Netanyahu sta cercando i voti degli arabi

Netanyahu posa con Jabarin Muhammad a Umm al-Fahm [parina Facebook del Ministero Israeliano degli Affari Esteri]

Che le prossime elezioni saranno croce o delizia per il futuro politico di Bibi Netanyahu si era capito già all’indomani della caduta del governo il 23 dicembre. A Gerusalemme sempre più ostacoli si sono frapposti tra “HaMelek”, il re, come lo chiamano i suoi sostenitori più sfegatati, e la sua corona di Primo Ministro. Nella Knesset i suoi ex alleati di governo Avigdor Liberman, Naftali Bennett e Gideon Sa’ar, oggi a capo di tre partiti di destra, stanno affilando i pugnali per assicurarsi la successione. Sul fronte giudiziario pesa la spada di Damocle dei tre processi, due per abuso di fiducia e frode e uno per corruzione, che solo l’immunità da premier riuscirebbe a tenere a debita distanza. Per affrontare questi problemi Netanyahu ha pensato fuori dagli schemi e ha elaborato una nuova strategia: ottenere la fiducia degli arabi di Israele.

Una minoranza da non sottovalutare

Due milioni sono i cittadini israeliani di etnia araba, costituiscono il 20% della popolazione del paese. Non è sorprendente quindi che chi desideri governare debba fare i conti con loro, che sono rappresentati di solito da un numero di parlamentari compreso tra dieci e quindici. Benché alcuni di loro siano presenti tra le file di partiti ebraici come Meretz, il voto arabo è tradizionalmente orientato verso la Lista Unita, una formazione araba che riunisce attori politici di diversa natura, dai nazionalisti agli islamisti. Decenni di scarsi investimenti del governo nelle comunità arabe hanno portato questa categoria a fare i conti con problemi socio-economici peculiari. Quasi un cittadino arabo su due vive in stato di povertà, e arabe sono otto delle dieci città più povere di Israele. I servizi come scuole e ospedali sono generalmente di qualità inferiore rispetto alla media, e i finanziamenti insufficienti alla polizia hanno causato un aumento dei crimini violenti all’interno di queste comunità.

Bibi e gli arabi israeliani

In questo processo di marginalizzazione i governi Netanyahu hanno avuto un ruolo importante. Particolarmente controversa è stata l’approvazione della legge sullo Stato-Nazione del 2018, che definisce Israele come “la casa nazionale del popolo ebraico” e, tra le altre cose, declassa la lingua araba da seconda lingua ufficiale a lingua con status speciale. Agli occhi delle minoranze questa legge fu percepita come discriminatoria e per nulla rispettosa del loro contributo alla prosperità dello stato. In quell’occasione si sollevarono proteste anche tra i cittadini ebrei, tanto che divenne famosa la promessa del presidente Reuven Rivlin, compagno di partito di Bibi, di firmare la legge in arabo. Ma ancora peggiore fu l’impatto di diverse dichiarazioni, soprattutto quella del 17 marzo 2015. In occasione delle elezioni per la XX Knesset, il Primo Ministro uscente invitò i connazionali a votare per lui per scongiurare il pericolo di un governo della sinistra, presentata come filo-araba. Affermando con tono preoccupato “gli elettori arabi si stanno recando in massa ai seggi”, Netanyahu stuzzicò quella parte di elettorato convinta che gli arabi costituiscano una quinta colonna del terrorismo palestinese all’interno di Israele. Quasi inutile a dirsi, le scuse presentate in seguito valsero a poco: questo era per gli arabi il vero volto di Netanyahu e del suo elettorato.

Cambio di strategia in casa Likud

Nelle ultime settimane, però, è cambiato qualcosa. Nel mese di gennaio Netanyahu ha visitato le città arabe di Tirah, Umm al-Fahm e Nazareth per incontrare i sindaci locali e promuovere la campagna vaccinale contro il Covid-19. A Umm-al Fahm si è fatto fotografare, non senza cerimonie, insieme a Jabarin Muhammad, il milionesimo israeliano ad ottenere una dose di vaccino. Anche le sue dichiarazioni hanno preso una piega più conciliatoria. A Nazareth ha affermato che il voto degli arabi ha un “enorme potenziale”, mentre, commentando la sua visita ad una città araba, evento per lui insolito, ha detto che questo è “solo l’inizio”.

