Nuove sfide e questioni irrisolte: la Catalogna torna al voto

La bandiera catalana

Il Presidente del Parlamento catalano Roger Torrent ha annunciato che, Covid permettendo, le prossime elezioni nella Comunità Autonoma si terranno il 14 febbraio 2021. La consultazione si è resa necessaria per via della sentenza del Tribunale Supremo spagnolo che ha esautorato all’unanimità il Presidente della Generalitat catalana Quim Torra, per via della sua “reiterata e ostinata disobbedienza“. Torra si è infatti rifiutato di togliere i simboli indipendentisti dai palazzi del governo regionale, violando così la rigida neutralità a cui le istituzioni iberiche devono attenersi nel periodo elettorale.

La Catalogna torna nuovamente ad elezioni anticipate, dopo quelle convocate nel dicembre 2017 in seguito alla dissoluzione da parte di Madrid del governo di Carles Puidgemont. Le elezioni del 2017 videro una crescita degli unionisti di Ciudadanos, che si affermarono come primo partito con il 25.3% dei voti. Tuttavia, l’alleanza indipendentista formata dai liberali di Junts per Catalunya (JxCat) e dalla sinistra di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) fu nuovamente in grado di formare una maggioranza, che elesse Quim Torra alla presidenza della Generalitat. I rapporti tra i due partiti non sono stati però idilliaci, per via delle forti differenze ideologiche e del supporto esterno che ERC fornisce al governo Sánchez, tanto che Torra considerava già conclusa la propria esperienza di governo prima dell’interdizione. Lo scoppio della pandemia ha però ricompattato almeno in parte la maggioranza, concorde nell’accusare Madrid di una gestione fallimentare dell’emergenza, che al contrario sarebbe stata affrontata meglio da una Catalogna indipendente. Per tale ragione, il fronte indipendentista, che comprende anche la sinistra radicale di CUP, proverà a formare nuovamente una maggioranza dopo le elezioni di febbraio. Il fronte dei “costituzionalisti” contrari all’indipendenza, è invece formato dalle versioni locali dei cinque principali partiti politici nazionali. Tuttavia, vi sono importanti differenze tra loro. I partiti della sinistra, Partito Socialista e Unidas Podemos, si definiscono come “catalanisti”, a favore di una maggiore autonomia ma contrari all’indipendenza da Madrid. Al contrario, i partiti di centro e destra Ciudadanos (che proprio in Catalogna è nato come partito unionista), Partito Popolare e Vox sono fermamente contrari a ogni concessione al fronte indipendentista.

Gli ultimi sondaggi fotografano una situazione simile al 2017 per quanto riguarda il risultato di indipendentisti e costituzionalisti, ma con significative differenze di risultato tra i partiti al loro interno. ERC con il 23.2% supererebbe JxCat (ferma al 20%) e diverrebbe il primo partito indipendentista, principale candidato ad esprimere il nuovo Presidente della Generalitat. Sul fronte costituzionalista, invece, è atteso un crollo di Ciudadanos, che scenderebbe sotto il 12%. Ne beneficerebbero i socialisti, che secondo le proiezioni sarebbero il primo partito tra i costituzionalisti con il 17.8%, e in misura minore il Partito Popolare e Vox, che con il 5% entrerebbe per la prima volta nel parlamento di Barcellona.

Gli indipendentisti dovrebbero leggermente ampliare la risicata maggioranza con cui vinsero tre anni fa. A differenza di quella consultazione però, oggi gli elettori sembrano più concentrati su questioni locali quali la gestione della sanità piuttosto che sullo scontro con Madrid. Si confermano invece alcune tendenze di lungo periodo. La prima è che l’indipendentismo continua a godere di forti consensi, ma non riesce ad essere nettamente maggioritario. Gli ultimi sondaggi su un eventuale referendum sull’indipendenza vedono il no prevalere con il 46.7% dei voti, a fronte di un 45.2% di favorevoli e di un 8.1% di indecisi.

La seconda tendenza è che i catalani continuano a preferire i partiti indipendentisti nel voto locale (percentuali intorno al 45-50%), mentre nel voto nazionale questi ultimi hanno spesso un seguito inferiore al 40%. Questo avviene nonostante i partiti separatisti ricoprano un ruolo spesso decisivo nella formazione dei governi a Madrid. L’attuale governo Sánchez, per esempio, si regge sul voto favorevole di una serie di partiti autonomisti di tutto il Paese e sull’astensione di ERC, promessa in cambio di concessioni alla Catalogna. I repubblicani catalani hanno già provocato la caduta del precedente governo del leader socialista nel 2019, votando contro la manovra di bilancio. Per evitare simili scenari in periodo di pandemia, il Presidente del Governo si è cautelato aprendo l’area di maggioranza ai centristi di Ciudadanos, ma il successo di questa operazione non è ancora certo. Il corteggiamento del governo agli unionisti ha contribuito al riavvicinamento di ERC a Junts per Catalunya, che come il CUP siede all’opposizione di Sánchez. La probabile vittoria del fronte indipendentista alle prossime elezioni catalane, unita all’apertura del governo di Madrid all’appoggio di Ciudadanos, rendono ancora più intricata una situazione che, a tre anni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, è ben lontana dall’essere risolta.

Nato a Milano nel 1996, ho studiato Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università di Pavia e successivamente International Relations and European Politics presso la University of Bath, in Inghilterra. Sono appassionato di politica europea, di calcio e di tennis, ambiti in cui mi piace applicare la mia malsana passione per le statistiche.

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