Non chiamatelo Presidente: arriva al Congresso la proposta anti Xi Jinping

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Le relazioni tra Stati Uniti e Cina si fanno sempre più complicate. Dopo le accuse per la diffusione del Covid-19 e il recente blocco della popolare app TikTok, una proposta al Congresso statunitense rischia di congelare ancora di più i rapporti tra i due stati gettando le basi per la “Guerra Fredda” del XXI secolo.

La proposta di legge

La “bomba” viene sganciata dal repubblicano Scott Perry della Pennsylvania che il 7 agosto ha illustrato alla Camera dei Rappresentanti il “Name the Enemy Act“.

La bozza del disegno di legge proibisce al Governo federale di creare o diffondere documenti che appellino il capo di stato della Repubblica popolare cinese in modo diverso da “Segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista cinese” o “Segretario generale“. Perry infatti sostiene che rivolgendosi a Xi Jinping con il titolo di Presidente si presuppone che la sua elezione sia stata legittimata dal popolo cinese con mezzi democratici e che si accettino tutte le violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina nel corso dei decenni.

Negli ultimi due mesi l’operato di alcuni esponenti della Casa Bianca aveva già lasciato intendere questo cambiamento nella designazione. Il direttore dell’FBI Christopher Wray, il procuratore generale degli Stati Uniti William Barr, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il segretario di Stato Mike Pompeo si sono tutti riferiti a Xi in discorsi e dichiarazioni pubbliche con il titolo di Segretario generale. Proprio quest’ultimo inoltre ha provveduto a distinguere il PCC dai suoi cittadini muovendo svariate critiche alla retorica di Xi.

“La Cina non è una democrazia e i suoi cittadini non hanno il diritto di votare, riunirsi o parlare liberamente” ha affermato la Commissione di revisione economica e di sicurezza USACina (un comitato del governo statunitense) in un rapporto del 2019 al Congresso. “Dare al Segretario generale Xi il titolo immeritato di Presidente conferisce una patina di legittimità democratica al PCC e al governo autoritario di Xi“.

Per anni i critici hanno sostenuto il bisogno di una scissione nei titoli cinesi e inglesi di Xi sottolineando l’incongruenza tra l’immagine di apertura e leadership rappresentativa verso la comunità internazionale e l’autoritarismo che detiene in Cina.

I titoli di Xi

Xi detiene numerosi titoli che spesso sono stati oggetto di controversia e hanno destato un po’ di confusione. Nessuno dei suoi titoli cinesi ufficiali include o traduce la parola presidente, ma tutti i leader cinesi dagli anni ’80 – periodo di apertura sul fronte economico – hanno detenuto ufficialmente quel titolo inglese. Anche nei comunicati governativi in lingua inglese e nei media statali Xi viene indicato come “President”.

In Cina egli detiene tre titoli principali che vengono utilizzati a seconda del contesto. È il capo di Stato (guojia zhuxi ); è il comandante in capo dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) e presidente della Commissione militare centrale (zhongyang junwei zhuxi); è Segretario generale del PCC (zong shuji), unico partito politico al potere della Cina.

 

Laureata in Lettere Moderne, attualmente frequento la Magistrale in Comunicazione pubblica, digitale e di impresa all'Università degli Studi di Perugia.

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