Le ragioni della svolta

A folgorare Bibi sulla via di Damasco (o meglio, di Gerusalemme) sono stati tre fattori. Il primo è il calo di consensi tra l’elettorato ebraico, che si sta spostando sempre più a destra verso partiti come Yamina, Israel Beitenu e Tikvah Chadasha. Di fronte a questa prospettiva occorre quindi cercare un nuovo bacino di voti. Ed è qui che entrano in scena gli arabi. Le ultime elezioni sono state un successo per la Lista Unita, che ha portato alla Knesset ben quindici parlamentari. Fare campagna elettorale nelle comunità arabe permetterebbe quindi a Netanyahu di ottenere un paio di parlamentari in più e di erodere il monopolio della Lista Unita. In ultima istanza, questa mossa serve a creare divisioni all’interno della leadership politica araba, divisioni che la sua esperienza in materia gli permette di manovrare con maestria.

La strategia araba di Bibi

Per farsi strada in un ambiente sospettoso quando non apertamente ostile il Primo Ministro uscente si avvale di una strategia su più livelli. In primo luogo, la recente firma degli Accordi di Abramo gli permette non solo di schivare qualsiasi accusa che lo indichi come un nemico degli arabi, ma anche di presentarsi come un uomo di pace. Il successo della campagna di vaccinazione, che pone Israele ai primi posti per numero di pazienti trattati, rafforza poi la sua immagine di statista energico che si preoccupa per tutti i suoi cittadini. Ancora più importante, in questo caso, è che gli arabi israeliani, pur vivendo in uno stato ebraico, sono gli unici arabi del Medio Oriente a godere in maniera così estesa dell’accesso ai vaccini. Altra mossa importante è il flirt con personalità politiche arabe, uno dei motivi che lo ha portato a visitare le loro comunità. In quelle occasioni, non senza suscitare violente proteste, Netanyahu è comparso a fianco dei sindaci di Nazareth e Umm al-Fahm, che hanno dimostrato di apprezzare la sua visita. A Tirah poi si è dichiarato aperto ad includere personalità arabe nella sua lista. Non è più un segreto infine il suo rapporto di collaborazione con Mansour Abbas, esponente della Lista Unita, rapporto che ha esposto il suo partner alle critiche dei compagni di partito. Poi sono arrivate le promesse, la più importante delle quali è quella relativa alla sicurezza. Per far fronte all’elevato tasso di omicidi nelle municipalità arabe Bibi ha promesso nuove stazioni di polizia e maggiori fondi ai sindaci per affrontare la questione al meglio. Un’altra promessa è una moratoria di due o tre anni sulla demolizione delle case costruite illegalmente, che permetterebbe ai proprietari di mettersi in regola o costruire nuove case nel rispetto delle norme di legge.

La più grande sfida per la Lista Unita

Com’era da aspettarsi, questa svolta è stata salutata con molto scetticismo. In occasione della visita a Nazareth, un centinaio di persone sono scese in piazza per far capire a Netanyahu che non era il benvenuto. Alcuni, tra cui un membro della Knesset, sono stati arrestati dalla polizia. Lo stesso sentimento anima le dichiarazioni dei membri della Lista Unita, che ritengono le recenti dichiarazioni una minaccia per la stabilità della coalizione. Sta di fatto che Netanyahu vuole sfidare la Lista, e che nei prossimi mesi essa dovrà difendersi al meglio dalle insidie di un uomo che ha fatto del suo enorme carisma l’arma più efficace contro tutti i suoi avversari.

Sono uno studente di 24 anni del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso l'Università di Torino attualmente in Erasmus presso la Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität di Bonn, Germania. Ho conseguito un diploma in Geopolitica e Sicurezza Globale presso l'ISPI. I miei campi di interesse sono lo spazio ex-sovietico e il Medio Oriente.

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