccare il tracollo finanziario e tentare di dare respiro all’economia.

Donald Trump e il Segretario del Tesoro Steven Mnuchin in conferenza stampa alla Casa Bianca.

L’idea dell’amministrazione Trump, come annunciato martedì dal Segretario del Tesoro Steven Mnuchin, è di inviare pagamenti diretti in contanti ai cittadini per aiutarli a far fronte ai problemi economici dovuti alla pandemia.

Un provvedimento che dovrebbe essere parte di un grosso pacchetto di stimolo all’economia da 1 trilione di dollari in fase di negoziato tra la Casa Bianca e il Congresso, in risposta al timore espresso dallo stesso Mnuchin di vedere la disoccupazione salire al 20%.

Il sostegno della Casa Bianca all’idea del pagamento in contanti ha già ottenuto il sostegno dei democratici e di alcuni repubblicani al Congresso, facendo prevedere rapidi sviluppi bipartisan tra i negoziatori.

Una cifra certa sull’importo degli assegni da inviare ancora non è stata rilasciata nonostante qualche numero sia trapelato, tuttavia i democratici, specialmente al Senato, sembra che stiano spingendo per una misura che eroghi assegni da 2.000 dollari a tutti i cittadini al di sotto di una certa soglia di reddito.

Previsto anche un aiuto da 50 miliardi per le compagnie aeree.

E verso USA2020?

Il presidente Trump e il suo staff sanno bene che una buona gestione dell’emergenza potrebbe essergli utile in vista delle presidenziali di novembre.

Il tema coronavirus è stato infatti affrontato dai due candidati democratici rimasti in corsa per la nomination del Partito Democratico verso la Casa Bianca nell’ultimo dibattito tenutosi il 15 marzo.

Joe Biden e Bernie Sanders durante l’ultimo dibattito delle primarie.

Entrambi i candidati hanno criticato l’approccio del presidente Trump, abbracciando una strategia governativa molto più ampia per cercare di mitigare gli impatti sanitari e economici del virus.

Biden si è concentrato su soluzioni immediate, dicendo che se fosse stato lui a dover decidere avrebbe chiesto l’aiuto dei militari per gestire la situazione ed avrebbe lavorato sin da subito all’attuazione di un programma economico “multi-miliardario”.

Sanders ha invece volto l’attenzione sui programmi e le idee a lui più care come la sanità pubblica aperta a tutti, vedendo come le disuguaglianze economiche incidano profondamente sulla gestione e la salute dei cittadini, a fronte di un sistema sanitario fortemente privatizzato.

 

 

Nato nel 1995, studio Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi Roma Tre.
Appassionato di politica, calcio, tennis e musica.

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